Spirito
«De-significazione della Liturgia» e gatekeeper della Messa antica: intervento di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

Argumentum ex concessis
Marginalia ad un articolo dell’abbé Claude Barthe
Si enim secundum carnem vixeritis, moriemini:
si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis.
Infatti, se vivete secondo la carne, morirete;
ma se mediante lo Spirito farete morire le opere della carne, vivrete.
Rom 8, 13
L’intervento dell’Abbé Barthe, pubblicato di recente su Duc in altum nella traduzione italiana (1), merita qualche attenzione. Ciò che in esso vi è di più interessante non è tanto la sua valutazione del neoeletto Leone XIV, né il realismo pragmatico con il quale egli riconosce a Prevost la continuità con il predecessore o auspica un allentamento delle restrizioni sulla Liturgia tradizionale.
Scrive l’Abbé Barthe:
«C’è un paradosso, addirittura un rischio, per coloro che invocano la libertà per la liturgia e il catechismo tradizionali: quello di vedersi accordare una sorta di “autorizzazione” alla cattolicità liturgica e dottrinale. Abbiamo già avuto modo di citare come esempio la situazione paradossale creatasi nel XIX secolo nel sistema politico francese, quando i più duri fautori della Restaurazione monarchica, nemici per principio delle libertà moderne introdotte dalla Rivoluzione, lottavano in continuazione affinché si lasciasse loro uno spazio di vita e di espressione, libertà di stampa, libertà d’insegnamento. A parità di condizioni, nel sistema ecclesiale del XXI secolo, almeno nell’immediato, un allentamento del dispotismo ideologico della riforma potrebbe esser benefico. Ma, probabilmente vantaggioso sul breve e medio termine, potrebbe risultare, in ultima analisi, radicalmente insoddisfacente».
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Ciò che credo vada evidenziato è il monito, nemmeno troppo velato, che l’Abbé Barthe rivolge a quanti ricorrono agli argomenti dell’avversario per ottenere una legittimazione nel mondo ecclesiale, applicando l’argumentum ex concessis (2). In questo caso, «coloro che invocano la libertà per la liturgia e il catechismo tradizionali» – e che condannano la sinodalità bergogliana – si appellano a quella stessa sinodalità perché le «comunità Summorum Pontificum» siano riconosciute come una tra le tante espressioni del composito poliedro ecclesiale.
La denuncia dell’Abbé Barthe svela non un paradosso, ma il paradosso, la contraddizione che inficia alla radice ogni attestazione di ortodossia da parte dei sedicenti conservatori: l’accettazione dei principi rivoluzionari della cosiddetta «chiesa sinodale» quale controparte (incompleta, peraltro) del farsi da essa tollerare. In realtà, questo scambio non è per nulla alla pari.
La «chiesa sinodale» si limita ad applicare anche ai conservatori quella legittimità all’esistenza che riconosce a qualsiasi altro «movimento» o «carisma» presente nella poliedrica compagine ecclesiale, ma si guarda bene dal riconoscere che le loro istanze possano andare oltre una mera concessione di ordine estetico e cerimoniale.
Il contratto non scritto tra conservatori e gerarchia post-bergogliana prevede che le «preferenze liturgiche» di un gruppo di chierici e di fedeli possano essere tollerate se e solo se essi si astengono dall’evidenziare l’eterogeneità, l’incompatibilità e l’alienità tra l’ecclesiologia e l’intero impianto dottrinale sottesi dal Vetus Ordo e quelli espressi nel rito montiniano riformato.
L’Abbé Barthe non tace le criticità: riferendosi agli Elettori di Leone XIV li definisce «tutti del serraglio conciliare», dando prova di un certo coraggio, specialmente in considerazione del suo ruolo pubblico e della sua dipendenza da quei Prelati. Così come non tace l’inganno nel quale cadono coloro che appunto si avvalgono della libertà di religione per invocare per sé una tolleranza che non viene negata nemmeno agli adoratori degli idoli amazzonici.
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L’inganno è duplice: non solo per il paradosso che l’Abbé Barth ha giustamente evidenziato; ma anche e soprattutto per una trappola ben peggiore, costituita dall’accettare almeno implicitamente la forzata, innaturale e impossibile separazione tra la forma cerimoniale del rito e la sua sostanza dottrinale.
