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Il Celtic e le ragioni dei cattolici per detestare gli Windsor

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Renovatio 21 riprende dal sito di Aldo Maria Valli Duc in Altum questo articolo del dottor Paolo Gulisano. Al Celtic il dottor Gulisano aveva dedicato nel 2017 un intero libro, Il prodigio di Lisbona. Da una periferia scozzese alla Coppa dei Campioni passando per Fatima, di cui consigliamo la lettura. Sul caso dei tifosi del Celtic, non intenzionati a inchinarsi all’oscena incoronazione di Carlo di Windsor, come del resto anche i colleghi del Liverpool, Renovatio 21 ha pubblicato altri articoli, così come all’orrore della famiglia regnante in terra d’Albione e della sua storia di sangue, con la quale il presente re e i suoi figliuoli sono perfettamente in continuità.

 

 

Negli scorsi giorni, in vista della cerimonia di incoronazione del nuovo re d’Inghilterra Charles Mountbatten-Windsor, è diventato virale in rete un video della semifinale della Coppa di Scozia di calcio tra i Rangers e i Celtic di Glasgow, in cui i tifosi biancoverdi intonano a tutta curva un coro che invita il sovrano a cacciarsi la sua incoronazione in un posto dove non batte il sole.

 

Il video ha avuto decine di migliaia di visualizzazioni, e ha fatto parlare di sé. Qualcuno l’ha considerata una goliardata, altri un’espressione della subcultura da stadio, altri si sono sentiti offesi per un gesto ritenuto volgare da parte di una tifoseria nota per essere tra le più corrette, pacifiche e simpatiche del mondo.

 

Ma perché i tifosi della squadra di Glasgow nata in seno alla comunità cattolica della città scozzese, fondata da un religioso irlandese, fratello Walfrid, ce l’hanno tanto con la Corona britannica?

 

E perché poi mischiare la politica con lo sport?

 

In realtà, il gesto dei tifosi biancoverdi ha ragioni profonde che stanno nella storia delle Isole britanniche, politica compresa.

 

Il Celtic viene fondato, come si diceva, da un religioso che era un insegnante, ma che nella sua scuola di Glasgow di bambini ne vedeva davvero pochi, perché fin da piccoli venivano avviati ai lavori più duri nelle fabbriche e nelle miniere. Per la maggior parte i cattolici di Glasgow erano immigrati irlandesi. I cattolici autoctoni scozzesi avevano da tempo subito una persecuzione che li aveva uccisi, o costretti a passare al protestantesimo, o deportati nelle colonie americane.

 

C’era stato un vero e proprio tracollo demografico, ma la crescente rivoluzione  industriale aveva bisogno di braccia, di forza lavoro a bassissimo costo per fare le fortune dell’Impero britannico, e così migliaia di poveri irlandesi erano giunti nelle principali città britanniche, spinti anche dal genocidio perpetrato a metà dell’Ottocento: una spaventosa carestia, dietro la quale c’erano precise responsabilità del governo inglese, aveva provocato la morte di un milione di persone, in un Paese di otto milioni di abitanti. E un altro milione era stato costretto a emigrare.

 

Questo disastro umanitario era avvenuto senza che il governo di Sua Maestà aiutasse i suoi sudditi irlandesi; e la sua maestà del momento, la regina Vittoria, non si scompose di fronte alle notizie che provenivano dall’Isola di San Patrizio. In fondo, era opinione comune che quegli irriducibili papisti avevano avuto quel che si meritavano.

 

E così a Glasgow gli irlandesi vivevano in quartieri poverissimi, flagellati dalla miseria, vessati e umiliati a ragione della loro fede cattolica. Fu in questo contesto che il buon fra Walfrid ebbe l’idea, nel novembre del 1887, di fondare una squadra di calcio, che giocasse partite il cui incasso sarebbe servito a organizzare mense per i poveri, e a fare in modo che bambini di sette-otto anni non fossero costretti a lavorare dodici ore al giorno senza poter andare a scuola.

 

Il nome che fu scelto fu Celtic perché esprimeva la comune radice celtica degli scozzesi autoctoni e degli immigrati irlandesi. I colori erano il bianco e il verde, il simbolo un quadrifoglio, ovvero il trifoglio di san Patrizio che rappresenta la Trinità, ma con una foglia ulteriore. Una foglia di speranza.

