Spirito
«Il cosmo è cristocentrico»: omelia di Natale di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia per il Santo Natale dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.
Sicut in cœlo et in terra
Omelia nel Santissimo Natale di Nostro Signore Gesù Cristo
Lux fulgebit hodie super nos: quia natus est nobis Dominus:
et vocabitur Admirabilis, Deus, Princeps pacis,
Pater futuri sæculi: cujus regni non erit finis.
Intr. ad Missam in Aurora
DIXIT DOMINUS DOMINO MEO: Sede a dextris meis; donec ponam inimicos tuos scabellum peduum tuorum (Ps 109, 1). La Chiesa ripete questo Salmo ai vesperi di tutte le domeniche e tutte le feste: Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.
L’eterno Padre, nell’eternità del tempo, si rivolge al Verbo eterno Incarnato, sancendo la Sua eterna Signoria – Siedi alla mia destra – e la Sua definitiva vittoria su Satana e sui suoi servi.
E questa vittoria è domenicale, si compie nel giorno quam fecit Dominus, quando con la Resurrezione dagl’inferi Nostro Signore porta a compimento la Redenzione del genere umano sconfiggendo la morte, subìta nella Passione per riscattarci dal peccato e dal giogo infernale dell’Avversario.
Nell’eternità del tempo, secondo alcuni Padri, gli Angeli furono messi alla prova mostrando loro il Mistero dell’Incarnazione, decretato dalla Santissima Trinità per riparare alla tentazione a cui avrebbero ceduto i nostri Progenitori tentati dal Serpente.
Fu dinanzi a questo prodigio di Carità e di Misericordia infinite e divine, dinanzi al Verbo che si fa carne e assume la nostra natura umana, che l’orgoglio di Satana e degli angeli apostati si rifiutò di inchinarsi alla volontà di Dio e lanciò il proprio grido Non serviam in risposta all’Ecce, venio della Sapienza incarnata, al Fiat mihi secundum verbum tuum della Madre di Dio, al Quis ut Deus? dell’Arcangelo Michele e degli Angeli fedeli. Obbedienza e disobbedienza. Umiltà e orgoglio. Adorante gratitudine e arrogante ribellione.
Nell’eternità del tempo il Figlio eterno risponde all’eterno Padre e si cala nella Storia, irrompe nel fluire dei giorni, nell’avvicendarsi delle stagioni, nel ciclo degli anni e dei secoli, per ripristinare l’ordine divino che i nostri Progenitori hanno infranto. E questa inimicizia tra Dio e Satana, tra la stirpe della Donna e la progenie del Serpente, è annunciata nel Protoevangelo della Genesi, quasi a mostrarci il senso della nostra vita terrena, le ragioni del nostro peregrinare, la meta che ci attende. Felix culpa: la caduta di Adamo ed Eva ci ha meritato, assieme alla cacciata dal Paradiso terrestre, la promessa di un nuovo Adamo e di una nuova Eva, della Seconda Persona della Santissima Trinità che si fa uomo e di una Vergine Immacolata che per opera dello Spirito Santo è fatta Tabernacolo dell’Altissimo, Arca dell’Alleanza, Reggia del Re, Madre di Dio.
La Chiesa celebra il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo secundum carnem perché in questo giorno di duemilaventiquattro anni fa, come annunciato dai Profeti, la Maestà divina scende sulla terra, la Luce risplende nelle tenebre, la Parola risuona per essere ascoltata, il chicco di grano è gettato nel terreno per germogliare.
E quella promessa fatta ai nostri Progenitori, rinnovata ai nostri padri in cammino verso la terra promessa, inizia con il vagito di un Re, avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia, esposto al rigore del freddo di una notte della Palestina. Ai pastori è concesso di scorgere un riflesso della Sua divinità nel canto degli Angeli, mentre i Magi Lo riconoscono come Dio scrutando gli astri e seguendo la stella dall’Oriente.
