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Il cardinale Erdö: l’uso della mozzetta da parte di Leone XIV non è un segno di «tradizionalismo»

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l cardinale ungherese Peter Erdö ha minimizzato la credenza secondo cui l’uso della mozzetta papale da parte di Papa Leone XIV rivelerebbe un «tradizionalismo» liturgico. Lo riporta LifeSite.

 

Uscendo sulla celebre loggia vaticana la sera dell’8 maggio, Papa Leone XIV, accolto da applausi e boati di benvenuto, ha colpito per l’uso della tradizionale mozzetta e stola papale. Un gesto che è stato recepito da molti come un segno di un ritorno del papato a posizioni più in linea con la Tradizione cattolica.

 

Come noto, Bergoglio aveva evitato la mozzetta e la stola, tradizionalmente indossate dal nuovo papa quando saluta la folla, nonostante gli era stata data la stola da indossare quando impartisce la benedizione.

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L’indossare i paramenti sacri da parte di Leone fu visto da molti a Roma e in tutta la Chiesa come un segno di rispetto della tradizione, sia dal punto di vista liturgico che dottrinale, dopo la sbornia modernista degli anni bergogliani.

 

Uno dei cardinali del conclave ha respinto questa idea. Il cardinale Peter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest, era lui stesso considerato papabile da molti alla vigilia del conclave.

 

In un’intervista ad un organo di stampa dell’arcidiocesi magiara, il cardinale Erdö ha espresso il suo punto di vista sull’uso dell’abito papale tradizionale da parte di Leone: «ciò non implica alcun tipo di tradizionalismo», ha dichiarato il porporato considerato conservatore.

 

Il cardinale ha poi fatto riferimento alla messa concelebrata da Leone XIII con tutti i cardinali la mattina del 9 maggio, il giorno dell’intervista. «Stamattina abbiamo concelebrato nella Cappella Sistina: si è trattato di una normalissima Messa Novus Ordo, che in Ungheria può essere celebrata ogni volta che si desidera celebrare la Messa in modo gradevole» ha detto l’Erdö. «Penso che nella sua persona la Chiesa abbia un Papa attento alla liturgia, ma allo stesso tempo compassionevole e capace di celebrare con il popolo. Questo è importante, perché sappiamo che la liturgia è uno dei temi centrali della nostra vita ecclesiale, e spesso dei nostri dibattiti».

 

Con Leone, ha commentato il presule ungherese, «la Chiesa ha un Papa originale, coraggioso e armonioso».

 

L’opinione del cardinale non è condivisa da altri membri della Curia, come l’arcivescovo Georg Gänswein, che è stato segretario di papa Benedetto XVI. Monsignor Gänswein ha anche sottolineato l’uso della mozzetta papale da parte di Leone XIII come segno rivelatore del pontificato imminente.

 

«Quando l’ho visto uscire sul balcone della Basilica di San Pietro mi sono detto: “Questo Papa suscita speranza, speranza, speranza, speranza, otticamente e acusticamente».

 

Gänswein ha aggiunto che con Leo, ha intuito che «si apre una nuova fase. Sento un sollievo diffuso. La stagione dell’arbitrarietà è finita». «Possiamo cominciare a contare su un papato che sappia garantire stabilità e appoggiarci sulle strutture esistenti, senza stravolgerle e sconvolgerle», ha aggiunto il presule tedesco un tempo noto alla stampa italiana come «Padre Georg».

 

Non è ancora chiara la posizione di Prevost riguardo la Messa antica. Secondo voci raccolti dalla stampa cattolica tradizionalista americana, un testimone oculare attendibile aveva visto l’allora cardinale Prevost celebrare la Messa tradizionale mentre lavorava nella Curia romana negli ultimi anni. Questa voce ha ulteriormente alimentato l’aspettativa che Leone potesse diventare un baluardo della tradizione liturgica. A questa testimonianza non confermata si è aggiunta quella di un ex membro degli Agostiniani avrebbe affermato che Prevost – egli stesso agostiniano – «non era un sostenitore della tradizione o del Rito Antico».

