Sanità
Gli esperti accusano il CDC di «selezionare» i dati dell’immunità dei vaccini per supportare la narrativa politica
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.
Prove crescenti mostrano che l’immunità naturale al COVID vince sull’immunità vaccinale, ma gli esperti affermano che il CDC sta ignorando la scienza di tradizionale dell’immunità naturale e manipolando i dati per supportare «ciò che hanno già deciso».
Esiste una crescente letteratura che mostra che l’immunità naturale non solo conferisce una protezione robusta, duratura e di alto livello contro il COVID, ma fornisce anche una protezione migliore rispetto all’immunità indotta dal vaccino.
Tuttavia, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) stanno ignorando la scienza di lunga data dell’immunità naturale quando si tratta di COVID – pur riconoscendo i benefici dell’immunità naturale per altre malattie – secondo un esperto che ha accusato l’agenzia di fornire messaggi contraddittori e «illogici» sul COVID.
Makary ha spiegato come le attuali linee guida del CDC per la varicella, ad esempio, non incoraggiano coloro che l’hanno già contratta a vaccinarsi contro il virus
Il dottor Marty Makary, professore di chirurgia e politica sanitaria presso la Johns Hopkins University, ha accusato il CDC di «selezionare» e di manipolare le linee guida sulla salute pubblica relative ai vaccini e all’immunità naturale per supportare una narrazione politica.
Makary ha partecipato al «Clay Travis and Buck Sexton Show» per discutere l’impatto clinico dell’immunità naturale comparata a quella ottenuta dal vaccino.
Durante la trasmissione, Travis ha sottolineato che la guida del CDC sul COVID non è coerente con le sue raccomandazioni sui vaccini per altri virus contagiosi, come la varicella.
Makary ha spiegato come le attuali linee guida del CDC per la varicella, ad esempio, non incoraggiano coloro che l’hanno già contratta a vaccinarsi contro il virus. Il CDC raccomanda solo due dosi di vaccino per bambini, adolescenti e adulti che non hanno mai avuto la varicella.
«Allora perché il CDC non dice la stessa cosa per quelli che hanno già avuto il COVID?» chiede Travis.
Makary ha definito le contraddittorie linee guida «assolutamente illogiche» e ha accusato l’agenzia di «ignorare l’immunità naturale».
Makary ha definito le contraddittorie linee guida «assolutamente illogiche» e ha accusato l’agenzia di «ignorare l’immunità naturale».
«Non è coerente con quello che stanno facendo per la varicella», ha affermato Makary. È come se avessero adottato il sistema immunitario per un virus, ma non per un altro virus, ha detto, e «raccolgono i dati per supportare qualunque cosa abbiano già deciso».
«Lo riducono in pezzetti più piccoli – qualcosa che chiamiamo fishing nelle tecniche statistiche», ha detto Makary. «Questo si fa quando cerchi un piccolo frammento di dati che supporti ciò in cui già credi».
Secondo un articolo del BMJ del 13 settembre, quando il lancio del vaccino COVID è iniziato a metà dicembre 2020, più di un quarto degli americani – 91 milioni – era stato infettato dal SARS-CoV-2, secondo le stime del CDC.
A partire da questo maggio, quella percentuale era salita a più di un terzo della popolazione, compreso il 44% degli adulti di età compresa tra 18 e 59 anni.
Tuttavia, il CDC ha incaricato tutti, indipendentemente dalla precedente infezione, di vaccinarsi completamente non appena fossero idonei. A gennaio, sul suo sito web, l’agenzia ha giustificato la sua guida affermando che l’immunità naturale «varia da persona a persona» e «gli esperti non sanno ancora per quanto tempo duri la protezione».
A giugno, un sondaggio della Kaiser Family Foundation ha rilevato che il 57% di chi aveva già contratto l’infezione è stato vaccinato.
A giugno, un sondaggio della Kaiser Family Foundation ha rilevato che il 57% di chi aveva già contratto l’infezione è stato vaccinato.
Il 10 settembre, il dottor Sanjay Gupta della CNN ha chiesto al dottor Anthony Fauci, capo consulente medico del presidente Biden, se le persone che sono risultate positive al virus dovrebbero comunque fare un vaccino.
