Persecuzioni
I cristiani armeni sfollati sono almeno 120.000: il mondo se ne è completamente dimenticato
Più di 120.000 cristiani armeni sono ora sfollati dalla loro terra, in un conflitto largamente ignorato dai media mainstream nel contesto dei conflitti in corso in Europa e Terra Santa. A causa di ucraini e israeliani e palestinesi, il mondo si è dimenticato degli armeni, il cui destino è stato segnato da violenze indicibili, le quali potrebbero essere, purtroppo, solo l’inizio di un’escalation di invasioni e massacri.
Le ostilità in un conflitto decennale tra il governo musulmano dell’Azerbaigian e un piccolo gruppo di cristiani armeni sono scoppiate di nuovo il mese scorso, uccidendo centinaia di persone e costringendo quasi tutti i circa 120.000 residenti cristiani della regione conosciuta del Nagorno-Karabakh a fuggire in Armenia.
«Nessuno vuole lasciare la propria patria, ma dobbiamo farlo per salvare la vita dei nostri figli, per proteggerli dalla guerra, dalla fame e da altre atrocità degli azeri», ha detto Ludmila Melquomian, una dei rifugiati cristiani, alla Catholic News Agency.
Il Nagorno-Karabakh, una piccola enclave cristiana, è stata considerata parte dell’Azerbaigian dalla comunità internazionale dopo che il dittatore comunista Josef Stalin consegnò la regione agli azeri affiliati ai sovietici negli anni Venti. Tuttavia i cristiani armeni che vi abitano da generazioni la rivendicano come repubblica sovrana e la chiamano con il suo antico nome: Artsakh.
Le tensioni durano da decenni. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, nel contesto della dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli armeni hanno conquistato il controllo della regione, alla quale rivendicano legami generazionali risalenti a molti secoli fa in un sanguinoso conflitto che ha provocato 30.000 morti e un milione di sfollati, per lo più azeri.
Nel 2020, l’Azerbaigian ha bombardato l’Artsakh per un periodo di sei settimane, danneggiando le infrastrutture civili, tra cui circa 71 scuole e 14 asili. I funzionari dell’Artsakh hanno denunciato gli attacchi come violazioni del diritto internazionale e hanno accusato l’Azerbaigian di attacchi «deliberati e indiscriminati» contro «oggetti civili».
Nel mezzo della distruzione, secondo quanto riferito, sarebbero apparsi video di soldati che decapitano e uccidono in altri modi atroci civili, soldati e prigionieri di guerra armeni. Non abbiamo visto questi video, ma abbiamo sentito i racconti dei profughi, che hanno dato testimonianza di questi orrori davanti alla telecamera del reporter americano Patrick Lancaster.
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Il bombardamento dei cristiani dell’Artsakh ha suscitato scarso interesse internazionale nel 2020, e lo scoppio di una rinnovata violenza contro la popolazione della regione a settembre ha attirato allo stesso modo una quantità trascurabile di attenzione da parte dei leader globali.
Durante l’offensiva del 19 settembre, le forze di difesa dell’Artsakh hanno tentato di difendere la propria popolazione, ma la CNA ha riferito che l’esercito della regione era «ampiamente senza armi» e completamente privo di «supporto esterno», costringendoli ad «arrendersi solo un giorno dopo l’inizio dell’offensiva».
Si prevede che l’assalto lanciato dalle aggressive forze azere si espanderà oltre la regione dell’Artsakh.
Robert Nicholson, che guida un gruppo di difesa cristiana noto come Philos Project, ha detto alla CNA che «un’invasione da parte dell’Azerbaigian nell’Armenia meridionale è molto possibile» dopo la sconfitta decisiva delle forze di difesa impreparate dell’Artsakh.
Nonostante i movimenti apparenti verso un accordo di pace tra il presidente azero Ilham Aliev e il primo ministro armeno Nikol Pashinian, Nicholson ha sostenuto che Aliev e il presidente turco Recep Erdogan hanno chiarito che «vorrebbero impadronirsi dell’Armenia meridionale» per «riaffermare la posizione internazionale di supremazia turco-islamica».
Come riportato da Renovatio 21, il clan Erdogan avrebbe con Baku affari milionari in Nagorno-Karabakh.
L’aggressività diplomatica di Aliev è tale da aver dichiarato, a fronte degli aiuti militari di Parigi a Yerevan, che la Francia è da considerarsi responsabile di ogni nuovo conflitto con l’Armenia.
Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha avvertito il mese scorso che un’invasione dell’Armenia da parte dell’Azerbaigian potrebbe essere imminente e ha affermato che l’amministrazione sta determinando il modo migliore per ritenere l’Azerbaigian responsabile della sua azione militare.
In ogni caso, la drammatica situazione continua ad attirare poca attenzione sulla scena internazionale rispetto agli altri grandi conflitti militari scoppiati nei soli tre anni successivi all’insediamento del presidente americano Joe Biden: Ucraina, Palestina…
Come riportato da Renovatio 21, Stepanakert, capoluogo armeno del Nargorno-Karabach (Artsakh per gli armeni) è ora una città fantasma.
Gli azeri hanno condotto operazioni per arrestare la classe dirigente del territorio ameno, come l’ex lato funzionario, e miliardario con passaporto russo, Ruben Vardanyan.
Una settimana fa è stato reso noto che l’Armenia ha cominciato ufficialmente la cooperazione militare con gli USA.
Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa il governo Pashinyan – altamente contestato dalla popolazione – aveva chiesto l’intervento USA e parlato di responsabilità russe, aggiungendo di temere un colpo di Stato.
