Spirito
Il cardinale Müller accusa il Sinodo di voler distruggere la Chiesa
In un’intervista concessa a Raymond Arroyo per EWTN, e relativa alla situazione della Chiesa e al sinodo in corso, il cardinale Gerhard Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, critica fortemente il cardinale Mario Grech e le sue tesi ecclesiologiche.
Il cardinale Gerhard Müller avverte che la Chiesa cattolica sta affrontando «una presa di potere ostile» da parte di persone che «pensano che la dottrina sia come il programma di un partito politico» che può essere modificata con dei voti.
Ad una prima domanda sulla fase diocesana, sui rapporti che ha prodotto e sui temi emersi – la comunità LGBT, i divorziati risposati – il cardinale ha risposto che «il punto centrale di questa ideologia è sfruttare la Chiesa cattolica per promuovere le proprie idee». Aggiunge che «se tutti sono i benvenuti nella Chiesa, bisogna prima pentirsi dei propri peccati e cambiare vita secondo i comandamenti di Dio».
La seconda domanda riguarda le richieste di emancipazione per le donne nella Chiesa e in particolare la loro ordinazione. Il cardinale risponde che «il potere politico non ha niente a che fare con la Chiesa» quando non ha niente a che vedere con il Vangelo e la dottrina cattolica. Senza contare che la questione dell’ordinazione delle donne è definitivamente risolta.
Alla terza domanda sul sistema che si sta mettendo in atto dietro questo sinodo, la risposta è piuttosto aspra: «questa occupazione della Chiesa cattolica è una presa di controllo ostile della Chiesa di Gesù Cristo. (…) In questo sistema, pensano che la dottrina sia solo come il programma di un partito politico, che possono cambiarla in base ai loro voti».
La terza domanda riguarda il cardinale Mario Grech, il quale ritiene che l’attenzione riservata alle coppie dello stesso sesso e ai divorziati risposati debba essere un’occasione per ascoltare lo Spirito Santo parlare attraverso di loro. Il cardinale Müller vi vede «l’esperienza individuale messa sullo stesso piano della rivelazione oggettiva di Dio». Conclude duramente: «Come è possibile che il cardinale Grech sia più intelligente di Gesù Cristo? Da dove prende la sua autorità per relativizzare, per sovvertire Dio?»
Prosegue accusando il processo sinodale di trasformarsi in una presa di controllo della Chiesa e afferma che «se ci riusciranno, sarà la fine della Chiesa cattolica». E, aggiunge, «dobbiamo resistergli come contro gli eretici».
Parlando dell’instrumentum laboris, essendo redatto da esperti – laici, suore, sacerdoti e un arcivescovo – commenta: «sognano un’altra Chiesa che non ha nulla a che vedere con la fede cattolica (…) e vogliono abusare di questo processo, per spostare la Chiesa cattolica – e non solo in un’altra direzione, ma verso la distruzione della Chiesa cattolica».
E il Papa in questa vicenda?
Ad una domanda diretta sul Papa, il cardinale si limita a ricordare il suo ruolo nella Chiesa. Ma ritorna sull’ecclesiologia del cardinale Grech, che merita di essere citata: «una corretta accoglienza dell’ecclesiologia del Concilio attiva processi così fruttuosi da aprire scenari che nemmeno il Concilio aveva immaginato, e in cui si manifesta la azione dello Spirito che guida la Chiesa».
L’ex prefetto della dottrina della fede è poi ancora più virulento: «yutto questo viene dall’autorità del cardinale Grech, dalla sua stessa rivelazione, per lui. (…) Lo sanno tutti quelli che hanno studiato il primo semestre di sociologia: la Chiesa e le autorità nella Chiesa non possono cambiare la Rivelazione (…) per fondare una nuova Chiesa e poi giustificare tutto parlando dello Spirito Santo».
