Sport e Marzialistica
Il ciclismo e i suoi sacrifici. Renovatio 21 intervista il campione mondiale Alessandro Ballan
Ci sono vittorie che cambiano una carriera e trionfi che entrano di diritto nella storia dello sport. Quella di Alessandro Ballan è la storia di un corridore tenace, capace di toccare la vetta più alta del mondo delle due ruote in quel memorabile 2008 a Varese quando, con uno scatto degno del ciclismo d’altri tempi, tagliò il traguardo a braccia alzate conquistando la maglia iridata.
Professionista dal 2004 al 2016, vincitore anche di una storica classica monumento come il Giro delle Fiandre nel 2007, Ballan ha attraversato le tappe più entusiasmanti e i momenti più complessi del ciclismo moderno.
In questa intervista esclusiva a Renovatio 21, l’ex campione veneto si racconta senza filtri: dal brivido dei successi alle prove più dure come la squalifica e il terribile incidente in terra iberica, fino a una lucida analisi sullo stato del movimento di oggi.
Iniziamo con un particolare. Tu sei amico di un campione perugino di calcio, nonché mio concittadino, Fabrizio Ravanelli, che a breve incontreremo per un’intervista su Renovatio 21.
Certo! Lui è appassionato e praticante di ciclismo. Da poco abbiamo fatto una corsa assieme.
Come ti sei appassionato alla bicicletta?
La passione per le due ruote nasce per caso, dopo aver provato diversi sport che non mi avevano mai entusiasmato. Avevano regalato a mio fratello una bicicletta da passeggio per la Cresima e, a quel punto, ne volevo assolutamente una anche io. Sono andato da mio papà e ho cominciato a chiedergli un mezzo che fosse solo mio: l’ho preso letteralmente per sfinimento. Eravamo una famiglia umile e non avevamo grandi possibilità finanziarie; mio padre coltivava la terra e faceva il fiorista.
In cantina avevamo una vecchia bici da corsa arrugginita, appesa lì dopo che l’aveva portata un fidanzato di mia sorella; io non la consideravo nemmeno. Mio papà allora mi disse: «Quella nuova non te la comprerò mai, ma se vuoi ti sistemo questa». La portò dall’artigiano del paese, uno dei più bravi della zona, che però era sommerso di lavoro. Fu un calvario riavere il mezzo rimesso a nuovo! Ogni sabato andavo da lui accompagnato da mio babbo, sperando che fosse pronto. Non lo era mai, e ogni volta tornavo a casa in lacrime, finché mio padre parlò con l’artigiano cercando di sollecitarlo. Nel giro di due settimane la bicicletta fu pronta.
Decisi di farla dipingere di rosso. Quando la ritirai era bella fiammante e ho iniziato a usarla continuamente: per andare a scuola e per uscire il pomeriggio. Aveva i cambi, era veloce e montava il classico manubrio da corsa; la sentivo aerodinamica. Vedendomi sempre in sella, mio babbo mi chiese se avessi voglia di fare qualche gara e mi tesserò con l’Unione Ciclistica Giorgione. Eravamo solo in due della categoria giovanissimi, perché la società a quel tempo si occupava solo di ragazzi più grandi. Da lì, comunque, siamo partiti ed è stato subito amore puro, anche perché fin dalle prime competizioni ho iniziato a portare a casa coppe e premi.
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Passi al professionismo nel 2004. Eri già grande rispetto agli standard.
Sono passato professionista molto tardi perché ho avuto parecchi problemi. In primo luogo la scomparsa di mio papà quando avevo quindici anni: quel periodo è stato davvero duro perché dovevo finire la scuola, correre in bici e contemporaneamente lavorare a casa, dato che con mio fratello e mia mamma portavamo avanti l’azienda di famiglia. Sono stati anni difficili.
Poi ho incontrato il patron dell’Unione Ciclisti Trevigiani, Remo Mosole, che ci ha permesso di chiudere l’attività e ha dato sia a me sia a mio fratello l’opportunità di fare i ciclisti a tempo pieno. Da lì abbiamo cominciato a fare le cose sul serio. In seguito sono arrivati anche dei problemi al ginocchio, che hanno ritardato di altri due anni la mia maturazione sportiva. Ho iniziato a vincere a ventidue anni, un’età abbastanza avanzata per l’ambiente. Nel ciclismo moderno non sarei mai riuscito a emergere, perché attualmente o vieni fuori a diciott’anni oppure sei tagliato fuori.
Tu sei nato nel 1979. Quando passi professionista avevi ventiquattro anni circa.
Come ti dicevo ho iniziato ad andar forte a ventidue anni. Ho fatto due anni ottimi e a ventiquattro son passato professionista.
Oggi sono cambiate tante cose. I ragazzi passano tra i professionisti molto prima.
È cambiato tutto e non so quanto faccia bene al movimento giovanile italiano. Nel senso: è vero che si trovano tanti campioni precoci, però si rischia di perdere tanti Alessandro Ballan, che magari riescono a emergere un po’ più tardi rispetto a ragazzi che a diciassette o diciott’anni sono già completamente maturi.
È un’osservazione interessante e condivisibile. Parlando della tua carriera parliamo sì di un ciclismo diverso, ma sono passati relativamente pochi anni.
Sono vent’anni circa, non tantissimo. Eppure oggi funziona così: o emergi già tra gli juniores o sei in parte tagliato fuori. O hai i numeri fin da subito, oppure è un casino.
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Quanti sacrifici deve fare un ragazzo che vuole diventare professionista? Un atleta che ha una visione indirizzata al professionismo credo debba essere costante nell’allenamento, nell’alimentazione e in tutto il resto.
Hai detto benissimo. Molti parlano di crisi del ciclismo italiano, sia per i corridori da corse a tappe sia per le classiche. È un insieme di tante cose: manca una squadra World Tour, a livello giovanile stanno scomparendo molte società e mancano anche gli organizzatori. Il bacino da cui andare a pescare è decisamente inferiore rispetto ai miei tempi.
Però, secondo me, da parte dei ragazzi di oggi manca anche la fame, la voglia di arrivare. I giovani d’oggi bene o male hanno già tutto, e difficilmente riescono a tirar fuori quel qualcosa in più che ho dovuto metterci io all’epoca. Per farti un esempio: mi ricordo che avevamo problemi economici a casa e, una volta chiusa la nostra azienda, da dilettante venivo pagato con dei rimborsi spese solo per dieci mesi l’anno.
