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Politica

Gatekeeper vs Houserunner: il disastro dei partiti degli infiltrati e degli scappati di casa

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C’è un semplice calcolo che nessuno sembra aver fatto.

 

Lo scenario da tener presente è il seguente: la Repubblica Italiana, uno Stato democratico che in teoria aiuta la libera associazione dei cittadini (non ridete),  deve giocoforza controllare che queste non costituiscano un pericolo per lo Stato stesso.

 

Da sempre, lo Stato infiltra le associazioni di cittadini in odore di sovversione, e forse non solo quelle.

 

Lo Stato può piazzare segretamente  i suoi uomini in ogni forma organizzazione civile. È naturale che sia così, perché come ogni organismo, lo Stato vuole proteggere se stesso, o più prosaicamente, i controllori devono proteggere i loro stipendi.

 

Questo processo è definito con una parola semplice: infiltrazione. Se preferite, potete chiamarle «operazioni sotto copertura».

 

Possiamo immaginare che grandi quantità di insiemi di cittadini, dai Centri sociali ai circoli estremisti etc., siano infiltrati dallo Stato italiano per controllo ed eventuale repressione.

 

Bisogna comprendere che non c’è solo un ufficio che svolge questo lavoro. Ci sono plurimi dipartimenti nei plurimi enti atti all’ordine: immaginiamo che abbiano un ramo per le infiltrazioni i Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, la Direzione Investigativa Antimafia, soprattutto i servizi segreti.

 

Parliamo quindi non di un ufficio, ma di tanti. Tanta, tanta gente, palazzine intere magari – che, ovviamente, non comunicano fra loro, o comunicano a enti esterni ed oscuri, come quando si parlava di «servizi segreti deviati» – dedite a infiltrare gruppi di cittadini.

 

Ora, senza parlare di sovversione, è chiaro che lo Stato che nel biennio pandemico ha negato la sua stessa base materiale – la Costituzione – non può che vedere nella protesta attuale (no-vax, no-green pass, chiamatela come volete), un oggetto di interesse.

 

Quindi, il lettore deve calcolare: quanti dei nuovi partiti che intendono raccogliere il voto della protesta sono infiltrati dallo Stato contro cui dovrebbero protestare in Parlamento?

 

Di più: ci sono per caso dei partiti, tra questi che scalpitano per il voto dei no-green pass, che potrebbero essere stati creati direttamente dallo Stato per inscatolare il dissenso e reprimere la protesta tramite la pratica dell’«opposizione sintetica»?

 

In pratica, lo Stato manovra i suoi stessi avversari, aiutando e innalzando leader e strutture partitiche fintamente contrarie, di modo che il popolo dissidente finisca a volare lì, nella carta moschicida, così da essere individuato, schedato e, infine, «normalizzato»: il partito della protesta cede, quei cittadini divenuti militanti seguono, altri invece sprofondano in un’amarezza paralizzante, e da lì riparte la giostra – si cerca un nuovo leader, un nuovo partito, mentre il dissenso è destinato ad un altro ciclo di impotenza, anni senza rappresentanza vera, l’agenda del potere portata avanti senza intoppi.

 

Abbiamo visto da vicino questo processo in forma macroscopica, potrebbe dire qualcuno, con il Movimento 5 Stelle. Chi scrive è stupito di come nessuno si rende conto che il disegno di Schwab, Draghi, Colao – la decrescita, la virtualizzazione informatica dell’esistenza, la trasformazione dello Stato in piattaforma di controllo elettronico dell’identità e del danaro, da cui si è perennemente dipendenti, pena l’emarginazione totale – fosse quello di cui discuteva Casaleggio.

 

Ora, riguardiamo il panorama dei partitini, che dovrebbero raccogliere centinaia di migliaia di firme e certificarle nel mese di agosto. Qualcuno ce la farà pure: ci sono in giro gabole alla Tabacci per cui, magari, le firme non dovranno nemmeno raccoglierle – fidatevi.