 

Quella squadra, nata come espressione di tre parrocchie, una sorta di «squadra dell’oratorio», ottant’anni dopo arrivò sul tetto d’Europa, conquistando la Coppa dei Campioni, e dando un pieno riscatto alla povera comunità presso la quale era nata. Il Celtic era entrato nella leggenda.

 

Ma a questo punto qualcuno si chiederà: perché tanto livore verso la Famiglia reale? Perché non accontentarsi (si fa per dire) di gioire dei tanti successi sportivi? Risposta: perché questa comunità ha perdonato, ma non dimentica.

 

La cosiddetta Famiglia reale inglese attuale discende da usurpatori che non avevano diritto a regnare né sulla Scozia, né sull’Irlanda, e neppure sull’Inghilterra. Alla morte della luciferina regina Elisabetta I, che non era semplicemente protestante ma una neopagana presso la cui corte c’erano negromanti e occultisti come John Dee, pirati come Francis Drake e sadici assassini come Francis Walsingham, il trono passò a un esponente della casata scozzese degli Stuart.

 

Giacomo VI di Scozia, e I di Inghilterra, figlio della regina martire Maria Stuarda, salì al trono, ma accettando di diventare protestante. Quando tuttavia suo nipote, Giacomo VII, decise di tornare alla Fede dei Padri, i potentati britannici iniziarono una guerra mortale per eliminare la casata degli Stuart. L’Inghilterra non avrebbe dovuto mai più avere sovrani cattolici.

 

Così il trono fu offerto prima a un principe olandese, Guglielmo d’Orange, e in seguito alla casa tedesca degli Hannover, da cui deriva l’attuale occupante di Buckingham Palace. Il quale ha anche usurpato il nome al vero Carlo III: l’ultimo Stuart a rivendicare il trono britannico fu il principe Charles Edward Stuart, nato in esilio a Roma, nelle cui vene scorreva il sangue della dinastia scozzese e per parte di madre quello dei sovrani polacchi Sobieski. Il suo bisnonno era stato il liberatore di Vienna dai turchi. Se Charles Stuart fosse diventato re, sarebbe stato lui Carlo III. Ma fu sconfitto, e la Scozia cattolica subì per ritorsione una spaventosa pulizia etnica.

 

Essere tifoso del Celtic vuol dire dunque avere nel cuore, nell’identità, il ricordo di secoli di persecuzioni, di ingiustizie, di violenze. Questo spiega la totale mancanza di simpatia per l’establishment britannico. Una simpatia che invece si riscontra in alcuni esponenti conservatori, e in modo piuttosto inverosimile, anche cattoconservatori.

 

Mesi fa, alla morte di Elisabetta, fu Roberto de Mattei a tessere lodi sperticate per la monarchia britannica, alla luce anche delle pompose manifestazioni pubbliche che avevano accompagnato la morte della sovrana. E il potere degli ermellini e delle spade ha conquistato anche un altro tory all’italiana, Marco Invernizzi, che ha scritto: «provate a dimenticare il re Enrico VIII, che per cambiare moglie creò una chiesa nazionale, dimenticate per un momento i tanti martiri cattolici durante la persecuzione della regina Elisabetta I. Mettete da parte l’anglicanesimo, il protestantesimo e gli scandali recenti della famiglia reale…».

 

Io ci ho provato, ma non ci riesco. Non riesco a dimenticare, a mettere da parte, come non ci riescono i tifosi del Celtic, e a ragione. Non sono aspetti secondari.

 

 

E perché mettere da parte tutto questo? Per guardare allo splendore paraliturgico della cerimonia? Ma tutta quella pompa non era altro che una parodia del sacro, una vuota rappresentazione.

 

Dietro le trine e i merletti, niente. Molti spettatori hanno osservato che la liturgia anglicana in fondo non è così diversa da quella che si celebra nelle nostre chiese. Quella che si celebra ora, si dovrebbe precisare, dopo la protestantizzazione degli ultimi sessant’anni.

 

Tra le cose che non si devono dimenticare c’è anche il fatto che la magnifica Abbazia di Westminster che ha fatto da sfondo alla Coronation era un tempo una abbazia cattolica, rubata dalla Corona britannica.

