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Israele ed Emirati firmano gli Accordi di Abramo

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire con traduzione di Rachele Marmetti. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Il trattato Israele-Emirati scombussola la retorica sul Medio Oriente e rende possibile una pace arabo-israeliana. Interrompe l’inesorabile erosione dei territori arabi da parte di Israele e stabilisce relazioni diplomatiche tra Israele e il leader del mondo arabo. Se si è disposti a esaminare senza pregiudizi una situazione ove paura, violenza e odio provocano manifeste ingiustizie non si può non prendere atto che l’iniziativa del presidente Donald Trump sblocca un conflitto esasperato, che perdura da 27 anni. È stata immediatamente presentata la candidatura di Trump al premio Nobel per la pace.

La situazione in Medio Oriente è bloccata dagli Accordi di Oslo, firmati da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat nel 1993

 

La situazione in Medio Oriente è bloccata dagli Accordi di Oslo, firmati da Yitzhak Rabin e Yasser Arafat nel 1993. L’intesa è stata successivamente completata con l’Accordo di Gerico-Gaza, che riconosce alcune prerogative all’Autorità Palestinese, nonché con gli accordi di Wadi Arava, che hanno sancito la pace fra Israele e Giordania.

 

All’epoca il governo israeliano intendeva separarsi definitivamente dai palestinesi; era perciò pronto a creare uno pseudo-Stato palestinese, privato però di parecchie prerogative di sovranità, in particolare di un esercito proprio e finanze indipendenti. Il laburista Rabin aveva già sperimentato i bantustan in Sudafrica, quando Israele era consigliere del regime dell’apartheid. Un altro esperimento, condotto dal generale Efraín Ríos Montt, era avvenuto in Guatemala, nei confronti d’una tribù maya.

 

Arafat accettò gli accordi di Oslo per far fallire il processo della Conferenza di Madrid (1991): i presidenti George W. Bush e Mikhail Gorbaciov, sostenuti dei dirigenti arabi, cercavano d’imporre a Israele la pace, estromettendo Arafat dalla scena internazionale.

 

Il laburista Rabin aveva già sperimentato i bantustan in Sudafrica, quando Israele era consigliere del regime dell’apartheid. Un altro esperimento, condotto dal generale Efraín Ríos Montt, era avvenuto in Guatemala, nei confronti d’una tribù maya

Ciononostante, molti commentatori sostengono che gli Accordi di Oslo potevano sfociare nella pace.

 

In ogni caso, a 27 anni dagli Accordi di Oslo, niente di positivo ha lenito le sofferenze del popolo palestinese, ma lo Stato d’Israele si è progressivamente trasformato al proprio interno. Oggi il Paese è diviso in due fazioni antagoniste; lo dimostra il suo governo, l’unico al mondo ad avere contemporaneamente due primi ministri. Da un lato i partigiani del colonialismo britannico, schierati nelle fila del primo primo ministro, Benjamin Netanyahu. Dall’altro i fautori di una normalizzazione del Paese, schierati con il secondo primo ministro, Benny Gantz (1).

 

Questo sistema bicefalo riflette l’incompatibilità di queste due visioni. I due campi si paralizzano a vicenda. Soltanto il tempo metterà fine al progetto coloniale del Grande Israele, che si estende dalle rive del Nilo alle rive dell’Eufrate, retaggio di un’epoca ormai superata.

 

Dagli attentati dell’11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno messo in atto la strategia Rumsfeld/Cebrowski, per adattare l’esercito USA ai bisogni di una nuova forma di capitalismo, basato non più sulla produzione di beni e servizi, ma sull’ingegneria finanziaria. A tal fine hanno iniziato una «guerra senza fine» per distruggere le strutture statali dell’intero Medio Oriente Allargato

Dagli attentati dell’11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno messo in atto la strategia Rumsfeld/Cebrowski, per adattare l’esercito USA ai bisogni di una nuova forma di capitalismo, basato non più sulla produzione di beni e servizi, ma sull’ingegneria finanziaria. A tal fine hanno iniziato una «guerra senza fine» per distruggere le strutture statali dell’intero Medio Oriente Allargato, senza fare distinzioni fra amici e nemici. Afghanistan, poi Iraq, Libia, Siria e Yemen sono teatro di guerre che si è fatto credere sarebbero durate poche settimane, ma sono invece di durata indefinita, senza alcuna prospettiva.