Questa è un’operazione di de-significazione della Liturgia, che consiste nel vedersi riconosciuto il diritto di celebrare in Rito Tridentino a condizione che di quel rito il celebrante non accetti anche le implicazioni dottrinali e morali. Ma se quel «sacerdote Summorum» accetta questo principio, deve accettare anche la sua applicazione inversa.
Nel momento infatti in cui si ammette che la Liturgia può essere celebrata facendola prescindere dalla dottrina tradizionale che essa esprime – una dottrina in cui la «chiesa sinodale» non si riconosce e che considera altra da sé – si finisce per accettare che anche la liturgia riformata possa prescindere dagli errori e dalle eresie che insinua e che nessun Cattolico degno di questo nome può assolutamente ratificare.
Così facendo, tuttavia, si fa il gioco dell’avversario, nell’illusione di poter essere più scaltri del diavolo. Tutto si riduce ad una questione di vestiario e di coreografia, di estetica e di sentimento che appaga o meno il gusto personale, come hanno confermato le recenti parole del card. Burke: «non si può prendere qualcosa di così ricco di bellezza e iniziare a togliere gli elementi belli senza che questo abbia un effetto negativo» (3). Nulla di più alieno alla mens della Liturgia Romana, secondo la quale la bellezza delle cerimonie è tale perché necessaria espressione del Vero che insegna e del Bene che pratica.
La «chiesa sinodale» annette i conservatori nell’agognato pantheon non solo perché dà loro ciò che essi vogliono – pontificali solenni celebrati da Prelati influenti, senza implicazioni dottrinali – ma anche perché nessuno degli interlocutori della Santa Sede ha la minima intenzione di pretendere altro; e quand’anche qualcuno osasse chiedere di più, prontamente interverrebbe il gatekeeper di turno – letteralmente, l’ostiarius – a richiamare alla «prudenza» e alla «moderazione», più preoccupato di non perdere la propria posizione di prestigio che delle sorti della resistenza cattolica.
A ciò si affianca la politica del «chiudi la bocca» (4) auspicata da Trad Inc (5), secondo la quale le possibili concessioni che i moderati sperano di ottenere da Leone suggeriscono di non criticarlo apertamente per non alienarselo.
La via della persecuzione, dell’ostracismo, della scomunica non sembrano far parte delle ipotesi dei miei confratelli: si direbbe siano già rassegnati a un destino di tolleranza, nel quale non possono né essere veramente cattolici, né pienamente sinodali; né amici di chi combatte il nemico infiltrato nella Chiesa, né di chi cerca di sostituirla con un surrogato umano di ispirazione massonica.
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A questi tiepidi il Signore chiederà conto con maggior severità di quanto non farà con tanti poveri parroci che hanno ben altre e più pressanti priorità pastorali. C’è da sperare che il monito dell’Abbé Barthe non cada inascoltato, perché l’ora della battaglia si avvicina e farsi trovare sguarniti e impreparati, in questi frangenti, sarebbe da irresponsabili.
Ed è proprio in tempo di persecuzione che dobbiamo ritrovare l’attualità e la validità delle parole di San Vincenzo di Lerino (6):
In ipsa item catholica ecclesia magnopere curandum est ut id teneamus quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est; hoc est etenim vere proprieque catholicum. (7)
Se vi è qualcosa che non soddisfa questi tre criteri – il semper, l’ubique e l’ab omnibus – essa va respinta come eretica. Questa norma ci mette al riparo dagli errori diffusi dai falsi pastori, nella serena certezza di agire conformemente alla Tradizione e di poter così supplire, a causa del presente stato di necessità, alla latitanza dell’Autorità ecclesiastica.
+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo
3 Settembre MMXXV
S.cti Pii X Papæ, Conf.
NOTE
1 – Abbé Claude Barthe, Leone, il pompiere nella Chiesa divorata dal fuoco della divisione. Ma quale unità ricerca?, pubblicato su Duc in Altum il 9 Agosto 2025
2 – L’argumentum ex concessis è una tecnica retorica e logica in cui un interlocutore utilizza le premesse, gli argomenti o le affermazioni accettate dall’avversario per costruire la propria argomentazione, spesso per confutarlo o dimostrare l’incoerenza della sua posizione. Questa strategia si basa sull’idea di accettare temporaneamente le affermazioni dell’avversario (le «concessioni») e usarle per derivare conclusioni che lo mettono in difficoltà o avvalorano la propria tesi.
