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Politica

Gatekeeper vs Houserunner: il disastro dei partiti degli infiltrati e degli scappati di casa

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C’è un semplice calcolo che nessuno sembra aver fatto.

 

Lo scenario da tener presente è il seguente: la Repubblica Italiana, uno Stato democratico che in teoria aiuta la libera associazione dei cittadini (non ridete),  deve giocoforza controllare che queste non costituiscano un pericolo per lo Stato stesso.

 

Da sempre, lo Stato infiltra le associazioni di cittadini in odore di sovversione, e forse non solo quelle.

 

Lo Stato può piazzare segretamente  i suoi uomini in ogni forma organizzazione civile. È naturale che sia così, perché come ogni organismo, lo Stato vuole proteggere se stesso, o più prosaicamente, i controllori devono proteggere i loro stipendi.

 

Questo processo è definito con una parola semplice: infiltrazione. Se preferite, potete chiamarle «operazioni sotto copertura».

 

Possiamo immaginare che grandi quantità di insiemi di cittadini, dai Centri sociali ai circoli estremisti etc., siano infiltrati dallo Stato italiano per controllo ed eventuale repressione.

 

Bisogna comprendere che non c’è solo un ufficio che svolge questo lavoro. Ci sono plurimi dipartimenti nei plurimi enti atti all’ordine: immaginiamo che abbiano un ramo per le infiltrazioni i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, la Direzione Investigativa Antimafia, soprattutto i servizi segreti.

 

Parliamo quindi non di un ufficio, ma di tanti. Tanta, tanta gente, palazzine intere magari – che, ovviamente, non comunicano fra loro, o comunicano a enti esterni ed oscuri, come quando si parlava di «servizi segreti deviati» – dedite a infiltrare gruppi di cittadini.

 

Ora, senza parlare di sovversione, è chiaro che lo Stato che nel biennio pandemico ha negato la sua stessa base materiale – la Costituzione – non può che vedere nella protesta attuale (no-vax, no-green pass, chiamatela come volete), un oggetto di interesse.

 

Quindi, il lettore deve calcolare: quanti dei nuovi partiti che intendono raccogliere il voto della protesta sono infiltrati dallo Stato contro cui dovrebbero protestare in Parlamento?

 

Di più: ci sono per caso dei partiti, tra questi che scalpitano per il voto dei no-green pass, che potrebbero essere stati creati direttamente dallo Stato per inscatolare il dissenso e reprimere la protesta tramite la pratica dell’«opposizione sintetica»?

 

In pratica, lo Stato manovra i suoi stessi avversari, aiutando e innalzando leader e strutture partitiche fintamente contrarie, di modo che il popolo dissidente finisca a volare lì, nella carta moschicida, così da essere individuato, schedato e, infine, «normalizzato»: il partito della protesta cede, quei cittadini divenuti militanti seguono, altri invece sprofondano in un’amarezza paralizzante, e da lì riparte la giostra – si cerca un nuovo leader, un nuovo partito, mentre il dissenso è destinato ad un altro ciclo di impotenza, anni senza rappresentanza vera, l’agenda del potere portata avanti senza intoppi.

 

Abbiamo visto da vicino questo processo in forma macroscopica, potrebbe dire qualcuno, con il Movimento 5 Stelle. Chi scrive è stupito di come nessuno si rende conto che il disegno di Schwab, Draghi, Colao – la decrescita, la virtualizzazione informatica dell’esistenza, la trasformazione dello Stato in piattaforma di controllo elettronico dell’identità e del danaro, da cui si è perennemente dipendenti, pena l’emarginazione totale – fosse quello di cui discuteva Casaleggio.

 

Ora, riguardiamo il panorama dei partitini, che dovrebbero raccogliere centinaia di migliaia di firme e certificarle nel mese di agosto. Qualcuno ce la farà pure: ci sono in giro gabole alla Tabacci per cui, magari, le firme non dovranno nemmeno raccoglierle – fidatevi.

