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Geopolitica

Il New York Times pubblica la presunta bozza del fallito accordo di pace tra Russia e Ucraina

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Sabato il New York Times ha pubblicato diversi documenti che sostiene siano bozze di un accordo di pace negoziato a Istanbul da Mosca e Kiev, nei primi mesi del conflitto ucraino.

 

Secondo il quotidiano neoeboraceno, gli Stati Uniti e la Polonia erano «allarmati» dalle proposte, temendo che avrebbero portato al «disarmo» dell’Ucraina.

 

Il NYT americano ha pubblicato tre documenti. Uno, datato 17 marzo 2022, sarebbe un progetto di testo di trattato proposto dalla parte ucraina. La versione in lingua inglese presumibilmente ottenuta dal giornale sarebbe stata fornita da Kiev ai suoi sostenitori occidentali.

 

Secondo i termini del documento, l’Ucraina aveva accettato lo status di «neutralità permanente» in cambio di garanzie di sicurezza da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina. Si suppone inoltre che abbia promesso di non aderire ad alcun blocco militare e di porre fine a qualsiasi accordo incompatibile con il suo status neutrale.

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Kiev doveva inoltre riconoscere la Crimea come Russia e le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk come Stati indipendenti, nonché ripristinare le infrastrutture distrutte nella regione dalle sue forze tra il 2014 e il 2022. Il documento fissa inoltre limiti alla quantità di attrezzature militari pesanti, anche se la Russia ha affermato che in realtà non «prevede una riduzione delle forze armate», secondo il quotidiano.

 

Il documento pubblicato dal NYT è anche pieno di note critiche da entrambe le parti che definiscono alcune disposizioni o formulazioni «inaccettabili». Secondo quanto riferito, le annotazioni non mostrano né l’opposizione ucraina all’idea di riconoscere la Crimea come parte della Russia né la concessione formale dell’indipendenza alle repubbliche del Donbass.

 

Secondo il NYT, la bozza di accordo non è piaciuta ai funzionari statunitensi. In un incontro con le loro controparti ucraine, gli americani lo avevano definito «disarmo unilaterale», ha detto al giornale un alto funzionario anonimo.

 

Secondo quanto riferito, anche la Polonia era allarmata e voleva impedire la conclusione dell’accordo. A questo scopo il presidente Andrzej Duda si sarebbe incontrato a marzo con i leader della NATO, affermato il reportage.

 

Il secondo documento, datato fine marzo, sarebbe un comunicato congiunto interno che ampliava l’elenco dei garanti della sicurezza per l’Ucraina e aggiungeva che lo status della Crimea sarebbe stato determinato da Mosca e Kiev entro un periodo di 10-15 anni.

 

Secondo quanto riferito, il terzo documento ottenuto dal NYT sarebbe un progetto di trattato di accordo datato 15 aprile 2022. Secondo le sue disposizioni, l’Ucraina doveva ancora diventare una nazione permanentemente neutrale in cambio di garanzie di sicurezza, ma le era permesso di aderire all’UE e partecipare nelle sue «missioni di mantenimento della pace». La decisione sullo status della Crimea doveva essere rinviata.

 

Kiev, secondo le note, aveva rifiutato di discutere le sanzioni contro la Russia e le reciproche rivendicazioni legali presentate a vari organismi internazionali. Si è inoltre rifiutato di prendere in considerazione questioni relative allo status della lingua russa in Ucraina o al divieto della propaganda nazista e neonazista, secondo il documento.

 

Mosca avrebbe chiesto che l’eventuale futura assistenza militare all’Ucraina fosse fornita solo sulla base di una decisione collettiva di tutti i garanti della sicurezza. Questa richiesta si è rivelata il problema più grande per Kiev, ha affermato il NYT, aggiungendo che le parti non sono riuscite a raggiungere un accordo sulla gamma di armi che l’Ucraina avrebbe potuto avere.

 

Alcuni membri della delegazione ucraina presenti ai colloqui credevano ancora di essere molto vicini a raggiungere un accordo. «Siamo riusciti a trovare un vero compromesso», ha detto lo scorso dicembre Aleksandr Chaly, uno dei negoziatori ucraini. «A metà aprile, alla fine di aprile, eravamo molto vicini a concludere la nostra guerra con una soluzione pacifica».