 

Tuttavia, ci chiediamo, davvero: è possibili che ci siano partiti di infiltrati, creati in laboratorio dal potere?

 

Mica lo sappiamo, noi. Abbiamo visto però come, all’apparire di certe figure durante gli episodi di protesta più delicati, il dissenso si sgonfiava…

 

Ecco che salta fuori l’espressione gergale americana, usatissima negli anni del complottismo duro e puro: gatekeeper. Il gatekeeper (in inglese, guardiano del cancello) è colui che controlla l’accesso al sistema: setaccia, filtra, ferma le informazioni, decide chi può entrare davvero nel processo politico.

 

Secondo la vulgata, il potere costituito crea gatekeeper – camuffandoli da giornalisti, attivisti, politici vicini ai temi della protesta – per controllare e contenere il processo sociale.

 

Gatekeeper è la parola che sentiamo in questi giorni spessissimo nelle accuse contro i partitini, i quali stanno dando uno spettacolo grottesco fino all’improbabile.

 

Esiste un antico adagio Internet chiamato «legge di Godwin». Esso afferma che «a mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende ad 1». Cioè, i dibattiti online di qualsiasi tipo, alla lunga, prima o poi generano un riferimento da parte di qualcuno a Hitler e ai nazisti, come paragone, altro. (La cosa deve valere anche per i robot: come noto, l’Intelligenza Artificiale di Microsoft, messa su Twitter dopo pochi minuti inneggiava a Trump e a Hitler).

 

Ora, nel dissenso del XXI secolo, introduciamo la «legge di Giorgio». Essa afferma che «a mano a mano che una discussione online sul gatekeeping si allunga, la probabilità di veder citato Giorgio Soros tende a 1».

 

Ecco che fioccano le accuse: leaderini della protesta (magari anche solo a livello virtuale, magari wannabe leaderini) al servizio del miliardario magliaro magiaro?

 

Il bello è che potrebbe pure essere. Non è sbagliato pensare che i servizi interni dei Paesi europei siano allineati a Soros: la cosa è evidente riguardo al tema dell’immigrazione, che invece che essere combattuta dai servizi di sicurezza, è lasciata andare liberamente, come da volontà delle ONG sorosiane che «aiutano» la grande migrazione. Mica dimentichiamo quando il Soros incontrò, out of the blue, il premier Gentiloni (come Draghi che ha incontrato Schwab). Pensare che lo Stato profondo non possa no essere allineato con i miliardi e le politiche delle Fondazioni dello squalo ungherese che distrusse lira e sterlina, non è un’eresia.

 

Tuttavia, non è questo il punto a cui volevamo arrivare.

 

Vogliamo dire qualcosa di nuovo: certo, ci sono i gatekeeper. Che sono infidi, e pericolosi, e personalmente ci fanno ribrezzo – il lettore lo sa, perché magari pure capisce telepaticamente di chi parliamo.

 

Ci sono però anche gli houserunner. Non cercate il termine su Google, questa è una parola inventata da noi: houserunner sta per «scappati di casa».

 

Ebbene sì: una quantità di partitelli del dissenso sono creati e riempiti da houserunner, da scappati di casa. Lo «scappato di casa»  è espressione di origine incerta (qualcuno dice Genova, qualche decennio fa) che si riferisce a qualcuno incompetente, inaffidabile, impresentabile, inaffrontabile, inguardabile, tendenzialmente cretino.

 

Ora, gli houserunner dominano completamente il discorso politico del dissenso che vuol farsi parlamentare, e con probabilità superano di numero i gatekeeper.

 

Anzi, si potrebbe qui consumare il paradosso per cui anche i partiti dei gatekeeper sono in realtà gestiti da houserunner. Cioè, anche i guardiani messi lì dallo Stato profondo sono in realtà degli scappati di casa. La cosa potrebbe avere un suo senso strategico piuttosto acuto.