 

Tuttavia, ci chiediamo, davvero: è possibili che ci siano partiti di infiltrati, creati in laboratorio dal potere?

 

Mica lo sappiamo, noi. Abbiamo visto però come, all’apparire di certe figure durante gli episodi di protesta più delicati, il dissenso si sgonfiava…

 

Ecco che salta fuori l’espressione gergale americana, usatissima negli anni del complottismo duro e puro: gatekeeper. Il gatekeeper (in inglese, guardiano del cancello) è colui che controlla l’accesso al sistema: setaccia, filtra, ferma le informazioni, decide chi può entrare davvero nel processo politico.

 

Secondo la vulgata, il potere costituito crea gatekeeper – camuffandoli da giornalisti, attivisti, politici vicini ai temi della protesta – per controllare e contenere il processo sociale.

 

Gatekeeper è la parola che sentiamo in questi giorni spessissimo nelle accuse contro i partitini, i quali stanno dando uno spettacolo grottesco fino all’improbabile.

 

Esiste un antico adagio Internet chiamato «legge di Godwin». Esso afferma che «a mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende ad 1». Cioè, i dibattiti online di qualsiasi tipo, alla lunga, prima o poi generano un riferimento da parte di qualcuno a Hitler e ai nazisti, come paragone, altro. (La cosa deve valere anche per i robot: come noto, l’Intelligenza Artificiale di Microsoft, messa su Twitter dopo pochi minuti inneggiava a Trump e a Hitler).

 

Ora, nel dissenso del XXI secolo, introduciamo la «legge di Giorgio». Essa afferma che «a mano a mano che una discussione online sul gatekeeping si allunga, la probabilità di veder citato Giorgio Soros tende a 1».

 

Ecco che fioccano le accuse: leaderini della protesta (magari anche solo a livello virtuale, magari wannabe leaderini) al servizio del miliardario magliaro magiaro?

 

Il bello è che potrebbe pure essere. Non è sbagliato pensare che i servizi interni dei Paesi europei siano allineati a Soros: la cosa è evidente riguardo al tema dell’immigrazione, che invece che essere combattuta dai servizi di sicurezza, è lasciata andare liberamente, come da volontà delle ONG sorosiane che «aiutano» la grande migrazione. Mica dimentichiamo quando il Soros incontrò, out of the blue, il premier Gentiloni (come Draghi che ha incontrato Schwab). Pensare che lo Stato profondo non possa no essere allineato con i miliardi e le politiche delle Fondazioni dello squalo ungherese che distrusse lira e sterlina, non è un’eresia.

 

Tuttavia, non è questo il punto a cui volevamo arrivare.

 

Vogliamo dire qualcosa di nuovo: certo, ci sono i gatekeeper. Che sono infidi, e pericolosi, e personalmente ci fanno ribrezzo – il lettore lo sa, perché magari pure capisce telepaticamente di chi parliamo.

 

Ci sono però anche gli houserunner. Non cercate il termine su Google, questa è una parola inventata da noi: houserunner sta per «scappati di casa».

 

Ebbene sì: una quantità di partitelli del dissenso sono creati e riempiti da houserunner, da scappati di casa. Lo «scappato di casa»  è espressione di origine incerta (qualcuno dice Genova, qualche decennio fa) che si riferisce a qualcuno incompetente, inaffidabile, impresentabile, inaffrontabile, inguardabile, tendenzialmente cretino.

 

Ora, gli houserunner dominano completamente il discorso politico del dissenso che vuol farsi parlamentare, e con probabilità superano di numero i gatekeeper.

 

Anzi, si potrebbe qui consumare il paradosso per cui anche i partiti dei gatekeeper sono in realtà gestiti da houserunner. Cioè, anche i guardiani messi lì dallo Stato profondo sono in realtà degli scappati di casa. La cosa potrebbe avere un suo senso strategico piuttosto acuto.