Il cosmo è cristocentrico: omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil, quod factum est (Gv 1, 3). Tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Per ipsum, cum ipso, et in ipso. Per lui, con lui e in lui. Ut in nomine Jesu omne genu flectatur cœlestium, terrestrium, et infernorum (Fil 2, 10). Anche la Storia riconosce il discrimen tra un prima e un dopo, segnando il computo degli anni a partire dal Natale di Cristo. E la Santa Chiesa, che di Cristo Capo è Mistico Corpo, è la nuova Gerusalemme, il nuovo Israele, il popolo dell’eterna Alleanza che custodisce sui suoi altari l’Emmanuele, il Dio con noi, nel Santissimo Sacramento, fino alla fine dei tempi.
L’ordine divino – il κόσμος, appunto – vede Cristo come Alfa e Omega, Principio e Fine: e questo vale per la natura, per ogni uomo, per le società civili, per la Chiesa: sine ipso factum est nihil, quod factum est. Nostro Signore stesso ce lo ha insegnato: Adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cœlo et in terra. Non è dunque il mondo che si plasma i suoi idoli, ma il cielo che rivela Dio agli uomini e che dà loro il modello cui conformarsi. Lo ripetono gli Angeli: Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.
Tutto rimanda a Cristo, tutto annuncia la Sua venuta, la Sua Incarnazione, la Sua Nascita, la Sua predicazione, la Sua Passione e Morte, la Sua Resurrezione. Tutto prepara il Suo ritorno trionfale nel giorno del Giudizio: et iterum venturus est cum gloria, judicare vivos et mortuos; cujus regni non erit finis. Tutto si compie in Cristo, Re e Pontefice, donec ponam inimicos tuos scabellum peduum tuorum, finché il Padre non avrà umiliato l’orgoglio dei nemici del Figlio ponendoli sotto i Suoi piedi. Dominare in medio inimicorum tuorum.
Vi sono quindi dei nemici di Cristo, e lo sappiamo bene. Nemici spirituali – gli spiriti apostati cacciati nell’abisso da San Michele – e nemici in carne e ossa, ad iniziare da Erode, che per timore di perdere potere giunge a far massacrare le vite innocenti dei neonati. E i farisei e gli scribi del popolo, che tramano per uccidere quel Galileo che con la Sua predicazione e i Suoi miracoli contraddice i piani politici di ribellione all’invasore romano. E i Sommi Sacerdoti, illegittimi nella loro autorità di nomina imperiale, bramosi di conservare il prestigio della propria carica. E poi i pagani, feroci persecutori dei Cristiani; e gli eretici di tutti i tempi, i barbari, gli adepti delle logge e i massoni, i rivoluzionari, i socialisti e i comunisti, i liberali, i globalisti, i fautori del Great Reset e del Nuovo Ordine Mondiale.
Cosa accomuna quelli che la Sacra Scrittura chiama «operatori di iniquità», ossia i malvagi di tutti i tempi? L’odio a Cristo: un odio implacabile, feroce, spietato, cieco, folle, superbo. Odio verso il Santo Bambino appena nato a Betlemme: Crudelis Herodes Deum Regem venire quid times?, chiede la prosa dell’inno dell’Epifania. Erode crudele, perché temi che venga il Dio Re?
Eppure non eripit mortalia, qui regna dat cœlestia, colui che dà i regni spirituali non toglie le cose terrene. Ma è proprio per questo che Cristo è temuto dai Suoi nemici, da Erode a Klaus Schwab, da Caifa a Bergoglio: perché quelle cose terrene, quei poteri economici e politici, quelle ricchezze e quel successo mondano pretendono di sostituirsi e di eclissare i regna cœlestia, le potestà del cielo, prima fra tutte la Regalità universale di quel Re Bambino, che allarga le Sue piccole braccia nel gelo della mangiatoia già preludendo alla Croce che Lo attende: regnavit a ligno Deus, da quel trono di dolore e di umiliazione, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1, 23).
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E quella divina Regalità è intrinsecamente sacerdotale, perché il regno di Cristo è conquistato nel Suo Sangue mediante l’immolazione di Sé, e di sangue è l’unzione regale e sacerdotale della Vittima immacolata.
