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«Il Signore degli Anelli»: il capolavoro di Tolkien settant’anni dopo

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Il 29 luglio del 1954 nelle librerie inglesi arrivò un nuovo, curioso libro: The Lord of The Rings. Più esattamente, si trattava della prima parte del libro, La Compagnia dell’Anello, che l’editore – contro il parere dell’autore – aveva deciso di fare uscire in tre parti, una scelta prudenziale che voleva mettersi al riparo da eventuali flop. Ma il libro fu tutt’altro che un fallimento: rappresentò lo straordinario ritorno dell’Epica nella Letteratura.

 

Era destinato a consacrare il suo autore come l’Omero cristiano del XX Secolo.

 

Eppure, ci vollero quasi vent’anni perché questo capolavoro della narrativa venisse tradotto e pubblicato in Italia, e quando finalmente uscì, iniziò un fuoco di sbarramento ideologico come non si era mai visto nei confronti di un romanzo.

 

L’ostracismo nei confronti di questa grande opera fu peraltro un fenomeno tutto italiano, che rifletteva il clima culturale che si era instaurato dopo il fatidico ’68. Vale la pena raccontarne in sintesi la storia.

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L’editore inglese fin dagli inizi degli anni ’60 lo aveva proposto alla Mondadori, che lo sottopose all’attenzione di Elio Vittorini, che lo stroncò seccamente. Erano quelli gli anni dell’impegno sociale della narrativa, e la fantasia sembrava un elemento di colpevole disimpegno, propedeutica al qualunquismo.

 

Alla fine, la casa editrice Rusconi lanciò sul mercato Il Signore degli Anelli, e anche nella terra dell’Ariosto e del Tasso il successo fu vasto e immediato, ma a quel punto la critica letteraria ufficiale aprì il fuoco coi mortai, un fuoco di sbarramento che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto fare terra bruciata a questo testo sgradito all’establishment intellettuale della Penisola.

 

A Tolkien e alla sua opera furono rivolte accuse tanto maligne quanto infondate: era un libro «di destra», era un autore razzista e fascista, era narrativa-spazzatura per nostalgici reazionari. Il paradosso clamoroso fu che, mentre a livello mondiale la lettura politica di Tolkien era quella che lo vedeva arruolato nelle fila dell’ecologismo, in Italia la cultura dominante di sinistra lo rifiutò e inventò la leggenda nera del Tolkien «fascista».

 

Si potrebbe pensare a un colossale abbaglio, a gente che forse il libro non lo aveva nemmeno letto, ma vista l’acrimonia e la persistenza di queste accuse – arrivate fino all’uscita della trilogia cinematografica agli inizi degli anni 2000 – non si può lasciare il beneficio del dubbio su una eventuale dabbenaggine in buona fede. Si trattava di una autentica menzogna diventata l’interpretazione «ufficiale» del grande scrittore inglese, morto nel 1973.

 

Tolkien, in realtà, era quanto di più lontano si potrebbe immaginare dai totalitarismi, compresi quelli fascisti e nazisti. Aveva avuto fin dagli anni Trenta un giudizio assolutamente severo su Hitler, che aveva accusato di pervertire l’antico nobile spirito nordico cristiano, ridotta a caricatura grottesca, e nel nazismo Tolkien individuò quella matrice di odio anticristiano che avrebbe condotto all’abisso della shoah, carattere questo che in quegli anni era stato colto da pensatori cristiani come Jacques Maritain, che aveva scritto che «odiare gli Ebrei e odiare i Cristiani viene dallo stesso fondo», o come lo scrittore ebreo Maurice Samuel che nel 1940 scriveva: «non comprenderemo mai l’immensa e folle portata dell’antisemitismo se non a condizione di trasporne i termini. È del Cristo che i nazifascismi hanno paura; è nella sua onnipotenza che essi credono; è Lui che essi sono follemente decisi ad annientare».

 

Tolkien aveva anche respinto con sottile ironia la richiesta di un editore tedesco intenzionato a tradurre un suo libro, Lo Hobbit, di dichiarare se fosse o meno «ariano». Nemmeno aveva mai manifestato alcuna simpatia nei confronti del fascismo, che poteva vantarsi di avere costretto suo figlio John, che studiava per il sacerdozio a Roma nel 1940 presso il Pontificio Collegio Inglese, a una rocambolesca fuga dalla Città Eterna per sfuggire all’arresto, in quanto cittadino britannico e potenziale spia di Sua Maestà.

 

Cosa spinse dunque la cultura di sinistra italiana a scagliarsi contro Tolkien e a cucirgli addosso l’etichetta infamante del fascista? Lo stesso odio per il cristianesimo, che era il cuore autentico del messaggio del Signore degli Anelli, per chi si fosse preso la briga di leggerlo. L’odio per il Medioevo, inteso come tempo e civiltà del cristianesimo, l’odio per i valori cavallereschi, per la fantasia come risorsa umana che guida la ricerca dello spirito oltre le catene della materia: tutto questo animava gli intellettuali marxisti che inneggiavano in contrapposizione alla letteratura realista, ovvero dell’aridità artistica, del vuoto morale, del turpiloquio.

 

A ciò si aggiunse il disappunto nel constatare il grande successo presso i giovani di questo autore, che si tradusse in aperta ostilità giornalistica. La stampa gridò ipocritamente allo scandalo e si stracciò le vesti quando Tolkien, esecrato pubblicamente come fascista, divenne ovviamente oggetto dell’attenzione di parte della cultura di destra, quella più innovativa e anticonformista, che vedeva tra le sue fila giovani studiosi – molti dei quali avrebbero poi preso le distanze da questo ambiente politico – che vedevano in Tolkien una guida e la possibilità di uno stile di vita alternativo a quello della cultura dominante.