 

Mentre le chiese cattoliche venivano distrutte o in alternativa scippate dalla nuova Chiesa di Stato, i cattolici scendevano nelle catacombe, nella clandestinità. Solo nel 1829, tre secoli dopo, vennero abrogate le Leggi penali contro i cattolici, e solo nel 1850 la Chiesa cattolica in Inghilterra poté riorganizzarsi su base diocesana e parrocchiale, e vennero edificate nuove chiese, povere, senza apparenza di bellezza.

 

Fu in una di queste parrocchie che nacque il Celtic, come pure la squadra cattolica di Edimburgo, l’Hibernian, formazioni sostenute dall’amore dei loro tifosi, che in maniera magari poco raffinata hanno espresso anche adesso, efficacemente, secoli di sofferenze in qualche canto e in qualche striscione.

 

Da parte nostra, tutta la nostra simpatia per la causa che il Celtic rappresenta.

 

E in modo forse più sfumato, il nostro auspicio: God smash the King.

 

 

Paolo Gulisano

 

 

 

 

Immagine Debbie Mc via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

 

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Quando il papa è nemico del papato: uscito il libro di mons. Viganò

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È uscito in questi giorni il libro dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò Lo scisma capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato.

 

«Ho raccolto in queste pagine — che oggi vedono la luce col titolo Lo Scisma Capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato» — quanto la coscienza di Pastore non mi consente di tacere» scrive Sua Eccellenza nel testo di presentazione del lancio del volume, dopo aver citato il Vangelo: «State saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso.
2 Tess 2, 15».

 

Il testo «espone una distinzione evidente alla retta ragione illuminata dalla Fede: il Papato come istituzione divina, roccia su cui Nostro Signore ha edificato la Sua Chiesa; il Papa come uomo fragile e mortale, che di quella roccia può farsi custode fedele o, per insondabile permissione divina, ostacolo e persino avversario» scrive monsignore.

 

«Non scrivo per seminare divisione tra i fedeli, ma per raccoglierli attorno all’unico Pastore che è Cristo, e attorno a quel Papato che oggi più che mai ha bisogno di essere difeso persino contro il papa».

 

Il già nunzio apostolico negli Stati Uniti ha inoltre pubblicato un video di un’ora spiegando le ragioni della sua opera.

 

 

Il libro è già da ora disponibile su Amazon in formato cartaceo e pure elettronico.

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Difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di don Pagliarani

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In un articolo pubblicato sul sito spagnolo InfoVaticana il 31 agosto 2026, intitolato “Pagliarani e la diligenza del buon padre di famiglia”, il giornalista spagnolo Carlos Balén risponde alle principali accuse mosse, anche negli ambienti cattolici conservatori, contro le consacrazioni episcopali del 1° luglio a Ecône.   Carlos Balén osserva che alcune di queste critiche «si sentono in questi giorni nelle sacrestie e nei gruppi WhatsApp, e provengono da cattolici che frequentano la Messa quotidianamente, amano la liturgia e non perdonano al pontificato alcuna ambiguità, spesso alimentata da sacerdoti di buona fede che hanno esagerato sui social media».   Il giornalista raggruppa queste critiche attorno a quattro accuse: le consacrazioni avrebbero dimostrato un’eccessiva superbia; sarebbero state una sorta di prova generale per mettere alla prova il nuovo pontificato; padre Davide Pagliarani si sarebbe autoproclamato custode della Chiesa; e infine, la Fraternità Sacerdotale San Pio X considererebbe implicitamente eretici tutti i cattolici che non condividono la sua posizione.   Queste quattro accuse, tuttavia, derivano tutte dalla stessa errata interpretazione: considerare le consacrazioni del 1° luglio come un «messaggio» indirizzato a Roma. «Non era un messaggio. Era una necessità logistica», afferma.

