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Politica

Da nazionalista etnico a cocco dell’Occidente: chi era Navalnij?

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Aleksej Navalnij è morto venerdì in una colonia carceraria a nord del circolo polare artico dove stava scontando una condanna a 19 anni per attività estremiste. Aveva 47 anni. Al momento si parla di un «collasso»: secondo il servizio penitenziario, il 47enne si è sentito male e ha perso conoscenza dopo una passeggiata, ed è stato dichiarato morto poco dopo dai medici.

 

La testata governativa russa Russia Today offre un ritratto approfondito dell’evoluzione del personaggio.

 

In Occidente il Navalnij godeva della reputazione di critico del Cremlino e di «leader dell’opposizione» russa, tuttavia in Ucraina era considerato come un nazionalista russo. «Nella stessa Russia, la sua eredità è, nella migliore delle ipotesi, complicata» scrive RT.

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Nato nel 1976, Navalnij si è laureato in giurisprudenza nel 1998 e ha conseguito una laurea in finanza nel 2001. Durante la sua carriera si è occupato di diritto, investimenti e attivismo, ma ha continuato a tornare ciclicamente alla politica.

 

«Sono sempre stato ossessionato dalla politica», aveva dichiarato al quotidiano Kommersant-Money nel 2009.

 

Tra il 2000 e il 2007, Navalny è stato membro del partito liberale Yabloko («Mela»), prima di co-fondare un movimento nazionalista etnico chiamato «Narod» (popolo). È apparso in due famigerati video YouTube del movimento, uno che difendeva il diritto alle armi per combattere «mosche e scarafaggi» (indicando i musulmani), e un altro nel quale paragonava gli immigrati alla carie.

 

Nell’agosto 2008, Navalnij si era dichiarato a favore dell’intervento russo contro la Georgia a nome dell’assediata Ossezia del Sud; aveva quindi continuato a partecipare a tre manifestazioni annuali della «marcia russa» con sostenitori del nazionalismo etnico.

 

Secondo RT, «l’attivista Evgenia Albats ha poi affermato di aver esortato Navalnij a unirsi alle marce come un modo per sfruttare il nazionalismo etnico contro il Cremlino. Nel 2010, Albats avrebbe co-sponsorizzato il soggiorno di sei mesi di Navalnin negli Stati Uniti attraverso il programma Yale World Fellows».

 

A quel punto, Navalny aveva già fatto appello alla sua esperienza finanziaria per lanciare un gruppo di attivisti per gli investimenti chiamato «Unione degli azionisti di minoranza», che cercava di scuotere grandi aziende come Rosneft, Gazprom, Lukoil e altre. La sua rete di ONG, la Fondazione Anti-Corruzione (FBK), è stata registrata nel settembre 2011. Navalnij avrebbe continuato ad accusare il governo di Mosca, i governatori regionali e le aziende di frode, concussione e corruzione, venendo spesso denunciato per diffamazione.

 

Nel febbraio 2011, Navalnij si dilettava anche in politica, attaccando il partito al potere Edinaya Rossija – cioè Russia Unita, il partito di Putin – definendolo, con un’espressione divenuta celebre, partija zhulikov i vorov, cioè un partito di «truffatori e ladri» che quel dicembre avrebbe affermato che aveva rubato, a suo dire, le elezioni nazionali.

 

I media occidentali lo nominarono quindi come una sorta di «leader dell’opposizione russa» dopo aver tenuto una serie di discorsi durante le proteste antigovernative che ne sono seguite.

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Il culmine della carriera politica di Navalny è stata l’elezione a sindaco di Mosca del luglio 2013, quando ha ottenuto il 27,24% dei voti ma ha perso contro Sergej Sobjanin. Il suo tentativo di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2018 è stato bloccato a causa della sua fedina penale, riporta RT.

 

La prima condanna penale di Navalnij è stata per appropriazione indebita da parte della Kirovles, un’azienda forestale statale. Nel 2013 è stato condannato a cinque anni di carcere, pena poi modificata in libertà vigilata. Nel 2016 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha affermato che le sue azioni erano «indistinguibili da attività commerciali legittime».

 

Al processo, Navalny ha denunciato le accuse come motivate politicamente e si è scagliato contro il «disgustoso sistema feudale» in cui «cento famiglie» avrebbero saccheggiato la Russia.

 

Navalnij e suo fratello Oleg – un impiegato delle poste – sono stati accusati di appropriazione indebita nel 2012, per aver frodato la filiale russa del gigante francese dei cosmetici Yves Rocher. I fratelli furono giudicati colpevoli nel dicembre 2014, ma Aleksej ancora una volta ricevette solo la libertà vigilata.

 

Nel 2019, il governo russo ha etichettato la FBK di Navalny come un «agente straniero», limitandone gravemente le attività.

