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Geopolitica

Il Qatar, i Fratelli Mussulmani, Hamas e Israele

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Diversamente da come viene presentato, nella vicenda degli ostaggi dell’operazione Diluvio di Al-Aqsa il Qatar non è un negoziatore al di sopra delle parti. Una cantonata della ministra qatariota Lolwah Al-Khater, a Tel Aviv per partecipare alle trattative, dimostra al contrario che Doha esercita un’autorità su Hamas. I nuovi membri del gabinetto di guerra israeliano hanno scoperto con sconcerto che il Qatar ha partecipato al complotto di Benjamin Netanyahu per preparare l’attacco a Israele del 7 ottobre 2023.

 

Lolwah Al-Khater, ministra qatariota per la Cooperazione internazionale, il 25 novembre 2023 si è recata a Tel Aviv: è stata la prima visita di un rappresentante ufficiale del Qatar in Israele. La ministra è stata ricevuta dal gabinetto di guerra allo scopo di superare i problemi legati all’applicazione dell’accordo sullo scambio di ostaggi; successivamente si è recata a Gaza.

 

Avvezza a discutere con David Barnea, direttore del Mossad, Lolwah Al-Khater sembra non essersi resa conto che del gabinetto di guerra fanno parte non soltanto i fedelissimi di Benjamin Netanyahu; così, per guadagnare tempo, è caduta nell’errore di prendere decisioni in nome di Hamas, senza consultarlo.

 

I membri dell’opposizione del gabinetto di emergenza presenti alla riunione sono rimasti scioccati nel vedere la ministra qatariota abbandonare il ruolo di mediatrice, lasciando intravvedere l’autorità che il Qatar esercita su Hamas, branca palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani.

 

Al termine della riunione, Joshua Zarka, vicedirettore generale degli Affari strategici del ministero degli Esteri israeliano, ha dichiarato che Israele «farà i conti con il Qatar» non appena questi avrà terminato il ruolo di mediatore. Infatti, se Doha può dare ordini ad Hamas, non può più nascondere la propria responsabilità nell’attacco del 7 ottobre. Il Qatar non solo non è un mediatore, è soprattutto un nemico degli israeliani.

 

Esaminiamo brevemente l’identità del Qatar.

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Il Qatar e gli Stati Uniti

Il Qatar acquisisce l’indipendenza dall’impero britannico soltanto nel 1971. Il primo emiro qatariota, Khalifa bin Hamad Al Thani, si volge alla Francia. Imposta lo sviluppo del Paese diffidando dei facili introiti degli idrocarburi. Ma nel 1995 viene rovesciato dal figlio, Hamad bin Khalifa Al Thani. Il nuovo emiro conclude accordi sul gas, nonché sul petrolio, principalmente con società anglosassoni Exxon Mobil, Chevron Philips, Schell, Centrica, con la francese Total, con le cinesi China National Offshore Oil, CNOOC, Petrocina, poi con società indiane, sudcoreane e giapponesi. Il denaro corre a fiumi.

 

Nel 1996, nello slancio degli Accordi di Oslo, il Qatar, insieme agli ebrei franco-canadesi David e Jean Frydman, amici di Yitzhak Rabin e di Yasser Arafat, fonda una televisione panaraba per mettere a confronto i punti di vista degli arabi e degli israeliani: Al Jazeera. Il successo è immediato. Ma Al Jazeera, intellettualmente partecipe del movimento per la pace in Israele, durante le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq diviene la bestia nera degli Stati Uniti.

 

Nel 2002 gli Stati Uniti concludono un accordo militare con il Qatar e istallano il quartier generale del comando delle loro truppe in Medio Oriente, il CentCom, nella gigantesca base di Al-Udeid, dove sono acquartierati 11.000 soldati e un centinaio di aerei; conseguentemente ritirano i propri uomini dall’Arabia Saudita.

 

Il Pentagono si premura di ricordare ai qatarioti che non hanno abbastanza forza per sfidarlo. Un mattino l’emiro è svegliato in camera da letto dalle Forze speciali: un ufficiale statunitense gli garantisce che sono lì per proteggerlo da un immaginario colpo di Stato. L’emiro capisce l’antifona e da questo momento si allinea alle esigenze dei suoi protettori.

