Persecuzioni
Cattedrale birmana occupata dall’esercito per colpire chi fugge dalla guerra
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
La drammatica testimonianza del vescovo mons. Celso Ba Shwe anche lui costretto a lasciare il Centro pastorale insieme ad alcuni sacerdoti: «Abbiamo offerto rifugio agli sfollati per i combattimenti. Da tre giorni cercavano di assumere il controllo delle nostre strutture, finché proprio alla sera della festa di Cristo Re ci hanno sparato contro intenzionalmente con l’artiglieria. Continuate a pregare per noi».
L’esercito birmano ha attaccato e occupato la cattedrale di Cristo Re a Loikaw che aveva accolto gli sfollati in fuga dalla guerra. Anche il vescovo e alcuni preti sono stati costretti a lasciare il Centro pastorale. Sono le notizie drammatiche che arrivano dallo Stato Kayah, nell’area montuosa orientale del Myanmar abitata dalle popolazioni Karen, al confine con la Thailandia, una delle aree dove imperversano i combattimenti dell’offensiva 2710 lanciata da qualche settimana dalle milizie ribelli contro i militari della giunta golpista.
È il vescovo stesso mons. Celso Ba Shwe, nominato appena pochi mesi fa, a raccontare in un comunicato la terribile prova che la sua Chiesa sta vivendo, invitando alla vicinanza nella preghiera.
«A causa dell’intensificarsi dei combattimenti» scrive mons. Ba Shwe «in novembre oltre l’80% della popolazione urbana e rurale dello Stato Kayah è ormai sfollata internamente. L’11 novembre circa 800 persone hanno iniziato ad affluire nel compound della cattedrale di Cristo Re. Tra vecchi e nuovi sfollati il numero delle persone ha superato quota 1300».
«La giunta birmana ha utilizzato armi pesanti, aerei da combattimento, missili balistici e sistemi di difesa mobile» continua il presule. «Il risultato è che la gente sia nelle campagne sia in città è scappata dalle proprie abitazioni, prendendo diverse direzioni. Alcuni si sono diretti nella parte settentrionale dello Stato, altri verso Ye Phyu, Hsi-hseng e altre località nello Stato Shan. Ma tra i rifugiati c’erano vecchi e malati, persone paralizzate, donne, alcuni giovani che fino a domenica erano rimasti al Centro pastorale di Loikaw».
«L’esercito birmano – continua il suo racconto mons. Ba Shwe – ha tentato per 3 volte di assumere il controllo del compound della cattedrale di Cristo Re, mentre il vescovo e i sacerdoti residenti si sforzavano di far capire ai generali l’importanza dei siti religiosi, chiedendo di risparmiare almeno questo posto. Ciò nonostante la notte del 26 novembre (proprio la sera della festa di Cristo Re, a cui la cattedrale è intitolata ndr) i militari hanno sparato intenzionalmente e ripetutamente contro il Centro pastorale pezzi di artiglieria da 120 mm, colpendo il tetto della cappella e facendo crollare alcuni soffitti. Per questo motivo, a salvaguardia di tutti, il vescovo e i sacerdoti hanno deciso di abbandonare la struttura. E subito prima della partenza sono arrivati 50 soldati che l’hanno occupata per usarla come proprio rifugio».
«Vi preghiamo – conclude questo drammatico racconto il vescovo di Loikaw rivolgendosi ai fedeli di tutto il mondo – continuate a ricordarci nelle vostre preghiere».
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Immagine dell’attacco alla chiesa del Sacro Cuore di Gesù Kayan Thar Yar, 2021, screenshot da YouTube
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Persecuzioni
Pakistan, giudice si rifiuta di restituire alla famiglia un’adolescente cristiana rapita e convertita forzatamente all’Islam
Una diciottenne pakistana cristiana, rapita con la forza e convertita all’Islam, si è vista negare da un tribunale il diritto di tornare a casa dalla sua famiglia. Lo riporta LifeSite.
Il 24 marzo, Neha Faqir è stata rapita dal centro di cucito in cui lavorava. I suoi genitori hanno denunciato la sua scomparsa. Quando hanno scoperto che la figlia era stata rapita, hanno richiesto un’udienza presso l’Alta Corte di Lahore per chiedere al giudice di permettere a Neha di tornare a casa.
Christian Solidarity International (CSI), che sostiene la famiglia nella sua battaglia legale, riferisce che il giorno dell’udienza, «la famiglia di Neha l’ha vista per la prima volta dopo oltre due mesi. Ma la ragazza che hanno visto non era la Neha che conoscevano. Vestita dalla testa ai piedi con abiti neri, la diciottenne era accompagnata da una donna musulmana vestita in modo simile e da diversi rappresentanti religiosi».
La madre e la sorella di Neha hanno ripetutamente cercato di parlarle, ma non è stato loro permesso. Il giudice non ha consentito a nessun parente di Neha di parlare con lei all’interno del tribunale.
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La richiesta della famiglia di riportare Neha a casa è stata respinta, lasciandoli sconvolti. Secondo quanto riportato da CSI, la famiglia potrebbe presentare ricorso, ma l’esito è incerto.
Poiché l’ingiustizia in questo caso era particolarmente grave, CSI ha usato la sua influenza per portare la vicenda all’attenzione internazionale.
Joel Veldkamp, direttore per la difesa dei diritti pubblici di CSI, ha condiviso la storia di Neha durante un’audizione al Parlamento britannico, tenutasi il 16 giugno.
«In questo caso», ha affermato Veldkamp, «l’errore giudiziario è talmente sfacciato che i nostri partner in Pakistan ci hanno chiesto di portare il caso di Neha all’attenzione della comunità internazionale».
L’evento in Parlamento si intitolava «Adescamento, matrimoni forzati e conversione di donne appartenenti a minoranze: incidenza globale e prove» ed era patrocinato da Lord David Alton.
Secondo quanto riportato da CSI, il caso di Neha «rientra in uno schema sistematico di rapimenti che prendono di mira donne e ragazze appartenenti a comunità di minoranze religiose nel Pakistan a maggioranza musulmana».
Da decenni, ragazze indù e cristiane vengono rapite, costrette a sposare uomini musulmani e convertite all’Islam. Questi rapimenti rimangono quasi sempre impuniti. Un rapporto della BBC del 2021 ha evidenziato che in Pakistan quasi 1.000 ragazze appartenenti a minoranze religiose vengono rapite ogni anno.
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Immagine di Guilhelm Vellut via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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