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Ma quali erano le reali idee politiche di Tolkien? Alcune lettere sono in merito significativamente rivelatrici, come quella al figlio Christopher del 29 novembre 1943:

 

«Le mie opinioni politiche inclinano sempre più verso l’anarchia intesa filosoficamente come abolizione di ogni controllo, non come uomini barbuti che lanciano bombe, oppure verso una monarchia non costituzionale. Arresterei chiunque usi la parola Stato (intendendo qualsiasi cosa che non sia la terra inglese e i suoi abitanti, cioè qualcosa che non ha poteri né diritti né intelligenza); (…) Governo è un sostantivo astratto che indica l’arte e il modo di governare e sarebbe offensivo scriverlo con una G maiuscola come per riferirsi al popolo. (…) Comunque, lo studio adatto all’uomo è solo l’uomo, e l’occupazione più inadatta per qualsiasi uomo, anche per i santi (che almeno non se l’assumevano volentieri) è governare altri uomini. Non c’è una persona su un milione che sia adatta e men che meno quelli che cercano di afferrare l’opportunità. E almeno viene fatto solo ad un gruppetto di persone che sanno chi è il loro padrone».

 

«Nel medioevo avevano pienamente ragione nel considerare il nolo episcopari come il motivo migliore che un uomo potesse opporre a chi lo sceglieva come vescovo. Datemi un re il cui interesse principale siano i francobolli, i trenini o le corse dei cavalli, e che sia in grado di cacciare il suo visir (o come lo vuoi chiamare) se non gli piace la foggia dei suoi pantaloni. E così via. Ma, naturalmente, la fatale debolezza di tutto questo – che dopo tutto è la fatale debolezza di tutte le buone cose naturali in un mondo cattivo, corrotto e innaturale – è che funziona e ha funzionato solo quando tutto il mondo si mette a pasticciare nella stessa buona vecchia inefficiente consuetudine umana».

 

«I Greci, litigiosi e presuntuosi, riuscirono a farcela contro Serse, ma gli abominevoli chimici e ingegneri hanno dotato di tale potere Serse e tutti quelli che sono contro le comunità che la gente comune non può farcela. Noi tutti stiamo cercando di fare come Alessandro – e, come insegna la storia, Alessandro e tutti i suoi generali finirono con l’orientalizzarsi. Il povero sciocco immaginava (o voleva che la gente immaginasse) che era figlio di Dioniso e morì per il troppo bere. La Grecia che valeva la pena di salvare dalla Persia scomparve; (…) parlando di onore e cultura greci e prosperando con la vendita dell’antico equivalente delle cartoline. Ma la cosa terribile dei nostri tempi è che è così dappertutto. Non c’è nessun posto dove poter fuggire. Persino i piccoli infelici Samoiedi, temo, hanno cibo in scatola e l’altoparlante del villaggio che racconta le favole di Stalin sulla democrazia e sui fascisti crudeli che mangiano i bambini e rubano i cani da slitta».

 

«C’è una sola cosa positiva ed è l’abitudine, sempre più diffusa, di chi è scontento, di far saltare con la dinamite fabbriche e centrali elettriche; spero che, essendo ora incoraggiata come “patriottica”, questa consuetudine rimanga! Ma non servirà a niente, se non diventa universale».

 

«Ebbene, auguri, mio carissimo figlio. Siamo nati in un periodo buio. Ma c’è una consolazione: se fosse altrimenti non conosceremmo, e non ameremmo tanto, quello che amiamo. Immagino che il pesce tirato fuori dall’acqua sia l’unico pesce ad avere un vago sentore di che cosa sia l’acqua. Inoltre, abbiamo ancora qualche arma. “Non mi inchinerò di fronte alla corona di ferro, né getterò via il mio piccolo scettro d’oro».

 

Tolkien in questa lettera sembra avere anticipato profeticamente i problemi oggi sempre più drammatici della globalizzazione, del pensiero unico planetario, al quale – sosteneva lo scrittore – occorre opporsi in nome delle diversità, delle specificità, delle comunità.

 

Era dunque reazionario o rivoluzionario? Era semplicemente un cristiano che cercava di parlare al cuore delle persone per invitarle a non cedere alla tentazione dello scoraggiamento, del cinismo, della bruttezza e del male.

 

Questo è il grande segreto dell’opera di Tolkien, come ebbe a spiegare il figlio Michael: «almeno per me, non c’è nulla di misterioso nell’entità del successo toccato a mio padre, il cui genio non ha fatto che rispondere all’invocazione di persone di ogni età e carattere, stanche e nauseate dalla bruttezza, dall’instabilità, dai valori d’accatto, dalle filosofie spicciole che sono stati spacciati loro come tristi sostituti della bellezza, del senso del mistero, dell’esaltazione, dell’avventura, dell’eroismo e della gioia, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui».

 

Ecco dunque che un’opera «concepita nel 1936», che risentiva dei miti e delle leggende antiche più che della storia contemporanea, scritta da un uomo che aveva sperimentato gli orrori della Prima Guerra Mondiale, diventava improvvisamente affascinante e attuale per i lettori del secondo dopo guerra, in un mondo che aveva conosciuto il genocidio dei lager, l’olocausto atomico, e che ora – agli –inizi degli anni Sessanta – viveva nuove paure e rinnovate speranze.

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Tolkien, senza averlo minimamente previsto né tanto meno cercato, si ritrovò a essere il maestro di una nuova generazione. Il discreto successo che il suo libro aveva trovato in Inghilterra, il paese per il quale aveva voluto scrivere una nuova mitologia, si trasformò in un successo clamoroso. Ciò avvenne improvvisamente nel 1965, a dieci anni dal completamento dell’uscita della trilogia. In quell’anno uscì l’edizione economica americana dell’opera, che divenne in brevissimo tempo un best-seller assoluto, bruciando continuamente nuove edizioni.