 

Nell’agosto 2020, Navalnij si è ammalato durante un volo da Tomsk a Mosca ed è stato trasportato in Germania per cure. I medici occidentali hanno affermato che era stato preso di mira con l’agente nervino «Novichok», cosa che Mosca ha respinto come «provocazione».

 

Al ritorno in Russia, Navalnij era arrestato per aver violato i termini della libertà vigilata e mandato in una colonia carceraria.

 

È stato colpito con ulteriori accuse di frode e oltraggio alla corte, ricevendo un’ulteriore condanna a nove anni nel 2022. Nell’agosto 2023, Navalnij è stato condannato ad altri 19 anni dietro le sbarre con l’accusa di «fomentare, finanziare e svolgere attività estremiste e “riabilitare l’ideologia nazista”», scrive RT. La FBK è stata chiusa per ordine del governo.

 

Nel dicembre 2023, Navalnij è stato trasferito in una colonia penale nella regione di Yamalo-Nenets, nel nord della Siberia.

 

In queste ore è arrivata anche la reazione del Cremlino. Il portavoce della presidenza russa Dmitrij Peskov ha dichiarato che il Servizio penitenziario federale russo (FSIN) sta adottando tutte le misure necessarie per indagare sulla morte di Navalnij.

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La FSIN «sta adottando tutte le misure necessarie in una situazione del genere», ha detto Peskov ai giornalisti. Pertanto non sarebbe necessaria un’indagine speciale, ha aggiunto.

 

Il portavoce del Cremlino ha detto che saranno i medici a stabilire la causa esatta della morte di Navalnij e che il presidente russo Vladimir Putin è stato tenuto informato della situazione.

 

In precedenza, una fonte sempre di RT aveva detto che Navalny sarebbe morto per un coagulo di sangue.

 

Il vicepresidente americano Kamala Harris ha dichiarato che «la Russia è responsabile» della morte di Navalnij, mentre il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha affermato che «l’UE ritiene il regime russo l’unico responsabile di questa tragica morte».

 

«Ovviamente si tratta di dichiarazioni assolutamente fanatiche», ha commentato Peskov. «Non ci sono informazioni sulla causa della morte. Consideriamo tali affermazioni assolutamente inaccettabili e inappropriate».

 

Come riportato da Renovatio 21, il Cremlino, a pochi giorni dalle elezioni, era l’ultima della realtà che avrebbe potuto vedere morto Navalnij, oramai lontano dalla scena pubblica.

 

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Politica

Hamas ha 90 giorni di tempo per disarmarsi

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Ad Hamas sono stati concessi 90 giorni per consegnare le armi pesanti e le mappe che illustrano la sua rete di tunnel sotterranei, in base a una nuova proposta di disarmo presentata nell’ambito del suo piano di pace con Israele.   La nuova proposta prevede che tutti i gruppi terroristici presenti a Gaza, non solo Hamas, ma anche la Jihad islamica e altri gruppi, si disarmino completamente nei prossimi mesi. Il movimento islamista palestinese ha ricevuto la proposta durante un incontro al Cairo presieduto dal politico e diplomatico bulagaro Nickolay Mladenov, rappresentante del presidente Trump nel Consiglio di pace di Gaza.   I combattenti islamici potrebbero inoltre ottenere l’immunità se consegnassero volontariamente le proprie armi.

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Mladenov ha insistito sul fatto che un piano di pace e la completa ricostruzione di Gaza richiedono «il disarmo totale di Hamas e di ogni gruppo armato, senza eccezioni né rinunce».   Sebbene Hamas abbia mostrato la volontà di rinunciare ad armi pesanti, inclusi lanciarazzi e missili, si è rifiutata di negoziare la consegna di armi leggere, che a suo dire sono necessarie per l’autodifesa.   La guerra a Gaza si è conclusa nell’ottobre del 2025, secondo i termini del piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente Trump. Il piano prevede che Hamas consegni le sue armi mentre Israele si ritira dal territorio.   Un governo tecnocratico apartitico, sotto la supervisione del Consiglio per la Pace, amministrerà il territorio, e una forza militare internazionale garantirà il mantenimento della pace.   Si prevede che Hamas risponderà alla proposta di disarmo la prossima settimana.

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Pensiero

Perché votiamo Sì al referendum

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Renovatio 21 voterà al referendum di domenica.

 

Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.

 

Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.

 

Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.

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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.

 

La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.

 

Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.

 

Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…

 

Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.

 

E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.

 

Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?

 

Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.

 

Per cui, noi domenica votiamo .

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Necrocultura

Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore

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È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.   Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.   Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.

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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.   Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…   Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.   Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.   Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».   «In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.   Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».   Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».

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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».   Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.   Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.   Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.   Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.   Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.   Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.   Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.   Roberto Dal Bosco

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