C’erano due mesi in cui non percepivo alcuno stipendio. In quel periodo invernale andavo a fare il muratore, l’idraulico o l’imbianchino. Capire cosa significasse lavorare duramente tutti i giorni, svegliarsi presto, faticare e tornare a casa esausto, mi ha permesso di affrontare gli allenamenti in bici con un altro spirito.
Un’altra cosa importante è che il ciclismo è uno sport molto più esigente rispetto agli altri; è estremo, si cura ogni dettaglio a partire dall’alimentazione, con enormi sacrifici a tavola e continue rinunce. Ricordo che i miei compagni di classe il sabato sera andavano in discoteca, mentre io restavo a casa, tranne qualche volta durante la pausa invernale prima di riprendere la preparazione. Questa disciplina mi ha imposto tantissime privazioni, ma ne è valsa la pena.
Una delle rinunce più grandi, però, l’ho vissuta quando ero già professionista e avevo le bimbe piccole: mi chiedevano di giocare in giardino e non potevo farlo, perché avrei compromesso la muscolatura. Non potevo andare in piscina con loro o correre in un prato, altrimenti per i tre giorni successivi sarei stato morto. Tutto lo sport ad alto livello comporta dei sacrifici, è logico, ma nel ciclismo ogni cosa è portata all’estremo perché è un’attività di endurance, ad altissima intensità, che ti logora e ti richiede ancora di più.
È uno sport di grande fatica.
Eh sì!
Come avviene il tuo passaggio nel mondo dei professionisti?
Sono passato quasi per caso, grazie a un meccanico di Castelfranco Veneto che si chiama Sergio Argentin (ma non c’entra nulla con l’ex campione Moreno Argentin). Io andavo a riparare la mia bici nel suo negozio, «Cicli Argentin»; lui sapeva che stavo ottenendo dei bei risultati perché i giornali locali parlavano di me, ma facevo fatica a fare il grande salto perché all’epoca non avevo un procuratore. Non era come adesso, che un ragazzo a sedici anni ne ha già uno.
Sergio, essendo stato rivenditore Wilier – azienda che tra l’altro ha sede qua vicino, a Rossano Veneto – mi disse, per due anni consecutivi, di portargli un curriculum con tutti i miei piazzamenti per vedere se in qualche modo si riusciva a sbloccare la situazione. Mi ricordo ancora quel curriculum scritto a mano: il primo anno andò male; il secondo anno glielo portai aggiornato con le nuove vittorie ottenute nel 2003.
Nel mese di novembre, finita la stagione delle corse, mi ero messo a lavorare. Un giorno, mentre ero su una scala a nastrare una finestra facendo l’imbianchino, ricevetti una telefonata da Guido Bontempi: mi diceva che il giorno successivo sarei dovuto andare a Usmate Velate, nella sede della Lampre, a firmare il contratto con Giuseppe Saronni. Quello fu un momento incredibile. Ero senza parole. Era il traguardo che avevo sempre desiderato. Se non si fosse palesata quell’occasione, avrei fatto un altro anno da dilettante e poi avrei smesso. E invece, sono diventato un professionista.
Un primo vero sogno che si realizza.
Ho sempre impostato la mia carriera in base ai risultati e ai segnali, cercando costantemente di alzare l’asticella. Fin da bambino, il primo desiderio è proprio quello di passare professionista, di riuscire a stare in gruppo con i grandi campioni e correre le gare mitiche, che sia un Giro d’Italia o una Milano-Sanremo… sono le prime grandi aspirazioni che ha un ragazzino.
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Passando al professionismo anche i contratti cambiano e c’è uno stipendio adeguato, così da vivere la propria attività sportiva senza l’assillo economico.
È logico che quando sei stipendiato tutto l’anno, e in più ci sono i premi e tutta una serie di incentivi, affronti tutto con un’altra serenità. Questo mi ha garantito una certa tranquillità da quel punto di vista.
Passi in Lampre nel 2004 e fin da subito ti metti in evidenza, diventando un punto di riferimento.
Sono diventato professionista con l’obiettivo di essere un ottimo gregario. In pianura non avevo problemi, ero uno che menava. Facevo fatica sulle salite lunghe, data anche la mia statura. Il primo anno mi sono messo in luce per come lavoravo per la squadra: andavo in fuga, tiravo, andavo a prendere l’acqua…
Mi hanno subito valorizzato e la cosa bella è stata che non mi hanno considerato il classico ragazzino alle prime armi, proprio perché sono arrivato nel ciclismo che conta a ventiquattro anni, già maturo. Ero un debuttante nella categoria, però anagraficamente avevo la mia età. Infatti in squadra c’era gente che correva tra i professionisti già da quattro anni, pur essendo mia coetanea o addirittura più giovane.
Sono riuscito subito a ricavarmi uno spazio e l’anno successivo – dato che avevano notato in me alcune caratteristiche adatte soprattutto alle corse del nord – sono andato in Belgio con i gradi di capitano e con il compito di fare risultato. La prima gara sul pavé del 2005 era proprio lì, la frazione d’apertura de La Tre Giorni di La Panne, e l’ho vinta. Da lì capii che potevo essere non solamente un gregario, ma fare qualcosa di più.
Che rapporto avevi con Giuseppe Saronni?
Eh [ride]! Questa è una cosa che quando la racconto Moser diventa matto! Perché sai quanta rivalità c’è tra i due… Io la dico in modo simpatico e lui lo sa. Io sono sempre stato «saronniano», mio papà invece teneva per Moser.
Anche mio padre teneva per Francesco Moser!
Moser era un po’ più brontolone, un po’ più all’antica. Saronni invece era più moderno, più al passo con i tempi in quegli anni. Però, dopo averlo conosciuto nel ruolo di manager, devo dire che sono passato dalla parte di Moser [ride]. Lo dico con simpatia, ma è così; d’altronde capisco perfettamente che non sia facile gestire una squadra in cui devi far quadrare tutto. Sia ben chiaro, stiamo parlando di due grandissimi campioni.
Nel 2007 vinci il Giro delle Fiandre, che il giornalista Auro Bulbarelli definì «la corsa universitaria del ciclismo». Tu scatti sul Muro di Grammont. Ci racconti quella corsa e come l’avete preparata come squadra?