 

Ha scritto un biografo americano di Tolkien: «il Signore Degli Anelli piombò sui campus dei college e delle università statunitensi come un acquazzone su un deserto assetato. A partire dagli inizi degli anni Sessanta, quando il Sogno Americano aveva cominciato a trasformarsi in un incubo senza fine punteggiato di assassinii di presidenti e uomini politici, sporche guerre nel Sudest asiatico, attacchi del Black Power e contrattacchi dei bianchi, disordini nelle città e violenze nei campus, molti giovani cominciarono a trovare insopportabili molti aspetti dell’esistenza quotidiana e a isolarsene».

 

«L’ideale di perfezione che aveva affascinato la generazione postbellica, un ideale fatto di supermercati, villette nei sobborghi, garages per due automobili e televisori a colori, non soddisfaceva più i loro figli; anzi, quasi tutto ciò che era proprio della classe media americana divenne anatema per la gioventù ribelle; e se dapprima essa fu attratta dalle grandi problematiche sociali del decennio, con una quasi fanatica idolatria per un presidente giovanile, dinamico (la Nuova Frontiera significava Corpi della Pace, diritti civili, guerra alla povertà, accordo sulla sospensione degli esperimenti nucleari, il regno di Bengodi alla fine del decennio), sulla scia dell’uccisione di John F. Kennedy a Dallas, vennero la delusione per la guerra esterna e l’esasperazione della dialettica interna, la ribellione, cui si aggiunsero gli abusi di potere e la crescente distruzione ambientale».

 

«La delusione si trasformò in alienazione e conseguente polarizzazione tra due estremi, uno dei quali assunse le connotazioni del movimento hippy, della cultura della droga e della protesta studentesca».

 

Un’intera generazione si sentiva smarrita, in America come in Francia, come in Inghilterra, come in Italia, e nessuna parola d’ordine di quelle che in passato avevano arruolato sotto le loro bandiere sembrava più funzionare.

 

Non la patria, percepita ormai diffusamente solo come Stato nazionalista, spesso corrotto e corruttore, per il quale non valeva la pena sacrificare la propria vita.

 

Non la famiglia, quella tradizionale, con le sue norme etiche che sembravano contrastare con un incontenibile bisogno di espressione affettiva, di libertà di amare e cercare la propria felicità.

 

Non Dio, visto come lontano, sostituito o forse surrogato dalle istituzioni religiose, a cui si preferivano le nuove filosofie religiose, e il vecchio clero veniva scalzato dai nuovi guru.

 

Questa generazione irrequieta, senza più né padre né madre, ma in cerca disperata di qualcosa o qualcuno a cui affidare le proprie speranze e la propria vita, paradossalmente riconobbe nell’anziano professore di Oxford, che indossava panciotti e conservava le sue inappuntabili abitudini inglesi, un maestro da seguire.

 

Un altro studioso americano, che si recò nel 1966 a incontrare personalmente Tolkien e ad apprendere direttamente come discepolo, Clyde Kilby, scrisse: «perché Il Signore degli Anelli oggi conta tanti lettori? In un’epoca in cui il mondo forse non sentiva più il bisogno di esperienze autentiche, questo romanzo è parso fornirne un modello. Un uomo d’affari di Oxford mi ha detto che, quando era stanco o sfasato, cercava ristoro nel Signore degli Anelli».

 

«Lewis, e con lui parecchi altri critici, ritengono che nessun libro abbia maggiore attinenza con la realtà umana. W.H. Auden afferma che “offre uno specchio all’unica natura a noi nota, la nostra”. (…) Per almeno un secolo il mondo è andato sempre più demitizzandosi, condizione che però a quanto sembra è aliena alla vera natura degli esseri umani. Ed ecco che compare uno scrittore come John Ronald Reuel Tolkien, un mitologo che conferisce straordinario calore alle nostre anime».

 

Per milioni di giovani americani la storia della Guerra dell’Anello divenne in breve tempo il libro per eccellenza, una sorta di Bibbia, che surclassò tutti i successi letterari del momento, Aragorn sostituì James Dean nel cuore di tanti adolescenti, e gli hobbit presero il posto degli ambigui Beatles.

 

Alla fine del fatidico 1968 gli editori di Tolkien calcolavano in oltre cinquanta milioni il numero dei lettori del Signore degli Anelli negli Stati Uniti, in Inghilterra e in tutto il mondo. Cinque milioni erano le copie ufficialmente vendute, ma tra le biblioteche letteralmente prese d’assalto e il passa mano tra i ragazzi, si stimava che ogni copia del libro avesse avuto almeno dieci lettori. Ma Tolkien, risultava essere ben più che l’autore del momento, l’iniziatore di una nuova moda (che infatti non si verificò), ma un maestro di vita.

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In un’epoca, quella degli anni Sessanta, di viaggi in oriente, di esperienze para-spirituali, di droghe «per liberare la mente», di santoni di ogni tipo, il mite professore di Oxford che andava a Messa quotidianamente e che scriveva dalla giovinezza nel linguaggio delle fate aveva conquistato milioni di cuori che gli tributavano un appassionato omaggio e che cercavano nel suo libro delle ragioni per vivere in un mondo che non era il migliore di quelli possibili, infinitamente meno bello della Terra di Mezzo.

 

In America si potevano leggere sui muri scritte quali Gandalf for President (Gandalf presidente), e studenti che portavano distintivi con slogan come Frodo lives (Frodo vive). Nacque così la lettura in chiave ecologista delle vicende della Terra di Mezzo. Lo stesso fondatore di Greenpeace, il canadese David Taggart, raccontava di essersi ispirato nel suo impegno ambientalista alla lotta degli hobbit della Contea contro la terra desolata di Mordor, fonte di inquinamento e di orrori industriali.

