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Eutanasia

I canadesi disabili ora sono sottoposti alla proposta di essere eutanatizzati come parte delle visite mediche di routine

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Continua la folle corsa del Canada verso l’abisso dello Stato assassino, che suggerisce ai suoi cittadini – malati, depressi, obesi, poveri che siano – di farsi uccidere.

 

Krista Carr, CEO di Inclusion Canada, ha denunciato che molti canadesi con disabilità vengono spinti a scegliere l’eutanasia durante visite mediche di routine.

 

In una sessione dell’8 ottobre della Commissione parlamentare per le finanze, Carr, sostenitrice dell’assistenza medica al suicidio (MAiD), ha spiegato che l’espansione della MAiD nel 2021 ai malati cronici non terminali ha portato a proporre l’eutanasia a persone con disabilità durante visite mediche non correlate. «Da quando è stata introdotta la legge sul Track 2 MAiD, le interazioni delle persone con il sistema sanitario sono cambiate radicalmente», ha affermato.

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La Carr ha aggiunto che le persone con disabilità temono di accedere al sistema sanitario per problemi ricorrenti, poiché la MAiD viene spesso suggerita come soluzione a una «sofferenza intollerabile».

 

Il deputato conservatore Garnett Genuis ha chiesto con quale frequenza ciò accada, e Carr ha risposto che è un evento «settimanale» per i canadesi con disabilità.

 

Carr ha sottolineato che l’espansione del MAiD colpisce sproporzionatamente le persone con disabilità, rese vulnerabili dalla mentalità eutanasica negli ospedali, notando anche che la «povertà» viene considerata una «sofferenza intollerabile», rendendo una persona idonea alla MAiD.

 

Le sue dichiarazioni trovano conferma nei documenti interni dei medici dell’Ontario del 2024, che indicano che molti canadesi scelgono l’eutanasia per povertà o solitudine, non per malattie terminali.

 

Ad esempio, un lavoratore di mezza età, disabile a causa di lesioni alla caviglia e alla schiena, ha ritenuto che il sostegno governativo insufficiente lo lasciasse senza alternative al MAiD.

 

In un altro caso, una donna obesa si è descritta come un «corpo inutile che occupa spazio», e un medico ha considerato la sua obesità una «condizione medica grave e irrimediabile» idonea per il MAiD.

 

Nel 2023, in Ontario, 116 dei 4.528 decessi per eutanasia riguardavano pazienti non terminali, spesso provenienti da comunità povere. I dati del medico legale capo dell’Ontario mostrano che oltre tre quarti di coloro che hanno scelto l’eutanasia senza essere in fin di vita necessitavano di assistenza per disabilità. Inoltre, circa il 29% di questi decessi riguardava persone delle aree più povere dell’Ontario, contro il 20% della popolazione generale della provincia.

 

Il governo liberale ha ampliato la MAiD di 13 volte dalla sua legalizzazione, rendendolo il programma di eutanasia in più rapida crescita al mondo. I tempi di attesa per l’assistenza sanitaria in Canada sono saliti a 27,7 settimane in media, spingendo alcuni alla disperazione e a scegliere l’eutanasia. Alcuni malati e anziani che hanno rifiutato la MAiD sono stati definiti «egoisti» dagli operatori sanitari.

 

Secondo i rapporti più recenti, la MAiD è la sesta causa di morte in Canada, ma non compare tra le prime 10 cause di morte di Statistics Canada dal 2019 al 2022. L’agenzia ha spiegato che registra le malattie che spingono all’eutanasia, non l’eutanasia stessa, come causa primaria di morte.

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Health Canada riporta che nel 2022 13.241 canadesi sono morti per iniezioni letali MAiD, pari al 4,1% dei decessi totali nel Paese, con un aumento del 31,2% rispetto al 2021.

 

Come riportato da Renovatio 21, Canada rimane capofila dell’eutanasia di Stato che si dirige verso l’eliminazione dei bambini autistici (anche senza consenso dei genitori), dei malati mentali in genere, dei disabili, dei depressi da lockdown, degli angosciati, dei poveri – etc. Con contorno di record per le predazioni di organi.

 

Due anni fa il Canada registrò che una persona su 25 moriva per MAiD, il nome della pubblica eutanasia canadese.

 

Nemmeno gli struzzi, in Canada, sono sicuri dalla siringa assassina eugenetica di Stato.