In Belgio cominciavo a essere uno degli atleti di riferimento, dato che avevo fatto sesto due anni prima e poi quinto. Ero sempre lì davanti; era una gara che mi piaceva tantissimo e, tra l’altro, avevo appena vinto La Tre Giorni di La Panne, proprio una settimana prima del Fiandre. Risultavo quindi uno dei corridori più in forma, insieme a Tom Boonen e Fabian Cancellara.
È logico che la notte della vigilia andai a letto con molta pressione addosso, tanto che praticamente non riuscii a dormire. Ero in camera con Fabio Baldato e alle 4 mi alzai perché non riuscivo a chiudere occhio; chiamai il medico per chiedergli se potesse darmi una mano, ma Fabio mi fermò: «Sta’ tranquillo, perché anch’io prima di una Milano-Sanremo non ho dormito tutta la notte e il giorno dopo sono arrivato secondo».
Le sue parole mi consolarono parecchio e alla fine un paio d’ore di sonno sono riuscito a farle, fino alle sette, quando è suonata la sveglia.
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All’inizio della gara, però, non avevo buone sensazioni. Mi pesavano il fatto di non aver riposato e l’aver mangiato più del solito per evitare di incorrere in crisi di fame. Per i primi cento chilometri non andavo proprio. Nel finale mi sono sbloccato, grazie anche alla squadra e a Baldato che mi è sempre rimasto vicino dandomi morale, dato che attraversavo momenti in cui pensavo di non avere la gamba giusta.
La svolta è arrivata quando è partito Cancellara prima del Grammont. Si erano sganciati in sei e Fabio ha preso in mano la situazione, mettendo i miei compagni davanti a tirare. Questo mi ha trasmesso un senso di grande responsabilità. Appena abbiamo ripreso Cancellara, proprio ai piedi del Muro, ho pensato: «Non posso deludere i miei compagni, devo quantomeno far vedere che ci sono e che ci provo». E ci ho provato. Ho affiancato Tom Boonen e ho scattato. Non l’ho fatto tanto con l’idea di andare a vincere la corsa, ma come scatto d’orgoglio per mostrare alla mia squadra, che si era sacrificata a tirare, che nel momento clou io c’ero.
Quando sono arrivato in cima e ho scollinato, mi sono voltato e ho visto che ero da solo: «Allora non sto così male… gli altri stanno peggio!». Da lì sono andato dritto fino al traguardo.
In quello scatto ti ha seguito il belga Leif Hoste.
Lui mi ha raggiunto prima del Bosberg; l’ho aspettato, perché da solo sarebbe stata più dura giungere al traguardo. In due abbiamo collaborato. Sapevo di essere più veloce di lui, anche se nella volata finale ho rischiato molto, dato che non ho vinto con tantissimo margine.
Come spieghi questa tua attitudine per le corse del Nord?
Me ne parlava già il mio direttore sportivo da dilettante, Gianluca Pianegonda, che era un grande amante delle gare in Belgio. Quando correvo con lui nel 2003, mi diceva sempre: «Tu sei un corridore da Nord». Questa cosa mi è rimasta in testa, tanto che quando passai professionista chiesi esplicitamente di farmi inserire quelle prove in programma. Tutti i direttori sportivi rimasero a bocca aperta: un debuttante non chiede mai di fare quelle trasferte, perché sono considerate le peggiori.
A me invece piaceva tutto: il clima che si respira lassù e i percorsi perfetti per le mie caratteristiche. Certo, l’impatto con il pavé all’inizio è stato traumatico. Poi però ho iniziato a capire come muovermi, come impostare la pedalata sulle pietre e come tenere la bici. Se guardi il mio palmarès, le vittorie non sono tantissime, ma la maggior parte è arrivata in gare di fondo. Agli altri, sempre parafrasando Bulbarelli, «dopo i duecento chilometri si spegne la lampadina, ma Ballan irradia». Dopo quelle distanze io riuscivo a mantenere un rendimento costante, al contrario di molti rivali. Credo sia stata una delle doti che mi hanno contraddistinto.
Le corse dure con i tratti in pietra mi venivano facili perché la dinamica era semplice: il pavé è duro per tutti, ma se riesci a prenderlo davanti e a mantenere la posizione, scremi il gruppo pesantemente. È un terreno che fa selezione da solo. Io cercavo di stare davanti, risparmiare quante più energie possibili e dare il massimo nel finale. Credo che se uno sa pedalare sul pavé siano gare quasi lineari, persino il Fiandre o la stessa Parigi-Roubaix: basta stare davanti e la selezione avviene naturalmente.
La Parigi-Roubaix è più dura del Fiandre?
Sì, perché quel fondo ti stressa molto a livello di braccia, di mani e anche di testa. In ogni singolo settore bisogna fare una volata solo per entrare nelle prime posizioni. Richiede una concentrazione totale.
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Facciamo un salto temporale. Nel 2012 arrivi a un passo dal bissare la vittoria del 2007 al Giro delle Fiandre. Arrivi in volata con Tom Boonen e Filippo Pozzato e ti classifichi al terzo posto. Se ci fosse stata più collaborazione tra te e Pozzato, forse Boonen non l’avrebbe spuntata e uno di voi due italiani avrebbe potuto vincerla, giusto?
Senza forse [ride]! La vicenda è molto semplice. È brutto vedere due italiani in fuga farsi portar via il successo da un belga in una classica del genere; soprattutto se consideri che eravamo due connazionali, tra l’altro vicini di casa, che si allenavano tutti i giorni insieme.
La cosa peggiore è che ci eravamo pure parlati: l’accordo era scattare a ripetizione, prima uno e poi l’altro. Sapevamo che in questo modo uno di noi due se ne sarebbe andato, perché Boonen non avrebbe mai potuto chiudere su tutti i tentativi.
Il problema è stato che, quando siamo arrivati a quattro chilometri e mezzo dal traguardo e io ho cominciato ad attaccare, Pippo restava ruota. Di conseguenza mi trovavo sempre in testa a tirare, senza la possibilità di accodami e poi ripartire da dietro in velocità sfruttando le chiusure di Boonen su di lui. Così facendo, l’abbiamo letteralmente buttata via.