 

Facendosi eleggere presidente, Trump aveva promesso di mettere fine alle «guerre senza fine» e di riportare a casa i soldati americani. In questa prospettiva ha dato carta bianca al proprio consigliere speciale, nonché genero, Jared Kushner. Il fatto di essere sostenuto da cristiani sionisti e che Kushner sia ebreo ortodosso ha indotto numerosi commentatori a presentarli come amici di Israele.

 

Sebbene abbiano un interesse elettorale a lasciarlo credere, questa non è affatto la loro modalità d’approccio al Medio Oriente.

 

Intendono difendere gli interessi del popolo degli Stati Uniti − non quelli degli israeliani − sostituendo la guerra con relazioni commerciali, secondo il modello del presidente Andrew Jackson (1829-1837). Costui riuscì a impedire la sparizione degli indiani − che da generale aveva combattuto − sebbene soltanto i Cherokee avessero firmato l’accordo da lui proposto. I Cherokee sono oggi diventati la più importante tribù amerinda, nonostante il tristemente famoso «sentiero delle lacrime».

 

Facendosi eleggere presidente, Trump aveva promesso di mettere fine alle «guerre senza fine» e di riportare a casa i soldati americani. In questa prospettiva ha dato carta bianca al proprio consigliere speciale, nonché genero, Jared Kushner

Per tre anni Jared Kushner ha percorso in lungo e in largo la regione. Ha potuto constatare di persona quanto si siano affermati paura e odio. Da 75 anni Israele persiste a violare ogni risoluzione delle Nazioni Unite che lo riguardano e a proseguire la lenta e inesorabile erosione del territorio arabo. Il negoziatore Kushner non ha potuto che trarne una conclusione: il diritto internazionale è impotente perché, dopo il piano di divisione della Palestina del 1947, nessuno − a parte l’importante eccezione di Bush padre e di Gorbaciov − ha voluto applicarlo davvero. Per l’inazione della comunità internazionale la sua applicazione oggi aggiungerebbe ingiustizia a ingiustizia.

 

Kushner ha lavorato a numerose ipotesi (2), fra cui l’unificazione del popolo palestinese attorno alla Giordania, nonché l’annessione di Gaza all’Egitto.

 

A giugno 2019, durante la conferenza in Bahrein di presentazione dell’«accordo del secolo», espose proposte per lo sviluppo economico dei territori palestinesi. Piuttosto che negoziare, meglio era quantificare il beneficio che ciascun protagonista avrebbe tratto dalla pace. Kushner è infine riuscito a far firmare il 13 settembre 2020 un accordo segreto tra Emirati Arabi Uniti e Israele, ufficializzato due giorni dopo, ossia il 15 settembre, in versione edulcorata (3).

Kushner è infine riuscito a far firmare il 13 settembre 2020 un accordo segreto tra Emirati Arabi Uniti e Israele, ufficializzato due giorni dopo, ossia il 15 settembre, in versione edulcorata

 

La parte segreta dell’accordo è, come sempre, la più importante: Israele è stato costretto a rinunciare per iscritto ai progetti di annessione (compresi i territori «offerti» da Trump con la proposta dell’«accordo del secolo») e a consentire a Dubai Ports World (detto DP World) di riprendersi il porto di Haifa, da cui i cinesi sono stati da poco estromessi.

 

L’accordo è sulla lunghezza d’onda delle idee del secondo primo ministro israeliano, Gantz, ma rappresenta un disastro per la fazione del primo primo ministro, Netanyahu.