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Va ricordato, tuttavia, che il cardinale Prevost era a capo del Dicasterium pro episcopis (Dicastero per i vescovi) che ha silurato il vescovo texano Joseph Strickland, rimuovendolo dalla diocesi di Tyler, noto per la sua opposizione all’ecumenismo bergogliano, alla massoneria, al sinodo, ai vaccini fatti con i feti abortiti, nonché fiancheggiatore negli ultimi tempi della Messa antica – al punto da esprimersi in lode di monsignor Marcel Lefebvre.

 

Un sacerdote vicino a Renovatio 21 aveva tuttavia previsto il grande can-can del mondo para-tradizionista intorno all’affaccio con paramento: «se uscirà con la mozzetta, tanti penseranno che va tutto bene…» aveva profetizzato, anticipando la guardia bassa tenuta ora dalla quantità di fedeli non in linea con la Chiesa postconciliare.

 

Così è stato. Ci è dato, tuttavia, di sperare, e di pregare.

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Spirito

Consacrazione dei vescovi, la FSSPX a colloquio a Roma con monsignor Fernandez

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La Fraternità Sacerdotale San Pio X incontrerà il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Víctor Manuel Fernández detto Tucho presso la Santa Sede tra poco meno di una settimana.   «A seguito dell’annuncio, il 2 febbraio, di future consacrazioni episcopali per la Fraternità Sacerdotale San Pio X, Sua Eminenza il Cardinale Fernández ha scritto al Superiore generale per proporgli un colloquio a Roma. Il Superiore generale ha accettato tale proposta» scrive il comunicato della FSSPX. «Il colloquio avrà luogo giovedì 12 febbraio. Invitiamo i membri e i fedeli della Fraternità a offrire le loro preghiere per il buon esito di questo incontro».   Il contatto pare essere al livello massimo, e sembrerebbe promettere quindi una possibile soluzione.

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Va ricordato tuttavia che il Fernandez è definito dalle voci tradizioniste come un «porno-teologo» a causa dei suoi passati libri riguardo al fenomeno del bacio e a quello dell’orgasmo. Forse più grave, la sua mano è presente nella tremenda esortazione apostolica Amoris Laetitia (2016) e nella dichiarazione del Dicastero per la Dottrina delle Fede Fiducia Supplicans, che segna con decisione l’avanzamento nella Finestra di Overton cattolica per avere il sodomismo pubblicamente celebrato nelle parrocchie.   Alcuni fedeli dicono quindi che Tucho Fernandez e il Superiore generale non dovrebbero stare nella stessa frase.   Altri vedono nell’appuntamento una trappola mediatica con la quale Roma, sorpresa dall’annuncio, cerca di riportare la palla nel suo campo, per figurare che la rottura è per volontà dell’autorità ecclesiastica («sono io che lascio te, non tu che lasci me»).   In passato alla FSSPX era stato chiesto, per tornare pienamente nelle grazie del Vaticano, di accettare di vario grado il Concilio Vaticano II – richiesta impossibile, visto che il rifiuto del Concilio della catastrofe e dei suoi documenti distruttivi è il motivo stesso della fondazione della Fraternità da parte di monsignor Marcel Lefebvre.   Difficile che nel vaticano prevostiano le cose cambino, o non siano di molto peggiorate. Il pontefice ha parlato del Concilio immediatamente dopo la sua elezione al Soglio, indicandolo come la via che la chiesa avrebbe scelto di seguire da 70 anni circa. «Vorrei che insieme, oggi, rinnovassimo la nostra piena adesione, in tale cammino, alla via che ormai da decenni la Chiesa universale sta percorrendo sulla scia del Concilio Vaticano II» aveva detto Leone nel suo discorso inaugurale al Collegio Cardinalizio. Tali parole scatenarono la reazione del vescovo kazako Atanasio Schneider, che ricordò che il primo impegno del papa è il Vangelo, non il Vaticano II.   Va ricordato come immediatamente dopo l’elezione sentì la necessità di salutare i giudei nel nome del Concilio.   Ancora un mese fa Leone aveva improntato la catechesi sulla «riscoperta» (?) del Concilio Vaticano II.   Molte delle nomine fatte da Prevost sono a favore di risaputi nemici della Messa antica. Difficile pensare ad un esito possibile dell’impasse. Consideriamo pure che il Palazzo interessato è lo stesso che ha emanato la scomunica control’arcivescovo Carlo Maria Viganò due anni fa.