 

Molte delle cose che stiamo vedendo a destra e a manca – scissioni, candidature improbabili, marchi ridondanti, insulti, discorsi osceni, sindromi di Munchausen elettorali – ce lo stanno a dimostrare: il domofugismo, il fenomeno degli scappati di casa, vince in ogni dove.

 

Gli houserunner sono pericolosi tanto quanto i gatekeeper, se non di più. Sono, più o meno involontariamente, diabolici. Perché, come dice l’antico adagio medievale, «lo stupido è la cavalcatura del diavolo».

 

Avevamo pensato di iniziare a scrivere una sorta di bestiario elettorale, per dare cronaca delle cose che stiamo vedendo, che sono al livello delle celeberrime «cose che voi umani…», ma ci siamo accorti che è ancora troppo presto, perché la velleità tossica di capetti e gruppetti deve ancora dare il meglio (il peggio) di sé.

 

Il pudore, la coerenza, la decenza sembrano per sempre dimenticate nell’orgia di houserunning in corso. Non c’è vergogna alcuna, nemmeno quando il grottesco diventa parossistico, e le figure da cioccolataio titaniche.

 

Ora, avrete capito che questo pezzo di analisi è stato scritto con la volontà di ridere un po’, di fare un po’ di satira.

 

Purtroppo ritengo che ci sia poco da ridere. Parlo proprio di un pensiero personale, una valutazione, amarissima, fatta su più di un decennio di concrete osservazioni personali.

 

Chi scrive una decina di anni fa uscì con uno dei primi libri sul M5S, Incubo a 5 stelle. Grillo Casaleggio e la Cultura della Morte.

 

Il tomo, di circa 300 pagine, è ancora oggi citato nelle bibliografie di Wikipedia sul partito (un tempo era brevissima, ora sono arrivati tutti). Era stata un’analisi lunga e sentita, perché avevo cominciato ad osservare con inquietudine il movimento di Grillo anni prima – anzi posso dire la data, 7 settembre 2007, quando Grillo lanciò un raduno oceanico in Piazza Maggiore a Bologna – il «Vaffa Day» – e c’era talmente tanta gente invasata che il comico si lanciò sulla folla con un gommone, e questa lo sorreggeva mentre lui rideva felice.

 

Il libro, per questioni dell’editore, uscì con un po’ di ritardo. Il M5S era già in Parlamento, sia pur all’opposizione, con incredibili milionate di voti. Tuttavia, nel testo scrivevo di tante cose che potevano aiutare a capirne le dinamiche culturali, nonché l’identità profonda tra quella che sembrava la «cultura» profonda del partito e i diktat del globalismo.

 

Qualcuno, del mio libro, parlò: grazie a Camillo Langone, finii in prima pagina su Il Foglio, quando ancora c’era Ferrara, con una lunga e sentita intervista dove riuscii a dire cose che mi costarono attacchi da tutte le parti (ma davvero l’Italia è diventata più povera da quando c’è la rete? Qualcuno si è sconvolto…). Fui chiamato perfino a La Zanzara, per il consueto trappole di Cruciani, da cui mi difesi come potevo.

 

Un amico che aveva letto il libro e si era impaurito, con certe entrature dentro un grosso partito, mi chiese delle copie da mostrare ai papaveri partitici con i quali aveva relazioni. La cosa non ebbe alcun effetto.

 

Il libro perse quota, si inabissò. Il grande studio sulle origini culturali del Reich dei Meetup in fondo non interessava a nessuno – anche se questi avevano preso un mostruoso 25,5%, che sarebbe divenuto 35,6% nell’elezione successiva.