«Lo Spirito Santo non è una forma di presbiterianesimo, né di tutti quei movimenti pneumatici fuori dalla Chiesa cattolica. È lo Spirito del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. (…) Non è quindi uno slancio per un processo che alla fine ci porta contro la Rivelazione. Sono sorpreso che il cardinale Grech si presenti come una super autorità (…)»
«E mi preoccupo per il modo in cui presenta una nuova ermeneutica della fede cattolica, semplicemente perché è il segretario del sinodo, che non ha autorità sulla dottrina della Chiesa; e tutti questi sinodi di vescovi e il processo non hanno autorità, nessuna autorità magistrale di sorta».
Infine, a una domanda che chiede se il sinodo sia una preparazione per un Vaticano III, un concilio «pop-culturale», la risposta è inequivocabile: «sì, certo. Questo darebbe l’impressione che sia davvero possibile che la Chiesa possa cambiare (…) e che lo Spirito Santo sia solo una funzione per gli organizzatori del sinodo. Questo è un modo per minare la fede cattolica e la Chiesa cattolica».
Articolo previamente apparso su FSSPX.news
Immagine di Raimond Spekking via Wikimedia pubblica su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Spirito
Jean Madiran e le consacrazioni del 1988: «oggi, faccio fatica a credere che avesse torto»
Cosa pensava realmente Jean Madiran delle consacrazioni episcopali del 1988 celebrate dal vescovo Marcel Lefebvre?
In questa intervista approfondita, il professor Jacques-Régis du Cray, esperto di storia, ripercorre il ruolo di Jean Madiran, figura intellettuale di spicco del cattolicesimo francese del XX secolo, nella lotta per la Tradizione cattolica, il suo stretto rapporto con il vescovo Lefebvre durante gli anni del Concilio Vaticano II e nel periodo post-conciliare, e infine la rottura del 1988 sulle consacrazioni episcopali senza mandato papale.
Ma soprattutto, questo video mette in luce un aspetto spesso trascurato: l’evoluzione del giudizio di Jean Madiran sulle incoronazioni del 1988.
Dopo essere rimasto a lungo in disparte, rifiutandosi di sostenere pubblicamente le consacrazioni e al contempo di condannare monsignor Lefebvre, Jean Madiran riconobbe infine, alla fine della sua vita, i frutti concreti di questo atto storico.
Durante un’intervista filmata nel 2011 per il documentario Monsignor Lefebvre: Un vescovo nella tempesta, dichiarò finalmente: «oggi, mi risulta difficile credere che avesse torto». Questa frase segna una vera svolta.
- Nel corso degli anni, Jean Madiran ha osservato:
- la sopravvivenza e lo sviluppo della Società di San Pio X;
- la revoca delle scomuniche;
- l’assenza di scisma;
- il mantenimento di rapporti franchi con Roma, reso possibile dal fatto che essa ha dei vescovi;
e il ruolo svolto dalle consacrazioni nella diffusione e nel riconoscimento della messa tradizionale.
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Trascrizione
Un ruolo intellettuale essenziale nella lotta per la Tradizione
È probabile, anzi certo, che l’assenza di consacrazioni non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a usare il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. L’arcivescovo Lefebvre è la figura più strettamente associata a questa resistenza alle riforme post-conciliari, ma la personalità di Jean Madiran è fondamentale. Egli fornì un valido supporto intellettuale a tutti i fedeli che avevano dei dubbi, a coloro che l’arcivescovo Lefebvre chiamava «cattolici perplessi». Offrì un autentico sostegno intellettuale a molti dei suoi contemporanei disorientati, in particolare, e soprattutto, nel mondo francofono.
Jean Madiran fu una figura di spicco nella lotta politica del dopoguerra. Fu un convinto difensore del cristianesimo e della comunità cattolica. Dopo il Concilio Vaticano II, si specializzò in tutti i dibattiti religiosi cattolici. Fondò la rivista Itinéraires nel 1956, che fu pubblicata per circa quarant’anni. Per tutti questi quarant’anni, Jean Madiran fornì gli strumenti intellettuali necessari ai cattolici disorientati dai nuovi sviluppi all’interno della Chiesa.
