Connettiti con Renovato 21

Essere genitori

«Ecco i primi segni di discriminazione su mio figlio»: un padre ci scrive

Pubblicato

il

 

 

Un lettore di Renovatio 21, padre di un bimbo di sei anni, ci scrive della situazione che sta vivendo con la scuola elementare dopo le nuove norme – e quelle nuovissime, di cui nessuno, nemmeno gli istituti e le farmacie, sembrano rendersi conto.

 

«Ho un bimbo di sei anni. Lo mandiamo ad una scuola privata, perché, quando lo abbiamo iscritto, ritenuto che in quel particolare istituto sarebbe stato “scudato” da insegnamenti discutibili che vedevamo in tutte le scuole pubbliche – sto parlando di gender, “inclusività”, “affettività” etc. Non siamo scontenti della scelta. Tuttavia, l’esborso per la retta pesa non poco sul bilancio della famiglia».

 

«Nei giorni scorsi si è avuta la situazione per cui cinque bambini della classe di mio figlio sono risultati positivi. È così scattata la procedura secondo la nuova legge del governo: i bambini vaccinati (ricordiamo, si tratta di bambini di sei anni…) rimangono a scuola, i non vaccinati vanno in DAD. Già questa, consentitemi, è una bella discriminazione, e pure un’infrazione della privacy… è chiaro che chi è a casa non è stato artificialmente immunizzato».

«Sono sgomento. Posso dire che ho percepito nettamente che questo è l’inizio della discriminazione verso i nostri figli. E, lo dico a tutti, oggi come oggi non abbiamo nessun mezzo per proteggerli da essa»

 

Il genitore ci racconta come funziona la didattica a distanza.

 

«La DAD è, come sa ogni genitore, un disastro sotto ogni punto di vista. Costringe i genitori a stare a casa a fianco del bambino, con sacrificio delle ore di lavoro. C’è anche da dire che in molti casi, le lezioni si svolgono nel caos più totale, perché i bambini piccoli continuano a far rumore e a perdere l’attenzione: del resto, sono a casa loro, non a scuola. Nell’ibrido casa-scuola, molti bimbi si comportano, giustamente, come se fossero tra le mura domestiche, perché lo sono, con la particolarità di avere collegata tutta la classe. Abbiamo sopportato anche la DAD, pure ammirando la calma mantenuta dalla maestre».

 

«La procedura prevedeva quindi che, dopo 5 giorni, il bambino che vuole tornare in classe deve fare un tampone. La scuola, il giorno prima, ci manda un modulo per avere il tampone gratuito in farmacia. È lo stesso che abbiamo fatto giorni fa quando la scuola ci ha chiesto di testare la classe per capire se c’erano i cinque casi necessari per mandare tutti nel lockdown “splittato” vaccinati/non-vaccinati».

«La parte difficile è stata quando mio figlio, appena passati oltre, mi ha chiesto: “papà, perché non potevamo entrare? Papà, perché entravano tutti e noi no? Papà cosa è successo?” Non posso descrivervi l’amarezza che ho provato. E la vergogna»

 

La famiglia del lettore ha accettato anche questa.

 

«Siamo quindi andati in farmacia per fare il tampone, esibendo il documento debitamente compilato per avere il tampone gratuito previsto dalla scuola e dalle istituzioni sanitarie. In farmacia ci dicono tuttavia che quel modulo non è più valido dallo scorso giovedì. “Ora ci vuole la ricetta del medico con questo codice numero” ci dicono, indicando un numero messo su un cartello vicino alla casa. Ho chiesto loro come fosse possibile: ho stampato e compilato un documento della scuola arrivatomi poche ore prima. “È così. Pensi che a noi le autorità sanitarie hanno mandato la comunicazione per il giorno stesso, incredibile. Non ci è possibile quindi non farle pagare il tampone del bambino”. Tre persone di questo centro tamponi mi confermano la storia – peraltro tutti gentilissimi, e increduli quanto me. Io accetto anche questa: sono 15 euro, pazienza».

 

«Sulla chat dei genitori qualcuno fa notare il problema. Alcuni tuttavia dicono che da loro la farmacia ha accettato lo stesso. Altri dicono che no. Altri dicono di aver pagato il tampone del bambino 8 euro. Io, semplicemente, spengo la chat perché non ne voglio più sapere niente, il problema è risolto. Il labirinto della burocrazia finito. Quanto mi sbagliavo».