 

L’accordo è sulla lunghezza d’onda delle idee del secondo primo ministro israeliano, Gantz, ma rappresenta un disastro per la fazione del primo primo ministro, Netanyahu

Non avendo letto la parte segreta dell’accordo, ignoro se vi sia chiaramente espressa la rinuncia all’annessione delle Alture del Golan, territorio siriano occupato da Israele dal 1967, e dell’area delle Fattorie di Shebaa, territorio libanese occupato dal 1982. Ignoro anche se sia prevista una compensazione per il porto di Beirut, dal momento che la sua ricostruzione recherebbe pregiudizio sia a Israele sia agli investimenti degli Emirati a Haifa. Tuttavia, il presidente libanese, Michel Aoun, ha già pubblicamente accennato a un progetto immobiliare in luogo del porto di Beirut.

 

Per renderlo accettabile a tutte le parti, il trattato è stato chiamato Accordi di Abramo, dal nome del padre comune di giudaismo e islam. La paternità dell’intesa, con grande piacere di Gantz, è stata attribuita alla «mano tesa» (sic) di Netanyahu, sebbene egli ne sia l’avversario più duro. Il Bahrein si è associato all’accordo.

 

Quest’ultimo fatto mira a mettere in risalto il nuovo ruolo regionale attribuito da Washington agli Emirati, al posto dell’Arabia Saudita. Come già avevamo annunciato, gli interessi USA nel mondo arabo sono ora rappresentati da Abu Dhabi, non più da Riad [4]. Gli altri Stati arabi sono stati invitati a seguire l’esempio del Bahrein.

 

Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, non ha trovato parole sufficientemente dure per condannare il «tradimento» degli Emirati.

… Mettere in risalto il nuovo ruolo regionale attribuito da Washington agli Emirati, al posto dell’Arabia Saudita

 

Lo stesso ha fatto chi continua a opporsi alla pace (gli ayatollah iraniani) e chi ancora è attaccato agli Accordi di Oslo e alla soluzione dei due Stati. Infatti, ufficializzando le relazioni diplomatiche tra Israele e il nuovo leader arabo, gli Emirati, gli Accordi di Abramo voltano pagina rispetto a quelli di Oslo. La palma dell’ipocrisia spetta all’Unione Europea, che continua a difendere nella teoria il diritto internazionale e a violarlo nella pratica.

 

Se il presidente Trump fosse rieletto e Kushner potesse proseguire la propria azione, gli accordi tra Israele ed Emirati resterebbero nella storia come il momento in cui israeliani e arabi hanno ritrovato il diritto di parlarsi di nuovo, come fu per l’abbattimento del Muro di Berlino, che rappresenta il momento in cui i tedeschi dell’Est hanno riconquistato il diritto di comunicare con i propri parenti dell’Ovest. Se invece Joe Biden venisse eletto, il rosicchiamento dei territori arabi da parte di Israele e la «guerra senza fine» riprenderebbero in tutta la regione.

La palma dell’ipocrisia spetta all’Unione Europea, che continua a difendere nella teoria il diritto internazionale e a violarlo nella pratica

 

Le relazioni tra Israele ed Emirati si erano stabilizzate già da molto tempo, senza un trattato di pace, dal momento che c’è mai stata guerra dichiarata tra i due Paesi.

 

Gli Emirati acquistano armi dallo Stato ebraico segretamente da una decina d’anni (5). Con il tempo, questo commercio si è intensificato, in particolare nel campo delle intercettazioni telefoniche e della sorveglianza internet.

 

Inoltre, è già operativa un’ambasciata israeliana, sotto copertura di una delegazione presso un oscuro organismo dell’ONU con sede negli Emirati. Gli Accordi di Abramo rimettono pertanto in causa il discorso dominante arabo-israeliano e stravolgono le relazioni interne dell’intera regione.

Se invece Joe Biden venisse eletto, il rosicchiamento dei territori arabi da parte di Israele e la «guerra senza fine» riprenderebbero in tutta la regione

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

(1) «La decolonizzazione d’Israele è iniziata», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 maggio 2020.

(2) «Jared Kushner riordina il Medio Oriente», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 19 dicembre 2017, «Jared Kushner e il “diritto alla felicità” dei palestinesi», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 giugno 2018.

(3) «Abraham Accords Peace Agreement»Voltaire Network, 15 September 2020. «Le président Donald J. Trump œuvre en faveur de la paix et de la stabilité au Moyen-Orient», États-Unis (White House), Réseau Voltaire, 15 septembre 2020.

