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Ambiente

Disastro ecologico: da Israele una marea nera colpisce il sud del Libano

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianew

 

 

 

L’incidente è avvenuto nel porto israeliano di Ashdod, decine (o centinaia) di tonnellate di petrolio fuoriuscite da una nave. Gli esperti parlano di massa «importante» che è destinata a «peggiorare» nei prossimi giorni. Colpito l’80% del litorale fra Ras Naqoura e Tiro. Servono azioni immediate.

Un disastro ecologico di enormi proporzioni rischia di investire buona parte delle coste del Mediterraneo orientale.

Un disastro ecologico di enormi proporzioni rischia di investire buona parte delle coste del Mediterraneo orientale.

 

L’incidente dei giorni scorsi nel porto israeliano di Ashdod, il più importante del Paese, ha già provocato nelle ultime ore i suoi terribili effetti sulle spiagge del sud del Libano. Per gli esperti si tratta del peggiore disastro ecologico degli ultimi decenni.

 

Per gli esperti si tratta del peggiore disastro ecologico degli ultimi decenni

In un primo momento si era parlato di una non meglio precisata fuoriuscita di petrolio da imbarcazioni a largo della costa israeliana. Una nota preliminare diffusa poi dal Primo ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro dell’Ambiente Gila Gamliel lega la catastrofe a «decine, se non centinaia di tonnellate di petrolio fuoriuscite da una nave, nel porto di Ashdod».

 

La marea nera ha già raggiunto in due giorni le coste del sud Libano, dove sorgono alcune delle più belle riserve naturali del Paese, e a Beirut è già scattato l’allarme per le sabbie bianche, i suoi ciottoli, le rocce e persino le sue tartarughe colpite dalla fuoriuscita di petrolio. Lungo la costa che va da Ras Naqoura a Tiro, palline nere simili a catrame hanno invaso questi luoghi protetti, apprezzati tanto dai locali quanto dai turisti, formando una sorta di linea sporca e appiccicosa che punta verso nord.

 

L’origine dell’incidente è ormai accertata, ma restano ancora dubbi sulla reale portata del disastro, sulla natura del derivato petrolifero, sul volume e la effettiva pericolosità.

 

«Decine, se non centinaia di tonnellate di petrolio fuoriuscite da una nave, nel porto di Ashdod»

Tutti elementi attorno ai quali si concentrano le indagini degli scienziati libanesi. «Al momento stiamo analizzando i campioni raccolti» sottolinea a L’Orient-Le Jour (LOJ) il segretario generale del Consiglio nazionale della ricerca scientifica del Libano (CNRS-L ), Mouïn Hamzé.

 

«Non possiamo commentare al momento – aggiunge – la componente della materia inquinante giunta a Tiro, né su come poterla trattare».

 

Ambientalisti ed esperti non nascondono le proprie preoccupazioni per la «marea nera» che ha già percorso un lungo tratto di mare, con una situazione «destinata a peggiorare nei prossimi giorni».

 

«In questa regione – prosegue Hamzé – le correnti marine circolano da sud verso nord. Questo è il motivo per cui dal porto di Ashdod è andata verso il sud del Libano. E potrebbe proseguire la sua corsa verso nord» a meno che «non si diriga in mare aperto, opzione preferibile» rispetto ad un «deposito sul fondale».

 

Da Beirut non mancano accuse per il mancato allarme da parte delle autorità israeliane, dall’Onu e dal Plan Bleu, l’organismo del Programma ambiente Mediterraneo delle Nazioni Unite.

 

«Vero è che non si può fare molto contro una marea nera – conclude Mouïn Hamzé – ma avremmo almeno provato a contenerla e a prepararci. Senza dimenticare che una catastrofe di tale entità implica anche una assunzione di responsabilità».

 

Hassan Hamza, direttore della riserva naturale marina di Tiro, sottolinea che «almeno sei siti sono già stati toccati dalla marea nera, ovvero l’80% del litorale fra Ras Naqoura e Tiro. Ora dobbiamo prepararci a un’opera di pulizia che si preannuncia lunga».

 

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Immagine d’archivio

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Ambiente

La Libia chiede un’indagine internazionale sull’attacco alla petroliera russa

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Le organizzazioni internazionali dovrebbero indagare sull’attacco a una petroliera russa nel Mediterraneo al largo delle coste libiche, ha dichiarato all’agenzia stampa governativa Sputnik Adel Abdelkafi, consigliere per la sicurezza nazionale del Consiglio Supremo di Stato libico (SSC).

 

Il ministero dei Trasporti russo aveva dichiarato il 3 marzo che la petroliera russa Arctic Metagaz era stata attaccata da imbarcazioni ucraine senza equipaggio al largo delle coste libiche, in prossimità delle acque territoriali maltesi nel Mar Mediterraneo.

 


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«Questa vicenda richiede l’attenzione degli organi o delle organizzazioni internazionali competenti, con esperienza nella risoluzione di incidenti di questo tipo, al fine di prevenire conseguenze negative per la costa libica, il territorio libico e i suoi cittadini», ha dichiarato Abdelkafi, sottolineando che, insieme alle organizzazioni internazionali, anche l’attenzione degli stati costieri del Mediterraneo è fondamentale per prevenire tali attacchi, proteggere l’ambiente marino e garantire la sicurezza di questi Paesi.

