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«Il cosmo è cristocentrico»: omelia di Natale di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia per il Santo Natale dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

 

 

Sicut in cœlo et in terra

Omelia nel Santissimo Natale di Nostro Signore Gesù Cristo

 

Lux fulgebit hodie super nos: quia natus est nobis Dominus:
et vocabitur Admirabilis, Deus, Princeps pacis,
Pater futuri sæculi: cujus regni non erit finis.

Intr. ad Missam in Aurora

 

DIXIT DOMINUS DOMINO MEO: Sede a dextris meis; donec ponam inimicos tuos scabellum peduum tuorum (Ps 109, 1). La Chiesa ripete questo Salmo ai vesperi di tutte le domeniche e tutte le feste: Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.

 

L’eterno Padre, nell’eternità del tempo, si rivolge al Verbo eterno Incarnato, sancendo la Sua eterna Signoria – Siedi alla mia destra – e la Sua definitiva vittoria su Satana e sui suoi servi.

 

E questa vittoria è domenicale, si compie nel giorno quam fecit Dominus, quando con la Resurrezione dagl’inferi Nostro Signore porta a compimento la Redenzione del genere umano sconfiggendo la morte, subìta nella Passione per riscattarci dal peccato e dal giogo infernale dell’Avversario. 

 

Nell’eternità del tempo, secondo alcuni Padri, gli Angeli furono messi alla prova mostrando loro il Mistero dell’Incarnazione, decretato dalla Santissima Trinità per riparare alla tentazione a cui avrebbero ceduto i nostri Progenitori tentati dal Serpente.

 

Fu dinanzi a questo prodigio di Carità e di Misericordia infinite e divine, dinanzi al Verbo che si fa carne e assume la nostra natura umana, che l’orgoglio di Satana e degli angeli apostati si rifiutò di inchinarsi alla volontà di Dio e lanciò il proprio grido Non serviam in risposta all’Ecce, venio della Sapienza incarnata, al Fiat mihi secundum verbum tuum della Madre di Dio, al Quis ut Deus? dell’Arcangelo Michele e degli Angeli fedeli. Obbedienza e disobbedienza. Umiltà e orgoglio. Adorante gratitudine e arrogante ribellione. 

Acquistate le Maglie Crociate

Nell’eternità del tempo il Figlio eterno risponde all’eterno Padre e si cala nella Storia, irrompe nel fluire dei giorni, nell’avvicendarsi delle stagioni, nel ciclo degli anni e dei secoli, per ripristinare l’ordine divino che i nostri Progenitori hanno infranto. E questa inimicizia tra Dio e Satana, tra la stirpe della Donna e la progenie del Serpente, è annunciata nel Protoevangelo della Genesi, quasi a mostrarci il senso della nostra vita terrena, le ragioni del nostro peregrinare, la meta che ci attende. Felix culpa: la caduta di Adamo ed Eva ci ha meritato, assieme alla cacciata dal Paradiso terrestre, la promessa di un nuovo Adamo e di una nuova Eva, della Seconda Persona della Santissima Trinità che si fa uomo e di una Vergine Immacolata che per opera dello Spirito Santo è fatta Tabernacolo dell’Altissimo, Arca dell’Alleanza, Reggia del Re, Madre di Dio. 

 

La Chiesa celebra il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo secundum carnem perché in questo giorno di duemilaventiquattro anni fa, come annunciato dai Profeti, la Maestà divina scende sulla terra, la Luce risplende nelle tenebre, la Parola risuona per essere ascoltata, il chicco di grano è gettato nel terreno per germogliare.

 

E quella promessa fatta ai nostri Progenitori, rinnovata ai nostri padri in cammino verso la terra promessa, inizia con il vagito di un Re, avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia, esposto al rigore del freddo di una notte della Palestina. Ai pastori è concesso di scorgere un riflesso della Sua divinità nel canto degli Angeli, mentre i Magi Lo riconoscono come Dio scrutando gli astri e seguendo la stella dall’Oriente.

 

Il cosmo è cristocentrico: omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil, quod factum est (Gv 1, 3). Tutto è stato fatto per mezzo di Lui. Per ipsum, cum ipso, et in ipso. Per lui, con lui e in lui. Ut in nomine Jesu omne genu flectatur cœlestium, terrestrium, et infernorum (Fil 2, 10). Anche la Storia riconosce il discrimen tra un prima e un dopo, segnando il computo degli anni a partire dal Natale di Cristo. E la Santa Chiesa, che di Cristo Capo è Mistico Corpo, è la nuova Gerusalemme, il nuovo Israele, il popolo dell’eterna Alleanza che custodisce sui suoi altari l’Emmanuele, il Dio con noi, nel Santissimo Sacramento, fino alla fine dei tempi. 