 

La verità è che, al di là di tutto, alla politica, e  all’establishment mediatico, la questione dell’ascesa del partito di grillo non interessava. Le spiegazioni che mi davo erano essenzialmente due:

 

1) Destra e sinistra interpretavano il M5S come un congelatore di voti, comodo assai perché concentrava il voto di protesta, per quanto gargantuesco, in un unico punto, pronto ad essere scongelato per tornare all’ovile dei grandi partiti storici. Il succo era «sappiamo che facciamo schifo, sappiamo che quegli elettori adesso non ci voteranno mai, perché effettivamente facciamo schifo, ma non abbiamo voglia di riconquistarli, per cui mettiamoli nel frigo a cinque stelle»

 

2) Più oscuro: in fondo, da qualche parte qualcuno sapeva che i 5 stelle sarebbero stati digeriti dal potere, ci avrebbero fatto governi insieme, vuoi perché dei parlamentari ragazzini (anche qui) scappati di casa prima o poi cedono; vuoi perché forse l’origine dello stesso partito era, come dire, controllata.

 

Anche qui, la legge di Giorgio non perdonò, e il nome di Soros saltò fuori: «Sarà pure un caso, ma l’unico studio scientifico di decine di pagine fatto finora sul Movimento 5 Stelle nel febbraio 2013 è stato commissionato al think tank inglese Demos. Il supporto è stato dato proprio dalla Open Society di Soros» scrisse in un suo libro dell’epoca il mitico faccendiere Luigi Bisignani.

 

A questo punto devo dirvi che, a differenza, di un tempo non mi interessa in alcun modo l’origine del M5S e la sua matrice culturale.

 

Quello che mi sta a cuore è vedere che sono passati dieci anni. Mi fermo. Guardo. Vedo un film sconcertante. Guardate anche voi.

 

Un decennio completamente perso, dove la protesta contro l’establishment è stata surrogata e disintegrata senza problemi. Ricordate? Votavano Grillo, in massa, perché lì era l’unico posto, ad esempio, dove si parlava, sia pur confusamente, di vaccini, di uscita dall’euro, di politica corrotta.

 

Una decade perduta. Questo è l’effetto congiunto di gatekeeper e houserunner, qualora lasciati liberi di raggiungere il Parlamento.

 

Noi adesso un altro decennio da buttare non ce lo abbiamo. Se dal 2013 abbiamo visto la distruzione delle banche popolari, l’mRNA obbligatorio, l’annullamento dei diritti costituzionali, cosa vedremo con altri dieci anni di opposizione sintetica?

 

Non ce lo possiamo permettere, per nessun motivo.

 

Quindi, chiediamo al lettore, dal cuore: attenti agli infiltrati venduti, e ai cretini scappati di casa.

 

Perché in gioco c’è più di un’elezione. Ci sono le ore fondamentali per la sopravvivenza della libertà umana, della dignità umana, della vita umana stessa.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Ivw115 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

 

 

 

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Ben Gvir raggiante inaugura un centro di impiccagione per palestinesi

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Israele sta costruendo un centro di esecuzione per i prigionieri palestinesi condannati a morte per terrorismo, come annunciato dal ministro della Sicurezza Nazionale ultranazionalista Itamar Ben-Gvir. Oltre alla camera di esecuzione, la struttura ospiterà delle cabine di osservazione dove le «vittime del crimine» e le loro famiglie potranno assistere alle impiccagioni, un’opzione «consueta in molti paesi», ha affermato Ben-Gvir durante la presentazione del progetto martedì.

 

Il complesso verrà utilizzato per impiccare i «terroristi» condannati in base alla legge sulla pena di morte per i terroristi, recentemente approvata. La Knesset ha approvato la legge, promossa dal partito Otzma Yehudit di Ben-Gvir, a marzo. Essa prevede la pena di morte per coloro che vengono condannati per attacchi terroristici mortali volti a «porre fine all’esistenza di Israele», una disposizione che, secondo i critici, di fatto esenta gli israeliani di origine ebraica, rendendo la legge applicabile quasi esclusivamente ai palestinesi. Le esecuzioni devono essere effettuate entro 90 giorni dalla sentenza, senza possibilità di appello.

 

L’ubicazione esatta del centro di esecuzioni non è stata rivelata, se non che si trova in un’ala di recente costruzione del braccio della morte in un carcere del centro di Israele. In un video parzialmente sfocato girato sul posto, un raggiante Ben-Gvir mostra con orgoglio il cantiere, presentandolo come il compimento delle promesse fatte ai suoi sostenitori.