Gupta ha citato dati recenti da Israele che suggeriscono che le persone che si sono riprese dal COVID avevano una protezione migliore e un rischio inferiore di contrarre la variante Delta, rispetto a quelle con l’immunità indotta dal vaccino a due dosi di Pfizer-BioNTech.
«Non ho una risposta certa su questo», ha detto Fauci. «Questo è qualcosa di cui dovremo discutere per quanto riguarda la durata della risposta».
La ricerca israeliana non ha affrontato la durata dell’immunità naturale. Fauci ha affermato che è possibile per una persona riprendersi dal COVID e sviluppare l’immunità naturale, ma tale protezione potrebbe non durare quanto la protezione fornita dal vaccino.
«Penso che sia qualcosa che dobbiamo discutere seriamente», ha detto Fauci.
Numerosi studi, tuttavia, hanno dimostrato che le persone guarite dal COVID hanno un’immunità robusta, stabile e di lunga durata.
Prove di immunità naturale
Già nel novembre 2020, importanti studi hanno mostrato che le cellule B della memoria e le cellule T della memoria si sono formate in risposta all’infezione naturale e le cellule della memoria rispondono producendo anticorpi contro le varianti future.
Uno studio finanziato dal National Institutes of Health e condotto dal La Jolla Institute for Immunology, ha trovato «risposte immunitarie elevate» nel 95% dei 200 partecipanti fino a otto mesi dopo l’infezione.
Già nel novembre 2020, importanti studi hanno mostrato che le cellule B della memoria e le cellule T della memoria si sono formate in risposta all’infezione naturale e le cellule della memoria rispondono producendo anticorpi contro le varianti future
Uno dei più grandi studi fino ad oggi, pubblicato su Science nel febbraio 2021, ha scoperto che sebbene gli anticorpi siano diminuiti in 8 mesi, le cellule B di memoria sono aumentate nel tempo e l’emivita delle cellule T CD8+ e CD4+ di memoria suggerisce una presenza costante.
In uno studio della New York University pubblicato il 3 maggio, gli autori hanno esaminato il contrasto tra l’immunità vaccinale e l’immunità da precedenti infezioni in relazione alla stimolazione dell’immunità innata delle cellule T, che è più duratura dell’immunità adattativa attraverso i soli anticorpi.
Gli autori hanno concluso che:
«Nei pazienti COVID-19, le risposte immunitarie erano caratterizzate da una risposta all’interferone altamente sviluppata che era in gran parte assente nei soggetti vaccinati. L’aumento della segnalazione dell’interferone probabilmente ha contribuito alla drammatica sovraregolazione osservata dei geni citotossici nelle cellule T periferiche e nei linfociti simil-innati nei pazienti ma non nei soggetti immunizzati.
Lo studio ha inoltre osservato che:
«L’analisi dei repertori dei recettori delle cellule B e T ha rivelato che mentre la maggior parte delle cellule B e T clonali nei pazienti COVID-19 erano cellule effettrici, nei destinatari del vaccino, le cellule clonali erano principalmente cellule di memoria circolanti».
Ciò significa che l’immunità naturale trasmette una superiore immunità innata, mentre il vaccino stimola principalmente l’immunità adattativa, poiché le cellule effettrici innescano una risposta innata più rapida e duratura, mentre la risposta della memoria richiede una modalità adattiva che è più lenta a rispondere.
Secondo un’analisi longitudinale pubblicata il 14 luglio su Cell Medicine, la maggior parte dei pazienti COVID guariti ha prodotto anticorpi durevoli, cellule B di memoria e cellule T CD4 e CD8 polifunzionali durevoli, che prendono di mira più parti del virus.
«Presi insieme, questi risultati suggeriscono che un’immunità ampia ed efficace può persistere a lungo termine nei pazienti guariti dal COVID-19»
«Presi insieme, questi risultati suggeriscono che un’immunità ampia ed efficace può persistere a lungo termine nei pazienti guariti dal COVID-19», hanno affermato gli autori.
In altre parole, a differenza dei vaccini, non sono necessari richiami per potenziare l’immunità naturale.