 

L’ordine divino – il κόσμος, appunto – vede Cristo come Alfa e Omega, Principio e Fine: e questo vale per la natura, per ogni uomo, per le società civili, per la Chiesa: sine ipso factum est nihil, quod factum est. Nostro Signore stesso ce lo ha insegnato: Adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in cœlo et in terra. Non è dunque il mondo che si plasma i suoi idoli, ma il cielo che rivela Dio agli uomini e che dà loro il modello cui conformarsi. Lo ripetono gli Angeli: Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonæ voluntatis. 

 

Tutto rimanda a Cristo, tutto annuncia la Sua venuta, la Sua Incarnazione, la Sua Nascita, la Sua predicazione, la Sua Passione e Morte, la Sua Resurrezione. Tutto prepara il Suo ritorno trionfale nel giorno del Giudizio: et iterum venturus est cum gloria, judicare vivos et mortuos; cujus regni non erit finis. Tutto si compie in Cristo, Re e Pontefice, donec ponam inimicos tuos scabellum peduum tuorum, finché il Padre non avrà umiliato l’orgoglio dei nemici del Figlio ponendoli sotto i Suoi piedi. Dominare in medio inimicorum tuorum. 

 

Vi sono quindi dei nemici di Cristo, e lo sappiamo bene. Nemici spirituali – gli spiriti apostati cacciati nell’abisso da San Michele – e nemici in carne e ossa, ad iniziare da Erode, che per timore di perdere potere giunge a far massacrare le vite innocenti dei neonati. E i farisei e gli scribi del popolo, che tramano per uccidere quel Galileo che con la Sua predicazione e i Suoi miracoli contraddice i piani politici di ribellione all’invasore romano. E i Sommi Sacerdoti, illegittimi nella loro autorità di nomina imperiale, bramosi di conservare il prestigio della propria carica. E poi i pagani, feroci persecutori dei Cristiani; e gli eretici di tutti i tempi, i barbari, gli adepti delle logge e i massoni, i rivoluzionari, i socialisti e i comunisti, i liberali, i globalisti, i fautori del Great Reset e del Nuovo Ordine Mondiale.

 

Cosa accomuna quelli che la Sacra Scrittura chiama «operatori di iniquità», ossia i malvagi di tutti i tempi? L’odio a Cristo: un odio implacabile, feroce, spietato, cieco, folle, superbo. Odio verso il Santo Bambino appena nato a Betlemme: Crudelis Herodes Deum Regem venire quid times?, chiede la prosa dell’inno dell’Epifania. Erode crudele, perché temi che venga il Dio Re?

 

Eppure non eripit mortalia, qui regna dat cœlestia, colui che dà i regni spirituali non toglie le cose terrene. Ma è proprio per questo che Cristo è temuto dai Suoi nemici, da Erode a Klaus Schwab, da Caifa a Bergoglio: perché quelle cose terrene, quei poteri economici e politici, quelle ricchezze e quel successo mondano pretendono di sostituirsi e di eclissare i regna cœlestia, le potestà del cielo, prima fra tutte la Regalità universale di quel Re Bambino, che allarga le Sue piccole braccia nel gelo della mangiatoia già preludendo alla Croce che Lo attende: regnavit a ligno Deus, da quel trono di dolore e di umiliazione, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani (1Cor 1, 23).

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E quella divina Regalità è intrinsecamente sacerdotale, perché il regno di Cristo è conquistato nel Suo Sangue mediante l’immolazione di Sé, e di sangue è l’unzione regale e sacerdotale della Vittima immacolata. 

 

Potremmo dire che i primi a confermare la centralità di Nostro Signore Gesù Cristo sono proprio i Suoi nemici, che si scagliano solo e sempre contro Cristo, contro i discepoli di Cristo, contro chi di Cristo porta impresso il segno benedetto della salvezza, contro le membra del Suo Corpo Mistico. Non vi è religione, né superstizione, né idolatria, né culto pagano che siano fatti oggetto dell’odio dei malvagi, che riconoscono in essi il marchio del loro padrone, la frode del Principe della menzogna. 