 

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«Stiamo facendo la storia. I terroristi meritano una sola cosa: la morte per impiccagione», ha dichiarato il ministro. «Mi sono insediato promettendo di porre fine ai “campi estivi” nel sistema penitenziario. Questa promessa è stata pienamente mantenuta. Ho promesso di emanare una legge sulla pena di morte per i terroristi. Anche questo è stato fatto. E ora anche il braccio della morte e la struttura per le impiccagioni stanno iniziando a prendere forma».

 

Ben-Gvir è noto per la sua retorica nei confronti dei palestinesi ed è stato sanzionato da diversi Paesi per aver ripetutamente incitato alla violenza.

 

Il ministro dello Stato Ebraico famoso per aver affermato che avrebbe garantito che «i terroristi [in prigione] ricevessero il minimo indispensabile» in termini di cibo e per aver sostenuto l’anno scorso che «non esiste un popolo palestinese».

 

A inizio maggio 2026, in occasione del suo 50° compleanno, la moglie di Ben-Gvir, Ayala, e i membri del suo partito hanno regalato al ministro delle torte di compleanno decorate con un cappio, a festeggiare l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi accusati di terrorismo.

 

La legge sulla pena di morte ha suscitato ampie critiche da parte di gruppi per i diritti umani e attivisti legali, anche in Israele, per discriminazione, violazione del giusto processo e potenziali violazioni del diritto internazionale e israeliano. Gli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno avvertito che l’impiccagione in particolare è incompatibile con il divieto assoluto di tortura, mentre l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha sostenuto che il metodo, altamente visivo, contribuisce alla «disumanizzazione» dei palestinesi.

 

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, l’ha definita «profondamente discriminatoria» e una grave violazione del diritto internazionale. I parlamentari israeliani e le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Adalah – il Centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele – hanno recentemente presentato ricorso alla Corte Suprema per chiedere l’annullamento della legge in quanto incostituzionale.

 

In precedenza, Israele consentiva la pena capitale solo in casi eccezionali, tra cui il tradimento e i crimini di guerra commessi durante il periodo nazista. Solo due persone sono state giustiziate dalla creazione dello Stato: un ufficiale dell’esercito israeliano per tradimento nel 1948 e Adolf Eichmann, uno degli artefici dell’Olocausto nazista, nel 1962. Nessun prigioniero palestinese è stato condannato a morte da quando la nuova legge è stata approvata.

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Secondo dati della Palestinian Prisoner Society, Israele detiene attualmente circa 9.400 prigionieri palestinesi, tra cui quasi 100 donne e oltre 370 minori. Le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente denunciato maltrattamenti nei confronti dei palestinesi nelle carceri israeliane, con ex detenuti e organizzazioni di difesa che hanno segnalato abusi, torture, fame, danni fisici e psicologici, violenze sessuali e negazione di cure mediche. Lo Stato degli ebrei detiene inoltre i corpi di oltre 100 palestinesi deceduti sotto la sua custodia.

 

In una trasmissione della scorsa settimana Ben Gvir ha dichiarato che Israele dovrebbe effettuare dai 30 ai 40 «assassinii mirati» a Gaza ogni notte.

 

A giugno il ministro aveva detto che il Libano dovrebbe essere il «parco giochi» di Israele. In precedenza, su X, aveva scritto che «tutto il Libano dovrebbe bruciare», in risposta agli attacchi di Hezbollah.

 

Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir, come il collega ministro sionista religioso Bezalel Smotrich, ritiene che il popolo palestinese non esista. In questi mesi ha spinto per il ritorno della guerra a Gaza. In varie occasioni si è recato a pregare sulla spianata delle Moschee – atto proibito per gli israeliani – di modo da infiammare gli animi.

