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Pensiero

Giù le mani dalla Torre Goldfinger

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Giù le mani dalla Torre Goldfinger. Giù le mani da questa icona di architettura brutalista, da questa ineludibile pietra miliare della nostra Londra.

 

C’è inquietudine. Pare che vi siano dei progetti che possano minacciarla. Noi non possiamo permetterlo.

 

È impossibile, se avete vissuto a Londra o vi siete anche solo passati per qualche giorno, non conoscere questo colossale, indecifrabile monumento. Di colpo, in mezzo a case e palazzetti bassi, bum, un ecomostro infinito, che sa di roccia e di vecchiaia, pur essendo stato concepito di recente (1972) e con tutta l’intenzione di creare una torre del futuro.

 

Era impossibile sfuggire alla sua visione. E questo per motivi generazionali e tecnologici.

 

Vi è stato un tempo, infatti, in cui le generazioni nate tra gli anni Settanta e i primi Ottanta, in cui non vi era abbondanza. O meglio, vi era un’assoluta abbondanza di benessere e spensieratezza – a livelli che chiunque, qualsiasi sia la sua età nell’A.D. 2022 se lo sogna – tuttavia c’era una carenza, come dire, di cultura popolare.

 

La cultura popolare – la musica, i film, i giornali, i fumetti, i libri, l’abbigliamento – era controllata da conglomerati di distribuzione nazionale, che in pratica decidevano quello che dovevi vedere, ascoltare, vestire, sentire. Gli stimoli autentici, gli stimoli nuovi, gli stimoli alieni, non venivano distribuiti: né in TV, né alla radio, né nei negozi tradizionali.

 

Per questo c’era Londra. La capitale britannica agiva da enorme valvola per la cultura giovanile continentale. Da tutta Europa, si riversavano giovani sulle strade londinesi. E per fare cosa? Per andare a caccia di dischi che in Italia non arrivavano, per trovare vestiti – usati, sempre – che non collimavano con quanto veniva venduto a casa, anche solo per riempirsi gli occhi di immagini che altrimenti (ripetiamo: non c’era internet!) non avresti mai visto: ricordo lo stupore dinanzi a ciò che si vedeva al Forbidden Planet, un polveroso, rifornitissimo negozio di fumetti vicino a Tottenham Court Road. Quando mai potevi vedere in Italia quei disegni, quei poster, quelle estetiche che venivano dagli USA e dal Giappone e chissà da dove.

 

Andare a Londra, quindi, era per tanti giovani europei dei bei tempi un lavoro di scavo. Esso fu reso sempre più inevitabile dall’arrivo dei voli low-cost (che sono il più grande anticoncezionale della nostra generazione, ma quello è un altro discorso).

 

Sorsero intere attività intorno alla questione: conoscevo una ragazza, poi divenuta molto devota, che in Italia teneva aperto un negozio con quello che scavava a Londra nei fine settimana.

 

Lo scavo aveva dei luoghi specifici. Ad un certo punto, era impossibile non passare da Notting Hill a Portobello Road.

 

Ed è lì che la Torre Goldfinger appariva, un simbolo incongruo che era, anche quello, un segno che dimostrava la distanza totale dall’Italia.

 

Torre Goldfinger, A.D. 2004

 

Le portavo rispetto quando a Londra ero poco più che un turista scavatore, ma ho cominciato ad omaggiare la Torre soprattutto quando a Londra mi sono fermato a vivere.

 

Si chiama in realtà Trellick Tower, ma io l’ho sempre chiamata Torre Goldfinger.

 

Il motivo è semplice: così si chiamava l’architetto che, sì, aveva qualcosa a che fare con James Bond.

 

Conosco la storia solo perché, non ricordo bene come, finii ad un piccolo party in quella che fu l’abitazione dell’architetto in 2, Willow Road ad Hampstead, tutt’altra zona di Londra.

 

Ora casa Goldfinger è qualcosa come un piccolo museo Goldfinger, o giù di lì, o almeno lo era una ventina di anni fa  (ricordo bene quella festicciola, perché un inglese tentò di spiegarmi che teoricamente la Regina era padrona di ogni cosa, e il governo doveva solo amministrare le sue proprietà, mentre il popolo è fatto di subjects, cioè soggetti, sudditi assoggettati…).

 

Casa Goldfinger, 2 Willow Road, Hampstead, settembre 2004

 

Erno Goldfinger era un designer britannico nato ungherese che a Londra rappresentava l’architettura modernista. Di famiglia ebraica, al collasso dell’Impero asburgico migrò a Parigi, dove incontrò Mies van der Rohe and Le Corbusier, poi si spostò a inizio anni Trenta a Londra.

 

Prima della guerra cominciò a costruire questa case squadratissime – come la sua. Dopo la guerra fece la sede del Partito Comunista Britannico. Disegnò poi cinema e complessi residenziali, scuole elementarie e secondarie – alcune sono state demolite, altre, addirittura, sono state ricostruite per ordine del giudice come condanna al palazzinaro che le aveva tirate giù.

 

I missili V2 della Germania nazista avevano distrutto una quantità cospicua di Londra, per cui il governo del dopoguerra decise che la progettazione di grattacieli avrebbe risolto i problemi abitativi che affliggevano la capitale. È qui che Goldfinger trovò sfogo, costruendo almeno tre Tower-block, tra cui la Torre Trellick.