3 – «You don’t take something so rich in beauty and start stripping away the beautiful elements without having a negative effect.» Cfr. qui.
4 – Zip it, in inglese. Cfr. qui.
5 –Trad Inc è l’espressione americana – che si potrebbe tradurre in italiano con Tradizione Spa – con la quale si indicano i fedeli e i blog di area conservatrice organizzati come aziende, che agiscono secondo logiche di mercato nella dipendenza dagli azionisti.
6 – San Vincenzo di Lerino, Commonitorium, 2.
7 – In italiano: Nella stessa Chiesa cattolica, bisogna avere la massima cura di mantenere ciò che è stato creduto sempre, ovunque e da tutti; questo è infatti veramente e propriamente cattolico.
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Immagine di Xavier Boudreau via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Immigrazione
Vescovo spagnolo denuncia: «strumentalizzazione geopolitica» a Ceuta
«La carità non può mai essere disgiunta dalla prudenza»
Il prelato ha anche espresso la propria posizione sul controverso tema delle espulsioni di migranti. «Penso che le associazioni o le ONG che definiscono immorali i respingimenti immediati abbiano torto», ha dichiarato. «Perché la difesa di una frontiera nazionale non è di per sé un atto di ostilità verso gli immigrati». Il vescovo di Orihuela-Alicante spiega che «il diritto di emigrare non equivale a un diritto incondizionato di stabilirsi in qualsiasi Paese, in spregio alle leggi che ne regolano l’accesso». Mons. Munilla prosegue esponendo la dottrina sociale della Chiesa a questo proposito: «La vera risposta morale esige dunque di conciliare due esigenze. Sì a un’accoglienza solidale verso chi ha veramente bisogno di un sistema di protezione, ma anche a una gestione responsabile della protezione delle frontiere. Quando uno di questi princìpi viene eretto ad assoluto al punto da annullare l’altro, cessiamo di servire il bene comune. La carità non può mai essere disgiunta dalla prudenza, così come la giustizia non può essere disgiunta dalla misericordia. La dottrina sociale della Chiesa non ci invita a scegliere tra l’una o l’altra, ma a trovare un equilibrio. E solo a partire da questo equilibrio possiamo affrontare una delle sfide più complesse che oggi ci troviamo di fronte». Non ha esitato a evocare le conseguenze inevitabili di una simile migrazione: se si dà l’impressione che basti varcare fisicamente una frontiera per ottenere automaticamente un diritto di soggiorno, ciò può incitare a correre rischi sempre maggiori. Per questo ritiene che certi respingimenti possano contribuire a evitare situazioni di violenza, a condizione che siano effettuati nel rispetto della dignità delle persone e tenendo conto delle circostanze particolari. La posizione cattolica, ha concluso mons. Munilla, obbliga proprio a evitare due estremi: ignorare la sofferenza di chi ha veramente bisogno di protezione e negare agli Stati la responsabilità di organizzare l’immigrazione e di proteggere le proprie frontiere. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Impedito al pellegrinaggio annuale del Summorum Pontificum l’ingresso a San Pietro
Secondo un comunicato diffuso venerdì, ai fedeli che parteciperanno al pellegrinaggio Summorum Pontificum di questo fine settimana non sarà più consentito l’ingresso nella Basilica di San Pietro. Lo riporta LifeSite.
La vaticanista Diane Montagna, citando Christian Marquant, principale organizzatore del pellegrinaggio, ha riferito venerdì che il Vaticano avrebbe impedito a sacerdoti, religiosi e fedeli laici partecipanti al 15° pellegrinaggio annuale Summorum Pontificum di entrare nella Basilica di San Pietro sabato 24 ottobre, come originariamente previsto.
Ciò amplia notevolmente le restrizioni sul pellegrinaggio tradizionalista, poiché al vescovo Athanasius Schneider era già stato negato il permesso di celebrare la messa del 24 ottobre a San Pietro, ma i pellegrini avrebbero comunque dovuto entrare in processione e pregare nell’antica basilica sabato pomeriggio. «Non è consentito l’ingresso della vostra processione nella Basilica di San Pietro», si legge in una lettera della Segreteria di Stato vaticana, secondo quanto riportato da Marquant.