 

Il conflitto cosmico che è sotteso alla Guerra dell’Anello viene visto come uno scontro tra natura e cultura, tra pretese della tecnologia e ragioni dell’ambiente, e di fronte all’avanzata dell’industrialismo si fece avanti la richiesta di tornare ad una sacralizzazione della natura. Molti attivisti ecologisti si ispirarono nel loro impegno, dagli anni sessanta in avanti, alla difesa ostinata degli alberi e della natura che gli hobbit, con le loro piccole forze, avevano condotto fin nella loro Contea assediata dal progresso tecnologico distruttivo. Un impegno che Tolkien non avrebbe certo disapprovato, ma che non coglieva tutti i significati simbolici trasmessi dai suoi libri.

 

Tolkien paventava, di fronte all’avanzata distruttrice della modernità tecnologica e irreligiosa, la scomparsa della memoria, della Tradizione, e l’avvento di tempi di aridità, di materialismo, di menzogna.

 

Quella menzogna del potere che in Italia cercò di occultare tutta la Bellezza della sua opera con l’accusa demenziale di fascismo.

 

Paolo Gulisano

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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La Sagrada Família raggiunge il cielo

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Con l’installazione della croce monumentale in cima alla torre di Gesù Cristo, la Sagrada Família (Barcellona, ​​Spagna) raggiunge ora un’altezza di 172,5 metri, detronizzando la Cattedrale di Ulm e diventando il santuario cristiano più alto del mondo.   La pazienza è una virtù catalana? Probabilmente sì, considerando i 144 anni che ci vollero perché il capolavoro di Antoni Gaudí raggiungesse il suo apice. Febbraio 2026 sarà ricordato per sempre come il mese in cui il sogno architettonico più audace della cristianità cessò di essere una promessa e divenne una realtà tangibile.   Con l’innalzamento dell’ultimo pezzo della torre di Gesù Cristo, i costruttori della Sagrada Família non solo completarono una struttura, ma regalarono alla Spagna e al mondo un nuovo punto di riferimento mondiale.

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Il tetto della cristianità

Finora, il titolo di chiesa più alta del pianeta apparteneva alla guglia della Cattedrale di Ulm, in Germania (161,5 metri). Ma con i suoi 172,5 metri, la basilica di Barcellona supera ora la sua rivale tedesca di ben undici metri.   Questa torre centrale, dedicata a Cristo, costituisce l’epicentro del complesso progettato da Gaudí. È sormontata da una monumentale croce a quattro braccia, una struttura massiccia ma traslucida in vetro e acciaio, che sembra catturare la luce divina e ridistribuirla sulla capitale della Catalogna.   L’erezione di questa croce alta 17 metri non è solo un’impresa tecnica; è un’apoteosi artistica. All’interno, la torre è progettata per essere inondata di luce, a simboleggiare il passo del Vangelo: «Io sono la luce del mondo».  

Un dialogo tra l’uomo e Dio

Eppure, nonostante questa corsa verso le nuvole, Antoni Gaudí non cercò mai di sfidare il Creatore. Il maestro catalano aveva stabilito che la sua opera non avrebbe mai dovuto superare la collina di Montjuïc, che si erge a 173 metri. «L’opera dell’uomo non deve superare quella di Dio», amava ripetere. Il suo desiderio fu rispettato, con un margine di appena cinquanta centimetri.   Questo passo cruciale giunge mentre la Spagna si prepara a commemorare, il prossimo giugno, il centenario della morte dell’architetto. Mentre i lavori di decorazione e di realizzazione della scalinata della facciata della Gloria continueranno ancora per qualche anno, la struttura architettonica stessa è ormai completata. La sagoma della basilica, a lungo circondata da gru, rivela finalmente la sua forma definitiva.

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Un simbolo di fede e generosità

Fin dalla posa della prima pietra nel 1882, la Sagrada Família è sopravvissuta a guerre, crisi economiche e pandemie. La sua sopravvivenza e il suo completamento sono visti da molti come un miracolo di perseveranza. Finanziata esclusivamente dalle donazioni dei fedeli e dalla vendita dei biglietti dei visitatori, incarna una fede costruita nel tempo, ben lontana dall’immediatezza della nostra epoca moderna.   Oggi, mentre la luce si riflette sulla croce monumentale, Barcellona non vede più la Sagrada Família solo come un cantiere infinito, ma come un faro per la cristianità. La chiesa più alta del mondo è finalmente in piedi, anche se ci vorrà senza dubbio del tempo prima che la pratica religiosa riacquisti tale slancio in Spagna e in tutta Europa.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Dall’officina della musica italiana alle arpe laser. Renovatio 21 intervista Maurizio Carelli

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Maurizio Carelli, musicista, progettista, tabarrista. Insegnante, compositore, inventore. Noto soprattutto per il suo progetto di arpa laser, di cui è uno degli unici produttori al mondo (forse ce ne sono altri due, ma non è chiaro), ha lunghi trascorsi nel retrobottega della musica italiana. Una carriera ricchissima.

 

Da quanto tempo persegui la costruzione dell’arpa laser?

Faccio il consulente dall’inizio degli anni Novanta e per buona parte degli anni Duemila, ho così portato avanti il progetto dell’arpa laser in quel periodo. Nel 2008 ho ultimato il primo prototipo.

 

Ci parli di questo progetto, così ambizioso e particolare? Ricordo che una prima arpa laser fu portata al grande pubblico dal musicista francese Jean-Michel Jarre qualche anno prima.