Potremmo dire che i primi a confermare la centralità di Nostro Signore Gesù Cristo sono proprio i Suoi nemici, che si scagliano solo e sempre contro Cristo, contro i discepoli di Cristo, contro chi di Cristo porta impresso il segno benedetto della salvezza, contro le membra del Suo Corpo Mistico. Non vi è religione, né superstizione, né idolatria, né culto pagano che siano fatti oggetto dell’odio dei malvagi, che riconoscono in essi il marchio del loro padrone, la frode del Principe della menzogna.
L’odio dei nemici di Cristo nasce dall’orgoglio, quell’orgoglio luciferino che si rifiuta di riconoscere nell’Uomo-Dio Colui per quem omnia facta sunt, e al Quale l’ordine divino necessariamente impone di inchinarsi e genuflettersi, perché non può essere altrimenti, e perché non riconoscendo Cristo come Signore si finisce per erigere la creatura a idolo, a simulacro, in quel blasfemo sovvertimento del κόσμος che è il χάος, ossia la Rivoluzione, l’anima infernale della ribellione a Dio.
Non eripit mortalia qui regna dat cœlestia: ma le cose mortali, terrene, non ci sono tolte ed anzi ci sono date in sovrabbondanza e al centuplo solo se riconosciamo Nostro Signore Gesù Cristo come nostro principio, nostro fine e nostro mezzo, Che il Padre ha voluto sovranamente innalzare, e al Quale ha voluto dare un nome che al di sopra di ogni nome (Fil 2, 9). Questa necessità ontologica e indefettibile trova la propria ragione nell’obbedienza e nell’umiltà di Cristo, factus obœdiens usque ad mortem, mortem autem crucis (ibid., 8), e nel precetto evangelico: Si quis vult venire post me, abneget semetipsum et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (Lc 9, 22).
E Cristo è stato il primo, nell’eternità del tempo come Verbo del Padre e nella storia come Uomo-Dio, a dare l’esempio di questo rinnegamento, di questa obbedienza, di questa umiltà. In capite libri scriptum est de me, ut facerem voluntatem tuam (Ps 39, 8).
Ma se questa umiltà e questa obbedienza sono il marchio, per così dire, dell’opera redentrice di Nostro Signore; se l’Incarnazione e il Natale di Cristo segnano l’incipit del grande rito del Sacrificio con il quale Dio ci riconcilia a Dio; vi è un’altra venuta che completerà la Liturgia eterna. È la seconda venuta del Signore, alla fine del mondo, quando quello scorcio di gloria che hanno contemplato i pastori nella Notte santa si squarcerà nel trionfo della vittoria e nella restaurazione della universale Signoria di Cristo Re, Pontefice e Giudice.
Non vedremo più il Puer avvolto in fasce, né l’Uomo dei dolori sfigurato dai tormenti della Passione, ma il Rex tremendæ majestatis, Colui al Quale il Padre restituirà lo scettro temporale: Dominabit in nationibus, implebit ruinas, conquassabit capita in terra multorum… confregit in die iræ suæ reges. Le terribili parole del Salmista, divinamente ispirate, devono suonare come severo monito per tutti noi, ma soprattutto per coloro che in questo mondo ribelle – e in questa Chiesa travagliata dalla Passione a immagine del proprio Capo – ancor oggi si rifiutano di adorare Nostro Signore, di riconoscerLo come Re divino e di conformare la loro volontà alla Sua santa Legge.
Il pacifismo eunuco e vile dei tempi presenti non vuole sentir parlare di un Dio che domina tra le nazioni, che distrugge e semina rovina, che schianta le teste orgogliose, che rivescia i potenti nel giorno della Sua ira. Ma questo è il destino ineluttabile dei malvagi, dei superbi, di chi si crede dio e pretende di decidere ciò che è bene e ciò che è male, di chi rifiuta di accogliere la Luce che è venuta nelle tenebre. L’ha ricordato, nel Magnificat, anche la Vergine Madre: Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui; deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles; esurientes implevit bonis, et divites dimisit inanes.