In uno studio del 12 maggio condotto dall’Università della California, i ricercatori hanno scoperto che l’immunità naturale trasmette un’immunità più forte rispetto al vaccino.
I ricercatori hanno scritto:
«Negli individui che non hanno contratto l’infezione, la seconda dose [di vaccino] ha aumentato la quantità ma non la qualità della risposta delle cellule T, mentre nei convalescenti la seconda dose non ha stimolato nessuna delle due. Le cellule T specifiche per la spike dei vaccinati convalescenti differivano sorprendentemente da quelle dei vaccinati che non avevano mai contratto l’infezione, con caratteristiche fenotipiche che suggeriscono una persistenza a lungo termine e una capacità superiori di raggiungere il tratto respiratorio, compreso quello rinofaringeo».
Secondo il BMJ, studi in Qatar, Inghilterra, Israele e Stati Uniti hanno riscontrato tassi di infezione a livelli altrettanto bassi tra le persone che sono state completamente vaccinate e quelle che hanno precedentemente avuto il COVID.
Come riportato da The Defender a giugno, la Cleveland Clinic ha intervistato più di 50.000 dipendenti per confrontare quattro gruppi in base alla storia dell’infezione da SARS-CoV-2 e allo stato di vaccinazione.
«I nostri risultati mettono in dubbio la necessità di vaccinare individui che hanno già contratto il virus»
Nessuno degli oltre 1.300 dipendenti non vaccinati che erano stati precedentemente infettati è risultato positivo durante i cinque mesi dello studio. I ricercatori hanno concluso che quella coorte «è improbabile che tragga beneficio dalla vaccinazione COVID-19».
Nel più grande studio osservazionale del mondo reale che ha confrontato l’immunità naturale acquisita attraverso una precedente infezione da SARS-CoV-2 con l’immunità indotta dal vaccino fornita dal siero Pfizer, i ricercatori in Israele hanno scoperto che le persone guarite dal COVID avevano molte meno probabilità di contrarre la variante Delta, di sviluppare sintomi o di essere ricoverate in ospedale rispetto ai vaccinati mai infettati.
«I nostri risultati mettono in dubbio la necessità di vaccinare individui che hanno già contratto il virus», hanno concluso.
Gli esperti parlano dell’immunità naturale
In una recente lettera all’editore del BMJ, il dottor Manish Joshi, pneumologo presso UAMS Health, il Dott. Thaddeus Bartter, pneumologo presso UAMS Health e Anita Joshi, BDS, MPH, hanno affermato che i dati dimostrano una protezione adeguata e duratura in coloro che si sono ripresi dal COVID, mentre la durata dell’immunità indotta dal vaccino non è completamente nota.
Gli autori della lettera hanno affermato che lo studio «SIREN» apparso su Lancet aveva affrontato le relazioni tra la positività nelle persone con precedente infezione da COVID e il successivo rischio di sindrome respiratoria acuta grave dovuta all’infezione da SARS-CoV-2 nei successivi 7-12 mesi.
Lo studio ha rilevato che l’infezione precedente riduce il rischio di reinfezione sintomatica del 93%.
Un ampio studio di coorte pubblicato su JAMA Internal Medicine che ha esaminato 3,2 milioni di pazienti statunitensi, ha mostrato che il rischio di infezione era significativamente inferiore (0,3%) nei pazienti sieropositivi rispetto a quelli sieronegativi (3%).
Un recente studio pubblicato a maggio sulla rivista Nature ha dimostrato la presenza di cellule immunitarie della memoria di lunga durata nei guariti dal COVID-19, suggerendo un’immunità duratura e costante.
«Ciò implica una capacità prolungata (forse anni) di rispondere a una nuova infezione con nuovi anticorpi», hanno scritto gli autori.
Megan Redshaw
Traduzione di Alessandra Boni
Sanità
Medici stranieri al Pronto Soccorso e sicurezza sanitaria: no agli esperimenti sulla salute dei pazienti
Renovatio 21 riceve e pubblica il comunicato del sindacato DICOSI.