 

L’odio dei nemici di Cristo nasce dall’orgoglio, quell’orgoglio luciferino che si rifiuta di riconoscere nell’Uomo-Dio Colui per quem omnia facta sunt, e al Quale l’ordine divino necessariamente impone di inchinarsi e genuflettersi, perché non può essere altrimenti, e perché non riconoscendo Cristo come Signore si finisce per erigere la creatura a idolo, a simulacro, in quel blasfemo sovvertimento del κόσμος che è il χάος, ossia la Rivoluzione, l’anima infernale della ribellione a Dio.

 

Non eripit mortalia qui regna dat cœlestia: ma le cose mortali, terrene, non ci sono tolte ed anzi ci sono date in sovrabbondanza e al centuplo solo se riconosciamo Nostro Signore Gesù Cristo come nostro principio, nostro fine e nostro mezzo, Che il Padre ha voluto sovranamente innalzare, e al Quale ha voluto dare un nome che al di sopra di ogni nome (Fil 2, 9). Questa necessità ontologica e indefettibile trova la propria ragione nell’obbedienza e nell’umiltà di Cristo, factus obœdiens usque ad mortem, mortem autem crucis (ibid., 8), e nel precetto evangelico: Si quis vult venire post me, abneget semetipsum et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me (Lc 9, 22).

 

E Cristo è stato il primo, nell’eternità del tempo come Verbo del Padre e nella storia come Uomo-Dio, a dare l’esempio di questo rinnegamento, di questa obbedienza, di questa umiltà. In capite libri scriptum est de me, ut facerem voluntatem tuam (Ps 39, 8).

 

Ma se questa umiltà e questa obbedienza sono il marchio, per così dire, dell’opera redentrice di Nostro Signore; se l’Incarnazione e il Natale di Cristo segnano l’incipit del grande rito del Sacrificio con il quale Dio ci riconcilia a Dio; vi è un’altra venuta che completerà la Liturgia eterna. È la seconda venuta del Signore, alla fine del mondo, quando quello scorcio di gloria che hanno contemplato i pastori nella Notte santa si squarcerà nel trionfo della vittoria e nella restaurazione della universale Signoria di Cristo Re, Pontefice e Giudice.

 

Non vedremo più il Puer avvolto in fasce, né l’Uomo dei dolori sfigurato dai tormenti della Passione, ma il Rex tremendæ majestatis, Colui al Quale il Padre restituirà lo scettro temporale: Dominabit in nationibus, implebit ruinas, conquassabit capita in terra multorum… confregit in die iræ suæ reges. Le terribili parole del Salmista, divinamente ispirate, devono suonare come severo monito per tutti noi, ma soprattutto per coloro che in questo mondo ribelle – e in questa Chiesa travagliata dalla Passione a immagine del proprio Capo – ancor oggi si rifiutano di adorare Nostro Signore, di riconoscerLo come Re divino e di conformare la loro volontà alla Sua santa Legge.

 

Il pacifismo eunuco e vile dei tempi presenti non vuole sentir parlare di un Dio che domina tra le nazioni, che distrugge e semina rovina, che schianta le teste orgogliose, che rivescia i potenti nel giorno della Sua ira. Ma questo è il destino ineluttabile dei malvagi, dei superbi, di chi si crede dio e pretende di decidere ciò che è bene e ciò che è male, di chi rifiuta di accogliere la Luce che è venuta nelle tenebre. L’ha ricordato, nel Magnificat, anche la Vergine Madre: Fecit potentiam in brachio suo, dispersit superbos mente cordis sui; deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles; esurientes implevit bonis, et divites dimisit inanes. 

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Seguiamo l’esempio dei pastori e dei Magi, cari fratelli: inginocchiamoci in adorazione dinanzi al Re Bambino, nel Cui sguardo possiamo vedere la tenerezza e la dolcezza dell’Emmanuele. Inginocchiamoci ai piedi della Croce, contemplando lo sguardo sofferente e straziato di Cristo Sommo Sacerdote che Si immola per noi al Padre.

 

Inginocchiamoci ai piedi dell’altare, sul quale si rinnova il Sacrificio del Calvario per la salvezza di molti. Perché a quanti Lo hanno accolto, il Signore ha dato il potere di diventare figli di Dio, a coloro che credono nel Suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati (Gv 1, 12-13). Vedremo così compiersi le parole di Maria Santissima: misericordia ejus a progenie in progenies timentibus eum, la sua misericordia si stende di generazione in generazione su quelli che lo temono.