 

Molte delle cose che stiamo vedendo a destra e a manca – scissioni, candidature improbabili, marchi ridondanti, insulti, discorsi osceni, sindromi di Munchausen elettorali – ce lo stanno a dimostrare: il domofugismo, il fenomeno degli scappati di casa, vince in ogni dove.

 

Gli houserunner sono pericolosi tanto quanto i gatekeeper, se non di più. Sono, più o meno involontariamente, diabolici. Perché, come dice l’antico adagio medievale, «lo stupido è la cavalcatura del diavolo».

 

Avevamo pensato di iniziare a scrivere una sorta di bestiario elettorale, per dare cronaca delle cose che stiamo vedendo, che sono al livello delle celeberrime «cose che voi umani…», ma ci siamo accorti che è ancora troppo presto, perché la velleità tossica di capetti e gruppetti deve ancora dare il meglio (il peggio) di sé.

 

Il pudore, la coerenza, la decenza sembrano per sempre dimenticate nell’orgia di houserunning in corso. Non c’è vergogna alcuna, nemmeno quando il grottesco diventa parossistico, e le figure da cioccolataio titaniche.

 

Ora, avrete capito che questo pezzo di analisi è stato scritto con la volontà di ridere un po’, di fare un po’ di satira.

 

Purtroppo ritengo che ci sia poco da ridere. Parlo proprio di un pensiero personale, una valutazione, amarissima, fatta su più di un decennio di concrete osservazioni personali.

 

Chi scrive una decina di anni fa uscì con uno dei primi libri sul M5S, Incubo a 5 stelle. Grillo Casaleggio e la Cultura della Morte.

 

Il tomo, di circa 300 pagine, è ancora oggi citato nelle bibliografie di Wikipedia sul partito (un tempo era brevissima, ora sono arrivati tutti). Era stata un’analisi lunga e sentita, perché avevo cominciato ad osservare con inquietudine il movimento di Grillo anni prima – anzi posso dire la data, 7 settembre 2007, quando Grillo lanciò un raduno oceanico in Piazza Maggiore a Bologna – il «Vaffa Day» – e c’era talmente tanta gente invasata che il comico si lanciò sulla folla con un gommone, e questa lo sorreggeva mentre lui rideva felice.

 

Il libro, per questioni dell’editore, uscì con un po’ di ritardo. Il M5S era già in Parlamento, sia pur all’opposizione, con incredibili milionate di voti. Tuttavia, nel testo scrivevo di tante cose che potevano aiutare a capirne le dinamiche culturali, nonché l’identità profonda tra quella che sembrava la «cultura» profonda del partito e i diktat del globalismo.

 

Qualcuno, del mio libro, parlò: grazie a Camillo Langone, finii in prima pagina su Il Foglio, quando ancora c’era Ferrara, con una lunga e sentita intervista dove riuscii a dire cose che mi costarono attacchi da tutte le parti (ma davvero l’Italia è diventata più povera da quando c’è la rete? Qualcuno si è sconvolto…). Fui chiamato perfino a La Zanzara, per il consueto trappole di Cruciani, da cui mi difesi come potevo.

 

Un amico che aveva letto il libro e si era impaurito, con certe entrature dentro un grosso partito, mi chiese delle copie da mostrare ai papaveri partitici con i quali aveva relazioni. La cosa non ebbe alcun effetto.

 

Il libro perse quota, si inabissò. Il grande studio sulle origini culturali del Reich dei Meetup in fondo non interessava a nessuno – anche se questi avevano preso un mostruoso 25,5%, che sarebbe divenuto 35,6% nell’elezione successiva.