Itinéraires era una rivista fondamentale per le persone di quell’epoca. È importante capire che a quei tempi non esistevano YouTube, né siti web istituzionali: i contemporanei venivano a conoscenza dei principali dibattiti religiosi solo attraverso riviste come questa. La stampa dell’epoca svolgeva un ruolo davvero vitale. Itinéraires aveva anche questa caratteristica unica: era una rivista genuinamente intellettuale, pubblicata con una decina di numeri all’anno, che analizzava i principali testi pubblicati dopo il Concilio.
Jean Madiran include anche un gran numero di figure religiose di spicco: padre Calmel, padre de La Barre du Lac e padre Guérard des Lauriers contribuiscono tutti a Itinéraires. È quindi una figura davvero essenziale nel plasmare il pensiero dei fedeli cattolici francofoni di quell’epoca.
Durante tutta la resistenza alle riforme post-conciliari, collaborò a stretto contatto con l’arcivescovo Lefebvre. Agli albori di Écône, Jean Madiran fu presente fisicamente e intellettualmente con i primi seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, tenendo conferenze e lezioni sulla dottrina sociale della Chiesa per i giovani seminaristi.
Quando l’arcivescovo Lefebvre pronunciò la sua famosa dichiarazione del 1974 – «aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica» – sorsero dibattiti tra i seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. L’arcivescovo Lefebvre ne era consapevole. Jean Madiran si trovava a Écône in quel periodo, e fu lui a spiegare ai seminaristi come interpretare quella dichiarazione, che segnò, in una certa misura, l’inizio delle difficoltà con Roma.
Egli fu dunque una figura chiave in tutta questa lotta post-conciliare, al fianco dell’arcivescovo Lefebvre. E, in effetti, ci fu un piccolo malinteso nel 1988, diciotto anni dopo la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
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Il film sull’arcivescovo Lefebvre, Un vescovo nella tempesta
Vi spiegherò cosa accadde circa quindici anni fa. Sono uno storico di formazione e suggerii a padre de Cacqueray, allora superiore del distretto francese della Fraternità Sacerdotale San Pio X e forza trainante del progetto, di realizzare questo film. L’idea era di far conoscere l’arcivescovo Lefebvre a un pubblico più giovane, a persone non necessariamente convinte dalle sue scelte nella storia recente della Chiesa, e di far conoscere meglio la sua personalità.
Tra le domande sorte all’inizio, dato che questo documentario di 90 minuti, realizzato nel 2012, ha richiesto diversi anni di preparazione, c’era quella di decidere chi intervistare. Ben presto, la figura di Jean Madiran si è rivelata la scelta più ovvia, poiché era stato uno di coloro che avevano sostenuto l’arcivescovo Lefebvre durante la lotta degli anni Sessanta e Settanta, dopo il Concilio.
Quando abbiamo iniziato questo film, il nostro obiettivo era presentare il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X così com’era veramente. Si trattava di mostrare l’arcivescovo Lefebvre attraverso le testimonianze oggettive dei suoi contemporanei: coloro che lo apprezzavano, coloro che lo apprezzavano meno, coloro che lo seguivano e anche coloro che non lo facevano. Tra gli ex spiritani, alcuni si opposero fermamente a lui, e compaiono nel film. L’idea non era semplicemente quella di presentare le opinioni che i suoi contemporanei avrebbero potuto avere sulle sue scelte.