 

«La cosa più dura succede il mattino che ho portato a scuola mio figlio, un mattino piovoso. All’ingresso un signore dell’istituto ci ferma: “scusi, devo vedere il green pass… del bambino”. Io gli rispondo che è nel libretto assieme alla giustificazione, come le altre volte. Lui mi dice che invece deve controllarlo fuori, all’entrata del cortile, dove ci trovavamo. Io, tenendo sempre per mano il bambino, obbedisco. Tiro fuori il QR, lui lo passa sul suo telefonino. “Mi dispiace, qui mi dice che il certificato non è valido”. Il signore sembra anche un po’ imbarazzato. Io cerco di mantenermi calmo. Tiro fuori l’intero documento, facendogli vedere, anche qui contro ogni privacy, data nome ed esito negativo. Lui ripassa lo scanner sopra il green pass del mio bambino: vedo chiaramente lo schermo diventare rosso, con la X di errore: certificato non valido».

Sì, la burocrazia pandemica è oramai arrivata ad un livello parossistico: nessuno è in grado di capire veramente quali siano le regole vigenti. Vi basta entrare in una chat qualsiasi di genitori di scuola per comprendere il caos e lo sconforto, anche perché nemmeno gli addetti delle scuole ne capiscono qualcosa

 

«A quel punto ho cominciato a sentire con chiarezza, oltre che l’adrenalina che saliva, anche qualcosa di inaspettato: il silenzio di mio figlio. Percepivo chiaramente che il bambino non stava comprendendo la situazione, dove lui veniva bloccato fuori dalla sua scuola mentre altri bambini con i loro papà e mamme entravano e uscivano sorridenti. Il mio pensiero è andato subito a questa questione: dovevo risolvere questa domanda che si era creata nella mente del bambino, e con una parte della testa stavo già cercando cosa dirgli. Con un’altra parte di me invece fissavo il signore davanti a me. Il quale, davanti a questo impasse, decide di chiamare qualcuno, forse un superiore della scuola, per chiedere cosa fare. Al termine della chiamata, che con evidenza non è servita a niente, gli viene un’idea. Dice che forse cambiando applicazione… quindi bofonchia qualcosa sul “tampone” che non capisco bene. Ripassa lo scanner: verde. Può entrare».

 

«Tuttavia quei pochi minuti, dove sono riuscito a mantenermi esteriormente tranquillo, non sono stati la parte difficile di questa “disavventura”, chiamiamola così. La parte difficile è stata quando mio figlio, appena passati oltre, mi ha chiesto: “papà, perché non potevamo entrare? Papà, perché entravano tutti e noi no? Papà cosa è successo?” Non posso descrivervi l’amarezza che ho provato. E la vergogna. Per la cronaca, gli ho dato una risposta di circostanza “non è successo niente, tutto normale”. Di questa risposta mi vergogno moltissimo».

 

«Mi è stato chiaro che il bambino forse non aveva capito quel che stava accadendo, ma stava interiorizzando un quadro in cui lui era in qualche modo colpevole: del resto, se non lo fanno entrare nella scuola che gli piace tanto, se una persona di cui si fida lo esclude dalla normalità, la colpa deve essere sua, o della sua famiglia».

Sì, la DAD è un inferno: a livello profondo non riesce a far capire al bambino che la scuola è diversa dalla casa, l’istituzione pubblica dallo spazio privato. Forse li stanno abituando allo smart working? O a all’abolizione della distinzione tra pubblico e privato come nei programmi del Forum di Davos?

 

«Si tratta di un piccolo episodio, mi rendo conto, ma apre una voragine immensa, dentro e fuori di me: stiamo minando la percezione della società che hanno i bambini? Li stiamo abituando all’idea di un mondo dove per fare cose normali c’è bisogno del lasciapassare? Li stiamo inducendo ad interiorizzare un senso di colpa riguardo al proprio status, sanitario o meno che sarà, deciso da un software?»

 

«Sono sgomento. Posso dire che ho percepito nettamente che questo è l’inizio della discriminazione verso i nostri figli. E, lo dico a tutti, oggi come oggi non abbiamo nessun mezzo per proteggerli da essa».

 

La lunga lettera del lettore tocca molti temi di cui si discute molto in questi giorni, senza arrivare a nessuna soluzione. Non abbiamo idea se il disguido sia stato di carattere tecnico o di incompetenza del «controllore»: forse doveva usare una app particolare? Una modalità diversa da quella che stava usando? Non sappiamo. Tuttavia, la lettera centra moltissime questioni di grande importanza per chi è  genitore nell’anno del Signore 2022.

  Non pensate che, una volta appresa la legge corrente, possiate condividerla

 

Innanzitutto, permettiamoci una risata dinanzi alla Lega Nord, che faceva i capricci all’interno del suo stesso governo-drago per far sapere che non potevano votare un decreto legge che «discrimina i bambini». Evidentemente, si tratta di un altro partito che ha perso ogni contatto con la realtà, e che tira fuori la testa ogni tanto per cercare di captare qualche voto flottante.