 

Cari fratelli, permettetemi di rivolgere a tutti voi le parole del Signore ai Suoi Discepoli: Coraggio, sono io; non abbiate paura! (Mt 14, 27). Fate del vostro cuore la mangiatoia in cui la Vergine Santissima ponga il Neonato Gesù: quanto più essa sarà spoglia e povera, tanto più vi risplenderà l’Ospite divino e la Sua augusta Madre. Non sia turbato il vostro cuore (Gv 14, 1), nonostante l’apparente trionfo del Nemico e dei suoi servi, nonostante il tradimento della Gerarchia.

 

Quando queste cose cominceranno ad avvenire, dice la Scrittura, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina (Lc 21, 28). E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

25 Dicembre 2024
Nativitas D.N.J.C.

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Immagine di Lorenzo Monaco (circa 1370–circa 1425), Natività di Gesù (circa 1406-1410), e Metropolitan Museum of Art, Nuova York.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Il vescovo Strickland si chiede se il Concilio Vaticano II si sia arreso al modernismo

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Il vescovo Joseph Strickland, in un recente videomessaggio, ha messo in dubbio che il Concilio Vaticano II abbia fatto dei compromessi con il mondo moderno.   Monsignor Strickland sottolinea i pericoli del modernismo, nonché gli avvertimenti di Papa San Pio X contro questa «sintesi di tutte le eresie». Il vescovo ha ricordato che nel 1910 il santo papa richiese a sacerdoti, vescovi e altri «incaricati dell’insegnamento della fede cattolica» di prestare il Giuramento contro il modernismo, con il quale si impegnavano a «rifiutare i principi del modernismo e a preservare fedelmente la dottrina tramandata dagli apostoli».   Monsignor Strickland evidenzia che questo giuramento «rifletteva la convinzione che il modernismo rappresentasse un pericolo costante per la vita della Chiesa» e che tutti i sacerdoti ordinati tra il 1910 e il 1967 erano tenuti a prestarlo. Ciò includeva quasi tutti coloro che avevano partecipato al Concilio Vaticano II, con «pochissime eccezioni».   «Come avrebbero dovuto quei vescovi interpretare il giuramento che avevano pronunciato partecipando a un concilio che mirava a un nuovo rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno? Come avrebbero dovuto conciliare gli avvertimenti intransigente di San Pio X contro il modernismo con il desiderio del concilio di un maggiore impegno nella società contemporanea?», si chiede Sua Eccellenza.

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«Non sono domande che si possono semplicemente liquidare con noncuranza. Meritano un’attenta, onesta e ponderata riflessione», aggiunge.   «C’è un’enorme differenza tra proclamare il Vangelo al mondo e permettere che il mondo diventi il metro di paragone con cui il Vangelo viene interpretato (…) Credo che questa distinzione sia al centro della crisi a cui stiamo assistendo oggi», continua monsignore.   Il prelato si è poi rivolto direttamente al Concilio Vaticano II, che a suo dire merita una riflessione onesta. Ha sottolineato che, a differenza di tutti i precedenti concili ecumenici, il Vaticano II «non ha definito nuovi dogmi né ha emesso nuovi anatemi contro l’eresia». È stato descritto piuttosto come un concilio «pastorale», sia da Papa Giovanni XXIII, che lo aprì, sia da Papa Paolo VI, che lo chiuse. Lo stesso papa Paolo VI, durante un’udienza generale del 12 gennaio 1966, affermò che, proprio per questo carattere pastorale, il Vaticano II aveva evitato definizioni dogmatiche infallibili.   Strickland ha osservato che lo scopo dichiarato del Concilio Vaticano II era quello di «presentare le verità perenni della fede cattolica in un modo più accessibile al mondo moderno».   «Può la Chiesa dialogare con il mondo moderno senza assorbirne i presupposti? Questa domanda è oggi più urgente che mai», ha affermato il vescovo.   Ha poi preso di mira uno dei principali documenti del Concilio, la Gaudium et Spes, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, che «ha delineato una visione di impegno tra la Chiesa e la società contemporanea che ha profondamente influenzato la vita cattolica negli ultimi sei decenni».   «Molti hanno visto questo come uno sviluppo positivo. Altri hanno sollevato seri dubbi sul fatto che parte del suo linguaggio sia stato interpretato in modi che vanno oltre un autentico coinvolgimento e si avvicinano all’adattamento allo spirito del tempo», osserva il prelato texano.   Tali preoccupazioni «meritano un’attenta considerazione», afferma monsignore, «proprio perché San Pio X ci ha avvertito che il modernismo spesso si insinua nella Chiesa gradualmente, rivestito di un linguaggio che appare del tutto ragionevole».