 

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Eutanasia

Ecco il trapianto di volto da donatore sottoposto a eutanasia

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L’Ospedale Universitario Vall d’Hebron di Barcellona ha annunciato quello che viene presentato come un risultato storico: il primo trapianto di faccia al mondo proveniente da un donatore sottoposto a eutanasia. La notizia è stata accolta con entusiasmo dagli ambienti medici e rilanciata come una nuova vittoria della chirurgia ricostruttiva, un traguardo che confermerebbe l’eccellenza del centro catalano nel campo dei trapianti complessi.   Il paziente ricevente, colpito da una grave necrosi del volto a seguito di un’infezione, aveva perso funzioni fondamentali come la respirazione, l’alimentazione e la parola. L’intervento ha consentito una parziale ricostruzione facciale e l’avvio di un percorso di recupero funzionale, migliorando sensibilmente la sua qualità di vita.   Ciò che merita attenzione, tuttavia, non è la complessità dell’operazione, ma il contesto antropologico e morale che l’ha resa possibile. La donatrice non è morta a seguito di una patologia improvvisa o di un evento naturale, ma in virtù di una procedura deliberata di eutanasia. La sua morte è stata programmata e medicalmente assistita, permettendo al team chirurgico di pianificare con precisione il prelievo dei tessuti facciali.   Del resto, la pratica eutanasica e quella trapiantologica sono strettamente correlate: in esse la persona cessa di essere tale nel momento in cui perde determinate funzioni. L’introduzione del rivoluzionario criterio della morte cerebrale, sulla base di cui la persona viene fatta coincidere con le sue funzioni cerebrali, non è servita solamente a rendere possibile l’espianto di organi vitali, ma anche il distacco dei supporti vitali nei pazienti considerati senza speranza; e ciò per stessa ammissione della famigerata Commissione di Harvard, che venne istituita proprio allo scopo di trovare una soluzione operativa a tali problemi.

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In altri termini, si è trattato di un cambiamento epocale destinato a influenzare in maniera radicale il modo in cui si sarebbe gestita, da lì in avanti, la questione del fine vita, e non solo. Infatti, tutte le pratiche contro la vita (dall’espianto di organi all’aborto, dalla manipolazione embrionale all’eutanasia) hanno come minimo comune denominatore proprio la riduzione dell’essere umano ad aggregato biologico, privo di valore intrinseco se non manifesta determinate prestazioni funzionali.   Il corpo, in questa visione, non è più la dimensione costitutiva dell’identità personale, ma una struttura modulare che può essere oggetto di intervento tecnico. Il trapianto facciale, per sua natura, non è un’operazione salvavita in senso stretto, ma è teso al recupero di funzioni e identità relazionali. Proprio per questo assume un valore simbolico particolarmente forte: il volto, emblema del riconoscimento personale e dell’identità, viene trasferito da un corpo eliminato a un altro corpo da riparare.   E quando il corpo è ridotto a un insieme di parti sostituibili e la morte pianificata per massimizzare l’efficienza del prelievo, il passaggio dalla medicina ippocratica a una medicina tecnocratica è consequenziale. Il linguaggio istituzionale parla di protocolli etici rigorosi, di consenso informato, di generosità del donatore, ma ciò che rimane sullo sfondo è l’integrazione sistemica tra eutanasia e trapiantologia. Una convergenza che non è accidentale appunto, ma che si fonda su una medesima antropologia, nella quale la vita vale finché serve e il corpo acquista valore quando diventa utile ad altri.   I reparti di rianimazione e le unità trapiantologiche degli ospedali, rappresentano i luoghi «sacri» della nuova religione funzionalista, dove la persona, con la sua dignità ontologica, cede il passo all’organismo. In questo scenario, le pressioni sociali affinché le persone si decidano a farsi da parte quando la loro vita perde di significato sono sempre più forti. L’alternativa alla mancanza di senso viene individuata nella possibilità di rendersi utili alla collettività cedendo parti del proprio corpo a qualcuno che ne ha bisogno.   A tal proposito, è particolarmente significativo un cortometraggio intitolato Briciole al cielo che costituisce il manifesto della campagna a favore della donazione di organi. Un film, «per far capire cosa si prova a stare dalla parte di chi aspetta. Perché sono troppi quei sette milioni di italiani che non vogliono concedere una speranza di vita a chi ha bisogno di un trapianto». Il cortometraggio è girato in chiave poetica ma il messaggio è chiarissimo: far sentire moralmente responsabili coloro che non accettano di mettere il loro corpo a disposizione del sistema.   In definitiva, ciò che viene celebrato come progresso medico è in realtà il sintomo avanzato di una mutazione antropologica già in atto.   Quando la morte viene programmata per ottimizzare un prelievo e il volto stesso può essere trasferito come una componente funzionale, siamo di fronte a una medicina che non considera l’eutanasia una tragica eccezione ma come un ingranaggio perfettamente integrato nel sistema dei trapianti; e il trapianto, a sua volta, non è più un atto straordinario di cura, ma una modalità ordinaria di riciclo biologico.    Alfredo De Matteo

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Eutanasia

Canadese paralizzato sceglie l’eutanasia a causa della solitudine

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Un uomo sulla sessantina ha scelto di ricorrere all’eutanasia in Canada, indicando come motivo principale la profonda solitudine.