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Seguiamo l’esempio dei pastori e dei Magi, cari fratelli: inginocchiamoci in adorazione dinanzi al Re Bambino, nel Cui sguardo possiamo vedere la tenerezza e la dolcezza dell’Emmanuele. Inginocchiamoci ai piedi della Croce, contemplando lo sguardo sofferente e straziato di Cristo Sommo Sacerdote che Si immola per noi al Padre.
Inginocchiamoci ai piedi dell’altare, sul quale si rinnova il Sacrificio del Calvario per la salvezza di molti. Perché a quanti Lo hanno accolto, il Signore ha dato il potere di diventare figli di Dio, a coloro che credono nel Suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1, 12-13). Vedremo così compiersi le parole di Maria Santissima: misericordia ejus a progenie in progenies timentibus eum, la sua misericordia si stende di generazione in generazione su quelli che lo temono.
Cari fratelli, permettetemi di rivolgere a tutti voi le parole del Signore ai Suoi Discepoli: Coraggio, sono io; non abbiate paura! (Mt 14, 27). Fate del vostro cuore la mangiatoia in cui la Vergine Santissima ponga il Neonato Gesù: quanto più essa sarà spoglia e povera, tanto più vi risplenderà l’Ospite divino e la Sua augusta Madre. Non sia turbato il vostro cuore (Gv 14, 1), nonostante l’apparente trionfo del Nemico e dei suoi servi, nonostante il tradimento della Gerarchia.
Quando queste cose cominceranno ad avvenire, dice la Scrittura, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina (Lc 21, 28). E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
25 Dicembre 2024
Nativitas D.N.J.C.
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Immagine di Lorenzo Monaco (circa 1370–circa 1425), Natività di Gesù (circa 1406-1410), e Metropolitan Museum of Art, Nuova York.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Dall’Eliseo allo Stade de France: primo giorno di Leone XIV a Parigi
Al Palazzo dell’Eliseo, la difesa della vita e la questione della laicità
Partito da Roma-Fiumicino in mattinata, il Papa ha accolto i giornalisti a bordo dell’aereo e ha dichiarato di essere venuto a proclamare «la pace di Cristo». Emmanuel Macron e sua moglie lo hanno accolto all’aeroporto di Orly, mentre le campane delle chiese di tutta la Francia hanno suonato per il suo arrivo. Al Palazzo dell’Eliseo, un incontro con il Presidente ha preceduto il suo discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico. Leone XIV ha innanzitutto elogiato l’influenza culturale e spirituale della Francia, le sue scuole cattedrali e le sue università, prima di ringraziare coloro che hanno contribuito alla ricostruzione della cattedrale di Notre-Dame. Facendo riferimento a Sant’Ireneo e al battesimo di Clodoveo, ha ricordato come il cristianesimo abbia plasmato la vita intellettuale, artistica e missionaria del Paese.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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All’UNESCO, da Babele a Pentecoste
Dopo il pranzo in nunziatura, Leone XIV si è recato alla sede dell’UNESCO, dove è stato accolto dal direttore generale, Khaled El-Enany. Prima di parlare ai rappresentanti degli Stati, entrambi hanno annaffiato un ulivo, simbolo di pace. Il Papa ha ricordato la presenza della Santa Sede presso l’organismo dal 1952 e l’opera educativa portata avanti per secoli dalla Chiesa, anche nelle regioni più povere. Per il Papa imparare a leggere, a produrre o ad usare tecniche non basta: un’educazione completa deve aiutare l’uomo a ricercare il senso della propria esistenza, ad «essere» di più piuttosto che ad «avere» di più. È a partire da questa domanda: «Cosa significa essere umani?» – che ha sviluppato il suo argomento. Ognuno viene al mondo come un bambino che dipende dagli altri per vivere; dimenticare questa dipendenza primaria porta, ha spiegato, a considerare la vita come un prodotto e i più deboli come un peso. La scienza, separata dalla saggezza, può allora diventare uno strumento di distruzione, mentre l’educazione staccata dalla verità rischia di essere utilizzata per manipolare le coscienze. Ritornando all’intelligenza artificiale, Leone XIV notava il paradosso di un’epoca che attribuisce «intelligenza» alle macchine valutando gli uomini in base alle loro prestazioni. I sistemi informatici possono aggregare i dati, ha osservato, ma non rispondono alla domanda sul significato della vita; da qui il suo appello a proteggere