Economia
Il produttore di chip TSMC raggiunge una valutazione di 1 trilione di dollari. È la prima società asiatica
Il più grande produttore di chip al mondo, Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. (TSMC), è diventata la prima azienda asiatica a raggiungere una capitalizzazione di mercato di 1.000 miliardi di dollari, secondo i dati di trading. TSMC ha raggiunto questo traguardo venerdì e da allora ha mantenuto questa valutazione.
L’impennata, alimentata dall’incessante domanda globale di chip di intelligenza artificiale avanzati, ha collocato TSMC nel club delle aziende con capitalizzazione di mercato di mille miliardi di dollari, accanto ai giganti della tecnologia statunitense Nvidia, Apple, Microsoft, Alphabet, la società madre di Google, Amazon e Meta.
L’unico altro membro non statunitense del club è Saudi Aramco, la compagnia petrolifera nazionale dell’Arabia Saudita.
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TSMC svolge un ruolo fondamentale nella catena di fornitura tecnologica globale, producendo semiconduttori per importanti clienti americani, tra cui Nvidia e Apple.
Nel 2024 i clienti nordamericani hanno rappresentato circa il 70% del fatturato totale dell’azienda, riporta l’agenzia Reuters. La scorsa settimana, TSMC ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita del fatturato per l’intero anno, portandolo a circa il 30%.
A gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di imporre dazi fino al 100% sui semiconduttori di fabbricazione estera, compresi i chip provenienti da Taiwan, nell’ambito di un’iniziativa volta a rilanciare la produzione nazionale.
A marzo, TSMC ha annunciato un massiccio aumento dei suoi investimenti negli Stati Uniti, impegnando altri 100 miliardi di dollari in aggiunta ai 65 miliardi di dollari precedentemente impegnati per le attività di produzione di semiconduttori avanzati a Phoenix, in Arizona.
TSMC ha descritto il progetto come «il più grande investimento diretto estero nella storia degli Stati Uniti».
Quando ad aprile vennero svelati i dazi del «Giorno della Liberazione» di Trump, i semiconduttori sono stati esclusi.
Come riportato da Renovatio 21, nel discorso di fine anno 2023 lo Xi aveva dichiarato che la riunificazione con Taipei è «inevitabile». Un anno fa, tuttavia, Xi non aveva fatto menzione della forza militare. Il mese prima, il governo cinese aveva epperò chiarito che una dichiarazione di indipendenza da parte di Taipei «significa guerra».
Sinora, lo status quo nella questione tra Pechino e Taipei è stato assicurato dal cosiddetto «scudo dei microchip» di cui gode Taiwan, ossia la deterrenza di questa produzione industriale rispetto agli appetiti cinesi, che ancora non hanno capito come replicare le capacità tecnologiche di Taipei.
La Cina, tuttavia, sta da tempo accelerando per arrivare all’autonomia tecnologica sui semiconduttori, così da dissolvere una volta per tutte lo scudo dei microchip taiwanese. La collaborazione tra Taiwan e UE riguardo ai microchip, nonostante la volontà espressa da Bruxelles, non è mai davvero decollata.
Come riportato da Renovatio 21, il colosso del microchip TSMC ha dichiarato due anni fa che la produzione dei microchip si arresterebbe in caso di invasione cinese di Formosa.
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I microchip taiwanesi sono un argomento centrale nella tensione tra Washington e Pechino continuata da Trump a Biden, che qualcuno ha definito come una vera guerra economica mossa dall’amministrazione USA contro il Dragone.
Come riportato da Renovatio 21, durante il suo discorso per la celebrazione del centenario del Partito Comunista Cinese nel 2021 lo Xi, mostrandosi in un’inconfondibile camicia à la Mao, parlò della riunificazione con Taipei come fase di un «rinnovamento nazionale» e della prontezza della Cina a «schiacciare la testa» di chi proverà ad intimidirla.
Lo Xi ha ribadito il concetto di riunificazione «inevitabile» ancora lo scorso dicembre.
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Immagine di 曾 成訓 via Wikimedia pubblicata su licenza
Economia
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Economia
Washington allenta le sanzioni sul petrolio russo
Secondo quanto dichiarato dal Segretario del Tesoro Scott Bessent, gli Stati Uniti hanno allentato le sanzioni per permettere ad alcuni Paesi di acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi già caricati su navi in mare. La decisione arriva in un contesto di escalation delle tensioni in Medio Oriente, provocata dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha fatto schizzare i prezzi globali del petrolio.
Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno condotto attacchi coordinati contro l’Iran, scatenando rappresaglie iraniane in tutta la regione. La crisi ha determinato la chiusura di fatto dello Stretto di Ormuzzo, attraverso il quale transita circa un quinto della fornitura giornaliera mondiale di petrolio, poiché l’Iran impedisce di fatto il passaggio delle navi provenienti da Paesi ostili, con un’impennata dei prezzi del petrolio di quasi il 50%, fino a quasi 120 dollari al barile.
«Per ampliare la portata globale delle forniture esistenti, il Dipartimento del Tesoro statunitense sta fornendo un’autorizzazione temporanea che consente ai paesi di acquistare petrolio russo attualmente bloccato in mare», ha dichiarato Bessent giovedì in un post su X, sottolineando che tale misura stabilizzerà i mercati energetici e frenerà i prezzi del petrolio.
.@POTUS is taking decisive steps to promote stability in global energy markets and working to keep prices low as we address the threat and instability posed by the terrorist Iranian regime.
To increase the global reach of existing supply, @USTreasury is providing a temporary…
— Treasury Secretary Scott Bessent (@SecScottBessent) March 12, 2026
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La deroga riguarda le esportazioni di petrolio russo caricato su navi prima del 12 marzo e avrà una validità di 30 giorni.
In precedenza, il Segretario all’Energia statunitense Chris Wright aveva precisato che le restrizioni più ampie sul petrolio russo non sarebbero state revocate, ribadendo che Washington non intendeva modificare la propria politica sanzionatoria nei confronti di Mosca.
Commentando l’allentamento delle restrizioni, il portavoce del Cremlino Demetrio Peskov ha affermato che la mossa è finalizzata a stabilizzare il mercato energetico globale, aggiungendo che su questo punto gli interessi di Mosca e Washington coincidono.
La scorsa settimana, il Bessent aveva dichiarato che gli Stati Uniti avevano concesso all’India il «permesso» di acquistare petrolio greggio russo «per alleviare la temporanea carenza di petrolio nel mondo», dopo aver annunciato l’intenzione di «revocare le sanzioni su altro petrolio russo» al fine di incrementare ulteriormente l’offerta.
L’India, che insieme alla Cina è emersa come uno dei principali acquirenti di petrolio russo dopo l’imposizione delle sanzioni in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, non ha mai confermato di voler rispettare tali restrizioni, sebbene gli Stati Uniti abbiano affermato il contrario.
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Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic
Economia
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