 

Nel 2005 l’azionariato di Al Jazeera vacilla per il boicottaggio degli inserzionisti sauditi. I fratelli Frydman si ritirano. La rete televisiva è completamente riformattata dalla società di consulenza JTrack; alla sua guida viene messo il Fratello palestinese Wadah Khanfar (1), che progressivamente censura ogni critica all’«imperialismo americano”»al punto da rimuovere alcune immagini dei crimini statunitensi in Iraq. Diversi giornalisti di Al Jazeera vengono uccisi dalle forze statunitensi, un collaboratore è fatto prigioniero e torturato a Guantanamo.

 

La televisione diventa l’emittente delle potenze anglosassoni e dà voce all’islamismo sunnita. Nel 2009 Wadah Khafar visita gli Stati Uniti e viene ricevuto dai massimi esponenti delle élite dirigenziali.

 

Nel 2008 l’emiro impone in Libano, in violazione della Costituzione, un nuovo presidente al posto di quello uscente.

 

Nel 2011 il proprietario di JTrack, il Fratello Mahmoud Jibril, diventa improvvisamente il leader della contestazione del regime, di cui tuttavia era ministro. Il Fratello palestinese Wadah Khanfar lascia Al Jazeera per presiedere un think tank turco, Al Sharq Forum.

 

Il primo ministro qatariota, sceicco Hamad bin Jassem bin Jaber Al Thani, prende le redini della televisione, che si mette immediatamente al servizio della NATO, di cui diviene il principale strumento di propaganda nel modo arabo.

 

La rete inizia a divulgare una visione di parte dei conflitti in Libia e Siria, trasformandosi in televisione della Confraternita dei Fratelli Mussulmani. L’imam Youssef al-Qaradawi ne diventa il predicatore ufficiale: spiega ai telespettatori che Maometto sarebbe senza dubbio schierato a fianco della NATO.

 

Il Qatar diventa il principale mezzano del Medio Oriente. Negozia accordi di pace tra arabi ovunque glielo ordinino gli Stati Uniti: in Sahara occidentale, tra le fazioni palestinesi, in Darfur, in Eritrea e nello Yemen. Ma usa il proprio potere anche per rinfocolare guerre.

 

Nel 2012 dà due miliardi di dollari al Sudan del Fratello Omar al-Bashir perché richiami il proprio inviato speciale, generale Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi (2). Quest’ultimo — fin qui unanimemente apprezzato, in particolare per il ruolo di pacificatore in Darfur — era stato nominato presidente della Missione internazionale della Lega Araba in Siria dove, insieme ai suoi collaboratori, poteva accedere a qualunque sito ritenesse necessario. Nel rapporto preliminare il generale formulava la convinzione che i media occidentali mentivano e che in Siria non c’era rivoluzione.

 

Nel 2013 l’emiro abdica a favore del figlio, Tamim bin Hamad Al Thani.

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La «crisi del Golfo»

Da giugno 2017 a gennaio 2021 l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti attuano un blocco del Qatar, paralizzando il Consiglio di cooperazione del Golfo. Questa guerra fredda è stata mal interpretata. Secondo il Financial Times sarebbe legata a un’oscura vicenda di pagamento di riscatto; secondo altri, sarebbe conseguenza di una dichiarazione dell’emiro qatariota, sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, favorevole all’uso politico dell’islam da parte sia della Confraternita dei Fratelli Mussulmani sia dell’Iran.

 

In realtà il presidente della Repubblica araba d’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, riesce a procurarsi documenti della società segreta che ha governato l’Egitto per un anno: la Confraternita dei Fratelli Mussulmani, di cui, in quanto ex direttore dell’Intelligence militare, ha una conoscenza approfondita. Dopo il discorso a Riyad del presidente statunitense Donald Trump contro il terrorismo dei Fratelli Mussulmani (21 maggio 2017) capisce come può usare queste prove: le trasmette al sovrano saudita, sperando di ottenerne l’appoggio nella lotta contro i Fratelli. Le prove riguardano un complotto della Confraternita e del Qatar per rovesciare il re d’Arabia, Salman bin Abdelaziz al Saud.