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Una necessità prevedibile

Carlos Balén inizia ricordando la situazione dei vescovi consacrati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione del vescovo Richard Williamson nel 2012, e poi la morte del vescovo Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024, la Fraternità si ritrovò con soli due vescovi consacrati nel 1988: il vescovo Bernard Fellay e il vescovo Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni.   La Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge il suo apostolato in 63 paesi, serve quasi 800 luoghi di culto e si occupa ogni anno della formazione e dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le cresime richiedono la presenza dei vescovi.   Senza nuovi vescovi, osserva l’autore, tutta quest’opera apostolica e sacramentale sarebbe presto dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, sebbene la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato rimanga irrisolta. Per giungere a questa conclusione, scrive, «non serve l’ecclesiologia. Bastano due certificati di nascita e un calendario».   L’autore ricorre quindi a un’analogia familiare: «un padre con figli adulti e due nonni in casa non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, ma quando seppellisce il primo». La morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024 avrebbe dunque segnato il momento in cui padre Pagliarani non avrebbe più potuto rimandare questa preparazione.   In questa prospettiva si inseriscono le misure adottate dal Superiore Generale: la richiesta di udienza indirizzata a Leone XIV nell’agosto del 2025, la seconda lettera in cui si sottolinea la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, il 19 febbraio, di un rinvio le cui condizioni sembravano pregiudicare l’esito. Tutto ciò, scrive Carlos Balén, riflette «il comportamento di un uomo che fa testamento», quello di un superiore che deve pianificare il futuro della famiglia religiosa affidatagli, e non quello di uno stratega che cerca di sondare Roma.

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Un cosiddetto test di prova a un prezzo esorbitante

L’autore risponde poi a coloro che vedono le consacrazioni come un tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo papa. Un vero e proprio «pallone sonda», sottolinea, è un’operazione economica e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e, se necessario, si annulla il piano.   Le consacrazioni del 1° luglio furono esattamente l’opposto. Questo cosiddetto «tentativo di prova» «costò alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica tardiva dei suoi soli sei vescovi, dichiarata da Roma nel giro di quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alle facoltà di amministrare validamente le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017; l’ostilità prematura di un pontificato che non ha ancora due anni e per il quale sarebbe bastato attendere pazientemente».   Chiunque voglia semplicemente valutare la situazione, osserva Carlos Balén, può concedere un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo sotto un cauto pseudonimo: «non consacra quattro vescovi davanti alle telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento».   Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, concluse, sarebbe stato «il peggiore degli scenari possibili». Serve una spiegazione più semplice: «l’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025. È stata fissata da due annunci di morte».

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Vescovi ausiliari senza giurisdizione

All’accusa che padre Pagliarani si fosse autoproclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando i lettori a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità.   I quattro prelati furono consacrati vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità si rammaricò pubblicamente di dover procedere senza un mandato papale e che il suo Superiore Generale non avesse potuto spiegare personalmente e filialemente le ragioni della decisione al Santo Padre.   Secondo Carlos Balén, «chiunque si creda custode della Chiesa rivendica giurisdizione, istituisce gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Per mezzo secolo, la Compagnia ha fatto esattamente il contrario: nomina Leone nel canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione supplementare, una dottrina che presuppone l’urgenza e la natura provvisoria della situazione, ovvero la negazione stessa dell’autosufficienza».   Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Écône, ci ricorda, è stato uno dei più coerenti oppositori per cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa; chiede qualcosa di molto più modesto e di ben più compromissorio: il diritto di un superiore di garantire che i suoi figli abbiano qualcuno che li ordini e li crestui quando lui non ci sarà più».

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Possiamo ragionevolmente aspettarci tutto da Roma?

Carlos Balén esamina quindi l’obiezione secondo cui la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto metterle a disposizione.   Una garanzia, risponde, non viene mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da individui concreti le cui azioni instaurano o impediscono un rapporto di fiducia. Un superiore a cui è affidato il futuro di un’organizzazione deve quindi valutare le garanzie reali che gli vengono offerte.   L’autore cita il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio che descrive le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. Ci ricorda che Fernández è «l’autore, nel 1995, di Guariscimi attraverso la tua bocca: L’arte del bacio. Non si tratta di un insulto: è una nota bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire pena la scomunica è lo stesso teologo la cui opera pubblicata include un trattato sul bacio».   L’autore menziona anche diverse azioni di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo e alcune fotografie che lo ritraggono, nel 1995, inginocchiato durante quello che gli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo descrivono come una «celebrazione del rito della Pachamama». L’autore osserva che non è ancora emersa alcuna spiegazione pubblica da parte del pontefice per chiarire questo episodio. A ciò si aggiungono le nomine episcopali salutate dai media progressisti come un segno di apertura alle rivendicazioni della comunità LGBT.   Per Carlos Balén, non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di esaminare se gli orientamenti concreti delle autorità romane offrano sufficiente stabilità per affidare interamente nelle loro mani il futuro sacramentale della Fraternità.