 

In precedenza, la National Oil Corporation (NOC) libica aveva affermato di poter gestire le conseguenze dell’attacco ucraino alla petroliera russa di GNL al largo delle coste libiche. La petroliera di GNL verrà rimorchiata in uno dei porti della compagnia.

 

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha precisato che la nave cisterna per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL), che trasportava 100.000 metri cubi di gas naturale liquefatto, ha perso propulsione e potenza, subendo un incendio e una conseguente esplosione di gas. Tutti i 30 membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo, ma due marinai sono rimasti feriti.

 

La nave è ora alla deriva nel Mediterraneo tra la Sicilia e Malta. Attivisti ambientalisti dicono che potrebbe esplodere creando un disastro ecologico marittimo.

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Ambiente

«Un crimine che segnerà generazioni»: l’Iran accusa Israele di ecocidio

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha chiesto che Israele venga «punito per i suoi crimini di guerra» contro la Repubblica islamica.   I bombardamenti dei depositi di carburante a Teheran da parte delle autorità israeliane «violano il diritto internazionale e costituiscono ecocidio», ha scritto su X.   Araghchi ha messo in guardia sul fatto che gli attacchi potrebbero provocare danni ambientali irreversibili, mettendo a rischio la salute dei residenti e contaminando il suolo e le falde acquifere per generazioni.   In precedenza, l’ambasciatore Amir Saeid Iravani aveva presentato formalmente una denuncia alle Nazioni Unite dopo che gli attacchi ai depositi di carburante avevano generato aria tossica e piogge acide, esponendo i civili a gravi pericoli per la salute.   Come riportato da Renovatio 21, gli attacchi israeliani a Teheran hanno prodotto piogge acide e incendi che sono stati filmati pure per le strade della città.  

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Il portavoce del ministero degli Esteri iraniani ha dichiarato che gli attacchi «non sono altro che una guerra chimica intenzionale contro i cittadini iraniani. Le conseguenze di questa catastrofe ambientale e umanitaria non saranno limitate ai confini dell’Iran».   I grandi incendi di idrocarburi generano enormi quantità di sostanze chimiche tossiche e particolato fine, che comportano rischi immediati e prolungati per la salute. Fuliggine, ossidi di zolfo e di azoto, metalli pesanti e altre sostanze nocive colpiscono in misura particolare le persone con patologie respiratorie e gli anziani.   A lungo termine, questi inquinanti possono provocare gravi malattie, incluso il cancro. Una volta dispersi nell’atmosfera, possono viaggiare per migliaia di chilometri; depositati sul suolo, contaminano le falde acquifere.   Eventi analoghi provocati dall’uomo, come gli incendi dei pozzi petroliferi appiccati dalle forze di Saddam Hussein nel 2003 durante l’invasione statunitense, hanno prodotto effetti duraturi sulle truppe americane presenti sul campo. Gli incendi di Teheran si distinguono per la loro prossimità a un grande centro urbano, con un rischio maggiore di esposizione acuta.  

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Ambiente

Ghiacciaio antartico accusato di rubare il ghiaccio ai vicini

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Un ghiacciaio antartico – osservato dallo spazio –  è stato sorpreso a rubare ghiaccio al ghiacciaio vicino durante il suo scioglimento.

 

In uno studio pubblicato sulla rivista The Cryosphere, alcuni ricercatori dell’Università di Leeds in Inghilterra, hanno scoperto che un ghiacciaio dell’Antartide occidentale si è reso protagonista di un vero atto di «pirateria del ghiaccio», ossia aumentando di volume a discapito dei ghiacciai vicini che si stavano assottigliavano.

 

Utilizzando immagini satellitari scattate tra il 2005 e il 2022, gli scienziati sono rimasti sorpresi nell’apprendere che sebbene tre ghiacciai – Kohler East, Pope e Smith – avessero iniziato a ritirarsi con una velocità superiore del 51% all’anno, il ghiacciaio vicino, Kohler West, aveva in realtà rallentato il suo avanzamento del 10%.

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Secondo Heather Selley, ricercatrice di dottorato a Leeds e autrice principale dell’articolo, queste diverse velocità di diradamento sembrano avere strane conseguenze.
«Riteniamo che il rallentamento osservato sul ghiacciaio Kohler West sia dovuto alla deviazione del flusso di ghiaccio verso il ghiacciaio vicino, il Kohler East», ha spiegato la scienziata in un comunicato stampa.

 

Questa «pirateria del ghiaccio» consiste nel fatto che la massa congelata viene «reindirizzato da un ghiacciaio all’altro, e il ghiacciaio che accelera, in sostanza, “ruba” il ghiaccio al suo vicino che rallenta».

 

Sebbene questo fenomeno non sia sconosciuto dagli studiosi di quetso ramo scientifico, in passato occorrevano centinaia o addirittura migliaia di anni perché si verificasse. Osservarlo accadere in un periodo di soli diciotto anni è stato «affascinante», ha sottolineato la Selley, ma allo stesso tempo potrebbe anche creare delle preoccupazioni alla comunità scientifica.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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