 

L’anno passato, quando il Regno del Belgio pose sanzioni contro lo Stato Ebraico, Ben Gvir disse oscuramente che «i Paesi europei sperimenteranno il terrore».

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Politica

Kiev tra fronde e accuse di corruzione: Zelens’kyj sta perdendo il controllo?

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Secondo quanto riportato dai principali media statunitensi ed europei, Volodymyr Zelens’kyj , presidente dell’Ucraina, si trova ad affrontare la sfida politica più grave degli ultimi anni, a causa di un nuovo scandalo di corruzione che travolge il suo ufficio e della aperta contestazione della sua leadership da parte di un ex funzionario.   Mercoledì Zelens’kyj ha licenziato la vice direttrice del suo ufficio, Irina Mudraya, dopo che le autorità anticorruzione sostenute dall’Occidente hanno avviato un’indagine su un presunto schema di riciclaggio di denaro da 3,4 milioni di dollari che coinvolge alti funzionari presidenziali. Mudraya ha negato ogni addebito. Si tratta dell’ultimo di una serie di scandali di corruzione che coinvolgono funzionari vicini a Zelens’kyj .   Il giorno prima, l’ex ministro della Difesa Mikhail Fedorov, il cui inaspettato licenziamento il mese scorso ha scatenato settimane di proteste pubbliche, aveva diffuso un video in stile campagna elettorale in cui denunciava la corruzione del governo e chiedeva nuove elezioni in un contesto che ha definito «una crisi sistemica di governance».

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Il mandato presidenziale quinquennale di Zelens’kyj è scaduto nel maggio 2024, ma egli si è rifiutato di indire nuove elezioni, adducendo come motivazione la legge marziale imposta dopo l’escalation del conflitto con la Russia nel febbraio 2022.   I giornali occidentali stanno martellando sulla crisi attorno al presidente ucraino.   Il Wall Street Journal ha definito la crisi la «più grande sfida» alla «presa di potere di Zelens’kyj» dal 2022, affermando che Fedorov sembrava volersi posizionare come uno dei principali sfidanti in un contesto di crescente frustrazione per i ricorrenti scandali di corruzione.   Il Financial Times ha osservato che la crescente lista di alleati di Zelens’kyj coinvolti in indagini per corruzione ha contribuito al calo del suo indice di gradimento e ha destato preoccupazione tra i sostenitori occidentali di Kiev, citando un analista che ha concluso che «la crisi politica è evidente».   Il Washington Post ha descritto l’intervento di Fedorov come una «sfida straordinariamente diretta» all’autorità di Zelensky.   Il Telegraph ha affermato che Zelensky è stato «ferito da una serie di scandali di corruzione persistenti» e che le indagini «continuano ad arrivare», sostenendo che sta accumulando potenti rivali che un tempo gli erano profondamente fedeli e ha affermato che sembra «sempre più probabile» che non guiderà l’Ucraina verso la pace.   Il Guardian ha descritto Fedorov come un «potente avversario politico». Gli esperti citati dal giornale hanno definito la corruzione un «sintomo» di problemi più profondi legati alla «cattiva governance», avvertendo che la stanchezza dell’opinione pubblica e l’incapacità di Zelensky di spiegare le proprie decisioni avevano creato una «miccia perfetta».   Secondo Le Monde, Fedorov ha «oltrepassato un limite» che nessun importante politico ucraino aveva osato superare dal 2022, chiedendo nuove elezioni. Il quotidiano ha affermato che Fedorov stava cercando di capitalizzare su un «accumulo» di crisi, tra cui ripetuti scandali di corruzione.   Der Spiegel ha citato un analista politico ucraino che ha descritto la sfida di Fedorov come una «candidatura al ruolo di leader dell’opposizione». La rivista germanica ha affermato che Zelens’kyj si trova ora ad affrontare il suo primo «avversario pubblico e diretto» dall’escalation del conflitto.   Zelens’kyj non ha risposto pubblicamente alle accuse di Fedorov. Il suo discorso di mercoledì sera si è concentrato su questioni militari e sulla nomina di un nuovo ministro della Difesa, senza affrontare la crescente pressione politica.   Un simile coro che canta all’unisono in tutto l’Occidente può significare che i padroni della stampa, e della guerra ucraina, stanno mollando l’attore comico assurto a presidente di un Paese in guerra permanente?   La corruzione sembra una caratteristica endemica del Paese. La stampa mondiale parlava spesso dell’incredibile corruzione dilagante a Kiev prima della guerra.   Si tratta quindi di un tema tirato fuori alla bisogna, sia dalla stampa che dagli altri Paesi.   Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso la procura generale ucraina ha accusato l’ex direttore di una fabbrica dell’industria della difesa di aver venduto i macchinari dello stabilimento come rottame, accumulando nel frattempo un parco auto di lusso.   Negli ultimi tempi, gli inquirenti hanno scoperto presunti schemi fraudolenti che prevedono appalti militari gonfiati, il furto di milioni di dollari da progetti energetici e il trasferimento di 4,7 miliardi di dollari all’estero attraverso oltre 2.000 società di comodo.   L’operatore nucleare statale Energoatom è stato anche al centro di una presunta rete di tangenti da 100 milioni di dollari legata all’imprenditore Timur Mindich, stretto collaboratore di Volodymyr Zelens’kyj, soprannominato «il portafoglio di Zelens’kyj» dai media ucraini.   L’anno scorso il governo di Kiev fu colpito da un ulteriore mega-scandalo di corruzione, nel quale fu sacrificato Andryj Yermak, il braccio destro di Zelens’kyj, che questi aveva inizialmente rifiutato di licenziare.