i bambini nel mondo digitale e a formare il loro giudizio di fronte all’abbondanza di informazioni. Il Papa ha poi messo a confronto due scene della Scrittura. Babele rappresenta, nella sua lettura, l’unità imposta dal potere, che sfocia nella divisione; trova la tentazione in certe forme di dominio economico, ideologico e tecnico. A Pentecoste, invece, uomini di lingue diverse ascoltano lo stesso annuncio senza perdere la propria lingua. Leone XIV ne ha ricordato il contenuto – la risurrezione di Gesù Cristo e la salvezza da lui portata – quindi ha proposto questa scena come modello di comunione rispettosa delle culture. Ha esteso questa comune ricerca di senso e di pace alle diverse tradizioni religiose, alle quali riconosce un ruolo «necessario e insostituibile». La Pentecoste racconta l’annuncio di Cristo da parte degli Apostoli, mentre il discorso si conclude qui presentando le religioni come partner dello stesso cammino verso Dio. Questo modo di concepire le false religioni rientra nell’orientamento interreligioso del Concilio Vaticano II, contestato dalla Fraternità San Pio X. Di qui Leone XIV ha legato la cura della persona umana a quella del creato: non si può, secondo lui, pretendere di difendere l’una trascurando l’altra. Ha proposto come misura di questo impegno l’attenzione ai bambini non ancora nati e a coloro che soffrono a causa della guerra, ai disabili o agli anziani, ai migranti e ai rifugiati. Infine, rilevando la crisi di fiducia che colpisce le istituzioni internazionali, ha esortato l’UNESCO a continuare la sua missione attraverso l’educazione, la ricerca della verità e il dialogo tra i popoli, convinto che la pace richieda qualcosa di più dei trattati o di un semplice equilibrio di forze. Ma come si può stabilire una pace duratura senza il regno sociale di Gesù Cristo? Sessant’anni dopo la dichiarazione di Paolo VI a chiusura del Concilio Vaticano II – «noi abbiamo il culto dell’uomo» – questo umanesimo non ha portato la pace nel mondo.A Notre-Dame, la cattedrale restaurata come immagine della Chiesa
Dopo aver lasciato l’UNESCO, il papa è salito sulla papamobile insieme a mons. Laurent Ulrich, arcivescovo di Parigi. Famiglie, religiosi, studenti delle scuole cattoliche e molti giovani si sono allineati lungo il percorso verso Notre-Dame. Secondo i dati diffusi dal Vaticano e riportati da Le Figaro, lungo il percorso si trovavano circa 300mila persone. Giunto sulla piazza antistante Notre-Dame, Leone XIV ha salutato i fedeli prima di entrare nella cattedrale. Primo papa ad entrarvi dopo la riapertura, ha prima pregato davanti al Santissimo Sacramento e venerato la Sacra Corona di Spine, prima di presiedere i vespri sotto le volte restaurate con vescovi, sacerdoti, diaconi, persone consacrate e seminaristi. L’assemblea cantava i salmi sotto le volte restaurate, mentre dalla piazza diverse migliaia di persone seguivano la funzione. Nel suo discorso il Papa è tornato all’incendio del 2019 e al turbamento suscitato ben oltre i cattolici. Notre-Dame, ha spiegato, è più di un monumento: porta con sé una storia e resta un luogo di incontro di persone. Ha ringraziato mons. Laurent Ulrich e la diocesi di Parigi per l’accoglienza e il cammino di scoperta della fede offerti ai visitatori che vedevano nella ricostruzione un invito esteso a tutta la Chiesa di Francia. I pastori, ha esortato, devono dare priorità alla «conversione missionaria» auspicata da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, mentre i fedeli laici devono partecipare a questa presenza missionaria, anche nelle aree rurali. Leone XIV ha ribadito poi la ragion d’essere della cattedrale: la preghiera e il culto divino. Senza l’azione liturgica, ha detto, essa perderebbe la sua anima. Ha parlato del rinnovamento del sacrificio redentore di Cristo nella Messa, così come del canto, della parola e dei gesti liturgici capaci di offrire un momento di pace in una società rumorosa. Ai sacerdoti che celebrano la Messa quotidianamente, anche di fronte alle piccole comunità, ha chiesto di garantire la dignità delle celebrazioni e di mantenere l’umiltà di fronte al mistero. Tuttavia, ha presentato la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium come erede e approfondimento del significato della liturgia trasmessa dai Padri e dai santi – una valutazione che lascia del tutto aperta la questione dei frutti della riforma