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Doppi standard

L’articolo mette quindi in luce l’asimmetria tra il modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressiva e il modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari derivanti dalla Tradizione.   Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse direttive che consentivano determinate benedizioni, in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Nonostante la protesta pubblica di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza pochi giorni dopo, senza preavviso formale, decreto o ultimatum. Nel frattempo, i prelati che hanno appoggiato le risoluzioni del Cammino sinodale tedesco, in particolare quelli favorevoli a tali benedizioni, continuano a essere promossi all’episcopato, come l’arcivescovo di Eichstätt.   A Écône, tuttavia, il decreto di scomunica fu emesso quarantotto ore dopo le consacrazioni. Il giornalista riassume questa differenza di trattamento come segue: «una disobbedienza dottrinale concreta si amministra con anni di pazienza; una disobbedienza canonica di stampo tradizionalista, in poche ore».   L’abate Pagliarani, in qualità di Superiore Generale, dovette quindi riconoscere questa asimmetria: «La domanda di Pagliarani non era mai se Leone fosse un eretico, ma se questa Roma, la Roma di questa asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole il rischio di attendere la morte di Galarreta. La sua risposta fu no».   È sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione, afferma Carlos Balén, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con la superbia. Il giudizio è proprio la responsabilità di chi è investito del potere di governare.

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Il difficile compito di giudicare

L’accusa di superbia ritorna, tuttavia, in un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire?   Alcune generazioni, spiega l’autore, vivono una situazione in cui ortodossia, obbedienza e santità puntano chiaramente nella stessa direzione; «devono solo lasciarsi guidare per raggiungere il porto. Sono felici, e non c’è ironia in questo». Altre attraversano periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui è necessario discernere, scegliere e assumersi il possibile rischio di sbagliare.   Queste generazioni non sono migliori di quelle precedenti; «è semplicemente stato il loro destino». In tali circostanze, criticare un superiore per aver esercitato il proprio giudizio è, per usare le parole di Carlos Balén, come «criticare la sentinella per il fatto che c’è una guerra».   L’atteggiamento di padre Pagliarani, inoltre, non mostra i soliti tratti di superbia. Egli cerca i riflettori, gli applausi e l’autogiustificazione. Il Superiore Generale, dal canto suo, «chiese un’udienza nell’agosto del 2025 e ricevette solo silenzio; chiese di spiegare le sue ragioni e ricevette un decreto. Nella sua omelia, si proclamò vittorioso sul nulla: respinse come falso il dilemma che costringerebbe a scegliere tra la fede e la Chiesa, riconobbe che Roma e la Compagnia «parlano due lingue diverse» e dichiarò che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli».   «L’uomo orgoglioso si assolve da solo. Quest’uomo ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista.

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La Fraternità considera eretici anche gli altri cattolici?

Rimane l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi.   La dichiarazione letta prima delle consacrazioni afferma che le autorità ecclesiastiche sono «animate da uno spirito contrario a quello della Fede». Basandosi sulla sua traduzione spagnola, che usa il termine imbuidas («impregnato»), Carlos Balén sottolinea che questa espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «descrive un’atmosfera che si respira in misura variabile, e non una pervasività da condannare; chiunque estenda il soggetto al più umile parroco e indurisca il predicato fino al punto di un’eresia formale sta leggendo un testo che non esiste».   Pur riconoscendo che «la causa tradizionalista ha i suoi teppisti», i cui eccessi danneggiano Menzingen, l’autore osserva anche che molti cattolici che accusano la Società di esagerazione professano a loro volta un attaccamento alla liturgia tradizionale e una critica alle eterodossie contemporanee. Condividono quindi la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche.   Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato di superbia, afferma Carlos Balén.