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Nonostante gli scandali, il FMI, incurante di precedenti prese di posizione, ha approvato un ulteriore pagamento di 690 milioni di dollari all’Ucraina, pur riconoscendo delle «margini di miglioramento» nel sistema di governo di Kiev e nelle riforme anticorruzione.   Come riportato da Renovatio 21, la leader del partito tedesco AfD Alice Weidel ha chiesto la fine dei finanziamenti all’Ucraina «corrotta». Il premier slovacco Robert Fico aveva definito l’Ucraina «un buco nero» che inghiotte miliardi. Due anni fa l’ex ministro delle finanze tedesco Oskar Lafontaine aveva ammesso che la corruzione in Ucraina è «dilagante», mentre la Danimarca aveva, per via della corruzione, tagliato gli aiuti.   Anche l’ex premier ungherese Vittorio Orban aveva domandato la fine dei finanziamenti UE per la «corrotta mafia di guerra ucraina», ricordando lo scandalo dei «cessi d’oro» degli oligarchi ucraini.  

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Politica

Musk ricuce con Trump donando 100 milioni di dollari

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Il miliardario della tecnologia Elon Musk e il presidente Donald Trump hanno ripreso i contatti dopo la rottura dell’anno scorso. Come riferito giovedì dal Wall Street Journal, citando fonti che hanno viaggiato con i due in Cina, Musk starebbe organizzando una cospicua donazione a favore dei repubblicani in vista delle elezioni di medio termine.

 

I rapporti tra i due si erano deteriorati a metà del 2025, quando Musk aveva criticato il pacchetto di riforme fiscali e di spesa di Trump, definendo la bozza «assolutamente folle e distruttiva». La frattura si era verificata nonostante il ruolo centrale svolto da Musk nel ciclo elettorale del 2024. Dopo la vittoria di Trump, il miliardario era stato nominato a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), nel frattempo sciolto.

 

Il rientro di Musk nella cerchia ristretta di Trump è emerso chiaramente durante il volo per Pechino di maggio, quando si è unito al presidente, ai membri dell’amministrazione, ai dirigenti aziendali e ai familiari a bordo dell’Air Force One. I due apparivano cordiali: Musk parlava dei progetti per nuove fabbriche negli Stati Uniti, mentre Trump commentava un video di un lancio spaziale e chiedeva notizie di uno dei figli di Musk, secondo quanto raccontato al Wall Street Journal da alcune persone presenti sull’aereo.

