Politica
Costantinopoli, per il sindaco (incarcerato) Imamoglu anche l’accusa di spionaggio
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Dalla cella il leader dell’opposizione definisce il nuovo procedimento è un «complotto» per estrometterlo dalla scena politica. Per analisti e oppositori è un tentativo di governo e AKP – sconfitti alle urne – di assumere il controllo della metropoli. I due volti della Turchia di Erdogan: repressione e carcere per gli oppositori e critici sul fronte interno, mediatore per la pace a Gaza (e in Siria).
Dopo le imputazioni per corruzione e legami con organizzazioni terroristiche, per il sindaco di Istanbul e leader dell’opposizione Ekrem Imamoglu – in carcere dal marzo scorso ma pur sempre il principale rivale del presidente Recep Tayyip Erdogan – arriva anche quella di «spionaggio politico».
Un tribunale turco ha emanato un ordine di arresto – emettere un mandato per una persona già in cella è una pratica tutt’altro che inusuale per il Paese – per il primo cittadino della capitale economica e commerciale, segnando un’ulteriore escalation in un’ottica di repressione. Per critici e cittadini scesi in piazza anche oggi a manifestare sfidando i divieti, il nuovo procedimento è un segnale della «politicizzazione» dei tribunali e l’uso ad orologeria della giustizia, accuse respinte dal governo di Ankara che rivendica l’indipendenza dei giudici.
Il sindaco è apparso ieri in tarda mattinata davanti ai giudici del tribunale di Caglayan, per rispondere dei nuovi capi di imputazione a suo carico in un crescendo di attacchi e incriminazioni, mentre all’esterno un migliaio di sostenitori si sono riuniti per manifestare. Dopo diverse ore l’entourage di Imamoglu ha diffuso una nota, ripresa dalla stampa turca, in cui egli respinge le accuse: «non ho assolutamente alcuna conoscenza o connessione con le agenzie di intelligence o i loro dipendenti» bollandole come «assurde» e collegate a una «complotto» per estrometterlo dalla scena politica.
«Sarebbe più realistico dire» ha concluso «che ho incendiato Roma».
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All’esterno del tribunale, il leader del Partito popolare repubblicano (CHP) Ozgul Ozel ha parlato a una folla di sostenitori e simpatizzanti riunita per protestare contro il nuovo procedimento a carico del sindaco, sorvegliati a vista da poliziotti in tenuta antisommossa. «Lo hanno chiamato ladro, non ha funzionato; lo hanno chiamato corrotto, non ha funzionato; lo hanno accusato di sostenere il terrorismo, non ha funzionato» ha detto di Imamoglu il presidente del CHP. «Ora, come ultima risorsa, hanno cercato di chiamarlo spia. Vergogna su di loro!» ha gridato Ozel, anch’egli finito nel mirino della magistratura.
Il 24 ottobre scorso, infatti, il tribunale ha respinto il processo intentato dal governo a carico del principale partito di opposizione (il Partito Popolare Repubblicano, CHP), che mirava all’annullamento del congresso 2023 e all’elezione del suo leader. Una decisione che sembrava aver allentato la morsa voluta dal presidente Recep Tayyip Erdogan contro il principale schieramento rivale, con decine di sindaci e alte personalità del partito finite sotto processo o già condannate.
Per la Corte le (presunte) irregolarità non hanno alcuna rilevanza giuridica. In realtà, a distanza di pochi giorni è giunta la notizia delle nuove accuse contro Imamoglu in un quadro di continua repressione.
Analisti ed esperti sottolineano che il nuovo attacco al primo cittadino sia un tentativo del governo e del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) – sconfitto alle urne – di assumere il controllo di Istanbul, una metropoli dall’importanza strategica. Imamoglu parla di «calunnie, bugie e cospirazioni», ma resta il fatto che le accuse potrebbero consentire al governatore nominato dallo Stato di assumere per via giudiziale la guida della città. Secondo l’analista di GlobalSource Partners Atilla Yesilada il ministero turco degli Interni ha infatti l’autorità di licenziare Imamoglu e sostituirlo con un fiduciario, assestando un colpo durissimo al partito di opposizione.
