Cina
La Cina vieta la condivisione di materiale porno sulle app di messaggistica
A partire dal prossimo anno, la Cina amplierà il divieto di diffusione di materiale osceno, estendendolo anche ai contenuti trasmessi tramite telefono e applicazioni di messaggistica online.
Secondo la normativa aggiornata, chiunque «diffonda informazioni oscene tramite reti informatiche, telefoni o altri strumenti di comunicazione» rischia fino a 15 giorni di detenzione e una sanzione pecuniaria fino a 5.000 yuan (603 euro). Le pene saranno più gravi qualora il materiale coinvolga minori.
La formulazione della legge ha generato timori tra media e utenti dei social network riguardo a una possibile applicazione anche ai messaggi privati a contenuto sessualmente esplicito tra adulti, come il sexting.
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Tuttavia, diversi esperti legali interpellati dai media statali cinesi hanno assicurato che le modifiche non influiranno sulle comunicazioni private tra individui. A loro avviso, le revisioni tengono conto dell’evoluzione tecnologica, inasprendo le sanzioni massime ma lasciando invariati i termini di detenzione.
«La Cina ha standard e procedure consolidate per l’identificazione di materiale osceno. È fondamentale chiarire che “osceno” non equivale a “indecente”», ha dichiarato il China Daily citando Ji Ying, professore associato di diritto presso l’Università di Economia e Commercio Internazionale di Pechino.
Vari giuristi hanno precisato che «indecente» è un concetto soggettivo che non raggiunge necessariamente la soglia legale di oscenità, la quale richiede un accertamento giudiziario e deve rispettare criteri statutari chiari.
Zhu Wei, professore associato presso la China University of Political Science and Law, ha spiegato alla testata che la norma mira a tutelare i minori e a preservare la salubrità degli ambienti online, aggiungendo che, in base alla legge, le autorità cinesi devono ottenere mandati e documenti investigativi ufficiali per accedere ai dati presenti sui dispositivi personali.
Sembra che i casi precedenti all’estensione del divieto abbiano riguardato principalmente la condivisione massiccia di contenuti espliciti.
In un episodio, tre amministratori di un gruppo sulla piattaforma cinese QQ sono stati condannati per non aver ostacolato la diffusione di centinaia di video pornografici, ha riferito martedì il Global Times.
In un altro caso risalente a maggio, un uomo è stato punito per stupro, molestie su minori e diffusione di materiale osceno dopo essere stato scoperto aver inviato video espliciti a oltre 100 ragazze delle scuole elementari e medie.
La norma rivista entrerà in vigore il 1° gennaio.
La censura della pornografia in Cina è tra le più severe al mondo. Dal 1949, con la fondazione della Repubblica Popolare, la pornografia è illegale, considerata dannosa per la morale sociale e la salute mentale, specialmente dei minori. Il «Great Firewall» la Grande Muraglia digitale che filtra internet per la popolazione cinese, blocca siti stranieri come Pornhub o Xvideos, mentre piattaforme domestiche usano algoritmi AI per rilevare e rimuovere contenuti espliciti.
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Le leggi penali esistenti prevedono pene dure: produzione o distribuzione a scopo di lucro può portare a ergastolo o multe pesanti; diffusione (anche online) fino a 15 giorni di detenzione e sanzioni fino a 5.000 yuan. Il possesso privato è tollerato, ma la condivisione (anche in chat private) sarà ora vietata dai recenti emendamenti.
Campagne come Qinglang (清朗行动, letteralmente “azione per un cielo sereno e luminoso”) chiudono migliaia di siti e app, con arresti periodici. Nonostante ciò, molti accedono via VPN, rendendo la censura un «gioco al gatto e topo».
La campagna Qinlang è costituita una serie di operazioni annuali di governance della rete lanciate dall’Ufficio Centrale per gli Affari del Cyberspazio della Cina (CAC) dal 2016. L’obiettivo è creare un ambiente online «pulito, sano e ordinato», contrastando contenuti illegali o dannosi.
Inizialmente focalizzata su pornografia, violenza, truffe e informazioni false, ha portato a chiusure massive di account (es. oltre 1 milione nel 2016) e arresti. Negli anni si è ampliata a temi come «fan club» tossici (dall 2021, contro idolatrie eccessive e cyberbullismo), protezione minori (rimozione di soft porn, contenuti considerati a bassa volgarità in app educative e social), fake news, traffico falso, algoritmi abusivi e, dal 2025, abuso di AI (deepfake, disinformazione generata da Intelligenza Artificiale, obbligo di etichettatura dei contenuti generati sinteticamente).
Nel contesto della censura pornografica, Qinglang è uno strumento chiave: campagne periodiche chiudono siti, app e account che diffondono materiale esplicito , con enfasi su protezione minori e morale sociale. Nel 2025 è stata inclusa anche regolazione di AI per prevenire generazione di pornografia sintetica. È vista ufficialmente come risposta a preoccupazioni pubbliche, ma critici la considerano parte di un controllo più ampio su espressione e cultura online.