 

Per il re e suo figlio è un trauma: non solo la Confraternita, che il regno ha vezzeggiato per anni, assegnandole un budget militare superiore a quello delle proprie forze armate, si permette di sostenere Daesh, ma minaccia il monarca.

 

Il 5 giugno 2017 Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein, seguiti dal governo yemenita d’Abdrabbo Mansour Hadi, dal governo libico di Tobruk, poi da Mauritania, Maldive e Comore rompono le relazioni diplomatiche con il Qatar. Questi Paesi chiudono le frontiere terrestri, aeree e marittime all’emirato, soffocandolo improvvisamente.

 

Il presidente statunitense Donald Trump si schiera e accusa il Qatar di finanziare «l’estremismo religioso». L’emirato è sostenuto da Turchia, Marocco, Hamas, Iran e Germania, dove la Guida nazionale della Confraternita, Ibrahim el-Zayat, ha entrature al ministero degli Esteri. Niger e Ciad sostengono invece l’Arabia Saudita.

 

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein rivolgono al Qatar un ultimatum in 13 punti (3): deve rompere con l’islam politico e con i Paesi che lo sostengono, la Turchia e l’Iran.

 

La crisi si risolve solo con il tentativo del presidente statunitense Donald Trump di riconciliare i Paesi arabi tra loro e con Israele: organizza il riavvicinamento di Marocco e Israele, poi quello dei Paesi della crisi del Golfo. La polemica sull’islam politico viene accantonata.

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L’Emirato del Qatar e la Confraternita dei Fratelli Mussulmani

La Confraternita (Ikwan) persegue il fine proclamato alla fine della prima guerra mondiale dal suo fondatore, l’egiziano Hassan El-Banna: ripristinare il Califfato (4).

 

In una lettera al primo ministro egiziano dell’epoca egli descrive tre obiettivi: «la riforma della legislazione e l’unificazione di tutti i tribunali sotto la sharia; il reclutamento all’interno delle forze armate attraverso un servizio di volontario sotto la bandiera della jihad; la connessione tra i Paesi mussulmani e la preparazione della restaurazione del Califfato, in applicazione dell’unità che esige l’islam».

 

L’Ikwan è una società segreta organizzata sul modello della Grande Loggia Unita d’Inghilterra. Se ne conoscono le azioni solo attraverso testimonianze di ex membri o documenti su cui si mettono le mani quando è sconfitta.

 

Sin dalle origini la Confraternita si dota di milizie parallele, con il compito di uccidere gli oppositori; si sviluppa dapprima in Egitto, poi in tutto il mondo arabo nonché in Pakistan. Il Regno Unito e gli Stati Uniti si avvalgono presto di suoi esponenti politici come il Fratello Muhammad Zia-ul-Haq in Pakistan, o il Fratello Mahmoud Jibril in Libia e delle sue milizie, come Al Qaeda, Daesh o la Lega di protezione della rivoluzione tunisina.

 

Appena istallato alla Casa Bianca, il presidente Barak Obama fa entrare un membro della Confraternita, Mehdi K. Alhassani, nel Consiglio nazionale per la Sicurezza, allo scopo di stabilire un legame permanente con essa (5).

 

Quando gli Stati Uniti danno il via all’episodio siriano della «Guerra senza fine», chiedono ad Hamas di spostare la cellula di Damasco a Doha. Quando nel 2014 l’Arabia Saudita rompe definitivamente con i Fratelli, il Qatar volontariamente la sostituisce. Pur senza i mezzi del potente vicino, l’emirato alimenta le finanze di Hamas, con l’approvazione degli Stati Uniti. Nel 2018 il Qatar si fa carico degli stipendi dei funzionari di Hamas a Gaza. Con il consenso di Benjamin Netanyahu, l’ambasciatore qatariota si reca a Gaza con valige piene di dollari: 15 milioni in banconote di piccolo taglio. L’operazione si ripeterà ogni mese.

 

Nel 2022 il presidente statunitense Joe Biden, innalza il Qatar a rango di primo alleato al di fuori della NATO, onore concesso a una decina di Paesi in tutto il mondo.