 

La verità è che, al di là di tutto, alla politica, e  all’establishment mediatico, la questione dell’ascesa del partito di grillo non interessava. Le spiegazioni che mi davo erano essenzialmente due:

 

1) Destra e sinistra interpretavano il M5S come un congelatore di voti, comodo assai perché concentrava il voto di protesta, per quanto gargantuesco, in un unico punto, pronto ad essere scongelato per tornare all’ovile dei grandi partiti storici. Il succo era «sappiamo che facciamo schifo, sappiamo che quegli elettori adesso non ci voteranno mai, perché effettivamente facciamo schifo, ma non abbiamo voglia di riconquistarli, per cui mettiamoli nel frigo a cinque stelle»

 

2) Più oscuro: in fondo, da qualche parte qualcuno sapeva che i 5 stelle sarebbero stati digeriti dal potere, ci avrebbero fatto governi insieme, vuoi perché dei parlamentari ragazzini (anche qui) scappati di casa prima o poi cedono; vuoi perché forse l’origine dello stesso partito era, come dire, controllata.

 

Anche qui, la legge di Giorgio non perdonò, e il nome di Soros saltò fuori: «Sarà pure un caso, ma l’unico studio scientifico di decine di pagine fatto finora sul Movimento 5 Stelle nel febbraio 2013 è stato commissionato al think tank inglese Demos. Il supporto è stato dato proprio dalla Open Society di Soros» scrisse in un suo libro dell’epoca il mitico faccendiere Luigi Bisignani.

 

A questo punto devo dirvi che, a differenza, di un tempo non mi interessa in alcun modo l’origine del M5S e la sua matrice culturale.

 

Quello che mi sta a cuore è vedere che sono passati dieci anni. Mi fermo. Guardo. Vedo un film sconcertante. Guardate anche voi.

 

Un decennio completamente perso, dove la protesta contro l’establishment è stata surrogata e disintegrata senza problemi. Ricordate? Votavano Grillo, in massa, perché lì era l’unico posto, ad esempio, dove si parlava, sia pur confusamente, di vaccini, di uscita dall’euro, di politica corrotta.

 

Una decade perduta. Questo è l’effetto congiunto di gatekeeper e houserunner, qualora lasciati liberi di raggiungere il Parlamento.

 

Noi adesso un altro decennio da buttare non ce lo abbiamo. Se dal 2013 abbiamo visto la distruzione delle banche popolari, l’mRNA obbligatorio, l’annullamento dei diritti costituzionali, cosa vedremo con altri dieci anni di opposizione sintetica?

 

Non ce lo possiamo permettere, per nessun motivo.

 

Quindi, chiediamo al lettore, dal cuore: attenti agli infiltrati venduti, e ai cretini scappati di casa.

 

Perché in gioco c’è più di un’elezione. Ci sono le ore fondamentali per la sopravvivenza della libertà umana, della dignità umana, della vita umana stessa.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Ivw115 via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

 

 

 

Politica

Midterm 2022: sotto il segno della lotta per la vita

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Oltreoceano, il clima è piuttosto deluso da parte delle organizzazioni pro-life, dopo i risultati delle elezioni di metà mandato, le famose Midterm che, con le elezioni presidenziali, scandiscono la vita politica americana. Una cosa è certa: il tema dell’aborto – a favore o contro – è stato decisivo nella scelta dei votanti.

 

 

Se i repubblicani sono riusciti a riconquistare – di poco – la Camera dei Rappresentanti, «l’onda rossa» – colore del Partito Repubblicano soprannominato Grand Old Party (GOP) – prevista dai sondaggi non si è verificata. Quanto al Senato, spetta in extremis ai Democratici.

 

Questi ultimi hanno persino preso o mantenuto, contro ogni previsione, il controllo di diverse leve legislative locali, il che lascia loro mano libera per applicare l’agenda permissiva in termini di aborto e ideologia di genere, di cui l’amministrazione Biden ha fatto il suo cavallo di battaglia.

 

In questo ambito, altri motivi di preoccupazione sono emersi dai risultati dei referendum organizzati, come previsto dal sistema Midterm, all’interno di ogni Stato: in California il 65% dei votanti ha approvato un emendamento alla Costituzione proposto dal Presidente ma non ancora votato, al fine di rafforzare il «diritto» all’aborto. Il Vermont e il Michigan hanno detto lo stesso.

