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Epidemie

Due errori strategici nell’affrontare il C-19

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Di fronte all’epidemia di COVID-19 i Paesi occidentali hanno ceduto al panico. In preda all’irrazionalità, hanno commesso due errori strategici: hanno isolato la popolazione sana, a rischio di distruggere l’economia, e hanno puntato tutto sui vaccini a RNA, trascurando le cure, anche a costo di esporsi alle controindicazioni che questa nuova tecnica vaccinale potrebbe causare.

 

 

Comunicazione: il Covid e la guerra

Il Covid-19 è una malattia virale che, nel peggiore dei casi, causa la morte dello 0,001% della popolazione. Nei Paesi sviluppati l’età media dei deceduti per COVID-19 è di circa 80 anni, a fronte d’un’aspettativa di vita di circa 83.

 

Facendo un confronto, la mortalità supplementare dei Paesi in guerra è da 5 a 8 volte superiore e colpisce soprattutto uomini di età compresa fra i 18 e 30 anni

Facendo un confronto, la mortalità supplementare dei Paesi in guerra è da 5 a 8 volte superiore e colpisce soprattutto uomini di età compresa fra i 18 e 30 anni. A questo si aggiunga una migrazione che può arrivare fino al 50% della popolazione.

 

L’epidemia di COVID e la guerra sono situazioni non raffrontabili, nonostante la retorica apocalittica le confonda (1).

 

Peraltro, chi si è avventurato in questo drammatico confronto non ha risposto all’epidemia in termini di mobilitazioni di guerra. Al più si è precettato un ospedale militare mobile per qualche fotografia di uniformi in azione.

 

L’epidemia di COVID e la guerra sono situazioni non raffrontabili, nonostante la retorica apocalittica le confonda

L’unico risultato concreto è stato causare il panico nella popolazione, offuscandone lo spirito critico.

 

 

L’origine dell’errore di comunicazione

La comparazione con lo stato di guerra è stata fatta in base a informazioni errate. Uno statistico britannico, Neil Ferguson – i cui modelli matematici servirono a giustificare la politica europea di riduzione degli ospedali – aveva infatti previsto oltre mezzo milione di morti nel Regno Unito e altrettanti in Francia.

 

La comparazione con lo stato di guerra è stata fatta in base a informazioni errate. Uno statistico britannico, Neil Ferguson  aveva infatti previsto oltre mezzo milione di morti nel Regno Unito e altrettanti in Francia

Ferguson ignorava che un virus è un essere vivente che non mira a uccidere il corpo umano che lo ospita, bensì ad abitarlo, come un parassita. Se uccide l’uomo che ha infettato, il virus muore con lui. Per questa ragione tutte le epidemie hanno inizialmente un alto tasso di mortalità, che diminuisce via via che il virus muta e si adatta all’uomo. È perciò assolutamente ridicolo estrapolarne la letalità dalle devastazioni delle prime settimane di epidemia.

 

I dirigenti politici non devono essere esperti in qualunque campo. Devono possedere una solida cultura generale, che permetta loro di valutare la qualità degli esperti di cui avvalersi nei diversi settori.

 

Ferguson appartiene al genere di scienziati che si limita a dimostrare ciò che gli viene chiesto, senza sforzarsi di capire i fenomeni ancora inesplicati. Il curriculum vitae di Ferguson è soltanto una lunga serie di errori commissionati da responsabili politici e smentiti dai fatti (2). Alla fine è stato congedato dal comitato britannico Cobra (Cabinet Office Briefing Rooms), però uno dei suoi discepoli, Simon Cauchemez dell’Istituto Pasteur, siede tuttora nel Consiglio scientifico francese.

 

 

Il curriculum vitae di Ferguson è soltanto una lunga serie di errori commissionati da responsabili politici e smentiti dai fatti

Primo errore strategico: il confinamento, variabile di aggiustamento delle politiche sanitarie

Di fronte al flagello COVID, i Paesi sviluppati hanno reagito decretando blocco delle frontiere, coprifuoco, chiusura forzata d’imprese, addirittura confinamenti generalizzati.

 

Fatto inedito nella Storia: mai prima d’ora si è ricorsi a confinamenti generalizzati – ossia all’isolamento di popolazioni sane – per lottare contro un’epidemia. Si tratta di un provvedimento politico costosissimo sul piano educativo, psicologico, medico, sociale ed economico, la cui efficacia si limita all’interruzione della catena di trasmissione in famiglie ancora sane, al prezzo della diffusione in famiglie ove una persona è già stata contaminata.

 

Una volta levato il confinamento, riparte immediatamente la propagazione nelle famiglie sane.

 

Fatto inedito nella Storia: mai prima d’ora si è ricorsi a confinamenti generalizzati – ossia all’isolamento di popolazioni sane – per lottare contro un’epidemia

Siccome dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica tutti i Paesi sviluppati hanno progressivamente ridotto le proprie ricettività ospedaliere, la maggior parte dei governi ha adottato misure di confinamento, non già per combattere la malattia – contro cui l’isolamento è impotente – bensì per scongiurare la saturazione degli ospedali.

 

Vale a dire che, per proseguire nel sistema di gestione della sanità pubblica fin qui adottato, i governi considerano come unica variabile possibile di aggiustamento il confinamento. Tuttavia il costo dei confinamenti è molto superiore a una gestione più onerosa degli ospedali. Anche perché si può prevedere che, con l’invecchiamento della popolazione, negli Stati sviluppati sopravvenga una crisi di saturazione degli ospedali ogni tre-quattro anni, in armonia con l’andamento ciclico di ogni epidemia.