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Pensiero

Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.

 

Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.

 

Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.

 

Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?

 

E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.

 

Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!

 

Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)

 

Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»

 

Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.

 

E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.

 

Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?

 

Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.

 

E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.

 

A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».

 

Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.

 

«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».

 

Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.

 

Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.

 

Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.

 

Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.

 

Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.

 

E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.

 

Roberto Dal Bosco

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Spirito

Mons. Eleganti contro le consacrazioni FSSPX

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Renovatio 21 pubblica la dichiarazione di monsignor Marian Eleganti, vescovo titolare della diocesi soppressa di Lamdia e già vescovo ausiliare della diocesi di Coira apparsa su LifeSite. Il prelato elvetico si è schierato spesse volte, in questi anni con quanti criticano lo stato in cui versa la Chiesa di Roma e l’opera devastante del Concilio Vaticano II. Qui attacca tuttavia chi ha fatto questo per decadi, cioè la Fraternità Sacerdotale San Pio X, nella quale il vescovo che lo ha ordinato, il vescovo di Coira Vitus Huonder, ha scelto di passare gli ultimi anni della sua vita, decidendo di venir sepolto proprio a Econe, sede del seminario della FSSPX. Di ben altro tenore è stata la reazione dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che ha espresso la sua solidarietà alla Fraternità dopo l’annuncio delle nuove consacrazioni il prossimo 1 luglio.   Il primato universale della giurisdizione del Papa (ex sese) su tutta la Chiesa è una verità infallibile e dogmatizzata fin dal Concilio Vaticano I. Pertanto, in questo articolo, non possiamo parlare di un fraintendimento legalistico dell’obbedienza ecclesiastica da parte nostra quando classifichiamo l’annunciata consacrazione di vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) senza l’espresso consenso del papa come un atto scismatico e, per la seconda volta, lo constatiamo con dolore e lo condanniamo con la massima fermezza.   Con «noi» intendo tutti i credenti che condividono la mia valutazione qui presentata. Sulla base del comunicato stampa della Fraternità San Pio X, presumo che i vescovi che saranno consacrati il ​​1° luglio 2026 non saranno nominati da Papa Leone XIV.