(4) «La prima guerra della NATO-MO rovescia l’ordine regionale», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 marzo 2020.

(5) «Algeria, Egitto, Emirati Arabi, Marocco e Pakistan hanno acquistato armi da Israele»Rete Voltaire, 12 giugno 2013.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

Fonte: «Israele ed Emirati firmano gli Accordi di Abramo», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 15  settembre 2020

 

 

 

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«Sappiamo dove vive, dove dorme»: l’ex generale ucraino minaccia Orban

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Un ex generale e parlamentare dei servizi segreti ucraini (SBU) ha espresso pubblicamente una minaccia nei confronti della famiglia del primo ministro ungherese Viktor Orban, pochi giorni dopo che Volodymyr Zelens’kyj aveva lasciato intendere che i suoi militari avrebbero potuto recarsi a parlargli «nella loro lingua».

 

Nel corso di un intervento su Pryamy TV, il politico ucraino e generale in pensione dell’SBU Grigory Omelchenko ha fatto riferimento all’assassinio, attribuito a Stati Uniti e Israele, del defunto leader supremo iraniano Ali Khamenei e della sua famiglia. Ha quindi detto che Orban deve modificare la sua posizione «anti-ucraina» se tiene alla vita dei suoi cinque figli e dei suoi sei nipoti.

 

L’SBU, erede del KGB sovietico, sa «dove vive, dove dorme, dove beve birra e vino, fuma il narghilè, passeggia e incontra gente», ha dichiarato Omelchenko, precisando che «deve pensare ai suoi nipoti».

 

I sostenitori dello Zelens’kyj sono indignati con Orbán per la sua contrarietà a quello che ritengono il diritto dell’Ucraina di entrare nell’UE, per il perdurare del sostegno finanziario illimitato a Kiev e per il sequestro, da parte delle forze di sicurezza ungheresi, di un convoglio che trasportava fino a 100 milioni di dollari in contanti e oro, destinati presumibilmente a una banca statale ucraina.

 

La scorsa settimana Orban ha replicato alle minacce, tranquillizzando la sua famiglia sulla loro incolumità attraverso un video diffuso da Budapest.

 

Il premier magiaro ha sottolineato che per la sua famiglia ricevere minacce di morte rappresenta qualcosa di «insolito», ma che tale episodio li ha avvicinati ulteriormente. Ha inoltre ammonito che «tutto ha un limite».

 


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Il governo guidato dall’Orban si oppone da tempo alla linea dell’UE che prevede l’invio di armi e fondi all’Ucraina contro la Russia, nonché alla candidatura di Kiev all’Unione. Le tensioni si sono acuite a gennaio, quando l’Ucraina ha interrotto le forniture di petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia attraverso un oleodotto di epoca sovietica, adducendo danni provocati da un attacco russo – versione smentita da Mosca.

 

Orban ha accusato Zelens’kyj di aver cercato di scatenare una crisi energetica in Ungheria in prossimità delle elezioni parlamentari di aprile. Il principale avversario politico di Orban, Peter Magyar, ha criticato aspramente Zelensky per aver rivolto minacce al primo ministro, sostenendo che l’UE dovrebbe sospendere i rapporti con Kiev fino a quando il leader ucraino non presenterà scuse formali al popolo ungherese.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa Orban aveva dichiarato che avrebbe schierato truppe contro pontenziali «attacchi ucraini».

 

Orban, che ad inizio anno ha incontrato Putin a Mosca, il mese scorso ha dichiarato Kiev «ha oltrepassato il limite» e che l’Ungheria non si piegerà al «ricatto ucraino».

 

Zelens’kyj ha già lanciato minacce contro leader e funzionari stranieri in passato. L’anno scorso, ha suggerito ai massimi funzionari russi di controllare la presenza di rifugi antiaerei, insinuando che l’Ucraina avrebbe potuto prendere di mira il Cremlino. Il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha definito le dichiarazioni «irresponsabili».