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Il vescovo statunitense fa notare che il cardinale Joseph Ratzinger, il futuro papa Benedetto XVI, disse una volta che la Gaudium et Spes funzionava come una sorta di «contro-sillabo» in opposizione al Sillabo degli Errori, pubblicato da papa Pio IX a corredo della sua enciclica Quanta Cura.   Secondo monsignor Strickland, Ratzinger considerava la Gaudium et Spes «un tentativo di riconciliazione tra la Chiesa e l’età moderna». Ciò solleva la domanda: «se la Chiesa aveva precedentemente messo in guardia con tanta forza contro i pericoli posti dal liberalismo, dal razionalismo e dallo spirito del tempo, avvertimenti che si ritrovano soprattutto negli insegnamenti dei beati Pio IX e Pio X, cosa si intendeva esattamente riconciliare?».   «Le preoccupazioni che avevano suscitato quei solenni avvertimenti non erano più valide? Il pericolo era in qualche modo scomparso? O la Chiesa aveva semplicemente adottato un approccio pastorale diverso, lasciando intatti gli avvertimenti precedenti?»   «Queste sono domande che meritano risposte ponderate», ha affermato Strickland.  

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Qual è la credibilità dottrinale e l’autorità morale del cardinale Fernandez?

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Il 2 luglio 2026, il cardinale Víctor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato il decreto di «scomunica» contro i vescovi consacranti e quelli già consacrati il ​​giorno precedente a Écône. È ironico vedere questo decreto firmato da un prelato che, il 27 gennaio, durante la sessione plenaria del suo dicastero, aveva invocato «umiltà intellettuale, spirituale e teologica».

 

In quell’occasione, aveva denunciato «l’assolutizzazione della ragione personale o di certi criteri morali che potrebbero condurre a gravi abusi». Tra gli esempi citati figuravano l’Inquisizione, le guerre mondiali e l’Olocausto… Questo monito viene ora respinto dal cardinale argentino, ma solo perché implica la scomunica di duemila anni di Tradizione.

 

Su InfoVaticana, il 6 luglio, Pedro Gomez Carrizo sostiene che il decreto firmato dal cardinale Fernandez rappresenta soprattutto il fallimento di Leone XIV. Esprime giustamente la sua indignazione: «Che una figura del genere possa sostenere la scomunica in nome della purezza della comunione ecclesiale è semplicemente il colmo dell’assurdità. È il colmo dell’assurdità perché uno degli aspetti che più distingue gli scomunicati da coloro che li scomunicano è che i primi denunciano proprio come i secondi abbiano svuotato di significato le proprie azioni». In altre parole: quanto insensate siano diventate le loro azioni.

 

E per specificare cosa è diventata oggi la Dottrina della Fede, di cui il cardinale Fernandez è responsabile: «La dottrina è poco più di un rapporto redatto da un gruppo di lavoro, sempre dipendente dal contesto; la morale si è gradualmente dissolta in questa misericordia senza giudizio che accompagna il peccatore, avendo cura di non metterlo a disagio; la liturgia soffre da decenni di creatività parrocchiale; la Germania tenta da anni lo scisma a piccoli passi, e il Partito Comunista Cinese ordina vescovi; la Curia mette i cardinali al servizio delle suore prefette, mentre le coppie omosessuali vengono benedette a condizione che non preghino in latino; la cura pastorale non consiste più nel condurre le anime alla verità, ma nel ricoprire la pillola dottrinale fino a nasconderla completamente, e la sinodalità ha permesso che antiche eresie rinascano, splendenti, appena uscite da una sessione di brainstorming».

 

Pedro Gomez Carrizo pone la domanda che tutti si pongono: «come può Roma pretendere che la sua scomunica venga presa sul serio, dopo essersi prodigata per dimostrare che tutto, o quasi tutto, può essere sfumato, contestualizzato, negoziato, tollerato, reinterpretato o benedetto da una nota a piè di pagina [un’allusione ad Amoris Laetitia, dove la comunione per i cattolici divorziati e risposati è permessa con una semplice nota a piè di pagina]? È Roma stessa che, per decenni, ha svalutato il linguaggio con cui ora pretende di giudicare. Non dovrebbe sorprendersi che la sua teologia ‘liquida’ non stia facendo impressione».