 

Sì, la burocrazia pandemica è oramai arrivata ad un livello parossistico: nessuno è in grado di capire veramente quali siano le regole vigenti. Vi basta entrare in una chat qualsiasi di genitori di scuola per comprendere il caos e lo sconforto, anche perché nemmeno gli addetti delle scuole ne capiscono qualcosa. E  non pensate che, una volta appresa la legge corrente, possiate condividerla: il figlio del lettore, con probabilità, ora sarà tenuto a tenere in classe una FFP2 per 5 giorni (il solito numero così, a caso). Qualcuno ha fatto notare di recente che questo è un’obbligo assurdo: non esistono FFP2 omologate per bambini, esistono FFP2 di piccola taglia, che ora installano per legge su nasi e bocche dei bimbi. Aggiungiamo, l’obbligo potrebbe pure esporre i bimbi ad un rischio: come riportato da Renovatio 21, i danni delle FFP2 dei bambini sono stati stimati da un’associazione di consumatori tedesca, che ha inoltre ricordato che «esistono criteri di questo tipo per le mascherine per bambini». In pratica: dannoso e possibilmente illegale.

 

Sì, la DAD è un inferno: a livello profondo non riesce a far capire al bambino che la scuola è diversa dalla casa, l’istituzione pubblica dallo spazio privato. Forse li stanno abituando allo smart working? O a all’abolizione della distinzione tra pubblico e privato come nei programmi del Forum di Davos, con il Grande Reset per cui «non possiederai niente e sarai felice?»

 

Tuttavia, è sulla questione personale, psicologica, che bisogna soffermarsi.

 

È vero, non sappiamo che effetto farà nei bambini sentire sulla propria pelle questi primi segni di esclusione sociale. E, come il nostro lettore, non abbiamo idea di cosa gli vada raccontato.

Non sappiamo che effetto farà nei bambini sentire sulla propria pelle questi primi segni di esclusione sociale. Non abbiamo idea di cosa gli vada raccontato

 

Circa venti anni fa, fecero vincere l’Oscar per il miglior film straniero ad un film mediocre, La vita è bella. Nella pellicola si vedeva il papà di un bambino ebreo (interpretato da un comico delle sagre del PCI) cercare di spiegare a suo figlio un cartello posto fuori da un negozio all’indomani delle leggi razziali in Italia.

 

 

Nell’era del green pass e del razzismo biomolecolare, i cani, i cavalli, i canguri, possono entrare – i non vaccinati no

 

«Perché i cani e gli ebrei non possono entrare, babbo?» chiedeva il bambino. Il padre improvvisava una risposta: «gli ebrei e i cani non ce li vogliono. Ognuno fa quello che gli pare, Giosuè. Là c’è un negozio, un ferramenta, dove non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli. E là c’è un farmacista, ieri ero con un mio amico, un cinese che c’ha un canguro, dice: si può entrare? No, qui cinesi e canguro non ce li vogliamo. Eh, gli sono antipatici, che vuoi fare?».

 

Il film era contorto e non sappiamo se questa battuta dovesse far ridere lo spettatore. Quello che sappiamo è che questa situazione oggi rappresenta la vita reale di milioni di cittadini, milioni di padri che non sanno cosa dire ai loro figli.

 

Con una differenza: nell’era del green pass e del razzismo biomolecolare, i cani, i cavalli, i canguri, possono entrare – i non vaccinati no.

 

 

 

 

 

 

 

Essere genitori

I bambini che libereranno Faccetta nera

Pubblicato

il

Da

Il papa dell’Intelligenza Artificiale si è inserito nel trend minorile più misterioso ed insopportabile del momento, quello di «6-7», «six-seveeeen». Chi non ha figli in età scolare non può capire l’opaca pervasività di questo socio-meme, che sembra occupare notte e giorno le menti degli infanti, e divertirli assai.

 

In pratica, non appena il bambino – in ispecie se in branco – nota da qualche parte il numero 6 seguito dal 7, parte automaticamente il grido collettivo: «six-seveeeen» urlan compiaciute le creature, movendo per qualche motivo le manine su e giù.