«Non entreremo in San Pietro domani», aveva letto Marquant ai pellegrini venerdì , aggiungendo che erano state mosse accuse secondo cui la messa del 2025 a San Pietro sarebbe stata «strumentalizzata». La Segreteria di Stato vaticana aveva negato al vescovo Schneider il permesso di celebrare la Messa pontificale del pellegrinaggio all’interno della Basilica di San Pietro sabato.
«La Segreteria di Stato ha inviato agli organizzatori una lettera in cui si spiegava che, almeno per quest’anno, non sarebbe stata concessa l’autorizzazione per la Messa Pontificia nella Basilica di San Pietro», ha dichiarato all’epoca a LifeSiteNews una fonte molto vicina agli organizzatori del tradizionale pellegrinaggio. «Le vere ragioni sono sconosciute. Sembra molto strano che oggi i cosiddetti cattolici LGBT possano ottenere una Messa speciale a San Pietro più facilmente dei cattolici legati alla Tradizione della Chiesa».
Il vescovo Schneider celebrerà invece la Messa pontificale alle 15:00 sull’altare maggiore della Basilica papale di Santa Maria Maggiore, ironicamente proprio la chiesa dove è sepolto Papa Francesco, il cui motu proprio Traditionis Custodes del 2021 ha ribaltato il Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI e ha imposto pesanti restrizioni alla celebrazione della Messa tridentina.
Nonostante questa restrizione, il programma ufficiale annunciava che il pellegrinaggio avrebbe comunque fatto tappa alla Basilica di San Pietro, avrebbe venerato la tomba dell’apostolo Pietro all’Altare della Confessione e avrebbe incluso un momento di preghiera il sabato prima della messa delle 15:00 a Santa Maria Maggiore.
Secondo un’altra fonte consultata da Ad Vaticanum, la difficoltà nell’ottenere il permesso per la Messa Pontificia di quest’anno è stata la conseguenza della reazione alla celebrazione dello scorso anno. La risposta alla «concessione» di papa Leone XIV per il 2025 è stata vista dalla «cerchia» del papa e dallo staff della Basilica di San Pietro, guidato dal discusso cardinale Mauro Gambetti, come un «atto di esultanza». «Questa percezione non è stata ben accolta», ha dichiarato la fonte al giornale.
Questi cambiamenti segnano un’inversione di tendenza rispetto al pellegrinaggio del 2025, quando la Messa tridentina fu celebrata all’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro dal Cardinale Raymond Leo Burke. Per diversi anni prima di allora, il pellegrinaggio non aveva potuto celebrare la Messa pontificale all’interno della basilica vaticana a seguito della promulgazione della Traditionis Custodes.
Nelle ultime ore sono uscite le tristi immagini dei pellegrini da tutto il mondo lasciati fuori dalla Basilica.
LATEST: A few photos from today’s ‘Summorum Pontificum’ pilgrimage. Vatican and Italian security allowed pilgrims to enter the square as far as the obelisk, but as reported yesterday, the Vatican Secretariat of State barred the procession from entering St. Peter’s Basilica to pray at the tomb of St. Peter.
I asked a Vatican security official what he thought of the group. He said: “Very beautiful and peaceful.”
— Diane Montagna (@dianemontagna) October 24, 2026
Il vaticanista Michale Haynes ha ulteriormente commentando danno una versione dettagliata dei fatti, che dà un quadro ancora più raggelante della situazione.
Some theories are circulating online about the Latin Mass pilgrimage, spread by people unconnected with it.
Some clarity below —
Organisers asked for permission for the Vatican Mass, via a letter delivered directly to Pope Leo by Bishop Schneider in December. The pilgrimage is in its 15th year, and is always held on the same date.
Organisers received no answer about the Mass until August, when the Secretariat of State replied to say they could not have Mass in the Vatican. Pilgrimage organisers then announced publicly that no Mass would take place in the Vatican.
Instead, pilgrims would process into the Vatican at 1pm on the Saturday, and then go to St Mary Major for a 3pm Mass. Permission for the procession into the Vatican was granted in April 2026.
Weeks after this, in September, St Peter’s announced an event taking place at 3:30pm at the Altar of the Chair (used by the pilgrimage last year for Mass).
Then this week – just yesterday I am told – organisers received another letter from the Secretariat of State informing them they could not even process into the Vatican as planned, and as permitted since April. Basilica events are not the prerogative of the Secretariat but of the Archpriest & the Fabric of St Peter’s: hence why the Secretariat of State’s involvement is so strange.