All’arrivo gli ho chiesto spiegazioni e lui mi ha risposto: «Ero convinto di batterlo in volata». Beh, stiamo parlando di Boonen, in una corsa a casa sua; in più, aveva vinto una gara la settimana prima proprio allo sprint, dove Pozzato era arrivato decimo. Dico sempre che, secondo me, la vera occasione l’ha persa Pippo, perché io il Fiandre l’avevo già conquistato.
È logico che vincerlo una seconda volta mi avrebbe fatto gola, ma il treno della vita l’ha perso lui, che non lo ha mai inserito in bacheca. Ho quasi l’impressione che quel giorno abbia corso più per far perdere il sottoscritto che per vincere lui stesso.
Le rivalità nello sport ci sono e il ciclismo non fa certo eccezione.
Eh sì!
Nel vostro ambiente c’è rispetto tra voi? Esiste l’amicizia vera?
Sì, ma è logico che quando c’è di mezzo la gara l’amicizia può andare tranquillamente a farsi benedire [ride]. Sono attimi. Certe volte le decisioni vanno prese quando hai poco sangue al cervello perché sei stanco, a fine corsa, in momenti in cui devi compiere scelte cruciali. Il rispetto c’è – a volte sì e a volte no – ma per quello che ho potuto vedere c’è anche tanta gelosia.
Pure con Pippo Pozzato, ad esempio, il rapporto è stato ottimo finché non ho vinto il Mondiale. Dopo quel successo sono diventato a tutti gli effetti un suo rivale a livello di risultati e quindi ci siamo un po’ allontanati. Oggi abbiamo un rapporto normale: ci incrociamo, ci salutiamo, ma non usciamo più insieme come un tempo, quando frequentavamo le stesse compagnie con le rispettive partner.
Visto che l’hai citato, arriviamo a Varese 2008. Con uno scatto d’altri tempi ti aggiudichi il Mondiale. Un’emozione sportiva autentica, vera, forte nel vederti volare verso il traguardo. Tu arrivi a quell’appuntamento in una condizione fisica invidiabile.
Stavo da Dio. È stato in assoluto il momento migliore della mia carriera.
Eravate una Nazionale fortissima, reduce dalle due vittorie precedenti di Paolo Bettini e che puntava al terzo titolo consecutivo. C’era Damiano Cunego in gran forma, che tra l’altro vince l’argento. Come l’avete preparata quella corsa? Vedendo i tre chilometri finali, c’era Cunego che sembrava destinato alla volata ed era un serio pretendente alla vittoria. Quando preparate una corsa così importante, ogni minimo dettaglio è studiato a tavolino?
Quello è stato un capolavoro e un tatticismo di squadra perfetto. In primis il merito va a Franco Ballerini [ex commissario tecnico della Nazionale, ndr]. La sua dote principale era quella di riuscire a mettere insieme corridori fortissimi e farli andare d’accordo, specialmente atleti che durante l’anno erano acerrimi rivali. La seconda grande qualità di Franco era la sua visione di corsa, che andava sempre vicinissima alla realtà, e con me lo dimostrò chiaramente.
Nelle riunioni tattiche pre-mondiale, quando eravamo tutti riuniti, la strategia ufficiale era quella di correre per il terzo titolo di Paolo Bettini, perché era l’uomo più forte, più in forma e quello che dava maggiori garanzie. Se fossimo arrivati in volata dovevamo tirare per lui, se andava via una fuga doveva esserci lui dentro, bisognava fare selezione sempre per Paolo. Questa era la linea.
Però Ballerini, in un secondo momento e in tre occasioni diverse – due volte da solo e una con Alfredo Martini – mi prese da parte e mi disse: «Ale, per come vai, se tu scatti ai meno tre dall’arrivo, dove la strada tira leggermente in su, puoi vincere il campionato del mondo». Fu lui a mettermi in testa l’attacco che poi ho piazzato. Sapeva che la gara avrebbe potuto prendere una piega diversa da quella pianificata per Bettini.
In più, quel giorno avemmo un problema con le radioline, tanto che si parlò persino di un possibile sabotaggio, dato che eravamo la Nazionale più forte e per di più giocavamo in casa. Dal primo chilometro i nostri apparecchi non hanno mai funzionato. L’unica comunicazione possibile avveniva quando qualcuno dal gruppo, in particolare Luca Paolini, riusciva a parlare direttamente con l’ammiraglia di Franco e ci riportava gli ordini.
Tutto quello che è successo negli ultimi cento chilometri l’abbiamo fatto interamente di testa nostra, perché un corridore non poteva permettersi di scendere indietro a parlare con il CT, rischiando poi di rimanere tagliato fuori.
Io dovevo entrare in gioco negli ultimi tre giri insieme a Davide Rebellin, e infatti ho cominciato a muovermi intorno agli ottanta chilometri dall’arrivo. Nel finale, Paolo ha visto che aveva tutti i big incollati alla sua ruota e che il percorso non gli permetteva di fare la differenza; il rischio concreto era quello di portarsi in volata gente del calibro di Boonen, Zabel o Valverde. Questo cambio di programma è nato proprio da un’intuizione di Bettini, che ha fatto da tappo dietro lasciando scappare via Cunego, Rebellin e il sottoscritto.
All’ultimo giro, al suono della campana sulla salita del Montello, sono rimasto a ruota guardando indietro e aspettando Paolo per mettermi a sua disposizione. A un certo punto vedo rientrare due maglie azzurre e penso: «Ecco, uno dei due è sicuramente lui». Quando invece mi sono visto spuntare Rebellin e Cunego ci sono rimasto quasi male, mi sono chiesto: «E adesso che facciamo?»
La cosa splendida era che ci trovavamo in dodici davanti, di cui ben tre italiani. Sono andato subito a parlare con Davide, che per esperienza era il nostro regista in corsa, e lui mi ha detto: «Bisogna essere sicuri di vincere il Campionato del Mondo, non possiamo rischiare di arrivare in volata. Dobbiamo scattare a turno, uno alla volta, e dobbiamo arrivare da soli». Se mi fossi portato dietro Matti Breschel, per dire, avrei rischiato di perdere. Dovevamo blindare la vittoria. Lo stesso ordine fu dato anche a Damiano.
Abbiamo imboccato i Ronchi di Casbeno e noi tre abbiamo iniziato ad attaccare a ripetizione. Prima ci ho provato io e mi sono sfilato, poi ci ha riprovato Rebellin, poi Cunego; alla fine, da dietro sono piombato io in velocità, ho tirato dritto e mi è andata bene.