Questo era secondario. Che fosse necessario dire cosa pensasse questa o quella persona riguardo alle consacrazioni o al rifiuto di obbedire a Roma era secondario. Tuttavia, abbiamo fatto un’eccezione per questo passaggio con Jean Madiran, dove, nel film, gli abbiamo permesso di esprimere la sua opinione sulla scelta dell’arcivescovo Lefebvre nel 1988. Questa posizione assunta da Jean Madiran si è rivelata qualcosa di davvero straordinario alla luce di tutta la sua vita e della Fraternità Sacerdotale San Pio X in quegli anni.
Fin dall’inizio del Concilio, Jean Madiran conobbe l’arcivescovo Lefebvre e iniziò ad assisterlo e sostenerlo. Fu durante la sessione finale del Concilio che si tenne un incontro a Fontgombault. L’arcivescovo Lefebvre lo chiamò in quell’occasione: in quanto padre conciliare, aveva diritto a un esperto. Aveva padre Berto come esperto ufficiale, ma occasionalmente si rivolgeva anche a Jean Madiran per analizzare lo Schema 13 sulla collegialità. Jean Madiran lavorò tutta la notte su questo argomento. Da quel momento in poi, i due si trovarono in una simbiosi intellettuale.
Successivamente, durante i primi anni della Società, Jean Madiran ne fu al fianco. Avviò tutte le discussioni contenute in Itinéraires e intrattenne una fitta corrispondenza con l’arcivescovo Lefebvre. Quando Jean Madiran si rivolse a Paolo VI nel 1974, dicendo: «restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura, restituiteci la dottrina», le sue parole riecheggiavano quelle dell’arcivescovo Lefebvre. Queste espressioni si ritrovano quasi alla lettera in uno dei suoi sermoni più importanti, dove l’arcivescovo Lefebvre afferma: «restituiteci la dottrina di tutti i tempi, restituiteci la Messa, restituiteci la Sacra Scrittura».
Abbiamo davvero due personalità che procedono di pari passo: una creando un sostegno sacerdotale, l’altra armando intellettualmente i fedeli in parallelo.
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Perché Jean Madiran non seguì Monsignor Lefebvre alle consacrazioni episcopali del 1988?
Perché Jean Madiran non seguì l’arcivescovo Lefebvre nel 1988? Forse sovrastimò il danno causato alle famiglie dalla separazione del 1988. È vero che furono fatte scelte diverse. Alcuni vollero seguire l’arcivescovo Lefebvre, rischiando la condanna. Altri si rifiutarono di seguirlo per evitare tale condanna, e questo causò danni all’interno delle famiglie. Probabilmente Jean Madiran temeva che queste dispute avrebbero minato la lotta tradizionalista. Questo è probabilmente il motivo per cui volle ritirarsi.
Lui stesso usò questa espressione: disse di non voler prendere posizione. Infatti, non fu tra coloro che cercarono di spiegare su ogni giornale o su ogni stazione radio che l’arcivescovo Lefebvre aveva torto. Non lo fece. Tuttavia, non disse nemmeno che si dovesse seguire l’arcivescovo Lefebvre in modo assoluto, corpo e anima.
Jean Madiran, tuttavia, fu tra coloro che, negli anni Settanta, in particolare durante la turbolenta estate del 1976, espressero le proprie idee con grande fermezza. Gli scritti di Jean Madiran erano piuttosto incisivi. Fu tra coloro che puntarono il dito contro i vescovi di Francia senza troppi remore. L’arcivescovo Lefebvre, dal canto suo, fu molto più cauto.
Jean Madiran incarna in qualche modo ciò che Louis Veuillot rappresentava nel XIX secolo: un giornalista piuttosto polemico che osava puntare il dito contro i vescovi che non sempre svolgevano un buon lavoro all’interno della Chiesa. Jean Madiran lo fece negli anni Settanta. È quindi una persona di vero coraggio. L’arcivescovo Lefebvre si affidò a lui proprio per questo.
E nel 1988, quando si dovette prendere la decisione più cruciale, ci fu un malinteso tra i due uomini. Jean Madiran aveva forse previsto tutte le conseguenze delle sue scelte? Solo Dio sa cosa gli passasse per la testa.