L’invenzione è di un artista francese che ebbi l’occasione di conoscere, che la brevettò all’inizio degli anni Ottanta. Jean-Michel Jarre penso che l’abbia vista e se la sia fatta costruire dai propri tecnici. In quegli anni non fu un’impresa facile, perché i materiali che la componevano non erano di facilissima reperibilità. Erano apparecchiature molto complesse, tubi di vetro, gas particolari… A me affascinò subito questo strumento quando lo vidi usare da Jarre, però era infattibile per me, perché quel tipo di tecnologia era assolutamente inarrivabile. Con l’avvento degli anni Duemila i cinesi hanno immesso sul mercato i primi diodi laser a stato solido che cambiarono completamente il mercato dei laser. Avendoli scoperti online, acquistai questo costosissimo diodo laser a stato solido per cercare di farmi un’arpa laser anch’io. È così che feci il primo prototipo. 

 

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È stata una scommessa che hai vinto visti anche i costi della tecnologia dell’epoca. Sei stato un coraggioso pioniere, sotto un certo punto di vista.

L’idea mi era venuta perché avevo visto questi puntatori laser tascabili che facevano una luce a breve distanza e andavano bene per far giocare il gatto sul pavimento di casa [ride]. Con quei puntatori non si riusciva a fare nulla e allora mi sono procurato sul mercato qualcosa di più potente. Quello che mi aveva però colpito, una volta fatto il primo prototipo che era rosso, non verde perché al tempo costava molto di più, mettendomi a suonarla mi sono chiesto: «come faccio a distinguere le toniche dalle diatoniche, i diesis dalle altre note?». Sulla tastiera del pianoforte uno è abituato a vedere i tasti neri e bianchi e invece con quest’arpa diventata tutto più complicato. La cosa che mi ha fatto divenire famoso in rete è che mi venne la brillante idea di fare le toniche verdi e le diatoniche rosse. Solo che ci volevano due laser con un costo decisamente maggiore. È nata così la prima arpa laser bicolore, che appena costruita è finita nel cassetto. Poi però un giorno arriva un amico, la vede, rimane a bocca aperta e mi dice: «Non puoi lasciare questo progetto nel cassetto, fai un sito internet e falla conoscere». Così feci. Ho ricevuto le prime richieste e ho iniziato a produrle e ancora oggi, su richiesta, le costruisco. In questi ultimi anni, complice anche il conflitto russo-ucraino, il mercato è un po’ calato. È vero che è uno strumento di nicchia, ma mi ha dato tante soddisfazioni. C’è tanta gente in giro per il mondo che ce l’ha. Questo mi fa enormemente piacere.

 

Leggevo che quando Jean-Michel Jarre le portava in scena aveva non pochi problemi durante l’esecuzione. Forse la tecnologia degli anni Ottanta non era così avanzata da rendere questo strumento fluido nel suonarlo. Avendola progettata e realizzata anni dopo hai riscontrato gli stessi problemi o l’hai resa più suonabile?

Soprattutto più stabile. Anzitutto ci sono due tipologie di arpa laser: ci sono quelle framed e quelle frameless. Le prime sono racchiuse in una cornice e hanno dei sensori in cima alla cornice dove i laser colpiscono sentendo l’interruzione del raggio e funzionano più o meno in tutte le condizioni climatiche. Hanno però lo svantaggio che uno deve andare in giro con tutta la cornice. Le altre, quelle frameless, si basano sul riflesso; si appoggia la mano sul laser e il riflesso del laser viene letto da un sensore. Ma qui casca l’asino, perché qualsiasi cosa faccia riflettere i raggi purtroppo può ingannare il sensore. Come per esempio il fumo che può riflettere la luce che al contempo però rende ben visibile l’arpa e scenicamente spettacolare. Per cui la dose di fumo che viene sparata sull’arpa deve essere calibrata bene, altrimenti si può inficiare la performance. Jarre forse è stato particolarmente sfortunato, perché nei video che ho visto in internet non ce n’è uno che non gli si impalli almeno una volta. In un suo show a Montecarlo andai appositamente per mostrargli il mio prodotto, ma lui non volle ricevermi. 

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I grandi artisti sono sempre molto strani.

Ho cercato di contattarlo più volte, ma non c’è mai stato verso. Diciamo che da un lato ci potrebbe essere anche questa spocchia tipica francese di guardarci dall’alto in basso. O magari semplicemente non voleva farmi pubblicità, come se fosse uno strumento che possono comprare milioni di persone. Invece mi avrebbe semplicemente fatto piacere regalargliene una.

 

Sarebbe stato bello vederlo suonare la tua arpa. 

Peccato. Nemmeno la sua agenzia mi ha mai risposto. Silenzio totale. 

 

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Passando a un altro aspetto del tuo lavoro, so che hai lavorato in uno dei principali e più importanti studi di registrazioni italiani, il Regson Studio di Milano, poi diventato Officine Meccaniche. Ci racconti in breve la storia di questo posto così leggendario dove hanno registrato tantissimi artisti italiani e internazionali?

È il più grande studio di registrazione di Milano. Avevano un salone di ripresa dove si poteva registrare l’orchestra. La gestione era di un certo Zanibelli che ebbe la fortuna in quegli anni di fare cose molto belle. Poi però Zanibelli muore verso la fine degli anni Ottanta e gli studi attraversano un momento di crisi. Vengono acquistati da un editore milanese estraneo a quel mondo, che non sapeva cosa farsene, così propose a me di gestirlo. Accettai e partii con questa nuova avventura. 

 

Che anno era quando subentri tu?

Io arrivo nel 1994/1995. Avevo un mio studio casalingo, ma mai avrei pensato di lavorarci in modo professionale. Ero un home producer. Adesso sono tutti home producer, ma al tempo ero una mosca bianca. Concordammo i dettagli economici e burocratici e iniziai questo lavoro assieme a un altro socio. Il salone dell’orchestra poteva contenere fino a ottanta elementi. Era un vecchio cinema adattato a studio, quindi gli spazi erano grandi. Apparecchiature di prima fascia anni Ottanta, tutt’oggi ancora molto ricercate. C’era inoltre una sala di ripresa che affittammo a Mauro Pagani. Avevamo anche altre tre sale dove facevamo i master dei vinili. Negli anni Novanta facevamo molti dischi di musica dance. Avevamo anche altre sale più piccole. 