 

Sostieni Renovatio 21

 

Si tratta di un fenomeno globale, che parrebbe partito da una qualche gag tiktokkata nel mondo del basket o del rap USA, per poi tsunamizzarsi in un caso che riguarda tutti i pargoli della Terra. La questione, che si dà come simbolo dell’incomprensione transgenerazionale («ma perché fanno così?» si chiede il matusa, cui peraltro i monelli spesse volte cercano di tener nascosto il meme sociale), ha attirato l’attenzione degli autori del cartone più riflessivo ed irriverente della Terra, South Park, che in un episodio ha tirato in mezzo Peter Thiel e le sue teorie sull’anticristo, che sarebbero legate al 6-7, mentre Trump mette «incinto» Satana e ci convive alla Casa Bianca, dove il demonio si comporta da moglie gravida gelosa ed ormonalmente instabile. (La satira di South Park davvero sa inventarsi cose pazzesche)

 

E quindi, dopo l’anticristo, non poteva mancare la clip del papa americano indotto dai bambini – o forse dall’«animatore» che li accompagna… – a fare «six-seveeeen».

 

Il video sembra voler avvicinare il pontefice ai giovani attraverso i meme. I papi moderni, del resto, tendono a far così: se il modernismo è il programma di dissolvere la Chiesa di Dio nel mondo, ecco che i pontefici si adattano alle tendenze sociali (organiche o programmate che siano), dagli scherzi dei pargoli all’Intelligenza Artificiale, alla riproduzione artificiale, all’immigrazione, all’omotransessualismo.

 

Vista questa apertura del papato, vogliamo chiederci se non è il caso che il papa abbracci anche un trend, ancora più pervasivo e scatenato, che striscia presso la nostra gioventù, dalle elementari e oltre – l’estemporanea, continua, esecuzione, canora e strumentale, da parte dei bambini, di un brano ritenuto proibito nell’Italia repubblicana: stiamo parlando di Facetta nera.

 

Scena uno: piccolo ritrovo di amici a casa nostra. Amici in casa significa, invariabilmente, amici con figli. I quali subito si appartano, con i nostri, nella stanzetta dove si studia e si gioca, o dove c’è una bella tastierona Yamaha. Noi genitori intanto, in soggiorno, beviamo e sgranocchiamo, ciarliamo… fino a quando dalla stanza dei fanciulli sorge, inconfondibile, una melodia: ta-ta-ta-tarada…

 

Sono le note di Faccetta nera. Individuiamo subito il colpevole: è un bambino amico da sempre, serio e tranquillo, particolarmente intelligente e dotatissimo per la musica. Non sembra aver subito nessuna influenza di nostalgici del Ventennio, la madre è cresciuta in un Paese comunista. A fianco c’è un altro bambino la cui madre è cresciuta in un altro Paese comunista, e suo nonno partigiano ha combattuto fianco a fianco contro i nazisti con quello che ne sarebbe poi divenuto il celeberrimo presidente. Ebbene, la progenia dell’alta partigianeria è lì che ride felice mentre il suo amico, ad orecchio, riproduce la musichetta fascia.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Scena due. Due anni fa ho comprato a mio figlio la tastierona di cui sopra, e per stimolarlo nello studio monosettimanale del piano ci ho pure attaccato un iPad con un app che fa da sintetizzatore ad ampio spettro; poi l’ultimo Babbo Natale ha portato pure una batteria elettronica: niente, l’entusiasmo verso la musica non è partito sino a che tutta la classe, su indicazione del nuovo maestro di educazione musicale, non ha dovuto investire 30 euri per compare una «melodica», uno strumento osceno, praticamente una pianola a fiato, collegata ai polmoni del bambino con un inguardabile tubo ospedaliero.

 

La dura realtà è che questo arnese inascoltabile gli piace da impazzire, lo suona in continuazione, pure quando scende dalla macchina. Ci zufola dentro melodie di ogni tipo, dalle canzoni di Natale a quelle delle festicciole di compleanno – in pratica tutte tranne quelle dei saggio di fine anno che, disastrosamente, si terrà domani.

 

Ecco che ci ritroviamo alla recita di fine anno delle elementari, tutta la classe è dotata dello strumento infernale, con cui avrebbe più tardi eseguito un Saltarello medievale, pure molto bello. Ma ecco che prima, quando tutte queste diecine di ragazzini sono seduti in ginocchio in cortile con il tubetto in bocca pronti a fare una piccola prova prima di iniziare, scatta, dinanzi a centinaia di genitori di tutte le classi, il ritornello imperiale: ta-ta-ta-tarada… Giù risolini.

 

Va così: nelle scuole della Repubblica nata dalla Resistenza (fiaba notissima che qui abbiamo talvolta contestato ricordando il vero padre della patria James Jesus Angleton) i nostri piccoli impazziscono per una delle canzoncine principali della dittatura fascista. Nelle scuole cattoliche, pure. Non escludiamo che vi siano casi persino nell’homeschooling.