Uno scatto bellissimo che rivedo sempre con grande trasporto.
È sempre una grande emozione da rivedere.
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Vorrei spendere qualche parola su Franco Ballerini. Sono diversi anni oramai che è scomparso per un tragico incidente in un rally, di cui era un grande appassionato. Che persona era e che ricordo hai di lui?
Era una persona squisita, sempre educata, pacata e tranquilla. Non l’ho mai visto arrabbiato. Era veramente piacevole chiacchierare con lui ed era capace in quasi tutto ciò che faceva. Ricordo che lo chiamavo spesso prima della Parigi-Roubaix – perché d’altronde lui era «Monsieur Roubaix» – per chiedergli qualche dritta. È una corsa che mi piaceva tantissimo, ma l’impatto iniziale, come ho detto, fu traumatico; grazie ai suoi consigli sono riuscito a farmela piacere, cercavo sempre di seguirli alla lettera.
Era bello stare in sua compagnia. Sapeva instaurare un clima splendido nella settimana del Campionato del Mondo: nonostante andassimo incontro all’evento più importante dell’anno, carico di una pressione enorme, in squadra si riusciva a scherzare e a divertirsi. Era veramente fantastico.
Come corridore era forte ed è stato un ottimo commissario tecnico, peraltro molto vincente.
In quegli anni aveva a disposizione corridori incredibili. Se andiamo a rivedere Varese 2008, con gli atleti che rimasero a casa si sarebbe potuta allestire un’altra Nazionale altrettanto competitiva e vincente. Detto questo, Franco aveva un gran talento nel selezionare il gruppo e sapeva trovare le giuste motivazioni anche per le persone che non convocava. Ha sempre fatto le scelte corrette e i risultati gli hanno dato ragione.
Quando c’è abbondanza di campioni è un bene, ma la gestione a volte non è facile. Franco Ballerini credo sia stato abile anche in questo.
Era abile in tutto, Franco. Ritornando a quel Mondiale di Varese, lasciò a casa Stefano Garzelli, che avrebbe corso praticamente sulle strade di casa, e Filippo Pozzato, che rimase sulle tribune a vedere l’arrivo. Escluse anche Ivan Basso, un altro corridore che in gare di quel livello poteva tranquillamente dire la sua. Aveva lasciato fuori dei nomi non indifferenti. Inoltre, all’epoca, c’erano già Vincenzo Nibali e Giovanni Visconti che stavano emergendo.
In quei chilometri finali, tra il tuo scatto e il traguardo, cosa hai pensato, che sensazioni avevi e quali pensieri ti stavano passando per la testa? Prima dicevi che nei momenti di fatica non è semplice essere lucidi. Lì hai fatto qualcosa di strepitoso: dopo circa duecentocinquanta chilometri, con la fatica sulle gambe e la responsabilità di afferrare la vittoria.
Avevo il timore che mi riprendessero, perché un crollo ci può sempre stare. Lì fu qualcosa di unico. Nel momento in cui ho scattato si sono formate due ali di folla che mi hanno accompagnato fino all’interno dell’ippodromo, con un boato pazzesco.
Cercavo di rimanere concentrato, di non voltarmi per non compromettere la posizione aerodinamica, ma soprattutto perché girarmi e vedermeli lì a pochi metri mi avrebbe penalizzato a livello mentale.
Sono andato dritto, concentrato solo a menare a tutta e a spingere il rapporto giusto. Se guardi il video, si nota che cerco sempre di stare composto in sella e di dare il massimo. Pensavo a mio padre, che si sarebbe potuto godere quel trionfo e purtroppo non era più con me.
Mi sono voltato una sola volta – più o meno a settecento metri dall’arrivo – poco prima dell’ingresso all’ippodromo, sfruttando una piccola rampa: mi sono rialzato, ho guardato dietro e lì ho capito che ce la potevo fare. Fino a quel momento avevo tanta paura; sapevo c’erano ancora Cunego e Rebellin e che, in caso di mio ricongiungimento, avremmo comunque avuto altre frecce da sparare con loro per portare a casa l’oro.
Certo, se mi avessero riagganciato, io personalmente non avrei più avuto alcuna chance di giocarmi la vittoria. All’ingresso dell’ippodromo mi sono rialzato definitivamente ai centocinquanta metri dal traguardo, ho guardato indietro e quasi ho smesso di pedalare, ma quando li ho visti spuntare là in fondo ho dato altre due pedalate forti per essere sicuro di vincere [ride]!
Qual è il momento di quella giornata che porti più nel cuore? Il traguardo, lo scatto o il podio?
Del podio ricordo pochissimo. Una volta tagliato il traguardo ho solo vaghi ricordi: ero in trance e ci sono rimasto per una quindicina di giorni, non capivo più nulla. Lo scatto e l’ingresso all’ippodromo, invece, sono due momenti ben scolpiti nella mia testa. Mi ricordo perfettamente tutto il vialone. Spesso la gente mi chiede a che velocità andassi: ero intorno ai quarantasei/quarantasette orari, ma bisogna considerare che la strada tirava all’insù e avevamo duecentosessanta chilometri nelle gambe.
Damiano Cunego vinse lo sprint per la medaglia d’argento arrivando a tre secondi. Cosa ti disse dopo il traguardo?
L’ho visto direttamente alla premiazione, non prima. Lui era contento e anche io ero felicissimo, anche perché inizialmente non sapevo del suo secondo posto. Solo in un secondo momento mi hanno parlato di quel gesto che ha fatto sulla linea d’arrivo, quando ha battuto il pugno sul manubrio in segno di delusione.
Nel vedere quelle immagini sono rimasto amareggiato: oltre che compagni di Nazionale eravamo anche compagni di squadra alla Lampre. Io l’ho aiutato a vincere tre Giri di Lombardia e sono stato fondamentale per i suoi successi; quando c’era da tirare per lui, compresa la corsa alla maglia Bianca al Tour de France, non mi sono mai tirato indietro.
Mi ha fatto un po’ male quella situazione, così come il fatto che abbia allontanato Alessandra De Stefano, che era andata lì a intervistarlo per conto della RAI, dicendole che non gli sembrava il momento opportuno. Non è stato il migliore dei gesti. Ma lui è fatto così, ha la mentalità del leader assoluto e va bene.