 

Siccome dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica tutti i Paesi sviluppati hanno progressivamente ridotto le proprie ricettività ospedaliere, la maggior parte dei governi ha adottato misure di confinamento, non già per combattere la malattia – contro cui l’isolamento è impotente – bensì per scongiurare la saturazione degli ospedali

All’atto pratico, il ricorso al confinamento condanna i Paesi ad avvalersene sempre più spesso: per epidemie di COVID, d’influenza o di molte altre malattie mortali.

 

Uno studio comparativo dell’Università di Stanford, pubblicato il 12 gennaio 2021, dimostra che gli Stati che hanno adottato misure quali chiusure di attività, coprifuoco e confinamenti generalizzati non hanno ottenuto una riduzione della diffusione della malattia (soltanto differita) rispetto a Paesi che hanno invece rispettato la libertà dei cittadini; al più l’hanno soltanto differita (3).

 

Contrariamente a una credenza diffusa, non si tratta di scegliere tra saturazione degli ospedali e confinamento, bensì tra mobilitazione, o addirittura requisizione di cliniche private, e confinamento. Tutti gli Stati sviluppati dispongono infatti di un sistema sanitario privato largamente in grado di accogliere l’eccedenza di malati.

 

 

L’origine dell’errore strategico

All’origine del confinamento vi è la CEPI (Coalizione per le innovazioni in materia di preparazione alla lotta contro le epidemie), associazione creata a Davos durante il Forum Economico Mondiale del 2015 e diretta dal dottor Richard J. Hatchett, di cui non troverete la biografia né su Wikipedia né sul sito della CEPI: l’ha fatta rimuovere.

 

All’atto pratico, il ricorso al confinamento condanna i Paesi ad avvalersene sempre più spesso: per epidemie di COVID, d’influenza o di molte altre malattie mortali

Quest’uomo progettò per conto del segretario USA alla Difesa, Donald Rumsfeld, l’isolamento delle persone sane (4). Nel 2005, quale membro del Consiglio per la Sicurezza nazionale del presidente George W. Bush, Hatchett ricevette l’incarico di adattare le procedure previste per le forze armate USA alla popolazione civile, nel quadro di un piano di militarizzazione della società USA.

 

In caso di attacco biologico, i GIs di stanza all’estero devono confinarsi nelle basi militari. Hatchett immaginò, in caso di attacco batteriologico sul suolo americano, di confinare la popolazione civile in modo analogo, nelle proprie case. Questo progetto di stampo militare fu respinto unanimemente dai medici statunitensi, capeggiati dal professor Donald Henderson dell’università John Hopkins, che sottolinearono come mai fosse accaduto che dei medici avessero confinato persone sane.

 

Durante un’intervista su Channel 4, avvenuta pochi giorni prima dell’intervento del presidente Macron, il professor Richard J. Hatchett per primo paragonò l’epidemia di COVID-19 a una guerra.

 

Contrariamente a una credenza diffusa, non si tratta di scegliere tra saturazione degli ospedali e confinamento, bensì tra mobilitazione, o addirittura requisizione di cliniche private, e confinamento. Tutti gli Stati sviluppati dispongono infatti di un sistema sanitario privato largamente in grado di accogliere l’eccedenza di malati.

Naturalmente la prima elargizione che fece fare alla CEPI fu a favore dell’Imperial College di Londra. A capo di questa venerabile istituzione c’è Alice Gast, che è britannica, non statunitense. Oltre a essere amministratrice della multinazionale Chevron, Gast lavorava negli Stati Uniti con il dottor Hatchett per la mobilitazione degli scienziati contro il terrorismo. Ha sostenuto scritti propagandistici che volevano dimostrare che quanto scrissi a proposito degli attentati dell’11 Settembre erano scempiaggini.

 

Inoltre, uno dei più celebri professori dell’Imperial College è Neil Ferguson, autore delle previsioni affabulatrici sulla diffusione dell’epidemia.

 

 

Secondo errore strategico: la ricerca indirizzata esclusivamente sui vaccini

I medici hanno dovuto affrontare questa nuova epidemia senza avere terapie a disposizione. I governi occidentali hanno immediatamente indirizzato la ricerca sui vaccini.

 

Considerati i quattrini in ballo, gli Stati hanno destinato i loro budget alla ricerca di vaccini genetici, bloccando le ricerche su patologia e cure.

 

 

Considerati i quattrini in ballo, gli Stati hanno destinato i loro budget alla ricerca di vaccini genetici, bloccando le ricerche su patologia e cure.

La tecnica vaccinale fondata sull’RNA scelta da Moderna/NIAID, Pfizer/BioNTech/FosunPharma e CureVac, non dovrebbe causare gli effetti secondari dei vaccini classici, ma non per questo è esente da pericoli. Finora si è guardato a questa tecnica con grande prudenza perché manipola il patrimonio genetico dei pazienti. Per questa ragione, in assenza di sufficienti sperimentazioni, le aziende produttrici hanno preteso dai loro clienti, cioè gli Stati, di essere sollevate da ogni responsabilità giuridica.

 

Per contro, i medici che vogliono esercitare la propria professione curando i malati secondo il giuramento d’Ippocrate sono perseguiti dalle istituzioni disciplinari di categoria: lungi dall’essere apprezzate, le cure sperimentate sono state ridicolizzate, persino vietate.

 

In questo consiste il secondo errore strategico.

I medici che vogliono esercitare la propria professione curando i malati secondo il giuramento d’Ippocrate sono perseguiti dalle istituzioni disciplinari di categoria: lungi dall’essere apprezzate, le cure sperimentate sono state ridicolizzate, persino vietate

 

I medici occidentali, che salvo rare eccezioni non hanno mai dovuto affrontare una medicina di guerra né di catastrofe, si sono talvolta lasciati prendere dal panico.