liturgica derivante dal Concilio, così come quella delle intrinseche carenze del Novus Ordo. Il papa, infine, ha esortato vescovi, sacerdoti e persone consacrate a porre la comunione con il successore di Pietro «al di sopra delle [loro] sensibilità personali». Nel contesto attuale, questa formula non può ridurre le obiezioni dottrinali e liturgiche della Tradizione a una questione di sensibilità personale. Leone XIV ha proseguito invitando i pastori a conservare la loro preghiera personale e silenziosa: la loro missione, ha sottolineato, deve scaturire dall’amicizia con il Signore. Indicando la statua della Vergine con il Bambino risparmiata dall’incendio, ha affidato i pastori e il popolo francese alla Madonna. Sulla scalinata, prima di recarsi allo Stade de France, ha cantato il Salve Regina con i fedeli riuniti all’esterno.Aiuta Renovatio 21
Allo Stade de France, una veglia con 80.000 giovani
La veglia a Saint-Denis è iniziata prima dell’arrivo di papa Leone XIV. In uno Stade de France gremito da circa 80.000 giovani, esibizioni di cantanti e gruppi pop cristiani, tra cui Les Frangines e Glorious, si sono alternate a testimonianze e momenti dedicati alla fede. Una statua della Vergine Maria è stata portata in processione e i catecumeni hanno ricevuto le acclamazioni dell’assemblea. Quando il papa è entrato in campo sulla Papamobile, un affresco raffigurante la storia cristiana di Francia ha fatto sfilare i suoi santi intorno allo stadio, da Santa Genoveffa e Giovanna d’Arco al Curato d’Ars e Santa Teresa di Lisieux. L’entità della partecipazione è stata notevole; canti, rappresentazioni teatrali e fuochi d’artificio hanno conferito alla prima parte della serata una dimensione spettacolare. Una processione di stendardi e reliquie ha prolungato questo omaggio prima che la serata assumesse un tono più solenne. Due giovani hanno poi rivolto delle domande al papa. A Chloé, che dava testimonianza della sua fede verso persone di altre religioni nei quartieri popolari, Leone XIV ha raccomandato la fedeltà di fronte agli incontri e alle difficoltà della vita quotidiana. François, studente di agronomia e capo scout, gli ha chiesto come discernere la propria vocazione. Il papa lo ha indirizzato verso una formazione spirituale basata sulla preghiera e sul servizio, sull’adorazione e sull’azione, con uno spazio per il silenzio lontano dalla frenesia dei media. Ha rivolto un appello speciale ai giovani che consideravano il sacerdozio o la vita consacrata: «la Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi!». La veglia ha lasciato poi spazio alle Litanie dei Santi e alla presentazione della Sacra Tunica di Argenteuil presso la grande croce di cinque metri realizzata dall’associazione SOS Calvaires, davanti alla quale lo stadio si è riunito in preghiera. Nella sua meditazione, Leone XIV ha citato tre verbi usati da San Paolo nelle Lettere a Timoteo: fuggire, tendere e lottare. Ha esortato i giovani a fuggire l’orgoglio, la violenza e l’avidità, che promettono la felicità lasciandoli soli; tendere verso la giustizia, la fede, la carità, la pazienza e la mitezza; e poi combattere la battaglia della fede, senza violenza né disprezzo. Al desiderio di libertà che ha riconosciuto nei giovani francesi, ha risposto che la vera libertà nasce da una relazione viva con Gesù Cristo e cresce nella scelta del bene. Evocando Marcel Callo, Santa Giovanna d’Arco e Santa Teresa di Gesù Bambino, il papa ha presentato la santità come una via aperta a tutti. Ha ribadito, davanti ai giovani come aveva fatto la mattina al Palazzo dell’Eliseo, le parole uguaglianza e fraternità, collegandole alle virtù cristiane. Poi ha indicato la Sacra Tunica e la Croce: l’una sottratta a Cristo, l’altra portata da lui, ricordano la sua Passione e la redenzione da lui compiuta. Ha concluso chiedendo ai giovani di essere testimoni del Vangelo. Dopo la Compieta e la benedizione, la folla ha intonato il Salve Regina, concludendo così la prima giornata del viaggio papale in Francia.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Spirito
Il Vaticano nega la Messa al Summorum Pontificum
Il Vaticano ha fissato un evento all’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro, dopo aver respinto la richiesta del pellegrinaggio Summorum Pontificum di celebrare una Messa secondo il rito tradizionale nello stesso luogo e alla stessa ora. Lo riporta LifeSite.