 

All’inizio di questa settimana, il presidente russo Vladimir Putin ha anche affermato che le due parti sono riuscite a raggiungere un accordo che «era generalmente accettabile sia per Mosca che per Kiev». È stato redatto un progetto di trattato che è stato siglato dal capo della delegazione ucraina, ha detto il presidente. «Ciò significa che Kiev… era soddisfatta di tale soluzione».

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Mosca non ha ancora commentato ufficialmente l’autenticità dei documenti, che secondo il NYT sono stati confermati da partecipanti anonimi ai colloqui. Le due parti non si siedono al tavolo delle trattative dalla primavera del 2022, quando Kiev si ritirò dalle discussioni.

 

Il principale negoziatore ucraino a Istanbul, il parlamentare David Arakhamia, ha dichiarato lo scorso novembre che l’allora primo ministro britannico Boris Johnson si era recato a Kiev appositamente per convincere il presidente ucraino Zelens’kyj a ritirarsi dai colloqui.

 

Da allora la Russia ha ripetutamente segnalato la sua disponibilità al dialogo, accusando Kiev e i suoi sostenitori occidentali di rifiutarsi di impegnarsi nella diplomazia.

 

Come riportato da Renovatio 21, una bozza degli accordi di pace fu mostrata l’anno scorso da Putin in una riunione con politici africani durante un vertice a San Pietroburgo.

 

In un’intervista alla stampa dell’ottobre scorso l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ha sostenuto che gli USA avevano costretto Kiev a rifiutare la pace con Mosca.

 

Tre mesi fa anche il Wall Street Journal aveva pubblicato i dettagli del fallito accordo tra Mosca e il governo Zelens’kyj.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0), immagine tagliata.

 

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Geopolitica

L’Iran avanza nuove richieste per Ormuzzo dopo che un missile ha colpito una nave emiratina

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Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha fissato nuove condizioni che gli Stati Uniti dovranno rispettare prima della possibile riapertura dello Stretto di Ormuzzo, in un quadro di attacchi continui alle navi mercantili.   In una dichiarazione diffusa sabato dai media iraniani, il segretario del consiglio, Mohammad Baqer Zolqadr, ha dichiarato che la via navigabile, che gestisce circa un quarto del commercio mondiale di petrolio e GNL via mare, non verrà riaperta finché «gli Stati Uniti non cambieranno il loro comportamento».   Il Baqer Zolqadr ha specificato che gli Stati Uniti devono togliere il blocco navale dei porti iraniani e ritirare le proprie forze «dall’area circostante l’Iran», nonché eliminare le sanzioni «ingiuste e illegali», sbloccare i beni congelati del Paese e corrispondere un risarcimento. Ha aggiunto che gli Stati Uniti devono mettere fine alla «guerra e all’aggressione» contro l’Iran e i suoi alleati in Iraq, Libano, Palestina e Yemen.   «Gli Stati Uniti non devono mai minacciare l’Iran, in nessuna lingua, né insultare i valori sacri della nazione iraniana», ha dichiarato lo Zolqadr.   Nella giornata di sabato, gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito che un missile iraniano aveva colpito una petroliera della compagnia petrolifera statale ADNOC, accusando Teheran di pirateria. L’Iran sostiene che tutte le navi in transito nello stretto debbano attenersi alle sue istruzioni e evitare quella che definisce la rotta «illegale» stabilita dalla Marina statunitense.