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L’argomento principale della Fraternità San Pio X, ovvero un’emergenza ecclesiastica storicamente unica e il suo riferimento alla priorità della salvezza delle anime – in particolare di quelle che hanno aderito alla Fraternità Sacerdotale San Pio X – non possono in alcun modo legittimare un passo così grave. Fin dalla mia giovinezza, mi sono sempre espresso contro una «Chiesa» accanto alla Chiesa o una «Chiesa» nella Chiesa – la prima sempre intesa come fedele e vera, la seconda (universale) come infedele, deviata dalla retta via.   Esiste una sola Chiesa: la Chiesa universale, una, santa, apostolica e cattolica, fondata da Gesù Cristo su Pietro, la roccia. Essa si realizza visibilmente nell’unità con il Papa: questa unità non va intesa in senso ideale (come riconoscimento generale del papato o del Papa regnante nella preghiera), ma deve essere realizzata di fatto e canonicamente, astenendosi da evidenti atti di disobbedienza canonica. Non includo in quest’ultima categoria la critica al papa, sempre legittima, che distingue chiaramente tra affermazioni e atti fallibili e infallibili del Papa e che generalmente riguarda giudizi prudenziali o dichiarazioni spontanee in interviste, o, nel peggiore dei casi, affermazioni non infallibili del magistero ordinario.   I papi aderiscono alla tradizione e non contraddicono i loro predecessori sulla Cattedra di San Pietro. Il cosiddetto «magistero di Francesco» (2013-2025) è un fenomeno sui generis in termini di retorica.   Tuttavia, ciò che la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha annunciato il 2 febbraio 2026, ovvero l’ordinazione di ulteriori vescovi il 1° luglio 2026, è, a mio avviso, un atto chiaramente scismatico, consistente nell’istituire o ampliare una gerarchia accanto a quella che è in piena, visibile e canonica unità con l’attuale Papa ed è formata da migliaia di vescovi e sacerdoti in tutto il mondo. Ciò significherebbe che avremmo – come ho detto – una «Chiesa» accanto alla Chiesa o nella Chiesa con sacramenti validi, che pretende di essere quella vera. In questo, è un errore.   Ciò che si intende qui è l’immagine stessa della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ciò che conta qui non è la comunione nella preghiera e nelle restanti intersezioni tra fede comune e sacramenti comuni, ma l’unità canonica con il papa, che non esiste se i vescovi vengono ordinati senza la sua volontà. I ​​santi non sono caduti in scisma in simili processi, mentre gli scismatici hanno sempre addotto ragioni apparentemente valide e presumibilmente serie per giustificare la loro azione.   Il IV secolo è spesso citato come un’analoga situazione di emergenza nella storia della Chiesa. Papa Giulio I (337-352) sostenne Atanasio, lo accolse a Roma, lo riabilitò e condannò la sua deposizione. La condanna di Atanasio da parte di Papa Liberio (352-366) avvenne solo sotto tortura e non fu considerata legittima da Atanasio perché pronunciata sotto costrizione. Pertanto, non vi si conformarono. In seguito, Liberio modificò la sua posizione. Atanasio lo difese nei suoi scritti. Papa Damaso I (366-384) sostenne Atanasio. Basilio (insieme agli altri Cappadoci) si adoperò intensamente per ottenere il sostegno dell’Occidente contro l’arianesimo e le pressioni imperiali (Valente). Scrisse più volte a Papa Damaso I, chiedendo un chiaro sostegno e riconoscimento dei vescovi orientali ortodossi (in particolare Melezio di Antiochia).   Basilio era in qualche modo frustrato perché Roma non sempre comprendeva le sottigliezze teologiche dell’Oriente (discussione sull’ipostasi), reagiva troppo lentamente ed esitante e sosteneva chiaramente Paolino nello scisma di Antiochia, mentre Basilio riponeva la sua fiducia in Melezio. Sorsero tensioni e Basilio si rifiutò di firmare una formula richiesta da Roma. Per quanto ne so, la sua resistenza fu più di natura ecclesiastico-politica e tattica che dogmatica. Tuttavia, Atanasio e Basilio non assunsero mai una posizione eretica o scismatica nei confronti del papa, sebbene il sostegno pratico di Roma a volte li deludesse. L’idea che fossero «disobbedienti» deriva da successive polemiche confessionali. Questo mi riporta ai giorni nostri:   Anche se ritengo che: 1) alcuni passaggi di alcuni documenti conciliari (di varia importanza) siano certamente degni di critica; 2) la riforma liturgica sia andata oltre la volontà e le idee dei Padri conciliari e abbia introdotto o abolito cose che non rientravano nemmeno nell’orizzonte del loro pensiero e della loro immaginazione e probabilmente non corrispondevano alle loro intenzioni, ritengo che l’ordinazione di ulteriori vescovi da parte della Fraternità San Pio X senza espressa legittimazione papale (nomina) sia un atto definitivamente scismatico che non può essere giustificato dalle suddette carenze.

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Rimane consigliabile quanto segue:   1. Un esame onesto della riforma liturgica e di alcune affermazioni del Concilio Vaticano II.   2. Un giusto ordine dei riti nella Chiesa che non proibisca né marginalizzi il venerabile rito latino, ma piuttosto lo veda come un’ispirazione per compensare l’unilateralità e le carenze del Novus Ordo.   Come ho già sottolineato, ciò richiede competenza. Le critiche devono essere prese sul serio. I verbali delle sessioni conciliari sono molto utili per fornire un parere imparziale e dovrebbero essere trasmessi al prossimo concistoro che si occuperà della questione liturgica.   I fedeli che – per dirla in modo un po’ semplicistico – criticano l’orizzontalità e l’antropocentrismo del Novus Ordo devono essere presi sul serio. Tuttavia, la soluzione non è la Fraternità San Pio X o un ritorno al Messale del 1962, bensì una «riforma della riforma» (Benedetto XVI) di qualche tipo che sana le evidenti fratture che si sono verificate. Mi interessa la questione in sé, non il termine provocatorio (riforma della riforma).   Marian Eleganti Vescovo

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