 

Il madornale errore di Lolwah Al-Khater dimostra che il Qatar è ben più di questo: esercita la propria autorità sulla strategia politica e militare di Hamas.

 

Thierry Meyssan

 

NOTE

1) «Wadah Khanfar, al-Jazeera e il trionfo della propaganda televisiva», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 24 settembre 2011.

3) «Les 13 points de l’ultimatum saoudien au Qatar», Réseau Voltaire, 23 giugno 2017.

4) «I Fratelli Mussulmani in quanto assassini», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Alice Zanzottera, Rete Voltaire, 21 giugno 2019.

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «Il Qatar, i Fratelli Mussulmani, Hamas e Israele», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 5 dicembre 2023.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Geopolitica

Trump minaccia di sequestrare i beni iraniani

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di sequestrare i beni iraniani congelati per coprire «ogni tipo di danno» a navi e merci danneggiate a causa del conflitto in Medio Oriente. L’Iran ha reagito con forza, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avvertito che tale mossa crea un «precedente incendiario» che potrebbe avere ripercussioni a livello globale.   Giovedì Trump ha usato il social network Truth Social per avvertire che «da questo momento in poi, qualsiasi danno arrecato a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad essi correlata, sarà risarcito con denaro iraniano in possesso e sotto il controllo degli Stati Uniti».   Il presidente americano ha aggiunto che «questi danni potrebbero essere molto ingenti», definendola «la cosa giusta ed equa da fare».

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Le dichiarazioni sono giunte poche ore dopo che i ribelli Houthi dello Yemen, un gruppo con forti legami con l’Iran, hanno rivendicato l’attacco a due petroliere saudite nel Mar Rosso. Gli Stati Uniti hanno anche accusato l’Iran di aver preso di mira navi nello Stretto di Hormuz, mentre Teheran ha insistito sul fatto che tutte le navi di passaggio debbano rispettare le normative imposte.   In un precedente post, Trump aveva avvertito Teheran che avrebbe subito «gravi punizioni militari» per gli attacchi degli Houthi, definendo il gruppo yemenita un «surrogato e/o un agente dell’Iran». Aveva affermato che l’America aveva agito «con grande fermezza» contro gli Houthi un anno prima e aveva espresso delusione per il fatto che il gruppo stesse «ricominciando le ostilità» dopo aver agito «professionalmente» durante il conflitto con l’Iran.   L’Araghchi ha respinto l’ultimatum di Trump, definendolo una pericolosa deviazione dalle norme internazionali. «Confiscare i beni di un’altra nazione per pagare future rivendicazioni non correlate è un precedente incendiario», ha scritto su X, aggiungendo che «una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro» e che «il caos che ne consegue non sarà né piacevole né pacifico».   Trump non ha specificato quali fondi congelati sarebbero stati sbloccati né in base a quale autorità legale. Gli Stati Uniti detengono circa 2 miliardi di dollari in beni iraniani congelati, con altri miliardi sospesi in paesi come Iraq, Qatar, Giappone e Lussemburgo. Il destino di alcuni di questi fondi, congelati principalmente dagli Stati Uniti, è stato discusso durante i colloqui tra Washington e Teheran, interrotti all’inizio di questo mese.  

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Geopolitica

La Casa Bianca: l’accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita dipende dal riconoscimento di Israele

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Un patto nucleare storico tra Stati Uniti e Arabia Saudita potrà essere concluso soltanto a condizione che Riad aderisca agli Accordi di Abramo e avvii relazioni diplomatiche con Israele, ha reso noto giovedì la Casa Bianca. L’intesa contempla l’impiego di tecnologia e know-how americani per supportare il Regno nello sviluppo di un programma nucleare a uso civile.

 

Il chiarimento ha rappresentato un mutamento rilevante rispetto alla comunicazione di mercoledì, che non conteneva alcun riferimento pubblico a un eventuale nesso tra l’accordo e la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Riad ha reiterato a più riprese che non riconoscerà Israele in assenza di progressi verso la costituzione di uno Stato palestinese.