Il pellegrinaggio internazionale Summorum Pontificum aveva chiesto di tenere la propria Messa pontificale il 24 ottobre. Dopo il no, il Vaticano ha annunciato che, in alternativa, avrebbe ospitato una conferenza su San Francesco d’Assisi nell’ambito delle celebrazioni per l’ottocentesimo anniversario della morte del santo.
La Messa pontificia, che in passato si teneva in San Pietro, si svolgerà ora nella basilica di Santa Maria Maggiore.
Il pellegrinaggio annuale di ottobre, con la Messa in latino, attraversa Roma e culmina in Vaticano, dove la celebrazione avviene di solito sull’Altare della Cattedra.
Si prevede che il corteo manterrà la tappa tradizionale alla Basilica di San Pietro, dove i partecipanti potranno almeno pregare presso la tomba dell’apostolo Pietro prima di recarsi a Santa Maria Maggiore, dove presiederà il vescovo Atanasio Schneider.
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Papa Leone XIV non ha ancora risposto alla richiesta di udienza del Summorum Pontificum, nove mesi dopo che gli organizzatori avevano formalmente chiesto di incontrarlo.
Secondo il vaticanista Edward Pentin, gli organizzatori del pellegrinaggio, in programma a Roma dal 23 al 25 ottobre, hanno chiesto un’udienza a Papa Leone in una lettera consegnata personalmente al Pontefice dal vescovo Atanasio in Vaticano nel dicembre 2025.
Come riportato da Renovatio 21, lo scorso anno la messa per il 14° Pellegrinaggio ad Petri Sedem, organizzato dal Coetus Internationalis Summorum Pontificum fu officiata in pompa magna dal cardinale Raimondo Leone Burke, suscitando grandi aspettative per il favore, o quantomeno la tolleranza, che il neopapa Leone avrebbe avuto verso la messa in latino.
Niente di più sbagliato: la persecuzione contro il rito antico non è solo continuata, è aumentata sensibilmente, con il cardinale Roche a scriverne contro apertis verbis, il cardinale Cupich a definirlo «uno spettacolo», e lo stesso pontefiche che suggerisce che un tempo in cattolici partecipavano alla messa preconciliare in modo meno «consapevole».
Si è avuta quindi notizia, più nel concreto, della repentina chiusura da parte delle diocesi di messe in latino in tutto il mondo, in special modo negli Stati Uniti.
Più visibilmente, vi è stata la scomunica alla FSSPX per l’ordinazione di quattro vescovi. Omelie domenicali contro la FSSPX si sono sentite in tutte le diocesi, e Renovatio 21 conosce più casi di lettere spedite dai vescovadi ai proprietari di cappelle dove dicono messa i sacerdoti della Fraternità.
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Immagine di Fr Lawrence Lew, OP, via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Pensiero
Vera rivolta contro il mondo moderno. Mons. Williamson commenta il manifesto di Unabomber
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