 

Non tutti amavano l’estetica brutalista che Goldfinger impartiva ai londinesi. Uno dei detrattori era Ian Fleming, l’enigmatico scrittore che si inventò James Bond. Già allora prendevo sul serio quanto scriveva Fleming: l’idea di un mondo dove Stati-nazione combattono singoli uomini ultrapotenti oggi – con Bill Gates, Klaus Schwab o George Soros («l’unico uomo al mondo con una sua politica estera») – non sembra tanto fiction; così come bisogna sapere che la cifra 007 ha un valore storico ed esoterico immenso, perché richiama il negromante John Dee, l’uomo a cui Elisabetta I assegnò la creazione del servizio segreto di Albione uscita dall’Europa con lo scisma (la vera Brexit) e quindi il progetto del grande impero britannico che avrebbe sconvolto il globo tutto.

 

Quindi, Fleming era visionario e informatissimo, partecipe probabilmente di segreti a noi proibiti, ma al contempo poteva essere assai vendicativo ed insolente.

 

Il Fleming un giorno andò a giuocare a golf col cugino. I due si misero a disquisire della distruzione di alcuni cottage ad Hampstead servita a costruire la casa di Goldfinger in 2 Willow Road. Vi era stata una certa opposizione alla cosa, e Fleming ne aveva fatto parte. Così decise che il cattivo della prossima sua storia di James Bond dovesse chiamarsi Auric Goldfinger. Il romanzo uscì nel 1959.

 

Goldfinger non aveva un carattere facile. Si dice fosse severo perfino con i suoi stessi clienti. Viene definito come iracondo e humorless, privo di spirito. Ovvio quindi che si incazzò parecchio, e andò dagli avvocati.

 

Fleming diede la risposta più stronza possibile: disse che avrebbe quindi cambiato il nome del cattivone, da Goldfinger si sarebbe passati a Goldprick, dove prick significa il fallo maschile ma anche soprattutto l’appellativo di «coglione» che si dà a certe persone. Il Goldfinger mollò la presa e si rimangiò l’intenzione di querelare. L’editore di Fleming volle quindi omaggiare l’architetto con i danari spesi per gli avvocati e bene sei copie gratuite del libro.

 

(Tra parentesi: Goldfinger fu poi la pellicola migliore della serie, quello al termine della cui visione si dice Fellini abbia esclamato: «questo sì che è un film». Confesso che il rapporto tra il villain Auric Goldfinger e la Repubblica Popolare Cinese per far collassare l’economia mondiale risuona ancora oggi dentro di me quando penso allo strano, ben solido legame tra Bill Gates e Pechino. Infine, impossibile trovare una Bond Girl con un nome più consono di Pussy Galore, che qui non traduciamo)

 

Ora, il New York Times scrive che vorrebbero costruire un altro alto palazzo di fianco alla torre. Abitanti della stessa ed appassionati come me si sono imbufaliti: non, non è possibile. Non portateci via anche questo.

 

Il progetto di Goldfinger includeva un asilo nido, un negozio all’angolo, un pub, una clinica medica e persino una casa di riposo. Un ecosistema umano completo, che, penso ora, forse ha dato ispirazione a James Ballard per scrivere il suo romanzo Il condominio.

 

Pezzo per pezzo, potrebbe venire via tutto. L’altra Torre Goldfinger della città, la Balfron Tower nell’East London, è stata svuotata ai tempi della Thatcher e venduta a privati con la falsa promessa che i residenti sarebbero fatti tornare. Cosa che ovviamente non è accaduta.

 

Il New York Times mostra una residente bellissima e giovanissima, tipo 22 anni, che non solo ci vive dentro, ma ha la Torre tatuata sul polpaccio e pure un anello che la riproduce. Siamo a livelli di passione ben superiore ai miei, riconosco. Tuttavia, quello che voglio dire qui è che la Torre non è solo la Torre.

 

La Torre è un pezzo di noi, un ricordo. O ancora di più, è il simbolo di qualcosa di magari inopportuno ed imperfetto, ma che entra nello scenario interiore tuo e di altre persone come te – la tua generazione, e oltre la tua generazione.

 

Il mondo moderno, lo abbiamo capito, vuole rendere tutto resettabile, riformattabile. Può cancellare a piacimento account, idee, persone. Può spersonalizzare milioni di persone, può disintegrare intere porzioni della popolazione. E quindi, certo, può far sparire un ammasso di pietra di 31 piani che svetta nel cielo con la sua forma binaria ed unica.

 

Da un giorno all’altro, puf. Sì, può farlo – perché una società che non ha difeso i propri corpi dinanzi all’imposizione della siringa mRNA, come può davvero battersi per un palazzo, pure ritenuto brutto?

 

Per questo guardo le foto della Torre Goldfinger e capisco che per me è diventata qualcosa di più di un ricordo generazionale, di una memoria di quando stavo a Londra (amandola come la amo tutt’ora: strano detto da me, giusto?).

 

La Torre è l’emblema del vecchio mondo che ci hanno rapinato, e che ora ci dicono che non tornerà mai più: un mondo che chiedeva poche cose, in fondo, un pizzico di prosperità, un pizzico di gioia, un pizzico di gioventù che deve rimanerti attaccata al cuore per sempre, e che invece oggi ti lavano via con la miocardite.

 

In onore della Torre Goldfinger quindi pubblico in copertina per la prima volta perfino un selfie, anzi un protoselfie, fatto quando ancora i telefonini erano telefoni portatili ed esistevano le macchinette fotografiche, un’immagine di quasi 20 anni fa con cui voglio certificare per sempre il mio rispetto al colosso di Kensal Green.

 

Protoselfie dell’autore con la Torre Goldfinger, 2004 (quando vi erano ancora le macchine fotografiche)

 

Questo sono io, questa è la Torre nel 2004.

 

Giù le mani dalla Torre Goldfinger. Giù le mani dai nostri ricordi. Giù le mani dal nostro mondo. Giù le mani dalle nostre vite.

 

Voi, schifosi Goldpricks.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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