 

«Questo accordo è subordinato a questa condizione, per quanto riguarda il presidente, quindi continueremo a dialogare con le nostre controparti saudite per finalizzare l’accordo e, si spera, vederli aderire agli Accordi di Abramo molto presto», ha dichiarato ai giornalisti la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.

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Gli Accordi di Abramo consistono in una serie di intese mediate dagli Stati Uniti e avviate durante il primo mandato del presidente Donald Trump, con le quali sono state instaurate relazioni diplomatiche tra Israele e diversi Stati arabi. Attualmente tra i firmatari figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan.

 

Secondo i termini dell’accordo, l’Arabia Saudita realizzerebbe reattori nucleari basati su tecnologia statunitense nell’ambito del proprio programma energetico civile. Tuttavia, stando a quanto riportato, l’intesa non impone a Riad l’adozione del Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che autorizza ispezioni più approfondite finalizzate a individuare attività nucleari non dichiarate.

 

Tale omissione ha generato allarme tra gli esperti di non proliferazione e i legislatori di Washington, i quali mettono in guardia dal rischio che l’Arabia Saudita possa liberamente arricchire l’uranio, una capacità potenzialmente utilizzabile in futuro per la produzione di armi nucleari e in grado di innescare una corsa agli armamenti a livello regionale. Il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva in passato dichiarato che l’Arabia Saudita avrebbe perseguito l’acquisizione di armi nucleari qualora l’Iran le avesse ottenute.

 

L’accordo, destinato a costituire il fondamento di un programma di energia nucleare multimiliardario che coinvolge imprese statunitensi, dovrà ancora essere sottoposto all’esame del Congresso prima di poter entrare in vigore.

 

Le possibilità che Riad entrasse negli Accordi di Abramo sembravano sfumate negli anni scorsi, quando il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dinanzi alla catastrofe gazana, aveva dichiarato che non potrà esserci alcuna normalizzazione delle relazioni tra Regno Saudita e Stato Ebraico senza la creazione di uno Stato palestinese indipendente. I piani per l’accordo di pace erano quindi stati sospesi.

 

Mesi prima, all’altezza di un attacco di rappresaglia della Repubblica Islamica dell’Iran contro lo Stato Ebraico, si disse che alcuni droni iraniani diretti contro Israele furono abbattuti dai sauditi.

 

Come riportato da Renovatio 21, cinque anni fa si parlava di colloqui segreti tra il principe saudita Mohammed bin Salman e Netanyahu. Pochi mesi fa, dopo l’inizio della guerra di Gaza, l’Arabia Saudita ha dichiarato che ogni piano di accordo con Israele è sospeso.

 

Come riportato da Renovatio 21, secondo un sondaggio del 2024 il 96% dei sauditi si opponeva ai legami con Israele, mentre Hamas nel Regno cresceva in popolarità. L’indagine ha inoltre rilevato che l’87% dei sauditi riteneva che «Israele è così debole e diviso al suo interno che un giorno potrà essere sconfitto».

 

Al contempo, va ricordata la dichiarazione a Fox News del 2023 del principe Salmano per cui l’Arabia Saudita si doterà di armi atomiche se lo farà l’Iran.

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Geopolitica

Esiti dell’incontro Lavrov-Rubio

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Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato americano Marco Rubio si sono incontrati giovedì a margine del vertice ASEAN a Manila, nelle Filippine.   I due diplomatici non hanno rilasciato dichiarazioni né risposto alle domande dei giornalisti prima o dopo il colloquio, durato circa 35 minuti a causa dei tempi ristretti. Si è trattato del loro primo faccia a faccia dal settembre 2025.   La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato al termine dell’incontro che i colloqui si sono concentrati sulle relazioni bilaterali e sulle principali questioni internazionali, tra cui il conflitto in Ucraina e la situazione nel Golfo Persico.   Durante la discussione sulla crisi ucraina, ha spiegato che Lavrov ha informato Rubio sulla «reale situazione» lungo la linea del fronte, ha messo in guardia contro ulteriori forniture di armi a Kiev e ha accusato i paesi europei di perseguire una politica destabilizzante volta a infliggere una «sconfitta strategica» alla Russia.