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Cina
Kabul, attentato contro obiettivi cinesi mentre Pechino rafforza presenza economica
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Sette morti in un’azione rivendicata dallo Stato Islamico della provincia del Khorasan (ISKP) nel quartiere commerciale di Shahr-e-Naw. L’attacco, che si inserisce in una più ampia campagna jihadista anti-cinese, riaccende i timori per la sicurezza degli investimenti in Afghanistan. Pechino continua a mantenere una presenza diplomatica ed economica, mentre le divisioni interne alla leadership talebana complicano il quadro politico e della sicurezza.
Questa mattina Pechino ha confermato che un attentato avvenuto ieri a Kabul ha ucciso un cittadino e ferito altri cinque cinesi. Il portavoce del ministero degli Esteri, Guo Jiakun, in conferenza stampa ha ribadito di evitare i viaggi in Afghanistan e ha chiesto di allontanarsi «il prima possibile dalle zone ad alto rischio». L’attacco è avvenuto a Shahr-e-Naw, un quartiere commerciale della capitale afgana. L’ONG Medici senza frontiere (MSF) ha dichiarato di aver ricevuto nella propria clinica 20 feriti. Secondo le autorità talebane, il bilancio finale è di 7 morti e 13 feriti.
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L’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico della provincia del Khorasan (conosciuto con la sigla ISKP), che ha preso di mira un ristorante di noodle cinese, gestito da una coppia musulmana originaria dello Xinjiang. Prima che il gruppo terroristico rivendicasse l’attentato, le autorità talebane avevano provato a diffondere la notizia che si fosse trattato di un incidente causato dall’esplosione di una bombola di gas.
Da quando hanno ripreso il controllo del Paese ad agosto 2021, i talebani hanno cercato di sminuire la minaccia dello Stato Islamico, che invece considera l’ideologia talebana troppo tiepida e ha quindi continuato a colpire obiettivi sia tra i talebani sia tra gli stranieri che fanno affari in Afghanistan. L’attentato suicida di ieri è il terzo negli ultimi cinque anni che l’ISKP ha rivendicato contro cittadini cinesi. A novembre 2022, il gruppo terroristico aveva colpito un hotel nella stessa zona di Kabul, mentre a gennaio di un anno fa aveva ucciso un lavoratore cinese nella provincia afgana di Takhar.
Da tempo l’ISKP produce materiale di propaganda contro la Cina. L’analista Lucas Webber ha spiegato che l’attacco mostra «come l’Afghanistan sia diventato una prima linea nella campagna jihadista contro Pechino». Si è trattato quindi di un’operazione che «sembra calibrata non solo per causare vittime, ma anche per inviare un messaggio politico: la crescente presenza della Cina in Afghanistan e la sua partnership con le autorità talebane avranno un costo in termini di sicurezza». Nella propaganda dello Stato Islamico, lo Xinjiang, chiamato anche Turkestan orientale, regione abitata dalla minoranza uigura, perlopiù di fede islamica, ha assunto dopo il 2021 una maggiore centralità. La Cina, di conseguenza, è diventato uno dei nemici principali dell’organizzazione.
Dopo la riconquista talebana Pechino (insieme a Mosca) ha mantenuto in Afghanistan la propria ambasciata, a differenza del resto della comunità internazionale, che ha ritirato le proprie delegazioni diplomatiche ed evitato di riconoscere formalmente il nuovo governo di Kabul. Da allora la Cina – seppur con una certa cautela secondo diversi osservatori – ha continuato a investire in Afghanistan, soprattutto per quanto riguarda l’estrazione di oro e di altri minerali, come litio, rame e ferro.
L’esportazione di merci cinesi è più che raddoppiata tra il 2021 e il 2024, mentre le importazioni si sono ridotte, provocando un deficit commerciale che a marzo 2025 ha portato i talebani a istituire una commissione apposita per affrontare la situazione. Diversi altri progetti, come la miniera di rame di Mes Aynak, non sono ancora attivi o funzionanti a pieno regime, ma, nonostante rallentamenti di diversi anni, non sono nemmeno stati abbandonati da Pechino.
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A complicare la situazione sono anche le divisioni interne alla leadership talebana. La guida suprema dell’Emirato islamico, Hibatullah Akhundzada, propone la visione di un Paese isolato dal mondo moderno, dove le figure religiose controllano ogni aspetto della società, mentre un gruppo di talebani vicini alla rete Haqqani vorrebbe un Afghanistan che si relaziona con l’esterno, rafforza l’economia del Paese e consente persino alle ragazze di accedere all’istruzione, uno dei tanti diritti che dopo il 2021 è stato loro negato.
Queste tensioni interne si sommano alla guerra a bassa intensità con lo Stato Islamico del Khorasan, ma non impediscono alla Cina di portare avanti, seppur molto lentamente, i propri progetti di estrazione delle terre rare. Ad agosto dello scorso anno Pechino aveva esplicitamente espresso il desiderio che l’Afghanistan entrasse a far parte della Belt and Road Initiative (BRI), il mega progetto infrastrutturale lanciato da Xi Jinping nel 2013. Al tempo Pechino aveva dichiarato che avrebbe continuato a sostenere il governo talebano nel raggiungimento di una pace e di una stabilità a lungo termine.
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Immagine di Masoud Akbari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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