 

Un’amica insegnante in provincia me lo conferma: il fenomeno è inarrestabile, incontrollabile, incontenibile. Gli studenti se la suonano e se la cantano fra loro, felicissimi, e a volte lo fanno pure facendosi sentire monellamente dall’autorità adulta di insegnanti, presidi, bidelli, genitori.

 

Urgono tante considerazioni: a cosa servono le ore di educazione civica inflitte ai bambini per farne cittadini sinceri-democratici? A nulla, e questa è decisamente una buona notizia. A cosa serve l’autolavaggio antifascista in cui immergono la popolazione di tutte le età? Articoli di giornale, libri, convegni, feste, musica rock, celebrità… A cosa servono tutte quelle sigle che dell’opposizione al fascismo ha fatto una raison d’être ossessa e totalista (Mussolini mai ha fatto cose buone! Ma scherziamo?!)? Tipo CGIL, ANPI, ARCI, AVS, ACLI, PD… ma che ci stanno a fare, con i loro miliardi di investimento nella creazione di una cultura antifascista (un intero sistema culturale, una filiera infinita: dalle Feltrinelli alle Feste dell’Unità, dalle cattedre ai compagni al cinema sponsorizzato dallo Stato, dai concertoni ai giornaloni in codominio con l’oligarcato finanziario) se poi i frugoletti intonano imperterriti il coretto nostalgico?

 

E ancora, chiediamoci: è possibile applicare la legge Mancino contro la massa di bambini italiani, virata mostruosamente verso il pericolo faashistah?

 

In verità bisogna realizzare – e ci rendiamo conto quanto sia difficile per chi ancora crede di essere di sinistra e pure per chi ha ammirazione per il regime mussolinico – che i bimbi con la canzoncina non stanno in alcun modo dirigendo verso il fascio.

 

Innanzitutto, perché il razzismo sembra, oggi, molto più difficile: nel gruppone di pargoli che suonavano la melodica di cui ho parlato sopra, c’era un ragazzino nero. Il quale è benvoluto da tutti i compagni, in un modo assolutamente organico e naturale. Sono pronto a scommettere che chiunque abbia fatto partire il motivetto abissino mai e poi mai abbia considerato, neppure per un istante, di ferirlo – perché con evidenza, l’ilarità provocata dall’esecuzione della solfa colonialista nulla ha a che fare con il suprematismo bianco. Sempre che, ipotesi che non mi azzardo a fare, a suonarla non sia stato proprio lui… Il che non avrebbe importanza, perché parliamo di un meme condiviso in tutta la popolazione pediatrica, praticamente.

 

In secondo luogo, saltiamo la staccionata e proviamo a dirlo una volta per tutte: Faccetta nera non è una canzone razzista. Anzi. Faccetta nera è una canzone antirazzista.

Aiuta Renovatio 21

Come? Ma dai. È il simbolo stesso dell’era fascista, che era razzista, dice il grillo parlante repubblicano installato dentro (e fuori) ognuno di noi. Abbiamo visto, nei decenni, scandali ingenerati da persone che l’avevano come suoneria del cellulare (un tempo una delle più diffuse tra le figure che si vogliono sfrontate), e ci sembra di ricordare di consiglieri comunali e altre figure politiche di tutti i gradi ammonite o persino disintegrate per lo squillo del telefono finito pubblico: ti-ti-ti-tiridi…

 

Ci siamo sempre chiesti come questo sia possibile: l’antirazzismo di Faccetta nera si manifesta subito quando si rivolge alla protagonista della canzone, la donna africana, chiamandola «bella abissina». Come può essere razzista chi ritiene un membro dell’altra razza come «bello», lasciando immaginare pure altri concetti di attrazione?

 

Il testo parla alla bella abissina come qualcuno da far entrare nel sistema dello Stato – all’epoca Regno, Impero – italiano. «Faccetta nera, bell’abissina / Aspetta e spera che l’ora si avvicina! /Quando saremo insieme a te / Noi ti daremo un’altra legge e un altro Re (…) Faccetta nera, piccola romana / Accogli in sogno questa mia canzone / Vedi nell’alto il faticar dell’uomo Per la tua terra, per la tua civiltà.»… sono parole che non parlano della maschia violenza dei bruti e degli skinheddi, sono parole di accoglienza, di integrazione. Come nei sogni del PD e delle ONG sorosiane, del cleroneocattolic, dell’immigrazionismo calergista più sfrenato, proprio.