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Sebbene venerdì l’Iran abbia dichiarato di essere prossimo a un accordo con l’Oman sulla gestione congiunta dello Stretto ermisino, i negoziati di pace con gli Stati Uniti risultano sostanzialmente bloccati.   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato di aver interrotto nuovi attacchi la scorsa settimana per favorire i negoziati. Diverse testate americane hanno però riportato che il Pentagono ha ridotto in modo significativo il proprio arsenale missilistico e che l’ammiraglio Brad Cooper, comandante statunitense in Medio Oriente, ha informato Trump che le riserve di bersagli intorno allo stretto ormusino erano in gran parte esaurite. Il presidente e il suo segretario alla Guerra, Pete Hegseth, hanno smentito l’esistenza di carenze di munizioni.   Le richieste iraniane arrivano in un clima di timore per un possibile allargamento del caos nella regione. Questa settimana Israele ha ripreso i pesanti bombardamenti sul Libano, accusando Hezbollah di aver violato il cessate il fuoco raggiunto due mesi fa con il governo libanese. Nel frattempo gli Houthi yemeniti, gruppo sciita filo-iraniano, hanno avviato un’offensiva di vasta portata contro le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita, colpendo navi saudite nel Mar Rosso.  

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 Immagine di Tasnim News Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
   
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Geopolitica

Washington sta cercando il prossimo leader di Cuba

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L’amministrazione Trump starebbe cercando un nuovo dirigente cubano capace di modificare l’orientamento politico dell’Avana. Lo riporta il New York Times, citando funzionari americani in servizio e in pensione.

 

Dal suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha rafforzato l’embargo in vigore da decenni contro Cuba, minacciando dazi doganali ai Paesi che le forniscono petrolio e dichiarando di voler risolvere la questione «in un modo o nell’altro».

 

Funzionari anonimi hanno detto al NYT che la Casa Bianca sta individuando un funzionario cubano, in carica o in pensione, che possa essere convinto ad assumere il governo. L’amministrazione avrebbe chiesto alle agenzie di intelligence di individuare una figura analoga a Delcy Rodríguez, diventata presidente ad interim del Venezuela dopo il rapimento di Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti a gennaio.

 

Secondo il giornale, le agenzie di intelligence ritengono che Cuba assomigli meno al Venezuela e più all’Iran, Paese nei confronti del quale Washington ha pubblicamente dichiarato l’intenzione di cambiare regime senza però riuscirci finora, stando a fonti a conoscenza dei rapporti.

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Funzionari americani hanno spiegato al New York Times che pochi funzionari pragmatici sarebbero disposti a prendere il potere se le forze americane catturassero Raul Castro, l’ex presidente che conserva ancora grande influenza, o se in altro modo costringessero alle dimissioni l’attuale leadership. Washington, secondo quanto riportato, ha alternato fasi di collaborazione con il governo cubano a piani per rovesciarlo.

 

Il viceministro degli Esteri Carlos Fernandez de Cossio aveva detto all’inizio dell’anno che le forze armate cubane si stavano preparando a una possibile invasione americana, definendo «ingenuo» non farlo, «visti gli eventi che si verificano nel mondo».

 

La Casa Bianca cerca di orientare Cuba verso una linea politica più favorevole agli interessi di Washington, contando al tempo stesso sul peggioramento della situazione economica, provocato dalle crescenti pressioni, perché possa provocare un cambio di leadership.

 

L’isola, sottoposta a embargo americano dal 1960, sta affrontando blackout quotidiani e gravi carenze di carburante dopo che il Venezuela, un tempo principale fornitore di petrolio, ha interrotto le forniture a seguito delle pressioni americane successive al rapimento di Maduro.

 

All’inizio di quest’anno funzionari delle Nazioni Unite avevano avvertito che le sanzioni americane avevano già provocato gravi carenze di medicinali essenziali, mentre il blocco dei carburanti aveva raddoppiato la mortalità infantile. Il mese scorso l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Voler Turk ha dichiarato che il blocco USA contro l’isola uccide i bambini.

 

Russia, Cina, Messico e altri Paesi hanno inviato aiuti umanitari a Cuba. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che Mosca resta solidale con il governo e il popolo cubano e continuerà a fornire sostegno politico, diplomatico e materiale. Alla fine di marzo la Russia ha consegnato circa 700.000 barili di petrolio greggio.