Il sindacato Di.Co.Si. ContiamoCi! denuncia una scelta grave: l’impiego nei Pronto Soccorso di medici con titoli esteri non ancora riconosciuti dal Ministero della Salute. Il Pronto Soccorso non è un luogo di formazione. È il punto più delicato del sistema sanitario, dove servono standard certi, competenze verificate e comunicazione immediata e sicura. La carenza di personale non si risolve abbassando le garanzie. Si risolve programmando, valorizzando i professionisti e migliorando le condizioni di lavoro. La sicurezza sanitaria non è negoziabile.
Vicenza 25 febbraio 2026
COMUNICATO STAMPA
La sicurezza dei pazienti non è un esperimento: basta scorciatoie nella sanità
Il sindacato Di.Co.Si. ContiamoCi! denuncia con forza una scelta gravissima della Regione Veneto: reclutare medici per i Pronto Soccorso con titoli conseguiti all’estero non ancora riconosciuti dal Ministero della Salute.
Siamo di fronte all’ennesima risposta emergenziale che scarica sui cittadini il prezzo dell’incapacità programmatica della politica sanitaria.
I Pronto Soccorso non sono laboratori di prova. Sono il luogo dove si decide tra la vita e la morte, dove servono competenza certificata, formazione verificata, conoscenza dei protocolli italiani e padronanza della lingua piena e immediata.
Abbassare le garanzie di accesso significa abbassare il livello di sicurezza.
Non è una questione di provenienza geografica. È una questione di standard. La medicina non può
essere regolata dall’urgenza politica ma dalla qualità certificata.
L’inserimento in contesti di emergenza-urgenza di professionisti con titoli non ancora riconosciuti e con percorsi formativi non uniformati comporta:
• incertezza sugli standard clinici;
• difficoltà operative nei team multidisciplinari;
• potenziali barriere linguistiche nella comunicazione con pazienti e colleghi;
• aumento del rischio clinico in situazioni già ad altissima pressione.
La sicurezza sanitaria non è negoziabile. Non può essere subordinata alla necessità di coprire turni.
Di fronte a questa scelta, gli Ordini professionali — che per legge dovrebbero essere garanti della qualità e della sicurezza dell’esercizio medico — tacciono.
Eppure in passato hanno dimostrato estrema rapidità nell’attivare procedimenti disciplinari e sospensioni nei confronti di medici italiani su questioni normative controverse
Oggi, quando si interviene direttamente sugli standard di accesso alla professione e sulle garanzie per il paziente, non si registra la stessa fermezza.
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Due pesi e due misure?
La tutela del paziente vale sempre o solo quando è politicamente conveniente?
Le richieste di Di.Co.Si. ContiamoCi!
• il pieno rispetto delle procedure di riconoscimento dei titoli prima dell’impiego nei reparti di
emergenza;
• verifiche linguistiche e cliniche rigorose;
• trasparenza totale sui criteri di selezione e sulle responsabilità medico-legali;
• una presa di posizione pubblica e chiara degli Ordini professionali.
La carenza di personale non si risolve abbassando l’asticella. Si risolve programmando, valorizzando i professionisti già formati secondo gli standard italiani, migliorando le condizioni di lavoro e fermando l’emorragia di medici dal Servizio Sanitario Nazionale.
Di.Co.Si. ContiamoCi! non resterà in silenzio.
La sicurezza dei cittadini non è materia di compromesso.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Intelligenza Artificiale
Quando i medici vengono sostituiti da un protocollo
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Epidemie
Kennedy: RFK Jr.: «la manipolazione psicologica dei pazienti affetti dalla malattia di Lyme è finita»
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il Segretario alla salute degli Stati Uniti, Robert F. Kennedy Jr., ha convocato una tavola rotonda il 15 dicembre per celebrare un importante cambiamento nella politica federale sulla malattia di Lyme, impegnandosi a promuovere iniziative per migliorare la diagnosi, il trattamento e la copertura Medicare. Sottolineando decenni di negligenza, Kennedy ha affermato che l’incontro segna la fine del «gaslighting» [«manipolazione psicologica, ndt] dei pazienti affetti da malattia di Lyme.