È evidente che nel 1988 si verificò una frattura tra i due uomini. Ci fu un risentimento reciproco, non necessariamente iniziato da nessuno dei due. In definitiva, furono quasi i seguaci stessi a provocarla.
Molti lettori tradizionalisti si disiscrissero da Itinéraires . La rivista conobbe un declino a partire dal 1988 e cessò le pubblicazioni nel 1996. Questo ebbe un forte impatto su Jean Madiran.
Anche da parte dell’arcivescovo Lefebvre è evidente che c’è una ferita aperta. Negli anni Settanta e Ottanta avevano davvero camminato mano nella mano. Dall’anno successivo, l’arcivescovo Lefebvre ritirò i sacerdoti dal pellegrinaggio di Chartres, che è il mondo a cui appartiene Jean Madiran: il Centro Charlier, Bernard Antony, tutta la cerchia ristretta di Jean Madiran.
Vi fu dunque un autentico malinteso tra i due uomini, e non ci furono ulteriori chiarimenti fino alla morte del vescovo Lefebvre tre anni dopo, nel 1991.
L’incontro del 2011
Seguendo l’idea dell’abate de Cacqueray di contattare Jean Madiran, lo raggiunsi tramite Jeanne Smits, che all’epoca lavorava con lui a Présent, per avere l’opportunità di intervistarlo per il film.
Al telefono, inizialmente mi disse che non era per niente interessato, che non aveva mai ricevuto i programmi televisivi, che voleva voltare pagina, che la cosa non lo interessava e che non avrei ottenuto nulla. Ciononostante, mi presi la libertà di dire: «sto ancora cercando di scriverti». Lui rispose: «continua a provare».
Infine, quando meno me lo aspettavo, mi ha mandato una lettera in cui diceva: «o ricevuto la tua richiesta. La mia risposta è SÌ», in stampatello maiuscolo e sottolineato, con il suo indirizzo.
Poi arrivò l’8 febbraio 2011, quando ebbi l’opportunità di chiedergli dell’arcivescovo Lefebvre. Durante l’intervista, ebbi la sensazione che volesse orientare le domande verso le consacrazioni episcopali del 1988. Io, d’altra parte, cercavo ogni volta di tornare al Concilio, perché sapevo che l’argomento era un po’ delicato.
Tuttavia, avevo una domanda che mi incuriosiva: perché aveva incoraggiato l’arcivescovo Lefebvre a disobbedire a Roma nel 1976, ma non lo aveva seguito nel 1988? Fu allora che mi spiegò che, per lui, il 1988 rappresentava qualcosa di diverso, un grado di disobbedienza superiore.
Fu lì che pronunciò la sua ormai celebre dichiarazione: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio. Oggi trovo difficile credere che avesse torto».
Jean Madiran spiegò all’epoca che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è perché l’arcivescovo Lefebvre consacrò quattro vescovi. Aggiunse che, senza queste consacrazioni, la diffusione della Messa tradizionale in latino sarebbe stata indubbiamente molto più lenta e limitata.
Per lui, l’arcivescovo Lefebvre aveva garantito le condizioni per la prosecuzione del suo lavoro.
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«Oggi, trovo difficile credere che avesse torto»
L’aspetto visivamente interessante era che si rivolgeva direttamente a me, con un’espressione molto vivace. Poi, quando ha introdotto l’argomento, si è girato deliberatamente a destra, verso le grandi vetrate che si affacciavano su Parigi. Come se fosse alla ricerca di ispirazione.
E lui disse: «all’epoca non ero in grado di esprimere un giudizio”. Poi ci fu un lungo silenzio. E infine: “Oggi trovo difficile credere che avesse torto».