 

La tua mansione qual era?

Gestivo i clienti, collaboravo con il fonico e mi occupavo io in toto delle produzioni minori. L’esperienza di Paolo Bocchi – il nostro fonico e socio che ci ha lasciato qualche anno fa – per me è stata fondamentale. Mi ha permesso di passare da amatore a professionista. Gli anni in Regson con lui sono stati per me una crescita professionale e umana enorme. Paolo si occupava delle produzioni più grandi e quelle con le orchestre, anche se quest’ultime in quegli anni stavano scomparendo. Gli anni Novanta sono stati una tragedia per la musica italiana.

 

Forse sono stati l’inizio della fine dell’industria discografica.

Le grandi produzioni erano sempre meno e le major internazionali si son comprate tutte le nostre etichette discografiche più importanti. In Italia avevamo etichette che andavano alla grande e tante piccole label dance che avevano fatto grande la nostra musica in tutto il mondo. Molte di queste erano gestite da persone di una certa età che alla fine gli è andata anche bene a venderle, perché si son presi qualche pacco di milioni di lire. Mi ricordo che il tizio della DiscoMagic, se non ricordo male, mi disse che aveva venduto tutto e si sarebbe trasferito in Brasile salutandoci tutti! La cosa che non mi spiego è il perché le grandi etichette italiane abbiano venduto. Perché svendere asset musicali così importanti? È vero anche che c’è stato un tracollo della musica in quanto i computer hanno preso il posto dei grandi studi. In casa oggi si possono fare cose di alto livello che potevo fare io nel mio studio negli anni Ottanta. Sono poi arrivati i suoni campionati e tutte le cose digitali che oggi conosciamo bene. Quel settore degli studi di registrazione è crollato. Troppe cose sono cambiate.

 

La dance prodotta in Italia negli anni Novanta aveva un respiro internazionale e ha creato hit tutt’oggi famose.

Noi abbiamo inciso tanti vinili dance in quegli anni facendo le lacche e le matrici da cui poi stampavano il disco. Venivano da noi molti dj che a volte si portavano direttamente la matrice in discoteca, la mettevano sul giradischi e suonavano quella [ride]! Non era sempre facile fare questi dischi, perché molti di questi brani erano una dance un po’ estrema, che sinceramente facevo fatica ad ascoltare, avevano delle sonorità un po’ fastidiose a mio giudizio. Molto più interessante il pop-rock con i grandi artisti e le grandi etichette che sono passate da noi. 

 

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Nel vostro studio Fabrizio De André ha registrato il suo ultimo album di inediti, Anime salve uscito nel 1996. 

Abbiamo seguito le session di Anime salve, perché abbiamo registrato le orchestre dirette da Piero Milesi. Ero lì tutti i giorni, perché per registrare un’orchestra di quaranta o cinquanta elementi bisognava essere in due o tre persone a lavorare. Eravamo sempre in studio con Fabrizio e Piero. Ricordo che Fabrizio si era portato un altro tecnico che curava non le registrazioni, ma i suoni e l’equalizzazione. Quello è stato un bel periodo. Lavorammo a quel progetto per circa un mese. Un gran bel lavoro che mi ha dato l’opportunità di conoscere una persona particolare quale era Fabrizio De André e di apprezzarne, attraverso le nostre conversazioni nei momenti di pausa, la grande cultura, veramente smisurata. Lui sapeva tutto di tutto. Arrivava in studio portandosi dei libri. Leggeva qualche pagina, faceva delle sottolineature e poi riprendeva ad ascoltare le registrazioni.

 

Quando registravate le parti dell’orchestra De André dirigeva, correggeva, diceva la sua opinione o delegava tutto ai suoi collaboratori?

I musicisti si attenevano scrupolosamente alle partiture di Piero Milesi. Dureante le session Paolo disse: «Piero, che bello questo passaggio!». «Guarda che non l’ho mica scritto io. L’ha scritto lui», indicando Fabrizio. Mi sorprese questa cosa, non pensavo che Fabrizio seguisse tutto quanto, compreso le parti orchestrali. Seguiva tutti i dettagli e a quanto pare anche gli arrangiamenti. Lui venne in studio con i nastri in cui c’era registrata una bozza d’arrangiamento con la sua voce cantata, però ci era fatto divieto di ascoltare la traccia di cantato. Quella pista non andava mai alzata. Il suo fonico mise del nastro adesivo sul fader – il controllo del volume del mixer della sua voce – perché non doveva essere assolutamente alzata. Quando loro non c’erano, neanche per semplice curiosità abbiamo osato toccare quel volume. Eravamo curiosi di conoscere queste canzoni inedite che sarebbero finite del disco, ma quel fader non si poteva toccare [ride]! Nonostante fossi il titolare dello studio, non mi sono azzardato. La professionalità è anche questa. Quando uscì il disco, ho riconosciuto tutte le parti orchestrali che avevo sentito e devo dire che erano venute veramente bene. I fonici fecero un lavoro di grande spessore. Un bel suono caldo. D’altro canto Paolo Bocchi era un assoluto maestro per registrare le orchestre. 

 

Avete anche lavorato al seguente album live De André in concerto. Ci racconti se quel disco live è stato post prodotto, come spesso accade per i dischi dal vivo?