 

All’inizio dell’epidemia, di fronte ai primi sintomi alcuni di loro non hanno fatto nulla, limitandosi ad aspettare l’arrivo di una tempesta di citochine, di una brutale infiammazione per poi mettere i pazienti in coma artificiale.

 

Risultato: sono state spesso le cure inappropriate più che la malattia a uccidere i primi malati. Gli esiti disastrosi di alcuni ospedali rispetto ad altri della stessa regione lo attestano, piaccia o no al tacito divieto fra colleghi di criticare i medici incompetenti.

 

I budget faraonici assegnati ai vaccini obbligano a non ricercare trattamenti efficaci perché rischierebbero di causare il fallimento delle multinazionali farmaceutiche.

 

Sono state spesso le cure inappropriate più che la malattia a uccidere i primi malati. Gli esiti disastrosi di alcuni ospedali rispetto ad altri della stessa regione lo attestano, piaccia o no al tacito divieto fra colleghi di criticare i medici incompetenti

Un’inflessibile censura s’è così abbattuta su ogni ricerca nel settore. Tuttavia in Asia è stato sperimentato un cocktail di farmaci che fluidificano il sangue e stimolano il sistema immunitario, antivirali e antinfiammatori in grado di curare ogni tipo di paziente, se somministrati ai primi sintomi. In Venezuela l’autorità sanitaria e farmacologica ha approvato un farmaco, il Carvativir, giudicandolo efficace su tutti i malati, purché somministrato ai primi sintomi (5).

 

Non essendo competente, non mi pronuncio sulla validità di queste terapie, ma mi sbalordisce che i medici occidentali non ne siano informati e non abbiano la possibilità di valutarle

 

A settembre 2020 l’Istituto Pasteur di Lille e la società APTEEUS hanno dal canto loro individuato un farmaco desueto, che impedisce la diffusione del virus. La notizia non è stata pubblicizzata per non incorrere nella reazione dell’industria del vaccino. La sperimentazione ora è terminata e in Francia è ripresa la produzione, sicché il farmaco, in origine una supposta per bambini, potrebbe essere presto pubblicizzato (6).

 

La censura dei farmaci non-occidentali non solo è inammissibile perché va a scapito della salute umana, ma anche perché imposta da poteri non-eletti: Google, Facebook, Twitter e via elencando. Il problema non è sapere se questi trattamenti siano o no efficaci, ma liberare la ricerca affinché possa studiare le molecole e valutare se abbandonarle, approvarle o migliorarle.

I budget faraonici assegnati ai vaccini obbligano a non ricercare trattamenti efficaci perché rischierebbero di causare il fallimento delle multinazionali farmaceutiche.

 

 

L’origine del secondo errore strategico

Sia detto per inciso, c’è contraddizione strategica tra rallentare la contaminazione attraverso il confinamento di persone sane e accelerarla con la generalizzazione di vaccini attivi o inattivati. Si tratta di un’osservazione non pertinente per i vaccini ad RNA, destinati a prevalere in Occidente.

 

Il secondo errore strategico trae origine da una convinzione collettiva. I responsabili politici immaginano che soltanto il progresso scientifico porterà soluzione a problemi al momento irrisolvibili. Nel caso del COVID, se si scopriranno vaccini efficaci con una nuova tecnica fondata non più sui virus ma sull’RNA-messaggero, si riuscirà a vincere l’epidemia. A nessuno più passa per la testa che il COVIDsi possa curare senza investimenti tanto gravosi.

 

La censura dei farmaci non-occidentali non solo è inammissibile perché va a scapito della salute umana, ma anche perché imposta da poteri non-eletti: Google, Facebook, Twitter e via elencando

È l’ideologia del Forum Economico Mondiale di Davos e della CEPI.

 

È quindi nell’ordine delle cose che i governi non reagiscano quando le multinazionali censurano le ricerche della medicina asiatica o venezuelana, impedendo la libertà della ricerca scientifica.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

(1) «Seconde allocution d’Emmanuel Macron sur l’épidémie», di Emmanuel Macron, Réseau Voltaire, 16 marzo 2020.

(2) «COVID-19: Neil Ferguson, il Lyssenko liberale», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 19 aprile 2020.

(3) «Empirical assessment of mandatory stay-at-home and business closure effects on the spread of COVID-19», Eran Bendavid, Christopher Oh, Jay Bhattacharya, John P.A. Ioannidis, University of Stanford, January 12, 2021.

(4) «Il COVID-19 e l’Alba Rossa», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 28 aprile 2020.

(5) «Il Venezuela avrebbe trovato un farmaco contro il Covid-19», «Google, Facebook e Twitter censurano le informazioni sul Carvativir», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 e 28 gennaio 2021.

(6) «La recherche sur la COVID-19 : l’Institut Pasteur de Lille mobilisé face à la pandémie», Institut Pasteur de Lille, aggiornamento del 26 gennaio 2021.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

Fonte: «Due errori strategici nell’affrontare il Covid-19», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 febbraio 2021.

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Armi biologiche

Esperti avvertono: le fughe di materiale dai laboratori sono «sorprendentemente comuni»

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Secondo il National Institutes of Health, un dipendente dei Rocky Mountain Laboratories nel Montana è stato potenzialmente esposto alla febbre emorragica di Crimea-Congo a seguito di una violazione delle norme sui dispositivi di protezione individuale nel novembre 2025. L’incidente evidenzia la mancanza di un sistema federale centralizzato per monitorare tutti gli incidenti di laboratorio tra le diverse agenzie e istituzioni.