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Come riportato da Renovatio 21, gli Stati Uniti hanno incrementato la presenza dei loro servizi segreti a Cuba negli ultimi mesi, nel tentativo di spingere il regime comunista del Paese a riformarsi o a cadere. A maggio, l’amministrazione Trump ha inviato a Cuba il direttore della CIA John Ratcliffe per avvertire il regime della necessità di riforme fondamentali. Pochi giorni dopo, il dipartimento di Giustizia ha formalizzato le accuse contro l’ex presidente cubano Raul Castro in relazione alla morte, avvenuta nel 1996, di quattro persone che cercavano di soccorrere degli esuli cubani in mare.

 

I militari cubani temono l’invasione USA, mentre questi ultimi temono un attacco contro la base di Guantanamo. Tuttavia, un mese fa, i capi militari dei due Paesi si sono incontrati proprio a Guantanamo.

 

Come riportato da Renovatio 21, a cercare colloquio con Washington vi sarebbe anche il giovane nipote del presidente cubano Castro, Raul Guillermo Rodriguez Castro.

 

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 Immagine di Bruno Rijsman via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

 

 

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Colono ebreo armato accusato della morte di un leader palestinese in Cisgiordania

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Giovedì i procuratori israeliani hanno formalizzato l’accusa di omicidio colposo a carico del colono ebreo Yinon Levi in relazione all’uccisione a colpi d’arma da fuoco, avvenuta nel 2025 nella Cisgiordania occupata, della leader della comunità palestinese Awdah Hathaleen. Si tratta della prima incriminazione di questo genere in sette anni.   Hathaleen, insegnante di 31 anni, è stata uccisa il 28 luglio durante uno scontro con un gruppo di coloni che avevano introdotto escavatori nel villaggio di Umm al-Khair per livellare il terreno e realizzare un nuovo avamposto. Gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono considerati illegali dal diritto internazionale, poiché le Nazioni Unite li ritengono un ostacolo alla nascita di uno Stato palestinese indipendente.   Le immagini dell’episodio mostrano Levi mentre brandisce una pistola durante lo scontro con i residenti e apre il fuoco contro la folla. Si odono alcuni degli uomini che lo circondano gridare «Sparatemi» in inglese. Secondo l’atto d’accusa, citato da Haaretz, Levi ha esploso un colpo verso degli edifici «agendo in modo sconsiderato, consapevole della possibilità che le sue azioni potessero causare la morte di qualcuno».   Se dichiarato colpevole, rischia fino a 12 anni di reclusione. Levi era stato inserito nella lista degli «estremisti violenti» dall’amministrazione Biden, ma il presidente statunitense Donald Trump lo ha cancellato dalle sanzioni americane nel 2025. Resta comunque soggetto alle sanzioni dell’Unione europea.  

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Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, coloni e soldati israeliani hanno ucciso almeno 1.100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas a Gaza nell’ottobre 2023.   L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din evidenzia che Levi è il primo civile israeliano a essere incriminato per la morte di un palestinese in Cisgiordania dal 2019. I dati dell’associazione, riportati dai media israeliani, indicano che tra il 2005 e il 2025 oltre il 90% dei casi non ha portato ad alcuna incriminazione e soltanto il 3% si è concluso con una condanna.   Negli ultimi anni Israele ha intensificato l’espansione degli insediamenti, una politica sostenuta da esponenti politici tra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Il mese scorso Smotrich ha annunciato lo stanziamento di circa 440 milioni di dollari per la creazione di 34 nuovi insediamenti, provocando la condanna delle Nazioni Unite.   Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa coloni israeliani e soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso quattro palestinesi durante un attacco a un villaggio nella Cisgiordania occupata. Una moschea è stata data alle fiamme nel villaggio palestinese di Tal.   Due settimane fa i coloni hanno di fatto sequestrato un deputato USA, il congressman della California Ro Kanna.   I coloni due mesi fa hanno incendiato la città cristiana di Taybeh. Continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa. Il vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme William Shomali a marzo aveva denunciato l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani.   L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.   A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».   La Knesset ha votato la proposta di legge di Ben-Gvir (che gira con una spilla a forma di cappio e festeggia il compleanno con torte sempre a tema di impiccagione) per dare la pena di morte ai «terroristi», intendendo per questi solo i palestinesi.  

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 Immagine screenshot da Twitter    
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