 

 

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Pioggia acida, fuoco in strada: gli attacchi israeliani ai depositi di carburante iraniani sono «guerra chimica intenzionale»

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Gli attacchi israeliani contro gli impianti di stoccaggio del petrolio nei pressi di Teheran, verificatisi nel fine settimana, hanno trasformato temporaneamente la capitale iraniana in un «inferno» in fiamme, con conseguenti danni ambientali e sanitari a lungo termine. Lo riporta la stampa russa.   Sebbene Israele abbia sostenuto che gli obiettivi fossero di natura militare, l’Iran ha affermato che gli effetti sui civili risultano paragonabili a quelli di una guerra chimica. Persino alcuni sostenitori della guerra per un cambio di regime tra Stati Uniti e Israele hanno manifestato preoccupazione.   Nella notte tra sabato e domenica, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito infrastrutture petrolifere a Teheran e nelle aree limitrofe, tra cui almeno quattro importanti depositi di carburante. L’operazione «aggrava significativamente i danni alle infrastrutture militari del regime terroristico iraniano», ha dichiarato il governo israeliano.        

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Le immagini provenienti da Teheran mostrano vasti incendi da cui si sprigionano dense colonne di fumo nero. Al mattino, i residenti hanno riferito che una «pioggia acida» nera cadeva dal cielo, lasciando macchie su tutto ciò che toccava. Le persone lamentavano mal di testa, sapore sgradevole in bocca, difficoltà respiratorie e altri sintomi legati all’inquinamento atmosferico.   Gli attacchi «non sono altro che una guerra chimica intenzionale contro i cittadini iraniani», ha dichiarato su X Esmaeil Baqaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano. «Le conseguenze di questa catastrofe ambientale e umanitaria non saranno limitate ai confini dell’Iran».   I grandi incendi di idrocarburi generano enormi quantità di sostanze chimiche tossiche e particolato fine, che comportano rischi immediati e prolungati per la salute. Fuliggine, ossidi di zolfo e di azoto, metalli pesanti e altre sostanze nocive colpiscono in misura particolare le persone con patologie respiratorie e gli anziani. A lungo termine, questi inquinanti possono provocare gravi malattie, incluso il cancro. Una volta dispersi nell’atmosfera, possono viaggiare per migliaia di chilometri; depositati sul suolo, contaminano le falde acquifere.      

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  Eventi analoghi provocati dall’uomo, come gli incendi dei pozzi petroliferi appiccati dalle forze di Saddam Hussein nel 2003 durante l’invasione statunitense, hanno prodotto effetti duraturi sulle truppe americane presenti sul campo. Gli incendi di Teheran si distinguono per la loro prossimità a un grande centro urbano, con un rischio maggiore di esposizione acuta.   Teheran, città di quasi 10 milioni di abitanti, si trova in una conca semi-chiusa ai piedi dei monti Alborz, dove la circolazione dell’aria risulta limitata, specialmente in inverno e all’inizio della primavera, ha rilevato il Conflict and Environmental Observatory (CEOBS), finanziato dall’Occidente, nella sua valutazione dei danni.   «Sebbene gli impatti sulla salute dell’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico siano relativamente ben noti, la letteratura sull’esposizione acuta a eventi simili è limitata. Ancor meno lo è sugli effetti combinati di tali esposizioni e di quelle di altri inquinanti provenienti da conflitti, come i materiali da costruzione polverizzati dispersi dalle esplosioni», si legge nel rapporto.   Secondo fonti di Axios, Washington è rimasta sorpresa dall’ampiezza degli attacchi israeliani. Un funzionario israeliano ha riferito che il messaggio degli Stati Uniti a Israele era «Che diavolo?»   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump «vuole salvare il petrolio» e ritiene che le immagini di carri armati in fiamme ricordino agli elettori americani l’aumento dei prezzi del carburante, ha spiegato un consulente al giornale.   Il senatore Lindsey Graham, tra i principali sostenitori dell’operazione di cambio di regime e «istruito» dall’Intelligence israeliana su come convincere Trump ad attaccare l’Iran, ha invitato le IDF a procedere con cautela.   «Il nostro obiettivo è liberare il popolo iraniano in un modo che non comprometta la sua possibilità di iniziare una vita nuova e migliore quando questo regime crollerà», ha affermato. «L’economia petrolifera dell’Iran sarà essenziale per questo obiettivo».   Trump ha riconosciuto che la possibilità di imporre il controllo americano sulle esportazioni di petrolio iraniano influisce sui calcoli della sua amministrazione.   La strategia dell’Iran nel conflitto consiste nell’aumentare i costi della guerra per gli Stati Uniti e i suoi alleati, resistendo al contempo agli attacchi israeliani. I suoi contrattacchi contro gli stati del Golfo che ospitano basi americane, incluse infrastrutture energetiche e petroliere in transito nello Stretto di Hormuz, hanno provocato uno shock globale dei prezzi dell’energia, che Trump ha definito irrilevante nel quadro complessivo.