 

«In breve», ha proseguito, «Roma ha creato eccezioni a destra e a manca per i casi più inaccettabili, ma ha eretto una barriera insormontabile di fronte a Écône. Questa ‘selettività delle eccezioni’ tradisce le carenze dell’autorità: con la Germania, tutto è un processo; con Écône, è una barriera assoluta. La Chiesa post-conciliare ha finalmente scoperto che l’inferno non è vuoto, ma vi vede solo i seguaci di mons. Lefebvre. A questi bambini è la sola pietra che viene data quando chiedono il pane».

 

Poi, Pedro Gomez Carrizo si è rivolto a colui per il quale il cardinale Fernandez firmò questo decreto, Leone XIV: «volendo presentarsi come garante della comunione, papa Prevost si è ritrovato erede di un’autorità sperperata. Ha ereditato una Roma abituata a tollerare l’intollerabile e, dopo aver affidato questo delicato compito all’uomo che simboleggia la peggiore deviazione dottrinale, scelse di rispondere a Écône con il gesto più severo, sebbene le sue stesse parole fossero già state pubblicamente ignorate».

 

«Senza ristabilire l’ordine, si è reso conto di non averlo imposto. Se la firma è di Tucho [il soprannome confidenziale del cardinale Fernandez], il fallimento è di Leone XIV. […] Dimostrare la forza del potere è facile, ma non sembra essere il modo migliore per riconquistare la propria autorità». Ciò che non è altrettanto facile è convincere la gente che questa preoccupazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X sia nata da un’intollerabile indisciplina e non da un’autentica e santa necessità, appagata per la gloria di Dio, per il bene delle anime e per la santificazione dei suoi membri e fedeli, ora scomunicati o ingiustamente minacciati di scomunica.

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Uno sguardo retrospettivo alla dottrina eterodossa del Prefetto della Dottrina della Fede

Per comprendere appieno la natura paradossale – per non dire aberrante – di un decreto di scomunica dfirmato dal cardinale Fernandez, è utile ripercorrere alcuni momenti della sua carriera, iniziata sotto Francesco e fedelmente proseguita sotto Leone XIV.

 

Quando fu nominato a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede nel 2023 da Francesco, il blog argentino The Wanderer ricordò opportunamente un’omelia di Tucho in cui dichiarava: «senza rendersene conto, la Chiesa ha sviluppato per secoli una dottrina piena di classificazioni che affermava: a) solo i battezzati che sono nella grazia di Dio possono ricevere la comunione e coloro che sono in stato di peccato mortale no; b) solo coloro che si pentono dei loro peccati ed esprimono l’intenzione di cambiare vita possono ricevere l’assoluzione sacramentale. Questa è una cosa terribile… Ma per fortuna questo è accaduto in passato, e ora c’è papa Francesco».

 

Questa clemenza «pastorale» si applica a tutti (todos, come ha detto Francesco)… eccetto i sacerdoti e i fedeli della Tradizione.

 

Il cardinale Fernandez sapeva perfettamente cosa si aspettasse da lui papa Francesco, poiché lo aveva chiarito al momento della sua nomina a capo del Dicastero per la Fede, in una lettera datata 1° luglio 2023, che rappresenta una vera e propria dichiarazione d’intenti: «il dicastero che presiederete in passato ha fatto ricorso a metodi immorali. Erano tempi in cui, anziché promuovere la conoscenza teologica, si perseguivano possibili errori dottrinali. Ciò che mi aspetto da voi è senza dubbio molto diverso». —Ad eccezione dei cosiddetti cattolici «preconciliari»…

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L’autore segreto di Amoris Laetitia e Fiducia Suplicans

Tucho deve tutto a Francesco, di cui è stato penna obbediente – persino servile – in Amoris Laetitia (19 marzo 2016), che autorizza la comunione ai cattolici divorziati e risposati caso per caso, e in Fiducia Suplicans (18 dicembre 2023), che permette la benedizione delle coppie omosessuali e irregolari.

 

Un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori più attenti a Roma: la penna nascosta di Francesco non solo ha scritto gran parte di Amoris Laetitia, ma ha anche incluso interi passaggi dei suoi stessi articoli, in particolare sulla questione dei cattolici divorziati e risposati. In breve, il papa ha copiato Tucho, e Tucho ha copiato se stesso.

 

Ancor prima che Francesco salisse al soglio pontificio, Bergoglio stava pensando e Fernandez stava scrivendo. Nel 2007, il documento finale dell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Latinoamericana (CELAM) ad Aparecida, di cui il cardinale Bergoglio fu responsabile, rivela questa stretta collaborazione.