 

Secondo il National Institutes of Health (NIH), un  dipendente dei Rocky Mountain Laboratories  di Hamilton, nel Montana, potrebbe essere stato esposto alla febbre emorragica di Crimea-Congo (CCHF) nel novembre 2025 a seguito di una violazione accidentale dei dispositivi di protezione individuale.

 

L’incidente è stato segnalato al NIH nel febbraio 2026, secondo le comunicazioni interne citate nei documenti condivisi da  White Coat Waste.

 

I funzionari del NIH hanno affermato che il dipendente non è stato contagiato e non si è verificata alcuna trasmissione.

 

«Il dipendente è stato immediatamente isolato e monitorato con le cure appropriate presso una struttura medica specializzata, prima che venisse confermato che non si era verificata alcuna esposizione o trasmissione effettiva», ha dichiarato il NIH in un comunicato. «In nessun momento vi è stato alcun rischio per il pubblico o per gli altri membri del personale»,

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Che cos’è la febbre emorragica di Crimea-Congo?

La CCHF è una malattia virale rara ma potenzialmente fatale, che si diffonde principalmente attraverso il morso di zecche infette o il contatto con il sangue e i fluidi corporei di animali o persone infette, secondo i  Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie  (CDC).

 

La malattia, più diffusa in alcune zone dell’Africa, dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Europa orientale e meridionale, può causare febbre alta, forte mal di testa, vomito, emorragie interne. Il CDC ha riferito che fino al 50% dei pazienti ospedalizzati può morire a causa della malattia.

 

L’  Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha affermato che veterinari, operatori sanitari e persone che lavorano a stretto contatto con il bestiame corrono un rischio maggiore di infezione, mentre la trasmissione da uomo a uomo può avvenire attraverso l’esposizione a sangue contaminato, attrezzature mediche o fluidi corporei.

 

Secondo l’  Organizzazione Mondiale della Sanità , non esiste una cura approvata né un vaccino.

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L’incidente si è verificato in un laboratorio ad alto livello di contenimento del NIH.

I Rocky Mountain Laboratories, una struttura di livello di biosicurezza 4 (BSL-4) gestita dal NIH, conducono ricerche su malattie infettive ad alto rischio, tra cui quelle trasmesse dalle zecche e i patogeni virali emergenti.

 

La struttura è progettata per studiare «problemi sanitari complessi, come coronavirus, influenza, malattie da prioni e batteri resistenti agli antibiotici».

 

Fa parte del National Institute of Allergy and Infectious Diseases. Storicamente si è concentrato sulle malattie infettive e trasmesse da vettori, tra cui la malattia di Lyme, la febbre maculosa delle Montagne Rocciose e altri agenti patogeni.

 

Le perdite dai laboratori sono «sorprendentemente comuni»

Secondo alcuni ricercatori nel campo della biosicurezza, le fughe di agenti patogeni pericolosi dai laboratori si verificano più frequentemente di quanto si creda.

 

Richard Ebright, Ph.D., biologo molecolare presso la Rutgers University di New Brunswick, nel New Jersey, ha affermato che gli incidenti di laboratorio che provocano infezioni o rilasci di agenti patogeni sono «sorprendentemente comuni».

 

«L’incidente della CCHF… è stato solo uno dei circa cinque eventi di questo tipo che si verificano ogni settimana negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito», ha affermato.

 

I dati più recenti disponibili , riportati al Federal Select Agent Program nel 2022, mostrano che 143 rilasci da laboratori hanno comportato un’esposizione professionale.

 

Il dottor William Schaffner , specialista in malattie infettive e professore presso il Vanderbilt University Medical Center di Nashville, nel Tennessee, ha affermato che questo tipo di pericoli vanno trattati con la massima attenzione.

 

«Quando si verifica una perdita, si reagisce», ha affermato. «I risultati complessivi confermano che questo sistema funziona in tutto il mondo».

 

Non è obbligatorio segnalare tutte le perdite

La supervisione dei laboratori di ricerca biologica ad alto livello di contenimento negli Stati Uniti, tuttavia, rimane frammentata, in assenza di un sistema federale centralizzato per monitorare tutti gli incidenti di laboratorio tra le diverse agenzie e istituzioni.

 

«Non esiste un database nazionale perché non è obbligatorio segnalare tutte le fughe di dati», ha affermato Alina Chan, Ph.D., specialista in vettori e ingegneria genetica.

 

La ricercatrice Shayna Korol, scrivendo sul  Bulletin of the Atomic Scientists, ha affermato che i laboratori BSL-3 e BSL-4 operano secondo regole rigorose.

 

Tuttavia, negli Stati Uniti la segnalazione di incidenti, esposizioni e potenziali violazioni del contenimento non prevede «alcun sistema federale di contabilizzazione degli incidenti» al di là di una ristretta serie di agenti patogeni regolamentati e «nessun registro ufficiale» per molti laboratori ad alto livello di contenimento.

 

L’analisi di Korol ha messo a confronto il sistema statunitense con il programma canadese centralizzato Laboratory Incident Notification Canada, che prevede la segnalazione obbligatoria a livello nazionale degli incidenti relativi alla biosicurezza. Ha avvertito che una documentazione e una supervisione incoerenti possono ostacolare la trasparenza, la valutazione del rischio e le risposte coordinate a potenziali fughe di sostanze dai laboratori.

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È necessario un miglioramento continuo

Una revisione sistematica del 2024 pubblicata su The Lancet ha documentato 309 infezioni acquisite in laboratorio, causate da 51 agenti patogeni, e 16 casi segnalati di fuga accidentale di agenti patogeni tra il 2000 e il 2021.

 

Gli autori hanno concluso che un «miglioramento continuo» nella gestione della biosicurezza e negli standard di segnalazione è essenziale, sottolineando che la sottosegnalazione e la supervisione incoerente probabilmente nascondono la reale portata del problema.