 

Vale la pena di ricordare come e quando fu scritta: fu la reazione del poeta romanesco Renato Micheli che scrisse un testo (poi musicato da Mario Ruccione) alle notizie dell’abolizione della schiavitù nel Tigrè e in tutta l’Etiopia occupata dagli italiani. I critici, senza veri appigli, dicono che è solo un inno al madamato, cioè al concubinaggio more uxorio dei coloni con donne locali, ma il succo non cambia: potete tirar fuori la guerra e l’uso delle armi chimiche, ma l’appello all’unione umana con la gente abissina è incontrovertibile.

 

Sì: Faccetta nera è una canzone multirazziale, che inneggia persino al meticciato. È una canzone che parla di integrazione prima che al mondo comparisse l’inscalfibile monolite del terzomondismo, per cui bisogna integrare nelle società avanzate la disfunzione post-coloniale, invece che innalzare il livello di civiltà di quelle popolazioni là dove si trovano, senza bisogno di traversate in gommone.

 

Faccetta nera è una canzone antirazzista in modo così plateale che, cosa non notissima a causa della cappa comunista-repubblicana postbellica, il fascismo tentò di censurarla, specie dopo le leggi razziali del 1937: nemmeno lì si riuscì a fermare la forza memetica del brano, che continuò ad essere cantato, suonato e fischiettato ovunque.

Iscriviti al canale Telegram

Specifico che la canzoncina, a me non piace in nessun modo (come non amo il fascismo), e non mi risuona in testa come sembra invece fare a tutti. Tuttavia non ho mancato, nella vita, di parlarne con le abissine che ho incontrato. Le quali, in genere abbastanza «belle», non sembravano particolarmente turbate: anzi, il riconoscimento musicale condiviso della loro beltà trovava un certo non celato compiacimento, e di lì a significare il fascino algido e misterico di etiopi ed eritree, tipo, diciamo, Zeudi Araya, attrice di straordinaria avvenenza abissina famosissima negli anni Settanta.

 

 

Di più: le belle abissine non sembravano mai particolarmente turbate dal periodo coloniale italiano, anzi. Alcune cominciano a parlarti della parte italiana finita nel proprio albero genealogico: «il mio bisnonno era di Verona» attaccò a raccontarmi una bellezza di Asmara… «Mio padre è nato in quella casa all’inizio di Corso Genova», mi disse un tassista milanese di origini etiopi, «e io quando passo davanti benedico quel posto». Ecco. l’anticolonialismo, l’antifascismo di tanti abissini si risolve così: nell’integrazione completa con l’Italia, esattamente come cantato da Faccetta nera.

 

Nel frattempo, un amico che fa l’insegnante di musica alle medie durante un viaggio in macchina mi fa sentire quello che circola tra gli alunni: arrangiamenti di Faccetta nera in ogni possibile declinazione. C’è la versione posata sulle musiche de Il Signore degli Anelli. C’è quella in salsa rock’n’roll. C’è quella in 8-bit, a riprova che è tracimata in ogni possibile strumento musicale in mano ad un italofono. C’è quella, impressionante, calata nella sinfonia di John Williams per la colonna sonora di Guerra Stellari: si chiama «Faccetta Morte Nera».

 

 

Una risata vi seppellirà, dice un celebre slogano attribuito all’anarchico Mikhail Bakunin, ma che oggi non ci scandalizzermo a sentir proferita dai papi dei meme.

C’è da chiedersi quindi: le risate dei bambini seppelliranno la cultura isterica e fissata che regna sulla Repubblica?

 

Roberto Dal Bosco

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine generata artificialmente

Continua a leggere

Epidemie

Genitori condannati per aver isolato i figli per 4 anni per paura del COVID

Pubblicato

il

Da

Una coppia di genitori tedeschi, residenti nel Nord della Spagna, sconterà diversi anni di carcere per aver tenuto i loro tre figli rinchiusi in una «casa degli orrori», sostenendo che vivevano nel terrore del virus COVID-19.   La coppia, composta dal reclutatore tecnologico freelance tedesco Christian Steffen, 54 anni, e dalla moglie tedesca nata negli Stati Uniti Melissa Ann Steffen, 49 anni, emigrati in Spagna dalla Germania nel 2021, è stata arrestata nell’aprile del 2025 dopo che si è scoperto che tenevano in quarantena il figlio di 10 anni e i due gemelli di 8 anni in una casa in affitto vicino alla periferia di Oviedo.   Marito e moglie, accusati di violenza domestica con abusi psicologici abituali, abbandono di minore e sequestro di persona, sono stati condannati a due anni e dieci mesi di reclusione, ma assolti dall’accusa di sequestro di persona. Ai genitori è inoltre vietato comunicare con i figli o esercitare i propri diritti genitoriali per i prossimi tre anni e mezzo, e dovranno anche risarcire ciascun figlio con 30.000 euro.   I pubblici ministeri hanno accusato i genitori di aver tenuto i figli rinchiusi in casa per quattro anni, privandoli di istruzione, condizioni igieniche adeguate, cure mediche appropriate e normali interazioni umane.   «Non sono mai usciti di casa, nemmeno nel giardino, per quasi quattro anni a causa del timore infondato che gli imputati nutrivano e che avevano instillato nei loro figli, di poter essere infettati da qualcosa», ha sostenuto il pubblico ministero, secondo quanto riportato da SUR In English.   «Gli imputati non hanno mai iscritto i figli a scuola in Spagna e questi hanno imparato da soli o con l’aiuto dei genitori, con il risultato che i figli più piccoli, che avevano otto anni quando sono stati ritrovati, non sapevano né leggere né scrivere (…) Inoltre, i bambini non hanno ricevuto alcun controllo sanitario: l’ultima volta che sono stati visitati da un medico è stato nel 2019, e sono stati gli imputati a doversi occupare della diagnosi e del trattamento dei loro problemi quando si sono presentati».