 

Da papa, Francesco vi ha fatto riferimento in diverse occasioni, esprimendo persino il suo entusiasmo: ogni volta che veniva menzionata la parola Aparecida, lasciava intendere di considerare questo documento il suo più importante risultato programmatico. È importante sapere che il documento di Aparecida fu redatto da Fernandez, naturalmente secondo i desideri e le direttive di Bergoglio.

 

Lo zelo di Tucho era evidente anche in anticipo: nel 2018, Francesco nominò Fernandez arcivescovo di La Plata, la seconda sede episcopale più grande dell’Argentina. Uno dei suoi primi atti fu la sospensione del motu proprio Summorum Pontificum nella sua diocesi. Non ne diede una vera e propria motivazione. Il suo approccio si può riassumere in una frase: «I cattolici non hanno bisogno del rito tradizionale e la Chiesa non ha bisogno di cattolici legati alla Tradizione».

 

Nel luglio 2021, Francesco abrogherà il motu proprio Ecclesia Dei di Giovanni Paolo II [1988] e il Summorum Pontificum di Benedetto XVI [2007], sostituendoli con Traditionis Custodes, che limita drasticamente la celebrazione della Messa tradizionale. Il cardinale argentino aveva semplicemente anticipato la decisione, pianificata da tempo, del papa argentino.

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Un autore controverso

Il prelato, scrittore nell’ombra, non firmava i documenti del suo padrone e benefattore; tuttavia, ha firmato due opere scandalose che ha accuratamente rimosso dalla sua biografia ufficiale: Sáname con tu boca: El arte de besar [«Guariscimi con la bocca: L’arte del bacio», 1995]. Un libro che gli valse il soprannome di Besuqueiro [Il Baciatore], e che Tucho stesso presentò così:

 

«Vi racconterò cosa provano le persone quando si baciano». Per farlo, ho parlato a lungo con molte persone che hanno una vasta esperienza in questo campo, e anche con molti giovani che stanno imparando a baciare a modo loro… Spero che queste pagine vi aiutino a baciare meglio, che vi motivino a liberare il meglio di voi stessi in un bacio…

 

Un’altra opera omessa dalla sua voce bio-bibliografica: La pasión mística: espiritualidad y sensualidad [«Passione mistica: spiritualità e sensualità», 1988]. Questa esposizione sulle esperienze mistico-sensuali valse al suo autore un altro soprannome: Tucho besame mucho [«Tucho, baciami tanto», un riferimento al tango composto dalla pianista messicana Consuelo Velázquez, nel 1932].

 

Sotto la veste di temi «spirituali», il libro offre un’analisi meticolosa delle estasi non mistiche, sia maschili che femminili, e arriva persino a legittimare le relazioni omosessuali, affermando che non sono un peccato. Ad esempio, afferma: «Questo non significa, ad esempio, che un omosessuale cesserà necessariamente di essere omosessuale. Ricordiamo che la grazia di Dio può coesistere con le debolezze e anche con i peccati, quando vi è un condizionamento molto forte. In questo caso, la persona può compiere azioni oggettivamente peccaminose, ma non essere colpevole e non perdere la grazia di Dio». [p. 80]

 

In altre parole, gli omosessuali possono commettere atti oggettivamente peccaminosi, ma non sono colpevoli. Qui troviamo già un’allusione a ciò che verrà trovato in Fiducia supplicans: le relazioni omosessuali, sebbene oggettivamente peccaminose, non sono necessariamente colpevoli. Questa è l’opinione del Prefetto del Dicastero della Fede, difensore dell’ortodossia cattolica.

 

Sostenitore della «moralità graduale», Tucho ha affermato: «Il matrimonio cristiano è un ideale bellissimo, ma quando parliamo di gradualismo intendiamo che dobbiamo tenere conto della realtà concreta di coloro che non possono raggiungere questo ideale, e dobbiamo quindi ricordare quella categoria del “bene possibile” evocata da papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, alla quale dobbiamo aspirare anche a costo di sporcarci le mani nel fango della strada».

 

Come osserva con buon senso The Wanderer: «la teologia di Tucho sembra confusa. La grazia non si acquisisce gradualmente: o la si ottiene o non la si ottiene; o la si possiede o non la si possiede; o la si trova o la si perde. Un cristiano è o in stato di grazia o in stato di peccato. La teologia cattolica non ha mai affermato che si possa essere progressivamente in stato di grazia: mezza grazia o un quarto di grazia non sono misure comuni, nemmeno oggi».