«Ciò che possiamo constatare, in ogni caso, è che l’atto più grave non è stato quello di mantenere in vita la Società nonostante la revoca del suo status canonico. La decisione più grave è stata, nel 1988, quella di ordinare quattro vescovi, non solo senza l’autorizzazione del Papa, ma in spregio a un divieto papale personale.
«Osservando la regolarizzazione avvenuta, quando la scomunica era automatica nel diritto canonico e fu successivamente revocata da Benedetto XVI, possiamo constatare chiaramente che se la Fraternità Sacerdotale San Pio X esiste ancora oggi, è grazie all’arcivescovo Lefebvre, che ha donato quattro vescovi.
«Il motivo per cui ha il peso che ha, e viene preso dal Papa come interlocutore, è perché ci sono i vescovi.
«Se non fosse stato per l’ordinazione di quattro vescovi, è probabile, anzi certo, che ciò non avrebbe impedito ai dissidenti di continuare a seguire il catechismo tradizionale e a partecipare alla Messa tradizionale. Ma la liberazione della Messa sarebbe avvenuta molto più lentamente e in modo molto più limitato.
«Nella Chiesa, essere vescovo è importante. E quindi il fondatore aveva ragione: aveva creato le condizioni affinché la sua opera potesse perdurare. (Citazione di Jean Madiran dal film)
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Un vero e proprio cambio di posizione?
Quindi, Jean Madiran ha davvero cambiato posizione? Tutto dipende da cosa pensasse realmente. In ogni caso, la sua posizione pubblica non è più stata la stessa dal 2011 in poi.
Fino ad allora, aveva affermato di non voler prendere posizione. Ora, dichiarò chiaramente che le consacrazioni episcopali senza mandato erano giustificate. Insistette sul fatto che le scomuniche erano state revocate e che la Fraternità Sacerdotale San Pio X aveva potuto prosperare.
Vide i fatti. Vide che la Fraternità non si era separata da Roma, che aveva mantenuto i suoi rapporti con Roma, che diversi cardinali affermavano che non c’era stato alcuno scisma.
E ebbe il coraggio, a 91 anni, di riconoscere finalmente che l’arcivescovo Lefebvre aveva fatto bene a compiere quell’azione coraggiosa.
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Il coraggio e l’umiltà di Jean Madiran
A mio parere, è un atto di grande coraggio quello di prendere il suo posto. Si era allontanato dal mondo del giornalismo da tempo. Aveva 91 anni. È morto due anni dopo.
Portare le telecamere in casa sua per dire una cosa del genere ha richiesto vero coraggio.
Penso che egli abbia consapevolmente ritenuto necessario tornare su questo argomento per fare nuova luce sulla questione. Aveva osservato gli effetti di queste consacrazioni sul tradizionalismo in Francia, sulle comunità consolidate e sulla liberalizzazione della Messa.
E così compie questo passo coraggioso, riconoscendo i fatti e riconsiderando quell’atto del 1988 che non aveva condannato, ma sul quale all’epoca non aveva voluto schierarsi.
Ha affermato che non era suo compito giudicare la coscienza di un arcivescovo. La consacrazione del 1988 era un atto dell’arcivescovo davanti a Dio: cosa sto facendo del mio episcopato?
Jean Madiran ha l’umiltà di dire: “Non sono nella sua coscienza”.
In un certo senso, invita anche i giovani a fare un passo indietro prima di giudicare.
Nel 1988, la situazione si capovolse. Jean Madiran non si sentiva in grado di esprimere un giudizio, ma ebbe il coraggio di farlo alla fine della sua vita. Riconobbe i frutti, i fatti, le conseguenze positive degli elogi del 1988.
La posizione di Jean Madiran sulle incoronazioni è cauta, ma, a posteriori, coraggiosa. Riconosce la validità di quanto è stato proposto.
Chiunque scopra questo periodo della storia della Chiesa non può che essere incoraggiato a imparare, a esplorare, a leggere. Ed è proprio ciò che fece Jean Madiran. Era un grande intellettuale, dotato di un vero talento per le parole.