Del resto già nel settembre scorso, e nel silenzio internazionale, la magistratura – col benestare del governo – ha di fatto azzerato – e commissariato – i capi del Partito Popolare Repubblicano (CHP), principale movimento di opposizione del Paese, a Istanbul.
Inoltre si sono registrati diversi arresti fra quanti sono scesi in piazza a dimostrare, oltre al blocco di internet e il divieto di manifestazioni nel tentativo di «oscurare» dissenso e malcontento fra la popolazione contraria alla deriva autoritaria impressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Il giro di vite è parte di una più ampia campagna che si è intensificata dopo le schiaccianti vittorie dell’opposizione nelle elezioni locali del marzo 2024.
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Dall’ottobre dello scorso anno i pubblici ministeri e la polizia hanno condotto indagini su corruzione e terrorismo che hanno portato a centinaia di arresti, tra cui quello, avvenuto a marzo, del sindaco di Istanbul, la personalità più importante finita in cella. Decine di sindaci e amministratori CHP sono stati incarcerati in attesa di processo, con ripercussioni anche economiche per turbolenze sui mercati e preoccupazione di investitori stranieri, mentre il partito ha trasferito la sede provinciale a Istanbul per sfuggire alla morsa della magistratura.
Se, sul fronte interno, il governo di Ankara e il presidente Erdogan alimentano la repressione contro oppositori e critici, a livello internazionale cercano di capitalizzare il ruolo di attore regionale sul fronte mediorientale e un ruolo nella tregua a Gaza e sulla nascitura forza di stabilizzazione. Un tentativo di rafforzare la propria immagine, ben rappresentato dalla foto a Sharm el-Sheikh in cui Erdogan si ergeva in prima fila accanto al padrone di casa Abdel Fattah al-Sisi e al presidente USA Donald Trump, artefice del piano di pace per la Striscia.
Anche in queste ore Erdogan ha insistito per garantire ad Ankara un ruolo nella risoluzione dei vari scenari di crisi dalla Siria all’Ucraina fino alla Striscia. «Ora vi è una Turchia nella regione e nel mondo» ha affermato il presidente «che è rinomata per la sua promessa di esportare pace e stabilità» in quanto «potenza globale» in una prospettiva di «pace, armonia e stabilità».
Un tentativo di leadership, quello turco, che parla di pace ma non disdegna di mostrare i muscoli: è attesa la visita in Turchia del premier Keir Starmer per discutere della vendita, attualmente in sospeso, di 40 jet Eurofighter Typhoon, che secondo le intenzioni di Erdogan dovrebbero rafforzare la pattuglia dei caccia assieme agli F-16 ed F-35 USA.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Politica
Immagini dagli scontri tra polizia e manifestanti anti-Olimpiadi
Flares fired at police and media in Milan as anti-Olympics protests spread
Thousands marched past Olympic Village opposing Milano Cortina 2026 Italy passed preventive detention decree 🅱️efore the Games opened Protesters say public funds burned on Olympics instead of healthcare pic.twitter.com/2XYDvi5L7R — Boi Agent One (@boiagentone) February 7, 2026
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Politica
Note sulla campagna elettorale giapponese
Purtroppo non ci sono candidati in costume fallico ad allietare la campagna elettorale di queste settimane. La premiera nipponica Takaichi (o chi la guida) ha deciso di optare per le elezioni anticipate in modo da sfruttare quel po’ di popolarità racimolata nei suoi primi mesi a capo del governo per ottenere una maggioranza più solida.
La Takaichi era stata scelta come prima premier donna del Paese in un’affrettata manovra cosmetica da parte del partito liberal-democratico (Jiminto), che tentava di salvare il salvabile dopo che una tornata elettorale andata male vedeva il partito storicamente egemone sorpassato a destra da formazioni politiche con un messaggio marcatamente populista/identitario/patriottico, o come dir si voglia.