 

Secondo i ricercatori, sono necessari sistemi di segnalazione più efficaci e indagini sulle cause profonde per ridurre gli incidenti futuri e migliorare la responsabilità dei laboratori a livello globale.

 

Nell’articolo intitolato «Indicatori epidemiologici di focolai accidentali di origine laboratoristica», i ricercatori hanno esaminato decenni di focolai associati ai laboratori e hanno avvertito che il rilascio accidentale di agenti patogeni rimane un rischio globale costante.

 

Gli autori hanno scritto che «la questione non è se un agente patogeno sfuggirà al controllo, ma piuttosto quale agente patogeno lo farà e quali misure sono in atto per contenere una fuga con gravi conseguenze».

 

Henrick Karoliszyn

 

© 20 maggio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

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Epidemie

Manifestanti congolesi incendiano un centro di cura per l’Ebola

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I manifestanti hanno dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo orientale, dilaniata dal conflitto, dopo essere stati impediti di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura. Lo riferiscono le autorità congolesi.   L’incidente è avvenuto giovedì a Rwampara, nella provincia di Ituri, uno degli epicentri dell’ultima ondata di contagi. Filmati diffusi sui social media e presumibilmente girati sul posto mostrano fiamme e fumo che si alzano dalla struttura, mentre nelle vicinanze si sentono degli spari.   Un testimone ha riferito all’Associated Press che alcuni giovani del posto si sono infuriati dopo aver tentato di recuperare il corpo di un amico, presumibilmente morto di Ebola. La polizia è intervenuta, ma a quanto pare non è riuscita a placare gli animi, ha aggiunto il testimone. Un giornalista dell’AP ha riferito di aver visto persone entrare nel centro e dare fuoco a degli oggetti, tra cui quello che sembrava essere il corpo di almeno una presunta vittima di Ebola. Gli operatori umanitari sono fuggiti a bordo di veicoli.  

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Il portavoce del governo, Patrick Muyaya, ha dichiarato che sei pazienti che risultavano dispersi durante i disordini sono stati ritrovati e stanno ricevendo cure presso l’ospedale generale di riferimento di Rwampara.   «Nella confusione, temendo per la propria incolumità, sei pazienti non erano più visibili», ha scritto Muyaya su X. Le misure di sicurezza sono state rafforzate e la calma è tornata nella struttura, ha aggiunto, esortando i residenti a seguire le istruzioni delle squadre di intervento per l’Ebola.   Le autorità affermano che i corpi delle presunte vittime di Ebola devono essere trattati secondo rigidi protocolli di sepoltura perché possono rimanere altamente infettivi. La Repubblica Democratica del Congo ha dichiarato l’epidemia il 15 maggio, la diciassettesima registrata nel Paese da quando il virus è stato identificato per la prima volta nel 1976. Le autorità hanno segnalato 160 decessi sospetti e 671 casi sospetti, principalmente nell’Ituri e nel Nord Kivu, con nuovi casi emersi anche nel Sud Kivu.   Il 17 maggio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’epidemia di Ebola di Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale, pur precisando che non soddisfa i criteri per essere classificata come pandemia. Non esiste un vaccino autorizzato né una terapia specifica per questo ceppo, sebbene un intervento tempestivo di supporto possa migliorare le probabilità di sopravvivenza.   L’Uganda ha segnalato due casi confermati, tra cui un decesso. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni di viaggio alle persone che si sono recate di recente nella Repubblica Democratica del Congo, in Uganda o nel Sud Sudan, richiedendo ai viaggiatori idonei di sottoporsi a controlli all’aeroporto internazionale di Washington Dulles.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Epidemie

L’hantavirus sopravvive nello sperma umano?

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Il campione di sperma di un singolo uomo svizzero è diventato notizia di prima pagina in tre continenti. Cosa si cela dietro questa isteria? Una redazione giornalistica finanziata da Gates, un’azienda di biosorveglianza sostenuta dal braccio di venture capital della CIA e un laboratorio svizzero di biodifesa. E tutti si alimentano a vicenda con una storia che non trova riscontro nella scienza.

 

Il 14 maggio, la redazione «Global Health Security» del Telegraph ha pubblicato un articolo con un titolo studiato per suscitare il massimo allarme: «L’hantavirus può sopravvivere nello sperma umano fino a sei anni e rappresentare un rischio di trasmissione».

 

Nel giro di poche ore, la notizia è stata ripresa da diverse testate internazionali come Yahoo News, in relazione agli otto casi confermati di hantavirus a bordo della nave da crociera MV Hondius e ai 20 passeggeri britannici asintomatici ora in isolamento sotto la supervisione dell’UKHSA (Agenzia britannica per la salute e i servizi sanitari).

 

La proposta è irresistibile: un virus insidioso, che si nasconde nel tratto riproduttivo maschile per anni dopo la guarigione, predisposto alla trasmissione sessuale. La raccomandazione, proveniente da una società privata di analisi dei «rischi sanitari globali» chiamata Airfinity, era che i pazienti maschi dovessero ricevere «un’ampia consulenza sulle pratiche sessuali sicure oltre i 42 giorni di quarantena», analogamente ai protocolli di monitoraggio dello sperma per i sopravvissuti all’Ebola dell’OMS.

 

C’è solo un problema. Lo studio alla base non supporta il titolo. Non supporta la raccomandazione politica. Non supporta nemmeno la parola «sperma».

 

Ciò che supporta è un’affermazione molto più modesta e onesta: che frammenti di RNA virale sono stati rilevati nell’eiaculato di un uomo svizzero di 55 anni per un periodo di tempo insolitamente lungo, senza alcuna prova che il virus sia vivo, trasmissibile o che sia mai stato trasmesso sessualmente da qualcuno, in tutta la storia documentata della ricerca sull’hantavirus.