On Saturday, pilgrims walked through the streets up to the obelisk in St. Peter’s Square – accompanied by Italian state police – where they were stopped by the Vatican as this was the limit of the Italian police’s jurisdiction.
Then they were informed that their usage of St Mary Major’s had changed: they could only be inside for an hour.
Thus meaning that the planned and authorised pontifical solemn Mass would have to be a low Mass.
Also St Mary Major’s informed pilgrimage that no official photos could be taken
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) October 24, 2026
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«Circolano online alcune teorie sul pellegrinaggio della Messa in latino, diffuse da persone estranee all’evento. (…) Gli organizzatori hanno richiesto il permesso per la Messa in Vaticano, tramite una lettera consegnata direttamente a papa Leone dal Vescovo Schneider a dicembre. Il pellegrinaggio, giunto alla sua quindicesima edizione, si svolge sempre nella stessa data».
«Gli organizzatori non hanno ricevuto risposta in merito alla Messa fino ad agosto, quando la Segreteria di Stato ha comunicato che non era possibile celebrare la Messa in Vaticano. Gli organizzatori del pellegrinaggio hanno quindi annunciato pubblicamente che non si sarebbe tenuta alcuna Messa in Vaticano. I pellegrini avrebbero invece partecipato alla processione in Vaticano alle 13:00 del sabato, per poi recarsi alla chiesa di Santa Maria Maggiore per la Messa delle 15:00. Il permesso per la processione in Vaticano è stato concesso nell’aprile del 2026».
«Alcune settimane dopo, a settembre, la chiesa di San Pietro ha annunciato un evento che si sarebbe tenuto alle 15:30 presso l’Altare della Cattedra (utilizzato per la Messa del pellegrinaggio l’anno precedente). Poi questa settimana – proprio ieri, a quanto pare – gli organizzatori hanno ricevuto un’altra lettera dalla Segreteria di Stato che li informava che non avrebbero potuto nemmeno entrare in Vaticano come previsto e come consentito da aprile».
«Gli eventi nella Basilica non sono prerogativa della Segreteria, ma dell’Arciprete e della Società di San Pietro: ecco perché il coinvolgimento della Segreteria di Stato è così strano. Sabato, i pellegrini hanno percorso le strade fino all’obelisco in Piazza San Pietro – accompagnati dalla polizia di Stato italiana – dove sono stati fermati dal Vaticano, poiché questo era il limite della giurisdizione della polizia italiana».
«Sono stati poi informati che l’utilizzo della Basilica di Santa Maria Maggiore era cambiato: potevano rimanervi solo per un’ora. Questo significava che la Messa solenne pontificale prevista e autorizzata avrebbe dovuto essere una Messa bassa. Inoltre, la Basilica di Santa Maria Maggiore ha informato i pellegrini che non era consentito scattare foto ufficiali».
È chiaro che la guerra del papato di Leone contro la Tradizione è ora slatentizzata: ora i nemici della tradizione non si nascondono più, arrivando persino ad umiliare platealmente coloro che vogliono sottomettersi ai loro diktat.
Ogni rito, ogni falsa religione, ogni follia moderna va bene al papato conciliare. Una cosa solo non vogliono: la messa in latino. Cioè, l’unica cosa che il Vaticano respinge con ogni forza, ora, è il cattolicesimo stesso.