Nei dischi dal vivo le parti che non si sentono bene vengono risuonate. Quando sei dal vivo è facile stonare e allora può essere che lo stesso cantante debba ricantare alcune parti. Oggi c’è l’autotune e correggono tutto in diretta. Ci possono essere state delle parti ad esempio di violino, che possono essere state aggiunte in post-produzione. Tutte procedure di miglioria. Un live è sempre un prodotto grezzo. C’è sempre un lavoro di post produzione. Nello specifico quell’album fu curato da Mauro Pagani nello studio adiacente al nostro. Ci lavorarono per una trentina di giorni e percepivo parecchia tensione per quel lavoro, essendo loro nel locale attaccato al mio. Non ci fu un grande edit, ma essendoci tante canzoni impiegarono molto tempo

 

Al tempo gli artisti potevano permettersi di affittare uno studio per più giorni, a differenza di oggi che è tutto molto più compattato, giusto?

Quando vennero gli Elio e le storie tese il discografico voleva fare economia e quindi comprimevano i tempi al massimo. A volte si lavorava dalle nove di mattina fino a quasi mezzanotte per non fare più di tre giorni. Tutto dipendeva da quanti soldi aveva la produzione chiaramente. Fabrizio De André aveva un budget di un certo tipo, le orchestre della Rai avevano un budget di un certo tipo, le colonne sonore avevano budget piuttosto importanti. Qualcuno si poteva permettere di tenere l’orchestra in studio per tre o quattro giorni. Mi ricordo che le orchestre ai tempi costavano venti o venticinque milioni di lire al giorno. Se la tenevi lì tre giorni era una bella spesa! [ride] Se non c’erano soldi in mezza giornata dovevano registrare e andar via. Quasi sempre ospitavamo l’Orchestra dei Navigli, i discografici chiamavano quasi sempre loro, perché erano abituati a fare i turni in studio. 

 

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Hai lavorato anche con Elio e le storie tese?

Si, ma non registrarono dischi. Siccome avevamo quella sala molto grande che ti dicevo, ci facevano le riprese video per dei loro sketch che sarebbero stati trasmessi in televisione. Erano dei professionisti incredibili. Arrivavano col copione già scritto, si appuntavano delle cose che volevano modificare, ma avevano già le idee chiare. Una volta si vestirono da personaggi di Star Trek. In seguito ho avuto anche l’occasione di frequentarli abbastanza bene. Erano simpaticissimi. Se me lo consenti, li definirei delle macchine per «sparare cazzate» [ride]! Uno spasso! Quando, tra le tante, ce n’era una particolarmente divertente, tiravano fuori il taccuino e se la segnavano. Erano attenti a ogni dettaglio. Mi ricordo che un giorno arrivarono dei camion allo studio e scaricano una quarantina di balle di fieno. Nella sala c’era fieno ovunque, perché serviva come scenografia per una loro gag. Ci abbiamo messo due giorni per ripulire tutto! Pazzesco! 

 

Da voi passò anche Franco Battiato.

Registrò il disco Gommalacca [1998, ndr] nello studio di Mauro Pagani. C’era un giovane Morgan a suonare in quell’album ed era un personaggio già al limite al tempo, ma a me stava simpatico. Un musicista fenomenale. Battiato a volte veniva lì da me ad ascoltare delle cose che gli servivano da ispirazione. Ascoltava spesso Maria Callas. Andava in visibilio nel sentirla e io ero lì con lui a godere di quei momenti musicali. Franco Battiato era molto simpatico, non gli mancava mai la battuta. 

 

Visto che hai citato Morgan, credo che anche i Bluvertigo siano passati da voi.

Erano lì un giorno sì e un giorno no, perché li produceva Pagani. Con Morgan sentivamo spesso i loro lavori. A me loro piacevano molto. Morgan era l’anima artistica del gruppo. Sono passati tanti cantautori. Ho piacere a ricordare Pierangelo Bertoli, perché un suo disco lo registrati tutto io [Angoli di vita, ndr]. C’erano delle belle canzoni. Era uno dei suoi ultimissimi lavori. 

 

Nel vostro studio rimasterizzavate dischi già editi? La rimasterizzazione è una pratica che dagli anni Novanta in poi ha sempre preso più piede.

Il processo di rimasterizzazione e di adattamento di un disco già fatto era una pratica che il mio fonico Paolo Bocchi deprecava. I dischi rimasterizzati suonavano più forte, ma ogni cosa ha un prezzo. Se in studio era stato fatto un lavoro di missaggio che cercasse di garantire una certa dinamica per dare respiro al suono, poi sparandoci dentro una serie di compressori potentissimi, il tutto cambiava notevolmente. Suonando più forte si perde quel senso dinamico che aveva in origine. Visto che Paolo era contrario a questi processi di rimasterizzazione, noi non avevamo le attrezzature per farlo. Se un cliente ce lo chiedeva andavamo a farlo in un altro studio. Ogni epoca ha la sua moda. Oggi si fa ancora, ma con dei mezzi tecnici però molto migliori rispetto a diversi anni fa. 

 

Anche Adriano Celentano è passato per i Regson studio o mi sbaglio?

Si, ma prima che arrivassi io. Lui lavorò molto con Paolo Bocchi. Paolo mi diceva che Adriano era un po’ stonato. 

 

Quanto costava in quegli anni noleggiare il vostro studio per un incidere un disco?

Sai che non me lo ricordo. Una volta venne un produttore – fu il primo o il secondo cliente che ebbi dopo che lo presi in gestione – e per la registrazione, che durò un paio di giorni, mi doveva trecento mila lire. Mi fece un assegno post datato al 2005, ed eravamo nel 1994! Il nastro registrato era sul tavolo, vidi questo assegno e gli dissi: «Maestro mi deve scusare, ma la data è sbagliata». «Uh Madonna! Ho finito gli assegni. Passo domani dai». «Passi pure quando vuole», ma intanto rimisi la bobina del nastro nel cassetto! Dopo qualche giorno pagò e poi siamo diventati amici e collaborammo molte volte insieme, ma ha sempre pagato subito però [ride]!

 

Ricordi qualche altro musicista con cui hai collaborato?