Fino a pochi anni fa la Russia non lesinava dichiarazioni pro-Yerevan, con vertici militari che dicevano che l’esercito russo era «pronto a difendere l’Armenia». L’asse con Mosca si deve essere definitivamente inclinato quando, pochi mesi fa, l’esercito armeno ha preso parte ad una esercitazione con le forze USA chiamata Eagle Partner 2023.
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Immagine screenshot da YouTube
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Messa cattolica a Vienna interrotta da adolescenti arabi che gridavano «Allah Akbar»
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Vandalizzata statua della Madonna delle vette
Una delle vette del bellunese, la Croda Granda — montagna appartenente alle Pale di San Martino nelle Dolomiti — è stata recentemente teatro di un atto sacrilego: una statua della Madonnina collocata sulla cima da oltre quarant’anni è stata divelta e gettata in un canalone. Assieme a lei anche due targhe commemorative dedicate ad alpinisti scomparsi sono state staccate e disperse chissà dove.
L’effigie della Madonna è stata poi fortunatamente individuata da due escursionisti a una quota inferiore e dovrà essere recuperata con un intervento alpinistico non semplice, in quanto il terreno risulta impervio e solo personale esperto può raggiungere quel luogo.
Secondo quanto riferito dal Comune di Gosaldo, gli accertamenti sul posto escluderebbero che la statua possa essersi staccata accidentalmente: sarebbe stata rimossa intenzionalmente dal suo ancoraggio.
«Chi sale in quota munito di attrezzi per distruggere ed eradicare i simboli delle nostre vette non è un escursionista», è la dura presa di posizione dell’amministrazione comunale, riportata da RadioPiù. Il Comune parla inoltre di una «profanazione lucida e senza senso».
La Croda Granda non è una meta raggiungibile per caso: arrivare a quell’altitudine richiede tempo, fatica e competenze alpinistiche. Ed è proprio questo l’aspetto che rende il gesto di difficile comprensione: qualcuno sarebbe arrivato fin lassù utilizzando appositi strumenti per rimuovere manufatti fissati alla vetta.
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C’è da aggiungere che questo è l’episodio più grave avvenuto finora nella zona, ma non l’unico, perché negli ultimi tempi si sono moltiplicati atti vandalici, furti e comportamenti pericolosi nei bivacchi.
Già anni fa, sempre nel bellunese, l’immagine della Beata Vergine è stata al centro di preoccupazioni per la presunta scomparsa, poi rivendicata da sedicenti ecologisti che pretendevano di non volere alcunché in vetta per preservare la natura.
La domanda è: perché oltraggiare in tal modo l’immagine della Vergine Maria? Un gesto indegno, di totale mancanza di rispetto — non solo per la montagna e per i suoi valori — ma soprattutto per la fede verso la Madonna, icona di speranza e di pace per miliardi di fedeli in tutto il mondo.
Resta l’immagine più difficile da ignorare: quella di una statua che per anni aveva accolto chi raggiungeva quella vetta, strappata dal suo piedistallo per essere gettata decine e decine di metri giù per la parete.
Tali gesti, ahinoi, non sono nuovi: come scritto giorni fa su Renovatio 21, due giovani vandali sono stati arrestati in Corsica dopo aver distrutto una statua della Beata Vergine Maria. «È oltraggioso perché stanno profanando ciò che è più sacro», ha dichiarato ai media francesi don Thibault Lambert, parroco della parrocchia proprietaria della statua, che ha anche annunciato di aver presentato una denuncia formale.
Un uomo ha distrutto una statua della Vergine Maria in una chiesa parrocchiale del Queens, a Nuova York, che negli ultimi due anni ha subito diversi atti di vandalismo. Il criminale ha usato un martello per distruggere una statua della Beata Vergine Maria, decapitandola e facendola cadere dal piedistallo. La diocesi di Brooklyn ha affermato che si tratta del quarto atto di vandalismo nella chiesa di Santa Rita dal 2024.
Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso, nella cittadina francese di Guingamp, la statua della Vergine Maria con in braccio il Bambino Gesù, situata nella Basilica di Nostra Signora del Buon Soccorso, è stata vittima di un incendio doloso. Si è trattato di un altro atto di vandalismo anticristiano, commesso proprio nel giorno in cui la chiesa celebra la Natività della Vergine Maria.
Francesco Rondolini
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Immagine di Simo Räsänen via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Persecuzioni
Pastore protestante fa distruggere ai bambini le statue della Madonna e degli angeli
“We got a Mary, for all the Catholics.”
At Steadfast Baptist Church, pastor Jonathan Shelley leads the kids into ‘bible drills,’ with the winner rewarded with smashing statues of Mary and various angelic figures. pic.twitter.com/GN6nGZCKL6 — Protestia (@Protestia) October 14, 2026
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L’iconoclastia protestante toccò l’apogeo nel XVII secolo, ma come evidente non si piò essere esaurita nei rivoli del fondamentalismo luteranoide americano.
Per l’islam il caso di estrema iconoclastia più documentato è il cimitero di Jannat al-Baqi a Medina, dove sono sepolti familiari e compagni di Maometto: le cupole e i mausolei furono demoliti dalle forze wahhabite nel 1806 e di nuovo nel 1925-26, dopo la conquista saudita del Hijaz. Nel Novecento e fino ai giorni nostri sono poi scomparsi, tra Mecca e Medina, numerosi edifici legati ai primi tempi dell’islam, spesso per far posto all’ampliamento delle moschee e a nuove strutture, con giustificazioni di ordine pratico oltre che dottrinale. Tra questi ci sono la casa di Khadija, prima moglie del Profeta, e quella di Abu Bakr. La casa natale di Maometto a Mecca fu invece trasformata in una biblioteca.
Si dice che nel 1800 e nel 1925 i wahhabiti avessero valutato di abbattere la casa di Maometto a Medina, ma non lo fecero, probabilmente per la reazione che avrebbe suscitato nel mondo musulmano.
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