Sostieni Renovatio 21

La scoperta dei bambini nella casa è avvenuta dopo che un vicino ha segnalato di aver sentito voci e urla di bambini provenire dall’abitazione, senza però vederne alcuno.   Durante la sorveglianza dell’abitazione, la polizia ha notato cumuli di immondizia in fondo alle scale che, a loro dire, sembravano «essere stati gettati giù dal piano superiore e mai portati all’esterno».   Quando la polizia è entrata in casa, ha constatato: «non avevano televisione, né dispositivi elettronici per i bambini, quasi nessun gioco, nemmeno scarpe della loro misura; le scarpe che avevano erano della stessa misura che portavano quattro anni prima, quando erano arrivati».   I bambini dormivano in culle troppo grandi per loro, e secondo l’accusa presentavano problemi di controllo della vescica e dell’intestino a causa dell’uso prolungato dei pannolini.   «I bambini camminavano curvi, con le gambe arcuate, avevano difficoltà a salire e scendere le scale e presentavano irritazioni cutanee e onicomicosi», ha dichiarato il pubblico ministero.   «Uno di loro aveva una leggera gobba. Quando sono usciti, una volta scoperta la loro situazione, i bambini sono rimasti sorpresi dall’ambiente circostante».   Una volta usciti di casa, i bambini sarebbero rimasti disorientati dal mondo esterno, e la polizia ha riferito: «Toccavano l’erba, respiravano come se non l’avessero mai fatto prima in vita loro, hanno visto una lumaca e ne sono rimasti completamente affascinati», secondo quanto riportato da El País. All’interno del centro di detenzione minorile, i ragazzi sono stati descritti come «affascinati dalla televisione» e stanno ricevendo cure psicologiche.   La difesa dei genitori ha sostenuto che questi non avessero rinchiuso i figli per cattiveria, bensì per una «paura insormontabile» del virus COVID.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine generata artificialmente
 
Continua a leggere

Essere genitori

Nuovo studio rivela la correlazione tra pornografia e abusi sessuali sui minori

Pubblicato

il

Da

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Sciences ha confermato, ancora una volta, i legami «tra pornografia e abuso sessuale sui minori». Secondo quanto riportato dal National Center on Sexual Exploitation, esistono quattro modalità principali attraverso cui l’uso della pornografia si intreccia con l’abuso sui minori. Lo riporta LifeSite.

 

L’articolo tratta della questione del modellamento sociale: i bambini tendono spesso a imitare ciò che vedono nella pornografia, il che può sfociare in comportamenti sessuali dannosi tra coetanei. Ad esempio, una terapista ha raccontato il caso di un bambino di 11 anni che ha replicato sul fratellino di 3 anni alcune scene osservate nella pornografia.

 

Vi è poi il fenomeno della normalizzazione: la pornografia può far percepire come «normali» comportamenti sessuali abusivi e irrealistici agli occhi dei bambini, o di chiunque la consumi. Molti operatori dei servizi sociali hanno riferito che le loro giovani assistiti di sesso femminile hanno subito strangolamenti durante i rapporti sessuali, perché i ragazzi adolescenti sono stati indotti dalla pornografia a considerarlo un comportamento sessuale standard.

 

Vi è inoltre il rischio di adescamento: gli abusatori utilizzano frequentemente materiale pornografico per mostrare ai bambini, come strategia per desensibilizzarli agli abusi sessuali.

Sostieni Renovatio 21

Gli abusatori spesso sfruttano la pornografia per controllare e manipolare le vittime, ad esempio minacciando di rivelare il consumo di materiale pornografico da parte del minore o di diffondere immagini sessualmente esplicite del minore stesso.