La scorsa settimana, il Segretario alla Salute degli Stati Uniti, Robert F. Kennedy Jr., ha segnalato un importante cambiamento nella politica federale sulla malattia di Lyme, dopo aver convocato una tavola rotonda di alto livello in cui si è riconosciuto che decenni di manipolazione psicologica nei confronti dei pazienti affetti da questa malattia cronica sono stati fatti.
Il dibattito di due ore, tenutosi il 15 dicembre, ha riunito pazienti, medici, ricercatori e legislatori per due incontri consecutivi. Le discussioni hanno portato a nuovi impegni per migliorare diagnosi, trattamento e copertura assicurativa.
Il primo panel si è concentrato sulle esperienze dei pazienti, sulle diagnosi errate e sulle sfide cliniche quotidiane della malattia di Lyme cronica. Il secondo ha esplorato gli approcci scientifici e tecnologici emergenti, tra cui l’intelligenza artificiale (IA), gli strumenti diagnostici avanzati, le terapie immunitarie e l’analisi integrata dei dati.
Kennedy ha aperto la sessione descrivendo la malattia di Lyme come un problema di salute pubblica trascurato e al tempo stesso profondamente personale. Ha affermato che le zecche sono state una preoccupazione costante durante i decenni in cui ha cresciuto la sua famiglia vicino a Bedford, New York, e ha spiegato come la malattia abbia colpito diversi membri della sua famiglia.
«Ho contratto la malattia di Lyme intorno al 1986, quando era ancora molto, molto difficile persino diagnosticarla», ha detto Kennedy. Uno dei suoi figli ha poi sviluppato la paralisi di Bell e un altro figlio ha sofferto di malattia di Lyme cronica. Ha descritto la condizione come «una malattia invisibile» e ha affermato che le agenzie sanitarie federali hanno ignorato le preoccupazioni dei pazienti per decenni.
«Per molti anni, questa agenzia ha adottato una politica deliberata di rifiuto di interagire con la comunità affetta da Lyme», ha affermato Kennedy. Alcuni funzionari hanno liquidato i sintomi dei pazienti come psicosomatici e li hanno indirizzati a cure psichiatriche. «Non si può immaginare una combinazione peggioreÌ, ha affermato.
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«Questa malattia ha distrutto delle vite»
La malattia di Lyme è un’infezione batterica che si diffonde attraverso le punture di zecca. I Centers for Disease Control and Prevention stimano che ogni anno vengano diagnosticate e trattate 476.000 persone. I dati federali suggeriscono che nell’ultimo decennio tra i 5 e i 7 milioni di americani siano stati infettati.
Secondo il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS), gli attuali test basati sugli anticorpi spesso non rilevano le infezioni in fase iniziale e avanzata, ritardando il trattamento. Fino al 20% dei pazienti presenta sintomi persistenti che degenerano in patologie croniche e debilitanti.
I relatori hanno sottolineato ripetutamente che la malattia di Lyme non è una semplice infezione, ma una malattia complessa e multisistemica, spesso complicata da coinfezioni che possono imitare o scatenare altre condizioni, tra cui la sclerosi multipla, l’artrite reumatoide e la fibromialgia.
«Conosco moltissime persone la cui vita è stata distrutta da questa malattia, che vanno da un medico all’altro nel tentativo di trovare qualcuno che possa curarle», ha detto Kennedy.
Ha descritto la tavola rotonda come un punto di svolta. «Questa giornata segna una pietra miliare per questa agenzia, in cui riconosciamo che si tratta di una malattia», ha affermato. «Uno dei motivi per cui abbiamo voluto ospitare questo incontro, come ho chiarito, è annunciare al mondo che il gaslighting sui pazienti affetti dalla malattia di Lyme è finito».
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L’Intelligenza Artificiale, i nuovi test e la copertura Medicare segnalano una rottura con la precedente politica sulla malattia di Lyme
Il secondo panel si è concentrato sull’innovazione, con ricercatori dell’HHS, dei National Institutes of Health e di istituzioni private che hanno illustrato nuovi strumenti diagnostici e approcci basati sui dati per il trattamento della malattia di Lyme.
I relatori hanno evidenziato i test di rilevamento diretto, l’apprendimento automatico per analizzare dati biologici complessi e le terapie progettate per affrontare sia le infezioni che le infiammazioni croniche.