Il XIX secolo ha avuto Louis Veuillot; gli anni Settanta e Ottanta hanno avuto Jean Madiran. Lui ha avuto la perspicacia di individuare i veri problemi all’interno della crisi della Chiesa.
Il pericolo sta anche nel pensare di essere Jean Madiran. Non tutti sono Jean Madiran. Sta a ciascun individuo analizzare e adempiere al proprio dovere, laddove si trova.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Spirito
I cuori preparano il ritorno glorioso del Signore e la definitiva sconfitta del nemico infernale: omelia di mons. Viganò
Beata gens
Omelia nella Domenica di Pentecoste
Beata gens, cujus est Dominus Deus ejus.
Ps 32, 12
La Santa Chiesa si gloria di celebrare oggi l’evento storico della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e su Maria Santissima, cinquanta giorni dopo la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Il grado di questa festa è pari a quello della Santa Pasqua, e nella vigilia di questo giorno benedetto – secondo i riti precedenti l’infausta riforma della Settimana Santa ad opera di Annibale Bugnini – si celebra proprio, come per il Sabato Santo, una Veglia con il canto delle Profezie e una identica liturgia battesimale. Il Cero pasquale riappare durante questa notte di grazia, simbolo del Verbo Incarnato, Luce del mondo (Gv 8, 12). E nel rigoglio del mese di Maggio, Pentecoste era detta Pasqua delle rose, perché i loro petali vermigli richiamano le fiammelle che scesero su ciascuno dei centoventi discepoli radunati nel Cenacolo. Celebriamo dunque lo Spirito Santo; il Paraclito, il divino Consigliere dell’anima; il Signore Vivificante, che dà la vita, il soffio vitale – πνεῦμα, in greco. La Terza Persona della Santissima ed Individua Trinità: quell’Amore divino che spira tra il Padre e il Figlio in modo così sublime da essere Dio anch’Esso, Qui ex Patre Filioque procedit, il Quale procede dal Padre e dal Figlio. Questo Amore, fratelli carissimi, è Dio. Deus caritas est, dice San Giovanni (1Gv 4, 16). Dio è carità, Dio è amore; e chi rimane nella carità rimane in Dio e Dio in lui. Un Amore che essendo divino non può non volerSi comunicare. Non può non voler dare la vita. Non può non creare, redimere e santificare. Perché in Dio l’Amore — la Carità — è la Sua stessa essenza. Una Carità che è fondata nella Verità, come nella fiamma il calore e la luce sono distinti ma provenienti dallo stesso fuoco. Spiritus ubi vult spirat (Gv 3, 8), lo Spirito soffia dove vuole: sono parole del Vangelo, che Nostro Signore ha rivolto a Nicodemo, che acquisiscono il giusto significato solo se lette dopo la frase che le precede: Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito (ibid., 5-6). Eppure vi è chi — in una “chiesa” che si vuole ispirata da una “nuova Pentecoste” — vorrebbe costringere lo Spirito Santo a soffiare non dove Egli vuole, ma dove vogliono ribelli ed eretici, per ratificare ciò che è nato dalla carne. Costoro spacciano per opera del Paraclito le loro frodi, i loro errori dottrinali, la primavera conciliare, il cammino sinodale, le diaconesse e le vescovesse, le nozze sodomitiche, il pantheon ecumenico, il culto della Madre Terra. Ma come potrebbe lo Spirito Santo promuovere ciò che contraddice quanto Egli ha detto per mezzo dei Profeti e attraverso la voce infallibile del perenne Magistero cattolico? Come potrebbe lo Spirito di Verità insegnare la menzogna? Come potrebbe il Consolatore seminare confusione e divisione tra i Suoi fedeli?Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Spirito
Mons. Schneider: l’infiltrazione della massoneria è responsabile della crisi nella Chiesa
Il vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha parlato in un’intervista pubblicata venerdì dei mali della massoneria e della sua profonda infiltrazione nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II.