C’è una foto di quando siete sul podio che vi vede ambedue sorridenti però.
Sul podio l’ho visto felice del fatto che avessimo vinto. È chiaro che a caldo, sul momento, si possa avere una reazione diversa. Io, per esempio, a ruoli invertiti avrei reagito in un altro modo: avrei esultato subito per il successo di un compagno di squadra, e solo in un secondo momento mi sarei rammaricato per non aver tagliato io il traguardo, perché l’occasione di conquistare un campionato del mondo non capita tutti i giorni. Lui ha avuto la reazione opposta: all’inizio ha risposto d’impulso, poi se n’è fatto una ragione.
C’è un’immagine di Paolo Bettini, ancora in corsa, che apprende della vittoria e festeggia insieme agli altri vostri compagni di squadra.
Paolo insieme a Matteo Tosatto! Con Bettini ho un legame speciale legato a quel giorno: era la sua ultima corsa, dato che aveva già deciso di appendere la bici al chiodo, e coincideva proprio con il mio trionfo.
Anche Davide Rebellin è recentemente scomparso a causa di un tragico incidente in bicicletta. Un grande professionista che ha collezionato successi importanti.
Due parole vanno dette assolutamente anche per Davide. Lui era il mio compagno di allenamenti; ci siamo preparati per parecchi anni insieme, perché quando non si trovava a Monte Carlo stava qui a Galliera Veneta. È stato fondamentale per quel mio Mondiale. Ricordo che la domenica precedente alla corsa, durante un’uscita, riuscii a staccarlo in salita: una cosa mai successa prima!
Poi ci siamo rivisti il mercoledì in ritiro con la Nazionale. Appena mi ha visto, dopo i saluti, mi fa: «Ale, ma lo sai perché sei qua?». E io: «No, dimmelo tu il perché». «Sei qua per vincere il campionato del mondo». «E perché dici questo?». «Ho visto come vai in salita…».
Con quella frase mi diede la motivazione decisiva per provarci. Ho la pelle d’oca ancora oggi a raccontarti questo aneddoto. Davide era uno di poche parole, ma sapeva sempre quel che diceva. All’arrivo lo vidi felicissimo per me e per quel risultato. Mi fece una festa incredibile.
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I rapporti umani nello sport – come in altri ambiti della vita – sono sentimenti e sensazioni preziose. Ci motivano e ci fanno crescere.
Sì!
Sempre nel 2008 vinci una tappa alla Vuelta di Spagna e indossi anche la maglia Oro. Esatto!
Le corse a tappe per Ballan che gare sono?
Io le odiavo, perché non riuscivo a recuperare giorno dopo giorno. I primi sette o otto giorni andavo bene, poi però cominciavo ad accumulare troppo acido lattico nelle gambe. Ho portato a termine cinque Tour de France e un Giro d’Italia… ma nel finale ero sempre abbastanza morto.
Nelle fasi finali di una corsa, quando un corridore si gioca la vittoria, ha gli avversari vicini e deve prendere decisioni che possono stabilire o meno un esito positivo, quanto conta la testa? Sono momenti di grande sforzo dopo tanti chilometri e tanta fatica. La componente mentale nello sport ad alti livelli credo sia un fattore determinante.
La testa fa tantissimo. Se uno non ce l’ha, il più delle volte non riesce a vincere. Per farti un esempio pratico, torniamo a Varese nel 2008. Se guardi il video, poco prima del mio scatto decisivo si avvantaggiano Rebellin e Cunego con altri due corridori. Io rimango attardato di una ventina di metri e faccio circa un chilometro senza riuscire a riportarmi su quelli davanti. Ero stanco morto anche io e avevo già attaccato più volte.
In quel momento ho avuto un guizzo di lucidità: ne avevo due davanti, mi sono voltato e ho visto che dietro c’erano altri due atleti che stavano rinvenendo. Ho rischiato: ho deciso di aspettarli e di mettermi subito a ruota senza dare un cambio, con la speranza che mi riportassero sotto. Pensavo che, se fossimo rientrati, avrei avuto la chance per vincere il Campionato del Mondo. È stato un ragionamento lucido, consapevole del pericolo ma anche dell’opportunità che mi stavo creando.
Siamo riusciti a agganciarli proprio nel momento in cui davanti Rebellin e Cunego si rialzano, avendo appena finito la loro azione. I due che erano con me si sono riportati sulla testa della corsa ma erano ormai senza forze, perché avevano tirato alla morte per chiudere il buco; io invece ho sfruttato la scia, ho tirato dritto e li ho passati a doppia velocità.
Ecco, questo per farti capire che se avessi provato a rientrare da solo, poi non avrei mai avuto le energie per piazzare lo scatto vincente. Ci vuole colpo d’occhio e tanta astuzia. Per dirti, Paolo Bettini era uno stratega nato in queste situazioni. Lui era fortissimo e correva molto di astuzia. Nella mia carriera, invece, io andavo più di forza.
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Andavi più d’istinto.
Esatto! Al Mondiale però ho ragionato, e ho ragionato bene dai!
Nel 2009 corri sempre con la maglia iridata indosso, ma per te è un anno particolare e non troppo fortunato.
Contrassi il citomegalovirus e mi trovarono questa patologia durante la Tirreno-Adriatico; di conseguenza non partecipai alla Sanremo e a tutte le classiche del Nord. Dovetti stare in riposo assoluto per oltre due mesi e aspettare che il virus si debellasse completamente per poi ritornare a correre. Io avevo al contempo l’esigenza di far vedere la maglia, avevo voglia di correre il Giro d’Italia, quindi mi sono fatto incastrare in questa situazione e sono andato a complicarmi la vita per fare l’ozonoterapia. Non era tanto per migliorare la performance atletica, perché in quel periodo ero a casa dalle corse con tanto di documentazione medica: il tutto era finalizzato a cercare di guarire prima. Tutto qua.
Purtroppo in quel periodo tutta la squadra era indagata e anch’io ci sono caduto dentro proprio in quei giorni, nonostante la mia buona volontà di dire subito agli organi di competenza che era stata fatta non per alterare la prestazione, ma per rimettermi in sesto il prima possibile.
C’è stata una lotta dove siamo andati avanti per quattro anni tra indagini e tribunali e alla fine ho dovuto scontare anche la squalifica.