 

Vi spiegherò nel dettaglio cosa dice il documento e poi vi mostrerò chi ha pagato per il panico.

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I. Lo studio che i titoli non ti mostreranno

L’articolo, intitolato «Presenza e persistenza dell’RNA del virus Andes nel liquido seminale umano», è stato pubblicato sulla rivista ad accesso aperto MDPI Viruses nel novembre 2023.

 

L’istituzione capofila è il Laboratorio Spiez, ovvero «l’Ufficio federale svizzero per la protezione civile», che, in parole semplici, è il laboratorio svizzero per la difesa nucleare, biologica e chimica.

 

Un laboratorio di biodifesa. Ricordatelo.

 

Ecco cosa dimostra concretamente lo studio, secondo le parole degli autori:

 

1. Non hanno mai isolato il virus vivo. Nemmeno una volta.

Dalla sezione di discussione dell’articolo: «Purtroppo, l’isolamento del virus infettivo non ha avuto successo per nessuno dei campioni o dei sistemi di coltura utilizzati».

Ci hanno provato. Hanno selezionato tre campioni di sperma con la più alta concentrazione di RNA virale rilevabile (raccolti 40, 82 e 320 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi nel paziente) e hanno tentato di coltivare il virus vivo in cinque diversi sistemi cellulari: cellule Vero E6, miscele BSR/Vero, cellule epiteliali bronchiali umane primarie, cellule epiteliali nasali umane primarie ed epiteli delle vie aeree umane 3D.

 

Hanno sottoposto i campioni a passaggi ripetuti. Hanno persino omogeneizzato direttamente gli spermatozoi e hanno provato in quel modo. Non è cresciuto nulla.

 

Questo è il fatto centrale che il Telegraph ha nascosto. Senza isolare il virus infettivo, affermare che l’hantavirus «sopravvive» nel liquido seminale è un’interpretazione forzata del verbo «sopravvivere». Ciò che sopravvive è il materiale genetico: frammenti di RNA.

 

Questo studio non è in grado di dimostrare se parte di tale RNA venga effettivamente impacchettata all’interno di particelle virali funzionali e replicative, capaci di infettare un’altra cellula umana.

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2. Il virus non mostra quasi nessuna replicazione.

Gli autori hanno sequenziato il genoma virale di campioni prelevati a distanza di 247 giorni e di 1978 giorni. Hanno riscontrato una delezione di 33 paia di basi in una regione non codificante e in totale tre varianti a singolo nucleotide. I virus a RNA normalmente mutano a una velocità compresa tra 10⁻⁶ e 10⁻⁴ sostituzioni per nucleotide per infezione cellulare.

 

La conclusione degli autori: il virus «persisteva all’interno delle cellule del tratto riproduttivo maschile con un’attività di replicazione molto limitata».

 

Un virus che non si replica non produce la carica virale necessaria per la trasmissione. Lo affermano gli autori. Il Telegraph no.

 

3. Non sanno nemmeno in quale cellula si trovi l’RNA.

Quando i ricercatori hanno separato le cellule dal plasma seminale, il segnale virale è risultato prevalentemente intracellulare. Ma in quali cellule?

 

La loro risposta: «Resta da determinare quale tipo di cellula trasporti il ​​virus. Oltre agli spermatozoi, l’eiaculato contiene elementi germinali, neutrofilimacrofagilinfociticellule epiteliali e cellule di Sertoli».

 

Il Telegraph ha scritto di hantavirus «nello sperma».

 

Lo studio non può stabilire se il virus sia effettivamente presente nello sperma. Potrebbe trovarsi nelle cellule immunitarie. Potrebbe essere presente nelle cellule epiteliali desquamate del rivestimento del tratto riproduttivo. Queste eventualità hanno implicazioni radicalmente diverse per quanto riguarda il significato stesso di «trasmissione sessuale».

 

4. Il paziente è ricco di anticorpi neutralizzanti, e lo è da sei anni.

Il titolo anticorpale neutralizzante del paziente ha raggiunto un picco superiore a 30.000 al 21° giorno di malattia ed è rimasto a livelli elevati per l’intero periodo di follow-up di sei anni.

 

Gli autori notano esplicitamente: «non sono state osservate infezioni sintomatiche ripetute da hantavirus, il che suggerisce una protezione a vita». Qualsiasi virus che uscisse dai suoi testicoli si troverebbe di fronte a una sega circolare del sistema immunitario.

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5. La trasmissione sessuale dell’hantavirus non è mai stata documentata. Da nessuna parte. Mai.

L’affermazione conclusiva dell’articolo, formulata con cautela, è la seguente: «nel complesso, i nostri risultati dimostrano che l’ANDV ha il potenziale per la trasmissione sessuale».

 

Potenziale. Un’ipotesi. Non una scoperta. Gli autori altrove riconoscono: «sebbene la trasmissione tramite contatto sessuale non sia stata documentata, un’elevata carica virale e un contatto esteso tra le persone possono contribuire a una maggiore probabilità di trasmissione».

 

La dimensione del campione dell’intero studio è di un solo paziente. Gli autori lo affermano nella sezione relativa ai limiti dello studio: «il limite di questo studio è rappresentato dalle ridotte dimensioni del campione. Resta da determinare se la persistenza si verifichi in una popolazione più ampia di pazienti sopravvissuti a lungo termine alla malattia da virus Andes».

 

Non si tratta di un allarme sulla trasmissione. Si tratta della generazione di un’ipotesi N=1. E la stampa internazionale l’ha trasformata in un’emergenza globale di trasmissione sessuale.