 

Lo studio, intitolato «Le testimonianze degli operatori dei servizi di tutela dell’infanzia sui legami tra pornografia e abusi sessuali sui minori», è stato realizzato da docenti della New York University, dell’Università dell’Arkansas, del Virginia Polytechnic Institute e della James Madison University.

 

«L’esposizione alla pornografia è pressoché onnipresente per i giovani del XXI secolo», hanno osservato gli autori. «L’età media della prima esposizione è la prima o la media adolescenza, con tassi di visione intenzionale tra gli adolescenti che raggiungono l’84%. Il consumo di pornografia può influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti sessuali sia negli adolescenti che negli adulti. In questo contesto, rappresenta una componente normalizzata della socializzazione di genere e sessuale dei giovani».

 

In altre parole, la pornografia sta socializzando bambini e minori a un’ideologia sessuale straordinariamente crudele, violenta e degradante che si insinua in ogni aspetto della vita. Lo studio si è basato su dati qualitativi derivanti da 50 interviste, otto focus group e sondaggi post-intervista con professionisti esperti del settore.

 

Gli intervistati hanno identificato negli smartphone dei bambini il problema principale. Claire, direttrice esecutiva di un CAC (Centro per l’infanzia), ha osservato: «I genitori non tolgono il telefonino (…) perché hanno paura di essere dei “cattivi genitori”». Un altro educatore ha affermato che i bambini si imbattono spesso in materiale pornografico su YouTube, anche quando cercano contenuti innocui come i cartoni animati: «Il genitore si alza, i bambini camminano e… il contenuto suggerito è porno hardcore, porno tripla X». Vale la pena citare per intero l’avvertimento degli autori sulla tecnologia con accesso a Internet:

 

Uno dei fattori di rischio più rilevanti emersi dalle nostre interviste riguarda l’accesso illimitato o insufficiente dei bambini a Internet tramite dispositivi come console per videogiochi, tablet e smartphone, spesso all’insaputa dei genitori. Marie, un’intervistatrice forense, ha sottolineato i numerosi dispositivi con accesso a Internet a cui i bambini hanno accesso. Natalie, una psicologa clinica, ha fatto eco ad altri partecipanti, paragonando i moderni cellulari a «mini-computer… che si tengono in mano» dotati di connessione a Internet.

 

Oltre a ciò, diversi partecipanti si sono concentrati in particolare sull’importanza dei social media, come ha evidenziato Nicholas, un altro intervistatore forense: «Quando sono usciti i telefoni con Internet (…) questo ha permesso ai criminali di entrare in contatto con i bambini (…) tramite Snapchat, Facebook e simili». Angela, un’infermiera specializzata in pediatria, ha concordato: «Non saprei dire quanti bambini di cui mi sono presa cura hanno incontrato (un criminale) conosciuto tramite i social media».

 

Lo studio ha inoltre confermato precedenti risultati già trattati più volte in questo spazio. «Ho notato che più precocemente una persona è stata esposta alla pornografia, maggiore è la probabilità che attualmente guardi pornografia violenta», ha affermato Natalie, una psicologa pediatrica. Questo porta a visioni perverse delle donne, delle ragazze e del sesso in generale.

Aiuta Renovatio 21

«Non si tratta nemmeno di una semplice decisione cognitiva del tipo “È così che trattiamo le donne adesso” o “È così che dovremmo essere trattate come donne”… ora è “È così che proviamo piacere adesso”», ha detto Natalie. «Quindi, un uomo forse non riesce nemmeno ad avere un rapporto sessuale se non è in qualche modo aggressivo e violento… Stiamo parlando di strangolamento vero e proprio, di colpire qualcuno con qualcosa, di dare pugni, di immobilizzare, di quel genere di comportamento».

 

Carly, un’infermiera specializzata in casi di violenza sessuale, ha riscontrato la stessa dinamica: adolescenti trasformati in predatori dalla pornografia. «Credo che la pornografia influenzi la violenza sessuale e i comportamenti sessuali in moltissimi modi», ha affermato.

 

Gli autori sostengono la necessità di un’educazione sessuale che includa gli aspetti digitali, di approcci basati sulla consapevolezza del trauma e individuano la pornografia come una delle «zone di violenza» che conducono all’abuso sui minori, ma questo non è chiaramente sufficiente.

 

Dinanzi ad evidenze scientifiche come queste la politica dovrebbe senza indugio optare per la censura totale della pornografia in ogni Paese. Il rischio è quello di perdere un’intera generazione, o forse due, dopo le generazioni devastate dalla cosiddetta «liberazione sessuale».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

Continua a leggere

Più popolari