È stato un insieme di cose che ti hanno creato non poche difficoltà.
Mi ha compromesso l’intero finale di carriera, perché alla fine era già difficile andare alle gare quando stai bene, prova a immaginare quando hai un fardello del genere sulle spalle, quando ti svegli di notte e non riesci più a prendere sonno perché pensi al tribunale, pensi al giudizio delle persone. Venivano riportati articoli su La Gazzetta dello Sport che non corrispondevano alla realtà.
Quanto è importante la famiglia in un momento difficile come quello che ci hai appena descritto?
La famiglia è fondamentale e non ti nascondo che ho passato un periodo bruttissimo dove la mattina mi allenavo e il pomeriggio – per non pensare ai miei problemi – uscivo. Mia moglie era al lavoro e le figlie erano dai nonni, così bevevo. Il problema era che i prosecchini diventavano parecchi. L’unico obbligo che avevo – che è stata anche la mia fortuna – era farmi trovare a casa alle otto, quando rientrava mia moglie con le bambine.
In quella situazione capisco anche tutta la vicenda che ha vissuto Marco Pantani. Lui si è trovato in un momento difficilissimo della sua vita tutto solo. Passare da cinque prosecchi ad andare in discoteca, e dall’alcol ad altre situazioni, è un attimo. La mia fortuna è stata la famiglia, le figlie e soprattutto mia moglie che, una volta accortasi di cosa stava succedendo, mi ha preso per un orecchio e mi ha detto di smettere subito.
Sono momenti molto brutti.
Nel momento in cui tocchi il cielo con un dito vincendo un Campionato del Mondo, poi ti ritrovi in un baratro dove tutti ti puntano l’indice addosso e tu non hai colpe. Se hai visto il documentario sulla mia carriera, in quell’anno lì avevo una roba come quarantatré controlli del sangue e delle urine. Gli esami sono risultati sempre tutti a posto e, nonostante questo, dovevo difendermi da non so che cosa.
Non può non tornare alla mente la vicenda vissuta da Marco Pantani.
Aveva nove procure che indagavano su di lui. A livello nazionale e di popolarità era come Sinner adesso. Dopo di lui, nel ciclismo, non c’è stato più nessuno con quella capacità di attirare a sé così tanti tifosi e ammiratori. Se prendi Vincenzo Nibali, ad esempio, è stato un corridore fortissimo che ha vinto più di lui, ma non aveva il carisma di Pantani.
Vincenzo Nibali ha vinto anche lui un Tour de France, un corridore strepitoso, ma Marco Pantani è stato qualcosa di incredibile a livello di popolarità: ha saputo tracimare oltre gli appassionati di ciclismo, come pochi altri sportivi hanno fatto.
Io ero dilettante a quel tempo. Mi ha fatto appassionare. Uno dei miei sogni, nel 2004, quando passai professionista, era proprio quello di affiancarlo e di conoscerlo. Purtroppo lui è morto il giorno di San Valentino di quell’anno e non ho potuto stringergli la mano.
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A volte capita nel mondo dello sport che un campione possa passare da una celebrità e un momento di gloria al quasi anonimato, con problemi collaterali da gestire. Il castello mediatico che viene costruito intorno troppo spesso è atto a screditare l’atleta, e diventa difficoltoso semplicemente difendersi e far sentire la propria voce e le proprie ragioni. Gli attacchi della stampa sono sempre pesanti.
Uscivano articoli nei giornali sportivi – tu sei giornalista e lo sai bene – fatti bene, ma ti fregavano sul titolo, ed era un problema: «Ballan autoemotrasfusione». Quante persone leggono poi tutto l’articolo per comprendere a fondo la vicenda? Poche, e tutti si soffermano sul titolo. Il giornalista si giustificava sempre dicendo che la responsabilità era del titolista, e ogni volta era un casino. È stata una vicenda brutta; nel documentario lo spiego bene ed è stato realizzato prima della sentenza di assoluzione. Facendolo prendemmo anche dei rischi, perché non sapevamo come potesse andare a finire.
Nel 2012 fai una bruttissima caduta in Spagna. Psicologicamente come ci si rialza dopo un infortunio così grave?
Ciclisticamente non mi sono più rialzato. La squalifica e l’incidente sono stati una combo micidiale per me. Se fossero avvenuti in due momenti distanti avrei potuto gestire il tutto diversamente; arrivando insieme, sono stati un fardello troppo grosso. La caduta è stata drammatica in primis perché, quando ero a terra sull’asfalto, stavo morendo soffocato.
Ho passato quarantacinque secondi in apnea perché, con la botta presa sul costato, ho rotto tre costole con conseguente collasso del polmone, quindi non riuscivo a incamerare aria. Sono sempre stato lucido e mi ricordo i compagni di squadra che venivano a soccorrermi: vedevano che non riuscivo a respirare e stavano lì intorno a me, senza sapere cosa fare. In quegli attimi ho pensato alla mia famiglia, alle bimbe e a mia moglie, e ho tirato un urlo di disperazione che mi ha permesso di buttare dentro un filo d’aria.
I primi cinque minuti sono stati veramente critici perché temevo seriamente di morire soffocato. Una sensazione tremenda. I soccorsi sono arrivati a rilento e sono giunto in ospedale in piena emorragia; sono svenuto tre volte, mi hanno fatto la TAC e mi hanno detto che mi avrebbero tolto il rene sinistro operandomi d’urgenza.
Quando ho riaperto gli occhi ho visto mia moglie vicino a me. Ma com’era possibile? Pensavo di aver fatto un sonnellino di un quarto d’ora. Invece erano sei giorni che ero in coma indotto. Mi hanno fatto la conta dei danni e fortunatamente il rene l’avevano suturato, e in seguito l’ho recuperato totalmente. Mi hanno tolto la milza che era esplosa, poi tre costole rotte, la bolla d’aria sul polmone, il femore…
Altri tre interventi a stomaco aperto e ottanta notti d’ospedale. E non ho ancora finito, perché a novembre devo fare un altro intervento. Sai benissimo che quando ti mettono le mani sull’intestino non è più come prima. Ho parecchi problemi di alimentazione e sono così magro perché non riesco a mangiare più di tanto. Da una parte è un danno, ma dall’altra è meglio, perché sto invecchiando e mi mantengo in peso.