 

La domanda è: chi trae vantaggio da questa conversione? Seguite i soldi.

 

II. La redazione del Telegraph: finanziata da Gates

In fondo all’articolo del Telegraph sull’hantavirus si trova un piccolo badge che rimanda alla pagina «Chi siamo». Tale pagina contiene la seguente informativa:

 

«La nostra copertura sulla sicurezza sanitaria globale è parzialmente finanziata dalla Fondazione Bill & Melinda Gates».

 

L’ufficio esiste perché Gates lo finanzia. Il suo mandato, secondo la sua stessa descrizione, comprende «le minacce pandemiche e le epidemie di rilievo», «la diffusione di altre malattie trasmissibili come Ebola e Zika, nonché una vasta gamma di malattie rare» e «la crescente minaccia del bioterrorismo».

 

Leggete quell’elenco. Il dipartimento non è finanziato per coprire malattie cardiache, incidenti stradali mortali, suicidi, alcol o inquinamento atmosferico, che sono le vere principali cause di morte tra gli esseri umani. È finanziato per coprire le minacce la cui amplificazione avvantaggia il programma di preparazione alle pandemie dell’ente finanziatore.

 

Non si tratta di un’affermazione complottista. Questa è la struttura di finanziamento esplicita e resa pubblica dell’ufficio.

 

Il Telegraph aggiunge la consueta clausola di esclusione di responsabilità: «questo sostegno è senza vincoli e il Telegraph mantiene il pieno controllo editoriale».

 

Il controllo editoriale è irrilevante quando la selezione degli argomenti trattati è di per sé la leva determinante. Una redazione pagata per trovare notizie sulla pandemia troverà notizie sulla pandemia.

 

Un singolo caso clinico pubblicato sulla rivista Viruses di MDPI non entrerà di per sé nell’attenzione del grande pubblico. Vi entrerà solo quando esisterà un apparato finanziato la cui sopravvivenza istituzionale dipenderà da storie come questa.

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III. Airfinity: la società di biosorveglianza finanziata dalla CIA e citata come autorità

L’articolo del Telegraph cita «analisti di Airfinity, una società che monitora i rischi sanitari globali», i quali raccomandano che i sopravvissuti all’hantavirus vengano sottoposti a protocolli di monitoraggio dello sperma simili a quelli utilizzati per l’Ebola.

 

Airfinity viene descritta nei database aziendali standard come una «piattaforma di Intelligence scientifica basata sui dati e di analisi predittiva per il settore delle scienze della vita», con una «piattaforma di sorveglianza e analisi del rischio che monitora oltre 160 malattie infettive per valutare i rischi di focolai e la preparazione alle pandemie».

 

La sua clientela, secondo le sue stesse parole: «l’intero ecosistema delle scienze della vita, comprese aziende farmaceutiche, agenzie governative, aziende private, investitori, ONG e organizzazioni internazionali».

 

In altre parole: Airfinity è un’azienda commerciale di biosorveglianza il cui modello di business richiede un elevato rischio percepito di pandemia.

 

L’investitore interessante nella struttura azionaria di Airfinity non è Gresham House Ventures o The FSE Group. Si tratta di In-Q-Tel (IQT), identificata nei documenti aziendali come investitore di Airfinity.

 

Secondo Wikipedia e numerose fonti indipendenti, In-Q-Tel è il braccio di venture capital della Central Intelligence Agency (CIA) statunitense.

 

È stata »ideata e istituita dalla CIA, con la quale ha tuttora dei contratti», ed esiste per «identificare, valutare e sfruttare le tecnologie commerciali emergenti per la comunità della sicurezza nazionale statunitense».

 

Nel portafoglio di IQT figurano, tra gli altri, Palantir e la società che in seguito divenne Google Earth. Attualmente, l’azienda ha investito nella sorveglianza biologica delle pandemie.

 

Quindi, quando la redazione del Telegraph, finanziata da Gates, cita «analisti di Airfinity» che raccomandano protocolli di quarantena e sorveglianza più ampi, ciò che sta realmente accadendo è questo: un’azienda commerciale di biosorveglianza con capitali di rischio della CIA viene presentata al pubblico come una fonte esperta e neutrale sulla necessità o meno di una biosorveglianza più estesa.

 

Non è una fonte neutrale. Vende il prodotto che la politica imporrebbe.

 

IV. Il collegamento Spiez: un laboratorio di biodifesa come punto di origine

L’articolo originale sui virus è stato prodotto presso il Laboratorio Spiez, la struttura federale svizzera per la difesa biologica e chimica.

 

Questo non è un laboratorio di sanità pubblica. È un istituto di biodifesa la cui missione comprende la preparazione a scenari di guerra biologica e bioterrorismo.

 

Il fatto che un laboratorio di biodifesa abbia riscontrato la persistenza di un virus in un sito immunologicamente privilegiato rappresenta un dato scientifico interessante.

 

La divulgazione scientifica di un interessante laboratorio di biodifesa, amplificata da un’azienda di biosorveglianza finanziata dalla CIA e da una redazione giornalistica finanziata da Gates fino a trasformarsi in un allarme globale sulla trasmissione del virus, non è comunicazione scientifica. È marketing delle capacità di biodifesa mascherato da informativa sulla salute pubblica.

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V. CHI e il ciclo che si chiude

La raccomandazione specifica di Airfinity, riportata nell’articolo del Telegraph, è che i sopravvissuti all’hantavirus dovrebbero essere monitorati «in modo analogo ai protocolli di monitoraggio dello sperma dei sopravvissuti all’Ebola dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)».

 

La Fondazione Bill & Melinda Gates è uno dei maggiori donatori dell’OMS. Negli ultimi anni, i contributi di Gates all’OMS hanno superato quelli della maggior parte degli Stati membri.