Nel corso della sessione, Kennedy ha annunciato il rinnovo del LymeX Innovation Accelerator, un partenariato pubblico-privato lanciato nel 2020 e sostenuto dalla Steven & Alexandra Cohen Foundation.
Secondo l’HHS, il programma prevede oltre 10 milioni di dollari in finanziamenti per promuovere lo sviluppo di sistemi diagnostici di nuova generazione, con diversi team attualmente impegnati nella convalida clinica e nella revisione normativa.
Secondo l’HHS, il rinnovato impegno si concentrerà sull’innovazione incentrata sul paziente e sugli strumenti diagnostici basati sull’intelligenza artificiale «che supportano un rilevamento più precoce e accurato in tutte le fasi dell’infezione».
L’HHS ha inoltre inaugurato una pagina web sulla malattia di Lyme e delineato una strategia nazionale che mette in risalto i dati aperti, la ricerca trasparente e il coinvolgimento diretto dei pazienti.
In un importante aggiornamento delle norme, Mehmet Oz, amministratore dei Centers for Medicare and Medicaid Services, ha chiarito che Medicare coprirà esplicitamente l’assistenza per la malattia di Lyme cronica secondo le linee guida aggiornate sulla gestione delle cure croniche per condizioni complesse.
«Possiamo coprire la malattia di Lyme cronica. In realtà è già coperta», ha detto Oz. La malattia di Lyme cronica ha fattori scatenanti infettivi chiaramente identificabili, quindi «abbiamo aggiornato il nostro sito web per renderlo più chiaro», ha aggiunto.
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«Il peso è enorme» per i pazienti e le famiglie
I legislatori hanno accolto con favore il cambiamento. Il deputato repubblicano della Virginia Morgan Griffith, che ha dichiarato di soffrire della sindrome di Alpha-gal, nota anche come allergia alla carne rossa, legata all’esposizione alle zecche, ha definito la discussione un segno di serio impegno federale.
“La tavola rotonda di oggi dimostra che il Segretario Kennedy, il Dott. Oz e i legislatori si sono impegnati fermamente per affrontare la malattia di Lyme e altre malattie trasmesse dalle zecche negli Stati Uniti”, ha affermato Griffith nel comunicato stampa dell’HHS.
Le storie dei pazienti hanno evidenziato il costo umano della malattia di Lyme. Olivia Goodreau ha affermato di aver consultato 51 medici nell’arco di 18 mesi prima di ricevere una diagnosi di Lyme. La diagnosi è stata seguita da anni di test per identificare molteplici coinfezioni.
Samuel Sofie ha descritto le famiglie che prosciugano i propri risparmi alla ricerca di cure efficaci. «Alcuni pazienti passano anni a investire tutti i loro soldi nelle cure, ma non migliorano», ha detto Sofie.
Kennedy ha sottolineato che la malattia di Lyme contribuisce in modo significativo alle malattie croniche in tutto il Paese. «Il peso è enorme. E i costi economici non sono stati quantificati da nessuna parte, ma… ci sono costi collaterali di ogni tipo. Quando le persone non possono lavorare, le famiglie vengono distrutte. E ho visto la pressione che questo esercita sulle famiglie», ha affermato.
Il vicesegretario dell’HHS, Jim O’Neill, ha inquadrato la tavola rotonda come parte di un più ampio sforzo federale per affrontare le malattie croniche attraverso la tecnologia. «Questo evento dimostra che non aspettiamo il nuovo anno per agire», ha affermato.
I sostenitori hanno accolto con favore il cambiamento, ma hanno sottolineato la necessità di darne seguito. Dorothy Kupcha Leland, presidente di LymeDisease.org, ha scritto sul suo blog che la tavola rotonda ha affrontato esigenze di lunga data dei pazienti, tra cui test, trattamenti e copertura assicurativa migliori, ma ha avvertito che un cambiamento significativo richiederà una volontà politica costante, infrastrutture e finanziamenti.
«Non è stato un brutto modo per iniziare una conversazione tanto necessariaÌ, ha scritto. «Ma resta da vedere se ne uscirà qualcosa».
Lo staff di The Defender
© 22 dicembre 2025, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
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