 

Sul quotidiano argentino La Nación, Tucho predica una società più «inclusiva» sotto la bandiera dell’uguaglianza: non guardiamo alle idee, agli orientamenti sessuali. Fratelli tutti! Siamo tutti fratelli… «In altri tempi», conclude The Wanderer, «queste tesi avrebbero condotto il loro autore direttamente alla deposizione. Nelle circostanze attuali, lo hanno condotto direttamente alla cattedra di custode della dottrina cattolica».

 

Pertanto, come possiamo non porci queste domande sul cardinale Fernandez: perché è Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede? Come può Leone XIV mantenerlo in questa posizione? Quando verrà destituito?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Il cardinale arcivescovo di Tokyo ha espresso apprezzamento per il piano recentemente annunciato dal governo giapponese finalizzato a promuovere l’educazione sulle persone che si identificano come LGBT. Lo riporta LifeSite.   Il cardinale Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo, ha dichiarato a UCA News che «è significativo che il governo giapponese abbia chiaramente articolato una politica volta ad approfondire la comprensione delle minoranze sessuali».   Il piano, approvato il 16 giugno, deriva dal LGBT Understanding Promotion Act del 2023 e, a quanto pare, «mira a stabilire linee guida fondamentali per governi, scuole e imprese».

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Il cardinal Kikuchi sembrava operare una distinzione tra la moralità dell’omosessualità e la psicologia che ne sta alla base.   Secondo quanto riportato da UCA News, l’approccio della Chiesa cattolica alle minoranze sessuali comporta sia una dimensione etica fondata sulla fede, sia una comprensione più approfondita della vita umana stessa.   Il porporato nipponico ha sottolineato che «una comunità inclusiva che accoglie tutti non è lo scopo del nostro atteggiamento in quanto tale; piuttosto, è il primo passo verso la realizzazione del mondo che Dio ci chiama a costruire». Ha quindi evitato di esprimere in modo esplicito la posizione della Chiesa sull’immoralità degli atti omosessuali.   Kikuchi fu nominato vescovo da Papa Giovanni Paolo II nel 2004 e cardinale da Papa Francesco nel 2024.   Il piano giapponese per il 2026 per la promozione della consapevolezza LGBT prevede un’educazione pubblica che include l’utilizzo da parte del governo di opuscoli, video formativi e altro materiale educativo sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.   Tale programma educativo dovrà estendersi alle scuole, dove gli insegnanti dovranno essere formati per comprendere le tematiche LGBT e per affrontare il bullismo e la discriminazione. Il piano incoraggia inoltre i luoghi di lavoro ad essere accoglienti nei confronti delle persone che si identificano come LGBT e affronta in modo specifico insulti, molestie e la rivelazione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere di qualcuno senza il suo consenso («outing»).   Il Giappone rimane uno dei pochi Paesi del mondo sviluppato, insieme a Paesi come la Corea del Sud e la Repubblica Ceca, a non aver legalizzato il cosiddetto «matrimonio» omosessuale.

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Tuttavia, sebbene anche la premier giapponese, Sanae Takaichi, si opponga al cosiddetto «matrimonio» omosessuale, il Paese, fortemente laico, sostiene in larga parte questa pratica deviante: secondo un sondaggio Pew del 2023, circa il 70% dei giapponesi sarebbe favorevole al «matrimonio» omosessuale, il tasso di accettazione più alto tra tutti i Paesi asiatici presi in esame.   Come riportato da Renovatio 21, a novembre, la Corte di Tokyo ha stabilito che il divieto giapponese di «matrimonio» omosessuale è costituzionale, in una decisione insolita che si discosta da una serie di sentenze dei tribunali del Paese che avevano stabilito che la mancanza di riconoscimento legale del «matrimonio» omosessuale violava la Costituzione. Tuttavia, le alte corti giapponesi non hanno l’autorità di invalidare la legge vigente, il che rende queste sentenze puramente simboliche.   Come riportato da Renovatio 21, il tema dell’ascesa LGBT fu al centro di una notevole frizione tra l’ambasciatore USA a Tokyo nel 2023, l’ebreo obamiano Rahm Emanuel, e la Shinseiren («Associazione Nazionale per la Guida Spirituale»), cioè la maggiore sigla della religione scintoista, che già l’estate precedente aveva distribuito un opuscolo di 94 pagine a una grande riunione per i membri affiliati della Dieta giapponese, appoggiandosi per lo più del Partito Liberal Democratico al governo. Il testo includeva la trascrizione di una conferenza che descriveva l’omosessualità come «un disturbo mentale acquisito, una dipendenza» che poteva essere risolta con la «terapia riparativa».  

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 Immagine di 0713jp via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
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