 

Ora seguite la struttura del ciclo di citazione:

  1. Il laboratorio Spiez (azienda svizzera specializzata in biodifesa) ha redatto un rapporto su un singolo caso clinico.
  2. Airfinity (un programma di biosorveglianza finanziato dalla CIA) lo amplifica con raccomandazioni politiche.
  3. La redazione del Telegraph dedicata alla sicurezza sanitaria globale (finanziata da Gates) ne cura la presentazione al pubblico.
  4. I protocolli raccomandati citano l’autorità dell’OMS (finanziata da Gates).
  5. La pressione dell’opinione pubblica per l’adozione di tali protocolli fa aumentare i budget per la biosorveglianza, che finanziano aziende come Airfinity, le quali giustificano ulteriori investimenti da parte di IQT, che generano un maggior numero di segnalazioni di casi, le quali alimentano un numero sempre maggiore di articoli del Telegraph.

 

Ogni attore che cita il successivo crea l’apparenza di una conferma indipendente da parte di esperti. Non è indipendente. È un ecosistema finanziato che parla a se stesso, con i frammenti di RNA di un singolo uomo svizzero come seme di cristallo.

 

In questa catena nessuno deve mentire. Nessuno deve coordinarsi. Ogni attore si limita a svolgere il lavoro finanziato per il quale la sua posizione istituzionale lo ricompensa.

 

Il risultato di tale ecosistema, tuttavia, è una coscienza pubblica satura di terrore pandemico, proporzionato non all’effettivo carico di malattia, bensì alle esigenze istituzionali dell’apparato.

 

VI. Il costo opportunità: ciò di cui non ti viene detto di preoccuparti

Secondo le fonti ufficiali, il tasso di mortalità per sindrome cardiopolmonare da hantavirus è elevato, tra il 25% e il 40%, a seconda dell’epidemia. Si stima che il numero totale di decessi annuali per hantavirus a livello globale si aggiri intorno alle centinaia. Confronta:

 

  • Il tabacco uccide circa 8 milioni di persone ogni anno in tutto il mondo.
  • L’inquinamento atmosferico uccide circa 7 milioni di persone ogni anno in tutto il mondo.
  • L’alcol uccide circa 2,6 milioni di persone ogni anno in tutto il mondo.
  • Gli incidenti stradali causano circa 1,2 milioni di morti ogni anno in tutto il mondo.
  • Il suicidio uccide più di 700.000 persone ogni anno in tutto il mondo.

 

Nessuno di questi ha un’azienda di biosorveglianza finanziata dalla CIA, una redazione giornalistica finanziata da Gates e un laboratorio svizzero di biodifesa che amplifica i risultati preliminari trasformandoli in notizie di prima pagina.

 

Non esiste Airfinity per gli alimenti ultra-processati.

 

Non esiste alcuna startup finanziata da In-Q-Tel che monitori l’impatto sulla salute pubblica del lavoro sedentario. L’OMS non pubblica protocolli di quarantena di 42 giorni per le principali cause di morte prevenibili.

 

La vicenda dell’hantavirus non è solo sproporzionata. La sproporzione è il risultato.

 

L’attenzione del pubblico è una risorsa limitata. Ogni centimetro di colonna speso a discutere se i frammenti di RNA virale di un uomo svizzero, risalenti a sei anni prima, possano teoricamente trasmettersi sessualmente, è un centimetro non speso a parlare degli assassini, che non dispongono di un apparato di amplificazione finanziato alle spalle.

 

Questo è il livello più profondo della critica. L’ecosistema della biosorveglianza non si limita a gonfiare determinati rischi, ma distoglie l’attenzione da quelli che non si adattano al suo modello di business.

 

Non si tratta di un fallimento giornalistico. Si tratta di un giornalismo che funziona esattamente come i finanziamenti a sua disposizione lo incentivano a funzionare.

 

VII. Cosa avrebbe detto un titolo onesto

«Ricercatori svizzeri hanno rilevato frammenti di RNA virale nel liquido seminale di un paziente guarito dall’hantavirus, anni dopo la guarigione. Non è stato possibile isolare il virus vivo. Non è mai stata documentata alcuna trasmissione sessuale dell’hantavirus in alcun paziente».

 

Questo è il risultato effettivo. È scientificamente molto interessante. Appartiene a una rivista di virologia, dove si trovava, finché un sistema finanziato non ha deciso diversamente.

 

Non vi è stata raccontata questa versione della storia perché quella che vi è stata raccontata era quella che l’apparato di potere ha pagato per far diffondere.

 

Sayer Ji

 

Una nota su cosa sia e cosa non sia questo pezzo:

Questo articolo non sostiene che qualcuno degli attori sopra descritti abbia cospirato, coordinato o agito in malafede. Sostiene piuttosto qualcosa di più strutturale e più grave: che gli incentivi istituzionali creati dai finanziamenti per la preparazione alle pandemie producono, come risultato affidabile, narrazioni pubbliche sproporzionate rispetto all’effettivo carico di malattia, e che le modalità di citazione tra gli attori finanziati creano un’apparenza di consenso tra esperti indipendenti che i rapporti di finanziamento non supportano.

 

Ogni rapporto di finanziamento descritto è documentato pubblicamente. Ogni citazione tratta dallo studio di riferimento è verificabile nell’articolo citato. Il lettore è invitato a verificare autonomamente ciascun collegamento e a trarre le proprie conclusioni in merito al buon funzionamento del giornalismo sanitario pubblico.

 

Originariamente pubblicato sulla pagina Substack di Sayer Ji.

 

© 15 maggio 2025, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

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Immagine di Ajay Kumar Chaurasiya via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine modificata

 

 

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