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Lavrov ha inoltre ribadito la disponibilità di Mosca a una soluzione diplomatica e il suo impegno nei confronti delle proposte statunitensi accettate dal presidente Vladimir Putin al vertice di Anchorage, in Alaska, lo scorso anno.   La Zakharova ha aggiunto che i due diplomatici hanno accolto con favore la ripresa dei contatti a pieno titolo tra l’agenzia spaziale statale russa Roscosmos e la NASA e hanno sostenuto l’ampliamento degli scambi parlamentari e culturali. Hanno discusso del miglioramento delle condizioni per le missioni diplomatiche russe e statunitensi e hanno concordato di mantenere i contatti tra i rispettivi ministeri degli esteri, anche attraverso organizzazioni internazionali.   Parlando con i giornalisti dopo l’incontro, Rubio ha descritto i colloqui come una conversazione «positiva» e «franca», e ha affermato che gli Stati Uniti restano pronti a «svolgere un ruolo costruttivo per porre fine a una guerra insensata».   Tuttavia, ha osservato che le proposte di Anchorage, citate dalla parte russa, non erano più praticabili perché Kiev le aveva respinte e che un accordo di pace avrebbe potuto funzionare solo se entrambe le parti lo avessero accettato.   Il segretario di Stato USA dichiarato che qualsiasi eventuale accordo richiederebbe quindi «nuove idee e nuovi concetti», aggiungendo che Washington resta pronta a presentare nuove proposte e a svolgere un ruolo costruttivo se le circostanze lo consentiranno.   Il Cremlino, dal canto suo, ha messo in guardia dal dare troppa importanza all’incontro. Il portavoce Demetrio Peskov ha affermato che i contatti in corso sono «positivi», ma non costituiscono ancora un «nuovo slancio» o un’accelerazione dei colloqui, aggiungendo che Mosca rimane in dialogo con Washington attraverso i canali esistenti e spera che i colloqui faccia a faccia possano riprendere non appena i negoziatori statunitensi saranno in grado di recarsi nella capitale russa.   La Zakharova aveva precedentemente osservato che l’incontro era stato richiesto dalla parte americana. L’iniziativa era stata ampiamente interpretata come un tentativo da parte di Rubio di rilanciare i negoziati di pace per il conflitto tra Russia e Ucraina, che il presidente Donald Trump ha cercato di mediare da quando è tornato alla Casa Bianca all’inizio dello scorso anno.   Sebbene inizialmente promettenti, i colloqui non hanno finora prodotto alcun risultato significativo e si sono sostanzialmente bloccati da quando gli Stati Uniti sono stati coinvolti nella guerra in Medio Oriente.   Mosca ha elogiato gli sforzi di Trump, accusando al contempo i sostenitori europei dell’Ucraina di aver tentato di sabotare i negoziati. All’inizio di questo mese, Lavrov ha affermato che l’Occidente non sta cercando una soluzione in buona fede, aggiungendo che «le riserve di buona volontà e speranza si sono esaurite».

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Il presidente Vladimiro Putin ha dichiarato il mese scorso che la Russia intende attenersi alle sue condizioni originarie, comprese le richieste che l’Ucraina riconosca i nuovi confini della Russia e abbandoni i suoi piani di adesione alla NATO a favore di una neutralità permanente.   Come riportato da Renovatio 21, sembrava esservi nelle ultime settimane un evidente irrigidimento di Mosca, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025. Tuttavia il 4 luglio il presidente Trump ha chiamato l’omologo russo, e sono seguiti elogi di Putin che ha dichiarato dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.   Non è impossibile che la Russia stia lavorando ad semaforo verde da parte americana per l’attacco a strutture di produzione dei droni (che continuano a colpire civili in profondità in Russia) in territorio NATO, operazione che farebbe scattare il famoso articolo 5. Tuttavia la possibilità di una guerra russo-europea senza NATO (cioè senza USA) potrebbe ora essere una prospettiva , come sa il lettore di Renovatio 21non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.  

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Immagine del Ministero degli Esteri russo via Mid.ru pubblicata secondo indicazioni. Immagine ingrandita.
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