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Immagine da Twitter
Spirito
Mons. Viganò: ecco la perversione della chiesa sinodale
Bernardin fu intimo di Theodore McCarrick, che alla sua morte lo definì «sacerdote buono e santo» e «caro amico», fu tra i primi a essere avvertito delle lettere che preannunciavano lo scandalo di McCarrick e ne condivise l’ambiente. A queste amicizie si aggiungono le accuse di aggressione sessuale mosse da James Grein, vittima dello stesso McCarrick, relative a un episodio del 1977 sul lago di Ginevra, nonché le testimonianze e i documenti interni che lo indicano coinvolto in pratiche sataniste, con rito di profanazione dell’Eucarestia e abusi rituali. Tutto questo viene omesso o taciuto mentre si propone Bernardin come modello. La stessa logica presiede alla canonizzazione informale di altri personaggi non meno turpi. Si pensi a don Lorenzo Milani, elevato a icona della pedagogia progressista e della disobbedienza selettiva. Le sue lettere – quelle che un certo linguaggio «franco e crudo» non riesce a riscattare – contengono espressioni di una indecente volgarità e di una ambiguità che rivelano la corruzione della volontà e dei costumi: frasi in cui l’«amore» per i ragazzi viene declinato con riferimenti espliciti, mascherate da paradosso o da iperbole. Questo è il sintomo di un intelletto pervertito che la chiesa conciliare e sinodale ha preferito elevare a maestro piuttosto che condannare. La chiesa conciliare e sinodale si riconosce precisamente da questi «santi» che si sceglie: non i martiri e i confessori della Fede, ma i promotori dell’errore, i complici delle reti di abuso, i maestri di una pedagogia che dissolve l’autorità e la purezza. Invece di condannare l’iniquità, la celebra e la istituzionalizza. Quando l’autorità visibile eleva a modello chi ha operato contro il Depositum fidei e contro la legge naturale, essa cessa di trattenere il mistero dell’iniquità e ne diventa il principale veicolo. Non ratifichiamo questa operazione dell’errore. Rimaniamo saldi nella Tradizione che i veri Santi hanno custodito, e che i falsi santi hanno tradito. + Carlo Maria Viganò Arcivescovo Renovatio 21 offre questa lettera di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.La chiesa sinodale si riconosce dai “santi” che si sceglie.
Nel fine settimana appena trascorso, tra Tonadico, Primiero, Rovereto e Trento, la gerarchia post-bergogliana ha celebrato con solennità il trentesimo anniversario della morte del cardinale Joseph Bernardin, esaltandolo — per voce del suo successore a Chicago, Blase Cupich, e attraverso gli organi ufficiali della Santa Sede — come “esempio attuale per la Chiesa e il mondo”. Non è un episodio isolato: è la prosecuzione, in mille maniere, dell’esaltazione sistematica di quei figuri del postconcilio i quali, pervertiti nell’intelletto e corrotti nella volontà e nei costumi, hanno contribuito a demolire la Fede e la morale cattolica. Bernardin fu l’architetto della cosiddetta “etica coerente della vita”, quella tunica inconsutile che equipara l’aborto ad altre questioni sociali, fornendo per decenni copertura ai politici sedicenti cattolici che votavano la morte dei nascituri. Bernardin fu intimo di Theodore McCarrick, che alla sua morte lo definì “sacerdote buono e santo” e “caro amico”, fu tra i primi a essere avvertito delle lettere che preannunciavano lo scandalo di McCarrick e ne condivise l’ambiente. A queste amicizie si aggiungono le accuse di aggressione sessuale mosse da James Grein, vittima dello stesso McCarrick, relative a un episodio del 1977 sul lago di Ginevra, nonché le testimonianze e i documenti interni che lo indicano coinvolto in pratiche sataniste, con rito di profanazione dell’Eucarestia e abusi rituali. Tutto questo viene omesso o taciuto mentre si propone Bernardin come modello. La stessa logica presiede alla canonizzazione informale di altri personaggi non meno turpi. Si pensi a don Lorenzo Milani, elevato a icona della pedagogia progressista e della disobbedienza selettiva. Le sue lettere — quelle che un certo linguaggio “franco e crudo” non riesce a riscattare — contengono espressioni di una indecente volgarità e di una ambiguità che rivelano la corruzione della volontà e dei costumi: frasi in cui l’“amore” per i ragazzi viene declinato con riferimenti espliciti, mascherate da paradosso o da iperbole. Questo è il sintomo di un intelletto pervertito che la chiesa conciliare e sinodale ha preferito elevare a maestro piuttosto che condannare. La chiesa conciliare e sinodale si riconosce precisamente da questi “santi” che si sceglie: non i martiri e i confessori della Fede, ma i promotori dell’errore, i complici delle reti di abuso, i maestri di una pedagogia che dissolve l’autorità e la purezza. Invece di condannare l’iniquità, la celebra e la istituzionalizza. Quando l’autorità visibile eleva a modello chi ha operato contro il Depositum fidei e contro la legge naturale, essa cessa di trattenere il mistero dell’iniquità e ne diventa il principale veicolo. Non ratifichiamo questa operazione dell’errore. Rimaniamo saldi nella Tradizione che i veri Santi hanno custodito, e che i falsi santi hanno tradito. https://t.co/q7imr2rVQ0 — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 20, 2026
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