Quindi il Jiminto da una bella riverniciata alla baracca: la lidera femmina per darsi un tono moderno e la retorica nazionalista per rincorrere l’elettorato conservatore in fuga.
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Il primo risultato ottenuto è stato quello di fare saltare la storica coalizione di governo con il partito della Soka Gakkai, il Komeito – detestato da tutti i giapponesi non appartenenti alla summenzionata corrente buddhista. Nota a margine: considerati i forti legami del Jiminto con la chiesa del reverendo Moon e la matrice buddhista del Komeito, la superlaicità dello Stato giapponese tanto strombazzata dalla costituzione pare davvero una barzelletta.
Il suddetto Komeito si è prontamente fuso con un altro partito di centro, formando una coalizione che pare avere l’unico obbiettivo di non perdere poltrone in parlamento, chè a lavorare si fa fatica.
Le iniziative del governo Takaichi sono state perlopiù misure arbitrarie prese un po’ a casaccio nei confronti degli stranieri residenti in Giappone, in modo da sfruttare il malcontento generale della popolazione nei confronti degli stranieri.
Uso il termine stranieri e non immigrati per un motivo ben preciso: il giapponese medio non distingue più di tanto tra immigrati e turisti, percepisce soltanto la presenza in numero crescente di stranieri nel Paese come fonte di disagio e inquietudine.
La crescita esplosiva dell’afflusso di turisti in Giappone, 42 milioni nell’anno appena trascorso, e la gestione contraddittoria del fenomeno da parte dell’autorità sono infatti qualcosa con cui i giapponesi convivono sempre più malvolentieri.
A questo si aggiunge una popolazione di immigrati che ha quasi raggiunto la cifra di quattro milioni, immigrazione legata soprattutto a una forte richiesta di manodopera da parte di un Paese in piena crisi demografica. Detta crisi è parte del programma, o forse solo degli slogan, di tutti i partiti in lizza per queste elezioni.
Questi sono alcuni dei temi che avevano portato al grande successo del partito Sanseito, il cui patriottismo costruttivo e tutt’altro che xenofobo (checchè ne dicano gli zombi sinistrorsi), mi aveva abbastanza conquistato.
Spiace però vedere come la campagna elettorale del partito di Sohei Kamiya sia stata davvero sottotono, con toni di apertura nei confronti del governo Takaichi che fanno sospettare il timore di una fuga di voti verso il Jiminto riverniciato coi colori del populismo moscio moscio che tanto piace in quest’epoca.
Il Sanseito ha abbandonato lo slogan anglogiapponese «Nihonjin first» (prima i giapponesi), per un più pacato «Hitorihitori ga Nihon» (ひとりひとりが日本 traducibile più o meno come “ognuno di noi è il Giappone”) che nella versione inglese troneggia sui manifesti come «I am Japan».
Personalmente, sogno un Giappone guarito da questo provincialismo da colonia, dove l’inglese usato a capocchia per fare i cosmopoliti finisca giù per lo scarico di uno scintillante cesso della Toto.
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In ogni caso, i governi in Giappone durano in genere un anno o poco più, quindi mi sa che la Takaichi finirà nel dimenticatoio presto.
Nota di colore riguardo al governo Takaichi: alcune delle posizioni più dure riguardo agli stranieri in Giappone sono quelle della giovane ministra Kimi Onoda.
La Onoda è nata negli Stati Uniti da madre giapponese e padre statunitense che ha abbandonato la famiglia quando la futura ministressa aveva solo due anni e la madre era nuovamente in dolce attesa. L’esperienza, indubbiamente terribile, forse ha segnato la signorina Onoda in maniera indelebile, dal momento che la stessa ha dichiarato di essere sposata con il Giappone e di essere interessata soltanto a relazioni con uomini a due dimensioni (leggi: personaggi di videogiochi e fumetti).Non intendo prendermi gioco del dolore e delle ferite che una persona ha provato nella sua vita, ma non credo che questo sia il profilo psicologico di una persona a cui affidare le sorti di una nazione.
Taro Negishi
Corrispondente di Renovatio 21 da Tokyo
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Politica
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