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Il precedente del 1988

Carlos Balén sottolinea che «esiste finalmente un precedente che le quattro accuse ignorano e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sul 1988 non è stato coerente. Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico e di scomunica nella Ecclesia Dei ; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco concesse a questi stessi sacerdoti la facoltà di ascoltare le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017».   Così, in pochi decenni, «la classificazione dello stesso atto è passata da una rottura completa a un’anomalia tollerata e integrata a livello sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione».   L’autore chiarisce che questo non è di per sé un argomento sufficiente a dimostrare la legalità delle consacrazioni; un atto non diventa lecito semplicemente perché le sue sanzioni vengono successivamente revocate. Tuttavia, questo precedente dovrebbe servire da monito per coloro che oggi pretendono di offrire un giudizio definitivo su Écône: “«l’ultima sentenza definitiva riguardante Écône è durata vent’anni».

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La paternità di un superiore

Al termine della sua analisi, Carlos Balén riduce la decisione del 1° luglio a una semplice realtà: «un padre contò i suoi vescovi, contò i suoi figli, guardò chi gli aveva aperto le porte a Roma e decise che questi ultimi non potevano rimanere orfani a discrezione di terzi».   Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità.   Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo obiettivo è confutare le accuse di intenzionalità mosse contro padre Pagliarani: «nel frattempo, contestate l’interpretazione della legge di Pagliarani, contestate la sua ecclesiologia, contestate la sua prudenza. Ma non la sua paternità. Quella è evidente», conclude.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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La Marcia di San Pio X, inno della FSSPX

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In occasione della festa del suo santo patrono, FSSPX.Actualités vi invita ad ascoltare la Marcia di San Pio X. Creata per le consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026, riprende il ritornello storico dell’inno della Fraternità, al quale sono stati aggiunti nuovi versi.

 

La Società di San Pio X celebra oggi la festa del suo santo patrono, scelto dall’arcivescovo Marcel Lefebvre come modello e protettore della sua opera sacerdotale.

 

Papa dell’Eucaristia e del catechismo, impavido difensore della fede contro il modernismo, San Pio X dedicò il suo pontificato alla restaurazione di tutte le cose in Cristo, secondo il motto da lui scelto: Instaurare omnia in Christo .

 

I nuovi versi di questa marcia sono stati cantati per la prima volta a Écône, durante le consacrazioni episcopali del 1° luglio. Fino ad ora, la Marcia di San Pio X poteva essere ascoltata nella diretta televisiva di quel giorno storico. Ora viene pubblicata separatamente, con il testo riportato di seguito.

 

San Pio X, prega per la Chiesa e per la Fraternità che porta il tuo nome.

 

 

Testo: H. le Roux e Abbé F. le Roux
Musica: Abbé M.-A. Mulino

 

[Segue Traduzione dal francese, ndt]

 

Parole

1. O San Pio X, ardente Pastore,
che ispiri i nostri cuori ferventi,
riuniti sotto le tue insegne,
marciamo sotto il tuo sguardo.

 

Ritornello
Cantando:
«Sancte Pie Decime, gloriose patrone,
ora, ora pro nobis».
(San Pio X, glorioso patrono, prega, prega per noi)

 

2. Tu restauri la liturgia
e le restituisci la sua armonia:
le nostre voci si elevano solenni,
all’unisono verso l’Eterno.

 

Ritornello

 

3. Santo e lungimirante Pontefice,
Tu hai riformato i seminari:
Tuo figlio, il nostro fondatore,
seguirà le Tue orme con fervore.

 

Ritornello

 

4. Sacro baluardo della vera Fede,
l’Errore impallidisce alla tua voce:
alla luce del tuo pulpito,
le nostre anime vivono di luce.

 

Ritornello

 

5. Sovrano capo, di fronte ai perfidi,
con te la Chiesa, intrepida,
imitando la tua povertà,
trionfando sull’iniquità.

 

Ritornello

 

6. Ai bambini offri l’Ostia:
L’Agnello per mezzo tuo ci purifica,
Il pane dei forti fortifica l’anima,
La nostra fede riaccende la sua fiamma.

 

Ritornello

 

7. Per ristabilire ogni cosa in Gesù Cristo,
per sperare ogni cosa nel Suo Amore:
affidiamo questa umile preghiera
al nostro Dio, alla nostra Madre.

 

Ritornello

 

8. Conservate la vostra Fratellanza,
guidatela verso l’Eternità:
siate provvidenziali per noi,
e ci uniremo a voi in Cielo.

 

Ritornello

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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