 

Questa è la famosa proposition one che sancisce il diritto fondamentale di praticare liberamente l’aborto e di usare la contraccezione, in modo che la Corte Suprema locale di uno Stato non possa tornare indietro. Il governatore della California, Gavin Newsom, non ha esitato a spendere 3,4 milioni di euro nella sua campagna a favore della proposition one, che dice tutto…

 

Un emendamento dai contorni poco chiari, e che, se approvato dal Congresso, potrebbe consentire a una donna, a parere di diversi avvocati, di abortire fino al giorno prima del termine: «Oltre l’80% dei californiani rifiuta l’aborto tardivo: eppure questo è esattamente ciò che la proposta consente», si lamenta Catherine Hadro, portavoce della campagna «No on proposition one».

 

«Dovremo essere estremamente attenti e vigili in futuro per far emergere la verità, per condividere i fatti davvero reali», ha aggiunto, accusando i suoi oppositori politici di utilizzare notizie false per fuorviare gli elettori.

 

I sostenitori della lotta per la vita potranno consolarsi: con una Camera dei rappresentanti conquistata dai repubblicani, lo spettro della proposition one rimane lontano.

 

Altro dato preoccupante, ma stavolta per i democratici: dal 2018 il GOP attira sempre più l’elettorato latinoamericano, e le ultime Midterm hanno confermato questa tendenza. Una preoccupazione in più per l’amministrazione Biden, perché questo elettorato, tradizionalmente cattolico e fedele per consuetudine al partito democratico, rischia di pesare di più nelle urne in futuro.

 

Un elettorato spesso sensibile al tema dell’aborto: un sondaggio pubblicato dalla CNN mostra che il tema dell’aborto è la principale preoccupazione degli elettori, subito dopo l’inflazione.

 

Comunque sia, il prossimo grande incontro politico si svolgerà tra due anni, in occasione delle elezioni presidenziali: un voto decisivo per le organizzazioni pro-vita, che sperano che il loro futuro campione non si logori nella lotta per la nomina del GOP.

 

E lì niente di meno certo: l’ex presidente Donald Trump non ha esitato a infangare pubblicamente l’immagine di colui che appare oggi come potenziale rivale repubblicano per il 2024, il cattolico Ron DeSantis, largamente vittorioso in Florida, stato chiave per le elezioni presidenziali.

 

«Se si presenta, si potrebbe fare molto, molto male. (…) Conosco cose davvero poco lusinghiere su di lui: so più di chiunque altro su di lui, a parte sua moglie forse», ha asserito il miliardario in modo sibillino, inaugurando una competizione che potrebbe essere agguerrita.

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

 

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Politica

Trump annuncia ufficialmente la sua candidatura alle presidenziali 2024

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Ieri sera l’ex presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha presentato ufficialmente i documenti alla Commissione elettorale federale (FEC) necessari per la sua campagna presidenziale del 2024.

 

Il deposito dei documenti alla FEC è arrivato pochi minuti prima che Trump si rivolgesse ai sostenitori nella sua residenza di Mar-a-Lago a Palm Beach, in Florida, e si dichiarasse pubblicamente candidato per la corsa del 2024.

 

«Miei concittadini, il ritorno dell’America inizia proprio ora», ha esordito Trump nelle sue osservazioni di apertura ai sostenitori, riferendosi poi a quello che ha definito un «movimento». «Non c’è mai stato nulla che potesse competere con quello che abbiamo fatto tutti».

 

Poi l’annuncio: «per rendere di nuovo grande e gloriosa l’America, stasera annuncio la mia candidatura alla presidenza degli Stati Uniti».

 

 

L’ex presidente ha poi parlato del programma vaccinale da lui iniziato, un argomento che non pare voler mollare nonostante la contrarietà di molti suoi sostenitori accaniti.

 

«Insieme abbiamo costruito la più grande economia nella storia del mondo, quando il virus ha colpito le nostre coste ho intrapreso un’azione decisiva e ho salvato vite umane e l’economia degli Stati Uniti, e nell’ottobre dello stesso anno l’America stava tornando a ruggire con la ripresa economica numero uno più veloce mai registrata» ha detto Trump con voce calma e ferma.

 

«La Cina stava pagando miliardi e miliardi di dollari in tasse e dazi», ha continuato. «Nessun presidente aveva mai chiesto o ricevuto un dollaro dalla Cina fino a quando non sono arrivato io e stavamo ottenendo centinaia di miliardi di dollari, molte persone pensano che a causa di questo la Cina abbia svolto un ruolo piuttosto attivo nelle elezioni del 2020».

 

 

«Il mondo era in pace, l’America prosperava e il nostro Paese era sulla buona strada per un futuro straordinario, perché ho fatto grandi promesse al popolo americano e, a differenza di altri presidenti, ho mantenuto le mie promesse», ha affermato il biondo presidente del Queens.

 

«Per milioni di americani, gli ultimi due anni sotto Joe Biden sono stati un periodo di dolore, difficoltà, ansia e disperazione, mentre parliamo l’inflazione è la più alta in oltre 50 anni, i prezzi del carburante hanno raggiunto i livelli più alti della storia e aspettatevi che salgano molto più in alto, ora che le riserve nazionali strategiche – che ho riempito – sono state praticamente prosciugate per mantenere i prezzi della benzina più bassi appena prima delle elezioni».

 

Trump ha quindi colto l’occasione per incolpare i «confini aperti» di Biden tra Stati Uniti e Messico per l’aumento della droga mortale fentanil nel Paese.

 

L’ex inquilino della Casa Bianca ha quindi lanciato accuse contro quei legislatori che non preoccupano delle armi nucleari perché percepiscono il cambiamento climatico come un fattore più grave minaccia.

 

«Siamo qui stasera per dichiarare che non deve essere così», ha detto Trump tra gli applausi. «Due anni fa eravamo una grande Nazione, e presto saremo di nuovo una grande nazione. Il declino dell’America ci viene imposto da Biden e dai pazzi della sinistra radicale che fanno crollare il nostro governo. Questo declino non è un destino dobbiamo accettare».

 

 

Trump ha poi dato il suo appoggio a Herschel Walker, il controverso candidato repubblicano che si candida per un seggio al Senato degli Stati Uniti in Georgia definendolo «un essere umano favoloso che ama il nostro Paese» e che «sarà un grande senatore degli Stati Uniti», un leader dell’«America First».

 

«Questa non sarà la mia campagna, questa sarà la nostra campagna, tutti insieme. Perché l’unica forza abbastanza forte da sconfiggere la corruzione di massa contro cui ci troviamo di fronte siete voi, il popolo americano».

 

Jaime Harrison, avvocato e politico e presidente del Comitato nazionale democratico, ha risposto all’annuncio di Trump, dicendo che era solo il «calcio d’inizio» di quella che saranno le «caotiche primarie repubblicane».

 

L’annuncio di Trump arriva il giorno dopo che il presidente del comitato della Camera, incaricato di indagare sui fatti del 6 gennaio al Campidoglio, ha affermato che Trump potrebbe essere perseguito per oltraggio al Congresso per non essersi presentato per una deposizione programmata.

 

Venerdì Trump aveva anche intentato una causa contro la giuria, nel tentativo di bloccare la citazione in giudizio che gli chiedeva di testimoniare e consegnare documenti relativi alla rivolta.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump anche in queste elezioni midterm ha accusato, come nel 2020, dell’esistenza di grandi brogli.

 

Alcuni suoi candidati come Mehmet Oz e Blake Masters non ce l’hanno fatta: in un caso avrebbe vinto un candidato democratico con danno cerebrale guidato da un computer (ma che almeno, a differenza di altri candidati pure vincenti, non era morto) mentre nell’altro lo spoglio è proseguito misteriosamente per giorni, tra le proteste dei repubblicani.

 

Non ce l’ha fatta nemmeno Kari Lake, la candidata a governatore dell’Arizona, ascrivibile alla categoria mega-MAGA, che aveva dichiarato che sarebbe tornata sulla liceità delle elezioni presidenziali 2020, che subirono problemi e polemiche in special modo nella contea di Maricopa in Arizona.

 

Dopo una settimana circa di spoglio delle schede, la Lake avrebbe perso per una manciata di voti contro la sfidante democratica, già segretario di Stato dell’Arizona Katy Hobbs, la quale non ha fatto un granché di campagna elettorale e ha rifiutato ogni dibattito diretto con la Lake.

 

 

 

 

 

Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

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Intelligence

Il New York Times: l’FBI aveva infiltrati nella rivolta del Campidoglio del 6 gennaio 2021

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Il Federal Bureau of Investigation (FBI) potrebbe aver avuto fino a otto infiltrati nella confraternita di destra «Proud Boys» prima della rivolta di Capitol Hill il 6 gennaio 2021. Lo riporta il maggior quotidiano americano e mondiale, il New York Times.

 

Il NYT scrive che cinque membri del gruppo saranno processati il ​​mese prossimo per il loro presunto coinvolgimento nell’attacco.

 

Secondo le dichiarazioni del tribunale «pesantemente censurate» citate dall’organo di stampa, la difesa di quei cinque membri ha sostenuto che alcune delle informazioni fornite dalle fonti dell’FBI «erano favorevoli ai loro sforzi per difendere i loro clienti dalle accuse di sedizione» ed erano state «impropriamente trattenute da pubblici ministeri» fino a poco tempo fa.

 

La rivelazione del grande quotidiano di Nuova York è arrivata tra le affermazioni di alcuni repubblicani e commentatori conservatori secondo cui la rivolta del Campidoglio sarebbe una sorta di operazione false flag, un complotto contro l’allora presidente Donald Trump e i suoi sostenitori perpetrato anche con l’ausilio dell’FBI.

 

Poiché i documenti depositati dal tribunale sono soggetti a un «ordine di protezione altamente restrittivo», il NYT ha affermato che non è stato possibile sapere quali dettagli gli informatori hanno condiviso con l’FBI o come potrebbe aiutare gli imputati.

 

L’ex leader dei Proud Boys, Enrique Tarrio, è accusato di sedizione, insieme a Joseph Biggs, Ethan Nordean, Zachary Rehl e Dominic Pezzola. Il loro processo inizierà il 12 dicembre.

 

Secondo il Times, i pubblici ministeri hanno negato le accuse secondo cui il governo avrebbe cercato di occultare informazioni relative alla collusione. Affermano inoltre che le informazioni in questione non erano direttamente rilevanti per il caso Proud Boys.

 

Il giornale ha precedentemente riferito che l’FBI aveva informatori sia nei Proud Boys che nella milizia Oath Keepers, un altro gruppo presumibilmente coinvolto nell’attacco al Campidoglio.

 

Tuttavia, scrive l’articolo «non è emersa alcuna prova» che suggerisca che l’FBI abbia avuto un ruolo nella rivolta del Campidoglio.

 

Come ha scritto recentemente il giornalista Matt Taibbi, l’FBI da forza dell’ordine con poteri investigativi si è trasformato in un’agenzia di spionaggio interno, un po’ che lo è stata nel decennio di Edgar J. Hoover, quando la reputazione del Bureau tra la popolazione americana era pessima. Si dovette procedere con film e serie TV (Il Silenzio degli Innocenti, X-Files e tanti altri prodotti ancora oggi) per riparare l’immagine dell’FBI come ente intrusivo, soverchiante, ingiusto.

 

Abbiamo visto, di recente, un raid nella casa di Mar-a-Lago dell’ex presidente Donald Trump e pure, meno pubblicizzate, perquisizioni pesanti a casa di almeno 35 suoi alleati. Il sentimento contro l’agenzia è tale che alcuni commentatori sono arrivati a chiedere di «sciogliere l’FBI».