Sei in gran forma comunque.
Fortunatamente sono qua e la posso raccontare. L’altra mia fortuna è che posso fare tutto. Vado in bici, gioco a beach volley e non ho nessun limite. L’unica cosa è che devo stare attento all’alimentazione.
Il ciclismo è uno sport estremamente faticoso e, quando capitano imprevisti e infortuni, sono sempre momenti difficili da cui bisogna poi risalire. In casi estremi, gli incidenti possono risultare mortali. Penso a Fabio Casartelli al Tour de France del 1995 o allo stesso Davide Rebellin.
È uno sport bellissimo, ma purtroppo le strade sono pericolose.
Negli ultimi anni si sono alzati gli standard di sicurezza?
Un po’ sì, ma si potrebbe fare molto di più. In Italia è proprio sbagliata la cultura. C’è troppo stress e la gente usa troppo il telefonino in macchina. All’estero è diverso: ti superano a un metro abbondante, mentre qui, quando sei per strada, sembra sempre che tu stia rompendo le scatole perché non stai lavorando, e così se la prendono e si accaniscono. Fare qualcosa a breve termine è impossibile. Bisognerebbe cominciare dalle scuole, con i ragazzi dai sei ai dieci anni che saranno i futuri automobilisti, e magari nel frattempo sensibilizzare i loro genitori. Così facendo, nel giro di venti o trent’anni, potremmo avere qualche risultato in quel senso.
Sui social ne vediamo di ogni. Si polarizzano le categorie e si diventa intolleranti gli uni con gli altri. A te, da guidatore, è mai capitato di incrociare gruppi di ciclisti indisciplinati sulla strada?
C’è da dire anche quello. Purtroppo, soprattutto la domenica, ci sono gruppi di amatori che per strada si comportano come lupi in branco e si credono i padroni della carreggiata. Personalmente ho litigato con degli amatori perché ho visto scene apocalittiche: mi sono messo dalla parte dell’automobilista e mi sono preso una marea di insulti dai ciclisti. Ci sono tante cose da fare. Anche lì, la Federazione rilascia una tessera e potrebbe inserire un breve quiz come per la scuola guida, tipo le «dieci regole comportamentali quando vai in bici».
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Vorrei tornare un attimo sulla questione doping. Argomento spinoso e molto dibattuto. Nel ciclismo degli anni Novanta abbiamo visto corridori che hanno fatto uso di sostanze dopanti. Penso al caso eclatante del danese Bjarne Riis, ma come lui molti altri. Oggi c’è più attenzione da parte dell’antidoping?
Quelli sono gli anni che hanno un po’ rovinato la nomea del ciclismo. Adesso ci sono molti più controlli e difficilmente si sgarra. Ogni provetta viene conservata per dieci anni e questa cosa ti fa riflettere su quello che è il doping di nuova generazione. Con la ricerca di oggi non trovi qualcosa che stanno sperimentando ora, però tra dieci anni ci puoi arrivare, compromettendo tutta quella che è stata la tua carriera. Mi viene da pensare che, alla fine, tutto quello che è successo abbia contribuito a far diventare il nostro movimento più sano.
Ricordo Lance Armstrong che si affidava al dottor Michele Ferrari, che se lo osserviamo da una certa prospettiva è stato un luminare.
Eh sì. In quegli anni si era arrivati a un punto in cui o ti adattavi o non andavi da nessuna parte, perché tutto il gruppo viaggiava praticamente a quel modo.
Anche nel mondo degli amatori succede che qualcuno faccia uso di sostanze non propriamente lecite per migliorare la performance.
Ebbene sì! Quella è la parte brutta del ciclismo. Ad oggi, nel mondo del professionismo si trovano raramente casi di doping, ed è una bellissima cosa. Invece, a livello amatoriale, ce n’è ancora parecchio.
L’amatore diventa un agonista sfegatato e cerca con tutti i mezzi, leciti o meno, di arrivare davanti al proprio amico o collega di granfondo. C’è un aneddoto che fa sorridere e che risale alla metà degli anni Novanta: quando venne messo in vendita il famigerato Viagra – che sappiamo servire a migliorare ben altre performance – qualche atleta ne fece largo uso. Inoltre c’è un altro tema che preoccupa alcuni ciclisti: diversi medici dicono che stare per troppe ore in sella, a causa dello sfregamento, potrebbe causare problemi alla prostata.
Lo dicono sempre, ma con i modelli che abbiamo adesso è molto difficile che possa capitare. È cambiato tutto, la tecnologia ha fatto passi avanti importanti. Oggi, rispetto ai miei primi anni di attività, c’è un comfort molto maggiore. Può essere che se uno si fa quindici ore di sella per parecchi giorni di fila sia normale avere qualche fastidio. Però se stai in bici quattro o cinque ore al giorno, in un giro a tappe di tre settimane, non credo succeda nulla.
Le piste ciclabili ultimamente proliferano in ogni città, creando problemi alla viabilità e dibattiti accesi tra istituzioni e cittadini. Il confronto con le città del Nord Europa è impietoso: loro hanno un’urbanistica differente che si presta meglio a tale scopo.
Noi non possiamo fare come loro, da noi è tutto diverso.
In alcune nostre città pare che si anteponga l’ideologia green alle difficoltà oggettive di creare spazi per le ciclabili.
È vero. Nei centri abitati è quasi impossibile realizzarle. Quelle che sono state fatte, molte volte sfociano in vicoli ciechi [ride]. Il problema più grande è che in Italia gli automobilisti non hanno rispetto per le piste ciclabili. Inoltre, da noi la ciclabile è concepita per andare a venti chilometri all’ora. Un ciclista medio che vuole allenarsi viaggia tranquillamente ai trenta all’ora: prima o poi trova una macchina che mette fuori il muso e non riesce a evitarla.
Quando vedremo un altro italiano trionfare al Mondiale?
Tra due anni abbiamo un Mondiale abbastanza semplice e il nostro Jonathan Milan potrebbe farcela. L’Italia, rispetto alle gare in salita, ha corridori che sanno fare le volate e abbiamo buone chance di successo. Se andasse male, supereremmo i vent’anni dalla mia vittoria iridata e la situazione diverrebbe critica, perché al momento non vedo italiani che possano contrastare i big stranieri.
Francesco Rondolini
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Immagine di Chrazerer via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic




