Animali
Gli organoidi cerebrali danno luogo a nuove complicazioni etiche
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
La ricerca sulle cellule staminali ha permesso alla medicina di andare in luoghi che una volta erano fantascienza. Utilizzando cellule staminali, gli scienziati hanno prodotto cellule cardiache, cellule cerebrali e altri tipi di cellule che ora stanno trapiantando come forma di terapia cellulare. Alla fine, il campo prevede che lo stesso sarà possibile con gli organi.
Gli organoidi sono strutture simili a organi. Ricapitolando il normale sviluppo, gli organoidi si sono dimostrati strumenti inestimabili per capire come crescono gli organi e come si sviluppano le malattie
Un nuovo articolo su AJOB Neuroscience di un gruppo guidato da Tsutomu Sawai, dell’Università di Kyoto, esamina le implicazioni etiche della ricerca sugli organoidi cerebrali.
Gli organoidi sono strutture simili a organi. Ricapitolando il normale sviluppo, gli organoidi si sono dimostrati strumenti inestimabili per capire come crescono gli organi e come si sviluppano le malattie. Gli organoidi sono stati segnalati per un assortimento di organi, tra cui il fegato, i reni e, cosa più controversa, il cervello.
Il cervello è considerato la fonte della nostra coscienza. Pertanto, se gli organoidi cerebrali imitano il cervello, potrebbero sviluppare la coscienza, il che implica ogni sorta di implicazioni morali.
«La coscienza è una proprietà molto difficile da definire. Non abbiamo ottime tecniche sperimentali che confermano la coscienza. Ma anche se non possiamo provare la coscienza, dovremmo stabilire delle linee guida, perché i progressi scientifici lo richiedono», dice Sawai.
Il cervello è considerato la fonte della nostra coscienza. Pertanto, se gli organoidi cerebrali imitano il cervello, potrebbero sviluppare la coscienza, il che implica ogni sorta di implicazioni morali.
Con alcune persone che immaginano un futuro in cui i nostri cervelli vengono caricati e tenuti in cloud ben dopo la morte dei nostri corpi, gli organoidi offrono l’opportunità di testare la coscienza e la moralità in ambienti artificiali, sostiene l’articolo.
Gli etici hanno suddiviso la coscienza in molti tipi. La coscienza fenomenale assume la consapevolezza del dolore, del piacere e dell’angoscia.
Sawai ei suoi colleghi sostengono che anche se sarebbero necessarie restrizioni sugli esperimenti che utilizzano organoidi cerebrali, la coscienza fenomenica non proibirebbe apertamente gli esperimenti, poiché anche gli animali comunemente usati nella scienza, come i roditori e le scimmie, mostrano una coscienza fenomenica. L’autocoscienza si aggiungerebbe ai conflitti etici, poiché questo status conferisce una moralità più elevata.
Tuttavia, Sawai dice che c’è un problema più urgente.
«Uno dei problemi maggiori sono i trapianti. Dovremmo inserire gli organoidi cerebrali negli animali per osservare come si comporta il cervello?»
«Uno dei problemi maggiori sono i trapianti. Dovremmo inserire gli organoidi cerebrali negli animali per osservare come si comporta il cervello?»
Sebbene la crescita dell’intero cervello umano all’interno degli animali non sia presa in seria considerazione, il trapianto di organoidi cerebrali potrebbe fornire informazioni cruciali su come si formano malattie come la demenza o la schizofrenia e sui trattamenti per curarle.
«Questo è ancora troppo futuristico, ma ciò non significa che dovremmo aspettare per decidere su linee guida etiche. La preoccupazione non è tanto un’umanizzazione biologica dell’animale, che può accadere con qualsiasi organoide, ma un’umanizzazione morale, che è esclusiva di il cervello», ha detto Sawai.
«La preoccupazione non è tanto un’umanizzazione biologica dell’animale, che può accadere con qualsiasi organoide, ma un’umanizzazione morale, che è esclusiva di il cervello»
Altre preoccupazioni, ha aggiunto, includono abilità potenziate: pensa Il pianeta delle scimmie. Inoltre, se l’animale sviluppasse tratti umanizzati, trattarlo in modo sub-umanitario violerebbe la dignità umana, un principio fondamentale della pratica etica.
Il documento rileva che alcune persone non considerano questi risultati immorali. Abilità avanzate senza un cambiamento nell’autocoscienza equivale a usare un animale superiore negli esperimenti, come passare dal topo alla scimmia. E un cambiamento di dignità non significa un cambiamento di dignità umana. Invece, il cambiamento potrebbe tradursi in un nuovo tipo di dignità.
Indipendentemente da ciò, gli autori ritengono che la possibilità di connessioni involontarie tra l’organoide cerebrale trapiantato e il cervello animale meriti una considerazione precauzionale.
Se l’animale sviluppasse tratti umanizzati, trattarlo in modo sub-umanitario violerebbe la dignità umana, un principio fondamentale della pratica etica
La più grande preoccupazione per quanto riguarda il trapianto di organoidi cerebrali, tuttavia, non riguarda gli animali. Ci sono buone ragioni per credere che con il procedere della ricerca, il futuro porterà la possibilità di trapiantare queste strutture in pazienti che hanno subito traumi improvvisi, ictus o altre lesioni al cervello.
Esistono già numerosi studi clinici che coinvolgono il trapianto di cellule cerebrali come terapia cellulare in pazienti con tali lesioni o malattie neurodegenerative. Sawai ha detto che l’etica alla base di queste terapie potrebbe fungere da paradigma per gli organoidi cerebrali.
«I trapianti di cellule cambiano il modo in cui funzionano le cellule cerebrali. Se qualcosa va storto, non possiamo semplicemente rimuoverle e ricominciare daccapo. Ma al momento, il trapianto di cellule di solito avviene in una sola posizione. Ci si aspetterebbe che gli organoidi cerebrali interagiscano più profondamente con il cervello, rischiando cambiamenti più inaspettati».
Michael Cook
Direttore di Bioedge
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Animali
Squalo sulle strade alluvionate di una città
Alla fine è successo: come in un film di serie B, o di serie Z, abbiamo finalmente le immagini di uno squalo che nuota in città. Cioè, esattamente per strada. L’idea di tante storie trash per cui per rendere lo squalo un pericolo urbano viene immesso nelle fogne o fatto sfogare contro gli esseri umani perché contenuto in una tromba d’aria ambulante – la trama del leggendario Sharknado (2013)– è ora divenuta realtà incontrovertibile.
Si tratta di Surf City, cittadina del Nuovo Jersey da 1200 abitanti. Si tratta di una località turistico-balneare, e il nome dice tutto: ma qui c’è ben poco da surfare di questi tempi. La tempesta ha battuto tutta la costa del Nuovo Jersey nelle ultime ore, causando un morto e allagando le vie della città neocesarea (aggettivo di derivazione latina che impieghiamo per non dire New Jersey).
Nell’inquietante filmato il pescecane sguazza libero tra le case, avvicinandosi pericolosamente ad un garage ed a un porticato dove garrisce la bandiera statunitense.
Shark 🦈 on the Streets of Atlantic City New Jersey 😳 pic.twitter.com/vtMFT6OZt6
— Wake Up NJ 🇺🇸 New Jersey (@wakeupnj) September 27, 2026
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Fino a ieri gli squali in strada dopo un’alluvione costituivano una leggenda metropolitana. Durante gli uragani Irene (2011), Harvey (2017) e Florence (2018) circolarono foto virali di squali su autostrade e vie allagate: dissero che erano montaggi o immagini riciclate. Lo stesso vale per il presunto squalo nelle strade di Fort Myers dopo l’uragano Ian (2022). Come no.
Un caso innegabile riguardò lo squalo toro (Carcharhinus leucas), specie capace di risalire i fiumi e vivere in acqua dolce. Nel gennaio 2011, durante le alluvioni di Brisbane, in Australia, alcuni residenti di Goodna segnalarono uno squalo toro in una strada sommersa. Diversi esperti ritennero la segnalazione plausibile, anche se le prove restano limitate. Dopo Katrina (2005) si parlò di squali a New Orleans, ma senza conferme.
Vi sono tuttavia vicende verificate in cui le alluvioni hanno portato in città altre bestie predatrici, specie se anfibie come i loricati. Nel 2019, con le alluvioni di Townsville (Queensland), coccodrilli e serpenti furono avvistati in strade e quartieri allagati. Nel dicembre 2023, dopo il ciclone Jasper, le autorità del Far North Queensland avvertirono la popolazione di coccodrilli nelle acque di piena, anche in aree urbane. Con l’uragano Harvey (2017) a Houston e con Florence (2018) in Nord Carolina furono ripresi alligatori in strade e giardini. Stessa situazione in Louisiana dopo Katrina.
Va segnalato l’ingegno delle creature: sempre con Harvey, le formiche di fuoco formarono zattere galleggianti sulle acque cittadine e i serpenti cercarono rifugio nelle case.
Non va escluso tuttavia che gli squali neocesarei presentino comportamenti anomali e altamente pericolosi: la specie di recente è divenuta celebre per la sua tossicodipendenza.
Come riportato da Renovatio 21, ricercatori americani hanno ipotizzato che gli squali del Golfo del Messico potrebbero consumare cocaina gettata nell’oceano dai trafficanti di droga. Gli scienziati hanno condotto un test in cui hanno messo in acqua un finto cigno accanto a un pacco di dimensioni e aspetto simili a un pacco di cocaina che sarebbe stata gettata nell’oceano dai trafficanti di droga. Con sorpresa del ricercatore, gli squali non hanno attaccato i cigni e invece si sono diretti direttamente verso le il pacco di cocaina, cercando di morderle. Uno squalo ha persino afferrato l’intera confezione e ha nuotato via portandosela dietro, probabilmente per farne «uso personale».
L’eliminazione degli squali costituisce un’altra grande promessa infranta da Donald Trump.
Come riportato da Renovatio 21, la pornostar Stormy Daniels, accusatrice nel processo che ha portato alla condanna presso il tribunale di Nuova York, sostiene di aver avuto un rapporto con Trump durante mentre in TV passava la Shark Week,– una settimana in cui il palinsesto del famoso canale Discovery è interamente dedicato ai pescecani in onda dal 1988 – e di aver sentito il presidente dire che odia gli squali e che dovrebbero sparire.
Come per tanti altri temi, nessuna vera mossa è stata intrapresa da The Donald per risolvere lo squallida minaccia degli squalidi.
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Torna Chunk, l’orso ciccione
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Tre minuti in compagnia di un asino possono salvare gli adolescenti dalla depressione. Nel senso dell’animale
Uno studio pubblicato sulla rivista Science Reports ha scoperto che gli adolescenti che hanno trascorso almeno tre minuti ad accarezzare degli asini o dei pony si sentivano meno ansiosi, meno tristi e soli e anche più calmi.
Lo studio dimostra che interagire con questi animali può migliorare particolarmente l’umore. Per terapia con l’asino, ovviamente, si intende con il mammifero ungulato, e non la persona particolarmente poco acuta ed ignorante: sennò guarire dalla tristezza, immaginiamo, sarebbe facilissimo, basterebbe immergersi in una festicciola di un famoso partito italiano per essere sommersi da creature asinini, e quindi sarebbe dinanzi a noi la possibilità di far crollare la cifra di otto milioni di italiani che consumano stabilmente psicofarmaci pensano pure di guarire.
Ma veniamo allo studio rivoluzionario: «è stato bello vedere che interagire con la natura potrebbe fare una differenza così positiva così rapidamente», ha detto al Washington Post l’autrice co-lead dello studio Rebecca Calisi-Rodríguez, professore associato di neurobiologia, fisiologia e comportamento presso l’Università della California.
Il potenziale terapeutico degli animali non è di certo una novità, ma i ricercatori si sono concentrati su qualcosa che altri studi avevano sottovalutato: come gli animali reagivano ai diversi modi in cui le persone li trattavano.
«Non si può stare in un pascolo a guardare un bambino e un asino interagire e fingere che solo uno di loro stia avendo un’esperienza», ha sostenuto Calisi-Rodríguez. «Si stanno guardando, stanno rispondendo l’un l’altro, stanno entrambi facendo delle scelte. Questa realizzazione è diventata il cuore del mio lavoro e il cuore di questo documento».
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L’equipe ha diviso i 61 adolescenti in due gruppi. A uno è stato detto di accarezzare delicatamente la schiena degli asini e dei cavallini, e agli altri è stato detto di grattare il collo degli equidi. Se l’asino muove le labbra, sta provando piacere. Se l’asino se ne va, vuole essere lasciato solo.
Non sorprende che gli asini si divincolassero di più quando gli veniva grattato il collo e di solito si allontanavano quando erano accarezzati sulla schiena. Lo spunto interessante di questa ricerca è la reazione dei ragazzi. Tutti gli adolescenti hanno riferito di sentirsi più calmi accarezzando l’animale. Ma quelli che hanno visto gli asini dimenare le loro labbra hanno sperimentato maggiori diminuzioni della solitudine. E anche quelli i cui asini si allontanavano da loro avevano maggiori riduzioni di tristezza.
La parte importante che ne viene fuori è essere in sintonia con l’animale. «Questa non è davvero una storia sul modo migliore per accarezzare un asino, per quanto carino sarebbe. È una storia sulla reciprocità», ha detto la Calisi Rodríguez.
La terapia con i ciuchini, chiamata tecnicamente onoterapia (dal greco ὄνος, onos, asino), è una forma di pet therapy che usa l’interazione con questi animali per migliorare il benessere fisico, emotivo e psicologico.
Gli asini entrano a pieno titolo tra gli animali adatti al lavoro terapeutico-relazionale. È un animale, infatti, che da subito regala accoglienza, calda protezione, sicurezza e affidabilità. Inoltre, le caratteristiche fisiche proprie dell’asino quali la taglia ridotta, la pazienza, la morbidezza al tatto, la lentezza di movimento e tendenza ad andature monotone, consentono di entrare in comunicazione con il paziente attraverso il sistema asino-utente-operatore. Il ruolo di quest’ultimo è quello di facilitare la comunicazione e la conduzione dell’animale.
Lo scrivente aggiunge che non solo gli adolescenti possono trarne giovamento in quanto a relax e armonia con questi teneri quadrupedi, ma anche le persone con malattie. Ricordo sempre mio babbo – gravemente malato di Alzheimer – che nelle nostre tante passeggiate capitava spesso di passare a lato di un campo dove si affacciavano degli asinelli.
Ebbene, quando queste tenere bestie erano in giro per la tenuta, mio babbo mi chiedeva esplicitamente di avvicinarci alla recinzione per accarezzarli. Dal canto loro, gli asini è come se percepissero il respiro di un’anima buona e si avvicinavano a mio babbo per farsi accarezzare.
Non c’è nulla di scientifico in questa mia ultima affermazione, ma c’è tanta sensibilità che a volte gli animali pare ci insegnino, anche se troppe volte, presi dallo stress della quotidianità, nemmeno ce ne accorgiamo.
Francesco Rondolini
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