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Come riportato da Renovatio 21, sabato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha espresso rammarico personale per i danni arrecati alle nazioni arabe e ha affermato che l’Iran avrebbe cessato di attaccare qualsiasi Paese da cui non fosse stato attaccato.   In contrasto con la retorica più aggressiva di altri funzionari iraniani, tali dichiarazioni sono state interpretate da alcuni come un’offerta di via d’uscita. Trump le ha definite una dimostrazione di debolezza iraniana e ha ribadito le richieste di resa incondizionata.   Il potenziale di ulteriore escalation del conflitto è emerso nel fine settimana dagli attacchi agli impianti di desalinizzazione in Iran e Bahrein. L’acqua dolce è scarsa in Medio Oriente e la desalinizzazione rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento.   Un attacco a un impianto sull’isola di Qeshm, avvenuto sabato – di cui Teheran ha attribuito la responsabilità agli Stati Uniti, definendolo un precedente pericoloso – avrebbe lasciato senza acqua dolce circa 30 villaggi iraniani. Gli Emirati Arabi Uniti hanno smentito le affermazioni dei media israeliani secondo cui sarebbero stati responsabili dell’attacco. Il Bahrein ha accusato l’Iran di aver colpito un impianto di desalinizzazione sul proprio territorio domenica mattina.

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Trump pronto a uccidere il nuovo aiatollà se non cede alle richieste degli Stati Uniti

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La Casa Bianca pare aver già abbandonato del tutto l’idea di inserire il «cambio di regime» tra gli scopi ufficiali dell’Operazione Epic Fury, forse avendo realizzato con ritardo i seri vincoli di una campagna limitata all’aria. Martedì, l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, si è presentato davanti alle telecamere dichiarando che Trump è sempre pronto a negoziare, persino con gli iraniani, ma «la domanda è se ne valga la pena o meno».

 

Il presidente Trump ha comunicato ai suoi collaboratori che sosterrebbe l’eliminazione del nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei qualora questi non mostrasse disponibilità a soddisfare le richieste degli Stati Uniti, come l’interruzione dello sviluppo nucleare iraniano, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi in carica e ex funzionari.

 

La Casa Bianca ha evitato di rilasciare commenti, ma Trump lunedì ha detto al New York Post di «non essere contento» che Khamenei sia stato selezionato per dirigere l’Iran, dopo averlo in precedenza etichettato come «inaccettabile». La settimana scorsa, Trump sui social media ha espresso il desiderio di avere un ruolo nella selezione di un sovrano «grande e accettabile» per l’Iran in seguito alla sua «resa incondizionata».

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«Non ho intenzione di affrontare tutto questo per ritrovarmi con un altro Khamenei», ha dichiarato Trump alla rivista Time la scorsa settimana.

 

Tuttavia, lo stesso articolo evidenzia un accordo tra i funzionari israeliani sul fatto che Israele intenderebbe procedere e rimuovere anche il giovane Khamenei, e magari pure qualunque suo successore.

 

«Il giovane Khamenei è visto a Washington come un successore intransigente del padre, scelto personalmente dal potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniano, hanno affermato funzionari statunitensi attuali ed ex funzionari», ha riportato il Wall Street Journal. «I funzionari hanno affermato di non aspettarsi che Khamenei rinunci alla ricerca di armi nucleari da parte dell’Iran o negozi la fine del conflitto a condizioni favorevoli agli Stati Uniti».

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