Durante un’intervista sul canale YouTube Adrian Milag TV, trasmessa pubblicamente il 22 maggio, il vescovo Schneider, parlando del suo libro Credo: Compendio della fede cattolica, ha affermato di aver incluso un capitolo sulla Massoneria perché è uno dei principali mali moderni che non viene affrontato nel Catechismo ufficiale della Chiesa. Il vescovo ha poi sottolineato che la Massoneria è una forma di gnosticismo e relativismo che si è profondamente infiltrata nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II, soprattutto attraverso l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la riorientazione «antropocentrica» della liturgia.
«Questa è una delle sette più pericolose e delle sette pseudo-religiose segrete, che è una forma di (gnosticismo)», ha detto il vescovo. «Nei livelli più alti (della Massoneria), si avvicina sempre di più al culto di Satana… e il dogma fondamentale della Massoneria è il relativismo, (credono) che “non c’è verità nella religione, tutte le religioni sono uguali e ognuno può scegliere il proprio dio”».
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«Il secondo dogma è l’antropocentrismo, secondo il quale l’uomo deve essere al centro di tutto, non Dio», ha aggiunto.
Monsignor Schneider ha poi approfondito le ragioni per cui i massoni si sono infiltrati nella Chiesa.
«Il più grande ostacolo all’ideologia della Massoneria è Gesù Cristo, il Dio incarnato», ha affermato Sua Eccellenza. «Questo è in totale contrasto con l’intero edificio spirituale della Massoneria. Pertanto, la vera e piena fede cattolica… è considerata dai massoni il più grande antagonismo».
«Pertanto, fin dall’inizio la Massoneria ha avuto come obiettivo quello di emarginare la fede cattolica e di combatterla», ha aggiunto. «E ora sono passati a un’altra tattica, davvero demoniaca, per combattere direttamente la fede cattolica: hanno iniziato a infiltrarsi nella Chiesa per corromperla con le loro idee di relativismo, naturalismo, antropocentrismo… questa è la radice dell’attuale crisi della Chiesa sin dal Concilio Vaticano II».
Il prelato kazako-tedesco ha sottolineato che, pur non affermando che la massoneria sia direttamente responsabile della crisi nella Chiesa, le somiglianze con l’ideologia massonica sin dal Concilio sono «davvero sorprendenti», soprattutto per quanto riguarda l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la centralità dell’uomo nella liturgia.
«La crisi che dura da 60 anni, a partire dal Concilio, è il primato del relativismo, attraverso il cosiddetto ecumenismo e il dialogo interreligioso. Gesù Cristo è privato della sua unicità rispetto alle altre religioni», ha affermato.
«Il secondo fenomeno all’interno della Chiesa cattolica dal Concilio è quello di mettere l’uomo al centro della liturgia… e Cristo viene messo in un angolo, di lato, persino nelle chiese. La Santa Eucaristia… il Cristo vivente, il Dio vivente incarnato, viene messo in un angolo e il sacerdote si mette sulla sua sedia, al centro», ha aggiunto. «Questo è così antropocentrico, e il modo di celebrare la Santa Messa rivolti verso il popolo come in un cerchio chiuso… l’altare non è (più) un altare. No, è un tavolo, e al centro c’è il sacerdote (non più) Cristo. Dicono in teoria, sì, ma non in pratica».
«Questa è dunque un’altra caratteristica fondamentale della crisi della Chiesa cattolica, che è anche, lo ripeto, una caratteristica dell’ideologia massonica. Vale a dire che “il primato deve essere dato alla natura della vita terrena, alle realtà terrene”, a scapito della verità eterna, a scapito della grazia della vita spirituale in grazia con Dio, e questa è la nostra crisi. Dobbiamo tornare a Cristo… Lui deve essere il centro» ha continuato il vescovo.
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