 

Secondo il rapporto 2025 del Comitato di revisione dei decessi (OMDRC) per l’assistenza medica al suicidio (MAID) dell’Ontario, l’uomo – identificato solo come il signor B – era affetto da paralisi cerebrale e si spostava in sedia a rotelle.

 

Nonostante ciò, era in grado di utilizzare autonomamente il bagno e di muoversi da solo, ma viveva da anni in una struttura di assistenza a lungo termine.

 

Nei documenti si legge che il signor B lamentava una «profonda sofferenza psicosociale e solitudine», dovuta alla difficoltà di relazionarsi con gli altri, una condizione che, a suo dire, lo accompagnava da molto tempo.

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Circa due mesi prima di presentare la richiesta di eutanasia, aveva smesso di alimentarsi e si sosteneva solo con bevande supplementari.

 

Il medico curante gli ha proposto allora la possibilità di accedere all’eutanasia; dopo alcuni colloqui, gli fu indicato che la procedura poteva essere approvata in quanto soffriva di una «condizione grave e irreversibile».

 

Gli sono stati offerti farmaci per il cattivo umore e gli fu spiegato che avrebbe potuto procedere secondo le regole del Track 2. Il Track 2 consente l’eutanasia quando la morte naturale non è considerata «ragionevolmente prevedibile», diversamente dal Track 1, in cui tale previsione esiste. Successivamente, però, il medico incaricato della procedura ha ritenuto che il signor B potesse qualificarsi per il Track 1, poiché affetto da una «malattia incurabile», aggravata dal rifiuto di alimentarsi e idratarsi adeguatamente.

 

Debole e in evidente dimagrimento, all’uomo fu concessa l’eutanasia in base al Track 1, nonostante alcuni membri dell’OMDRC esprimessero preoccupazione sul fatto che la scelta di non nutrirsi potesse configurarsi come un elemento di natura suicidaria.

 

In Canada i casi di eutanasia sono in forte aumento. Vi è la recente vicenda di un’anziana donna, indicata come Mrs. B, che è stata sottoposta a eutanasia poche ore dopo aver cambiato idea.

 

Da quando è stata legalizzata nel 2016, la legge sull’eutanasia è stata ampliata per ben 13 volte sotto il governo liberale guidato dal primo ministro Mark Carney. Il Canada detiene oggi il primato mondiale per la crescita più rapida del programma di suicidio assistito. Nel frattempo, Health Canada ha diffuso una serie di rapporti sulle richieste di accesso al MAID.

 

Il segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) degli Stati Uniti, Jim O’Neil, ha dichiarato che il sistema MAID canadese ha superato un ulteriore confine etico, configurandosi come una pratica ormai priva di limiti morali.

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Come riportato da Renovatio 21, in Canada è partita la promozione per offrire la MAiD – il programma eutanatico massivo attivato dal governo di Ottawa – anche per bambini e adolescenti. Non manca nel Paese il dibattito per l’eutanasia dei bambini autistici.

 

Di fatto, un canadese ogni 25 viene oggi ucciso dall’eutanasia. L’aumento negli ultimi anni è stato semplicemente vertiginoso. E la classe medica, oramai totalmente traditrice di Ippocrate e venduta all’utilitarismo più sadico e tetro, insiste che va tutto bene.

 

Come riportato da Renovatio 21, qualche mese fa un’altra veterana dell’esercito, divenuta disabile, ha riportato che alcuni funzionari statali avevano risposto alla sua richiesta di avere in casa una rampa per la sedie a rotelle offrendole invece la possibilità di accedere al MAiD – cioè di ucciderla.

 

Ma non è il caso più folle del degrado assassino raggiunto dallo Stato canadese: ecco l’ecologista che chiede di essere ucciso per la sua ansia cronica riguardo al Cambiamento Climatico, ecco i pazienti che chiedono di essere terminati perché stanchi di lockdown, ecco le proposte di uccisione dei malati di mente consenzienti, e magari pure dei neonati. Il tutto, ovviamente, con il corollario industriale, della predazione degli organi, di cui il Paese ora detiene il record mondiale.

Il Canada del governo Trudeau e del suo successore Carney – dove il World Economic Forum regna, come rivendicato boriosamente da Klaus Schwab – è il Paese dell’avanguardia della Necrocultura. Se lo Stato può ucciderti, ferirti, degradarti, lo fa subito, e legalmente. Magari pure con spot mistico propalato da grandi società private in linea con il dettato di morte. In Canada l’eutanasia viene servita anche alle pompe funebri.