 

C’è stato inoltre il caso del giornalista americano James Meek, specializzato in rivelazioni dell’Intelligence, «desaparecido» per mesi dopo un raid FBI in casa sua, e solo da pochi giorni rivisto a casa di sua madre senza alcuna voglia di spiegare cosa sia successo.

 

L’FBI avrebbe inoltre, secondo il racconto del CEO Mark Zuckerberg nel podcast di Joe Rogan, consigliato a Facebook di «limitare» la distribuzione del «laptop infernale» di Hunter Biden durante la corsa elettorale del padre Joe Biden. Secondo il New York Post, Facebook trasmetteva i dati di utenti ascrivibili alla «destra conservatrice» al reparto del terrorismo interno FBI.

 

Sette mesi fa l’FBI fu umiliato in tribunale nel famoso processo per il tentato rapimento (solo programmato, mai agito davvero) di un gruppo di spostati, alcuni dei quali tecnicamente senzatetto, del governatore del Michigan Gretchen Whitmer: emerse che il complotto era gestito dagli stessi agenti FBI.

 

Un anno fa una gola profonda FBI dichiarò che «la divisione antiterrorismo dell’FBI sta compilando e classificando le valutazioni delle minacce relative ai genitori, incluso un documento che indirizza il personale dell’FBI a utilizzare un “tag di minaccia” specifico per tenere traccia di potenziali indagini». In pratica, il focus dell’FBI si stava spostando dai terroristi (come gli islamisti) ai genitori americani che si oppongono a lockdown e indottrinamento gender e neorazzista a scuola.

 

Non dimentichiamo le rivelazioni fatte dal CEO di Pfizer Albert Bourla, FBI e CIA gli provvedevano briefing aggiornati riguardo alla «diffusione della disinformazione».

 

Come riportato da Renovatio 21, la storia della rivolta del Campidoglio del 6 gennaio come piano coordinato da agenti FBI è risalente, con un nome che salta fuori spessissimo, tale Ray Epps, personaggio filmato a varie riprese nelle ore della rivolta. Per esempio, una clip della sera prima, lo vede arringare i manifestanti dicendo che l’indomani sarebbero dovuti penetrare nel campidoglio; la folla, in risposta, gli canta in coro «Fed, Fed, Fed»: già al momento sembrava insomma un agente dell’FBI.

 

 

Nonostante il caso sia finito trattato anche da alcuni politici (come il senatore repubblicano Ted Cruz), Ray Epps non è mai stato incriminato, a differenza di altri che sono stati fermati per molto meno. Anzi, proprio il New York Times, assai bizzaramente, ha fatto uscire un articolone con simpatetico ritratto di Epps (che sulla carta è un trumpiano estremista con cappello rosso di ordinanza) dove si negava la sua natura di infiltrato del 6 gennaio.

 

Quanto al vero significato di quanto accaduto quel giorno, Renovatio 21 ritiene sia stata una grande trappola diretta, più che ai sostenitori del trumpismo, ai militari americani, dove il culto di Trump si era diffuso molto. Nel momento dell’incertezza dovuta ai problemi del voto, il 6 gennaio funse da cartina tornasole per capire se nell’esercito – all’epoca capeggiato dal generale Milley che intanto parlava con la Pelosi e gli omologhi cinesi – vi fosse la possibilità di un ammutinamento per sostenere un possibile colpo di Stato da parte di chi non riteneva le elezioni legittime.

 

Tale idea è molto ben raccontata nella serie di documentari di Tucker Carlson Patriot Purge, la «purga dei patrioti».

 

Il finale lo stiamo vedendo in questi giorni: nel discorso più violento fatto da Biden contro la metà della popolazione del suo Paese – che non lo ha votato – il noto speech battezzato «Dark Brandon», al suo lato vi erano, ben visibili, due marines in alta uniforme…

 

 

 

 

 

Immagine di Tyler Merbler via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

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