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Nel corso del volo Musk avrebbe inoltre comunicato a Trump l’intenzione di destinare almeno 100 milioni di dollari a un’operazione di mobilitazione elettorale a sostegno dei repubblicani nelle elezioni di medio termine di novembre, per aiutarli a conservare il controllo del Congresso, stando a quanto riportato dal giornale sulla base di fonti a conoscenza della strategia.

 

Il riavvicinamento sarebbe stato il risultato di quasi un anno di contatti riservati, tra telefonate private, sollecitazioni di amici comuni, inviti a Mar-a-Lago e una cena alla Casa Bianca. Trump e Musk si sono scambiati poche parole anche alla cerimonia in memoria dell’attivista conservatore assassinato Charlie Kirk, il quale a quanto pare aveva tentato di riconciliarli.

 

Il Wall Street Journal ha scritto che il vicepresidente JD Vance, insieme al capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, ha preso contatto con Musk dopo la rottura pubblica con Trump per attenuare le tensioni e ha poi mantenuto i rapporti con lui e i suoi alleati. Vance, secondo quanto riferito, riteneva Musk troppo rilevante per essere messo da parte, considerando i cospicui contratti di SpaceX con la difesa e la NASA.

 

Musk, da parte sua, avrebbe rinunciato ai progetti di un nuovo partito politico, in parte per salvaguardare i legami con Vance, considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028.

 

Secondo i collaboratori di Trump, è improbabile che i due recuperino l’intesa stretta di un tempo. Tuttavia hanno ricominciato a sentirsi circa una volta al mese, parlando di intelligenza artificiale, Cina e questioni internazionali, come riferito da persone a conoscenza delle conversazioni.

 

Musk aveva avuto un ruolo determinante nella vittoria elettorale di Trump del 2024, sostenendolo pubblicamente e destinando, secondo quanto riportato, almeno 288 milioni di dollari a supporto di Trump e di altri candidati repubblicani.

 

La rinnovata intesa arriva in un momento in cui i Democratici risultano in vantaggio sui Repubblicani negli ultimi sondaggi nazionali in vista delle midterm di novembre, mentre il tasso di approvazione netto di Trump è sceso vicino al minimo storico a causa della crescente insoddisfazione dell’opinione pubblica nei confronti della sua presidenza, in particolare per la gestione del conflitto con l’Iran.

 

L’anno passato rottura tra i due era stata grave – al punto che Musk avrebbe cambiato numero di telefono – e molto pubblica, con il magnate tecnologico a minacciare uno stop al programma spaziale americano, che in larga parte ora dipende dalla sua azienda SpaceX. Musk aveva insinuato che il presidente fosse nei file epsteiniani, dove in realtà da qualche parte appare tangenzialmente pure lui stesso.

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Trump aveva detto persino di prendere in considerazione la deportazione dell’«immigrato» sudafricano Musk, che oggi gode comunque della cittadinanza.

 

Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa Trump sembrava aver porto un ramoscello d’olivo a Musk, il quale parrebbe aver accantonato l’idea di creare un terzo partito USA, il cosiddetto America Party. I due avevano poi ricompattato il rapporto all’evento Memorial per Charlie Kirk assassinato agli inizi di settembre.

 

Elone ancora a metà 2025 sembrava mostrare segni di pentimento per gli attacchi a Trump, il quale a sua volta aveva lasciato intendere di poterlo perdonare.

 

Tornare in buoni rapporti col presidente era il consiglio che diede ad Elone anche suo padre, Errol, personaggio geniale e fumantino con cui il figlio non parla più. «Ricucisci con Trump, ha vinto lui», aveva detto l’Errollo, il quale è, tra le altre cose, ammiratore di Vladimiro Putin e grande sostenitore della teoria secondo cui Michelle Obama è in realtà un uomo.

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