 

A febbraio l’eutanasia è stata offerta anche ad una signora riconosciuta come danneggiata da vaccino COVID.

 

Secondo alcuni, l’eutanasia in Canada – che si muove verso i bambini – sta divenendo come una sorta di principio «sacro» dello Stato moderno.

 

Come abbiamo ripetuto tante volte: lo Stato moderno è fondato sulla Cultura della Morte. La Necrocultura è, incontrovertibilmente, il suo unico sistema operativo. Aborto ed eutanasia (e fecondazione in vitro, e vaccinazioni, anche e soprattutto geniche) sono quindi sue primarie linee di comando.

 

Secondo alcuni grazie al suo fondamentalismo eutanasico il Canada sta trasformando il suo regime di suicidio assistito in una catena di fornitura per la predazione e il trapianto di organi.

 

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Eutanasia

Chi ha il diritto di «staccare la spina»? E in nome di quale autorità?

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A Bari un uomo di 47 anni è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio per aver scollegato tutti gli ausili sanitari che tenevano in vita la madre, un’anziana donna allettata e affetta da una grave patologia oncologica Il gesto, compiuto il 15 dicembre scorso all’interno dell’abitazione familiare, è stato scoperto da un’infermiera dell’assistenza domiciliare che, accortasi della rimozione di tubi e sondini, ha allertato i soccorsi.   Solo l’intervento tempestivo del 118 ha evitato l’esito fatale: la donna è stata trasportata d’urgenza e in codice rosso all’ospedale Di Venere di Bari dove è stata stabilizzata (l’anziana signora è deceduta qualche settimana dopo). La reazione giudiziaria è stata rapida e severa: dopo una prima misura cautelare meno afflittiva, l’autorità giudiziaria ha disposto gli arresti domiciliari per il 47enne che si era rifiutato di indossare il braccialetto elettronico, valutando la gravità del quadro indiziario.   Tuttavia ciò che colpisce nella narrazione mediatica e giudiziaria del caso, non è tanto l’atto in sé, lo spegnimento deliberato di supporti vitali, quanto il modo in cui esso viene interpretato. Il dettaglio più ripetuto nei resoconti è infatti la frase pronunciata dall’uomo davanti al personale sanitario: «mi rimetto alla volontà di Dio». È su questo elemento che sembra concentrarsi l’attenzione, come se il vero scandalo non fosse il tentato omicidio, ma il fatto che l’azione sia stata compiuta senza l’avallo dello Stato, dei protocolli, delle procedure autorizzate.   Già, perché non si è trattato di una decisione «condivisa», di un percorso medicalizzato o di un atto certificato, ma di un gesto solitario, familiare, non normato. Il paradosso emerge con forza se si confronta questo episodio con altri elevati a simbolo di «civiltà».

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Quando Marco Cappato accompagna DJ Fabo in Svizzera per aiutarlo a porre fine alla sua vita, l’atto viene raccontato come un gesto di libertà, di compassione, di progresso. Il protagonista diventa un paladino dei diritti, un disobbediente morale, quasi un eroe civile. Le procure indagano, ma l’opinione pubblica assolve. Il fine, la morte procurata, non solo non scandalizza, ma viene nobilitato.   Nel caso di Bari ciò che cambia è il contesto, l’autorità invocata, il linguaggio. E di conseguenza cambia, radicalmente, il giudizio. Dietro a questo fatto di cronaca non c’è un’associazione, non c’è una battaglia ideologica riconosciuta, non c’è una narrazione dei «diritti». C’è solo un figlio, una madre malata terminale, e una frase che rimanda a un ordine trascendente anziché a un iter amministrativo. Ed è proprio questo che sembra rendere il gesto intollerabile.   Facciamoci la domanda: è la soppressione di una vita a costituire il reato, oppure il fatto che essa non avvenga secondo i canoni stabiliti dallo Stato e dalla medicina ufficiale? Se spegnere i macchinari è lecito quando lo si fa nel linguaggio dei protocolli, perché diventa follia criminale quando lo si fa «rimettendosi a Dio»?   La risposta pare evidente: la morte, per essere accettabile, deve essere amministrata, certificata, laicizzata. In altre parole, deve passare per la volontà dello stato, non per quella di Dio. In quest’ottica, il caso di Bari non è soltanto una tragedia familiare ma lo specchio di una società profondamente malata: non è più la vita a essere inviolabile, ma il monopolio della decisione sulla vita e sulla morte.   Chi si adegua ai suoi rituali viene assolto, chi ne resta fuori viene patologizzato. Non conta più che cosa si fa, ma chi decide e in nome di quale autorità.   Alfredo De Matteo  

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