Con Pino Scotto abbiamo fatto due album. Li abbiamo anche prodotti. Lui veniva sempre accompagnato da musicisti strepitosi. Era un vero rocker, un personaggio pazzesco! Giorni fa mi ha mandato la locandina del suo prossimo tour. Ancora suona in giro e alla grande! Una forza della natura.

 

Come sai il nostro direttore, Roberto Dal Bosco, è il promotore di iniziative legato al tabarro, quest’indumento storico e molto bello. So che sei un grande appassionato.

Il tabarro l’ho ereditato da un grande attore di Lodi, Carlo Rivolta. Eravamo amici di famiglia e la vedova mi regalò il suo tabarro. È stato uno dei regali più belli che mi abbiano fatto in vita mia, perché quando indossi un tabarro e vai in giro, le cose cambiano e sembra che il mondo sia diverso. Ne ho regalato uno anche a mia moglie. È una vera passione. Mi piace partecipare ai raduni e vedo che sono sempre più partecipati!

 

Grazie, Maurizio.

Grazie a voi!

 

Francesco Rondolini

 

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L’Ucraina metterà al bando la letteratura russa: parla il ministro della Cultura di Kiev

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Le autorità ucraine stanno preparando un progetto di legge volto a rimuovere dalla circolazione tutti i libri in russo e di autori russi, come dichiarato dal ministro della Cultura ucraino Tatyana Berezhnaya in un’intervista rilasciata a Interfax-Ucraina e pubblicata giovedì scorso.   Mosca ha più volte indicato nelle politiche discriminatorie di Kiev nei confronti della minoranza russa etnica, nonché nella repressione della lingua e della cultura russa, alcune delle cause profonde del conflitto in corso.   Secondo la Berezhnaya, l’autorità ucraina per i media (in particolare il Comitato statale per la televisione e la radio) sta elaborando un disegno di legge per vietare i libri russi, con il sostegno del suo ministero. Non ha chiarito se la misura si limiterà alla rimozione dai punti vendita o includerà anche la confisca da collezioni private o biblioteche.   Già nel 2016, sotto la presidenza di Petro Poroshenko – il predecessore di Volodymyr Zelens’kyj uscito dal golpe di Maidan del 2014 –, era stata vietata l’importazione di libri dalla Russia e dalla Bielorussia, ben prima dell’escalation del conflitto nel 2022. Da allora, Kiev ha progressivamente eliminato la letteratura russa dai programmi scolastici statali e ha accelerato la rimozione di monumenti, memoriali e iscrizioni legate alla storia russa o sovietica.

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Inoltre, sono state introdotte restrizioni severe sull’uso della lingua russa nella sfera pubblica, nei media e in ambito professionale. Nonostante ciò, il russo resta la lingua madre o principale per una parte significativa della popolazione ucraina, specialmente nelle grandi città e nelle regioni orientali.   A dicembre, il parlamento ucraino ha revocato la protezione della lingua russa prevista dalla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie. In quell’occasione, la Berezhnaya aveva affermato che la decisione avrebbe «rafforzato l’ucraino» come lingua di Stato.   Mosca ha sottolineato che tali misure repressive sono state largamente ignorate dai sostenitori occidentali di Kiev. «I diritti umani, che l’Occidente proclama inviolabili, devono valere per tutti. In Ucraina assistiamo al divieto totale della lingua russa in ogni ambito della vita pubblica e alla messa al bando della Chiesa ortodossa ucraina canonica», ha dichiarato mercoledì il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, criticando l’Unione Europea e la Gran Bretagna per non aver affrontato la questione nelle loro proposte di pace.   Il destino della cancellazione culturale per motivi geopolitici è inflitto anche allo storico balletto Lo Schiaccianoci del compositore Pëtr Il’ič Tchaikovskij, un grande classico internazionale per le famiglie che vanno a teatro prima di Natale.   Come riportato da Renovatio 21, la campagna dell’Ucraina contro la musica russa in tutto il mondo coinvolge anche cantanti di altissimo livello, come il soprano Anna Netrebko, la cui presenza è stata contestata in varie città europee.   Il livello più grottesco è stato forse toccato all’inizio del 2024, quando la direttrice Keri-Lynn Wilson, moglie del direttore generale del Metropolitan Opera di Nuova York Peter Gelb, ha annunciato che la sua «Ukrainian Freedom Orchestra» avrebbe modificato la famosa nona sinfonia di Beethoven (conosciuta anche come An die Freudecioè Inno alla gioia) sostituendo nel testo la parola «Freude» con «Slava». «Slava ukraini» o «Gloria all’Ucraina» era il famigerato canto delle coorti ucraine di Hitler guidate dal collaborazionista Stepan Bandera durante la Seconda Guerra Mondiale. Da allora è stato conservato come canto di segnalazione dalle successive generazioni di seguaci di Bandera, i cosiddetti «nazionalisti integrali», chiamati più semplicemente da alcuni neonazisti ucraini o ucronazisti.   Vi è poi stata la vicenda dell’artista australiano Peter Seaton, costretto a cancellare un suo grande murale soprannominato «Peace Before Pieces», che mostrava un soldato russo e uno ucraino che si abbracciano, dopo le pressioni della comunità ucraina locale e dell’ambasciatore in Australia che aveva bollato il lavoro come «offensivo».   Come riportato da Renovatio 21la censura ucraina si è vista anche in Italia: è il caso del Teatro Comunale di Lonigo, dove due anni fa, dopo lo scoppio della guerra ucraina, doveva andare in scena Il lago dei cigni, altro capolavoro di Tchaikovskij.   La furia censoria ucraina ha pure spinto le piattaforme di streaming ad eliminare gli episodi della quarta stagione di Game of Thrones (in italiano noto come Il trono di spade) che includono l’attore russo Yurij Kolokolnikov, la cui fama internazionale è cresciuta negli ultimi anni.  

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Immagine di I, Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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