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Morte cerebrale

Calciatore cinese dichiarato «morto» in Spagna verrà rimpatriato per essere curato. La morte è divenuta un’opinione?

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Il criterio clinico della cosiddetta morte cerebrale è ascientifico, lacunoso, contraddittorio, privo di oggettività e affidabilità, come è ormai noto ai lettori di Renovatio 21.

 

Eppure, è sulla base di esso che viene decisa la vita e la morte dei pazienti in coma in Italia e in molti altri Paesi europei ed extraeuropei. I mass media, non di rado, riportano notizie alquanto bizzarre, se non decisamente inquietanti, che dimostrano come il suddetto criterio, totalmente disancorato dalla naturalità della morte, sia penetrato nella coscienza collettiva.

 

Nel corso di un’amichevole giocatasi in Spagna tra la squadra cinese del Beijing Guoan e l’RC Alcobendas, Guo Jiaxuan, giovanissimo calciatore cinese proveniente dall’accademia del Bayern Monaco, è crollato a terra in seguito ad un fortuito scontro di gioco con un avversario.

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Lo sfortunato difensore, di anni 18, è stato prontamente portato in ospedale dove gli è stata diagnosticata la morte cerebrale, tant’è che il fratello del calciatore ha postato sui social la foto del referto medico e il seguente comunicato: «il dottore ci dice che ci sono pochissime speranze di sopravvivenza, che è clinicamente morto a causa della mancanza di ossigeno al cervello e che presto dovranno rimuovere i tubi» (cioè i sostegni vitali, ndr).

 

Le cronache riferiscono che né il club di appartenenza del ragazzo né l’associazione sportiva che organizza i tour prestagionali della squadra in Europa volevano farsi carico delle spese mediche del calciatore, incluso il viaggio di ritorno in Cina. Solamente dopo il clamore mediatico sollevato da amici, familiari e tifosi, le due organizzazioni sportive hanno deciso di assicurare alla famiglia del giocatore la copertura di tutte le spese necessarie per il suo trasferimento in patria: «siamo pienamente impegnati a garantire che venga curato nel modo migliore».

 

Ora, al di là dei servizi di cronaca che non sempre brillano per accuratezza e precisione, è interessante notare come nessun cronista, a quanto sembra, abbia rilevato l’intrinseca contraddittorietà del fatto esposto, come se fosse del tutto normale considerare un cadavere bisognoso di cure.

 

Nei diversi resoconti su questo specifico episodio si parla del calciatore al passato e vengono ripercorse le tappe principali della sua giovane carriera, come se appunto fosse ormai morto.

 

In ogni caso, sono numerosi i casi clinici di persone dichiarate cerebralmente morte che sono uscite dal coma oppure sono sopravvissute per anni anche con il distacco dalla ventilazione ausiliaria, ma ovviamente essi non trovano spazio nei mass media e comunque tendono ad essere rubricati come «casi limite» o il risultato di errori diagnostici.

 

C’è anche da considerare quanto sia ritenuto improbabile che un paziente si risvegli dal coma dopo la dichiarazione di morte cerebrale, vuoi per l’estrema invasività di alcune procedure utilizzate per l’accertamento che non di rado complicano il quadro clinico del soggetto (vedi il famigerato test di apnea), vuoi per il subitaneo distacco dai sostegni vitali e dalle cure che lo mantengono in vita (a meno che si tratti di un donatore, il quale viene tenuto in vita al massimo per qualche giorno solo allo scopo di depredarlo degli organi).

 

In sostanza, la morte cerebrale corrisponderebbe alla perdita permanente delle funzioni cerebrali che non possono essere ripristinate mediante interventi medici né riattivarsi in maniera spontanea. Ma con tale assunto si intende la perdita di tutte le funzioni esistenti? Certamente no, visto che la scienza conosce solo una minuscola parte delle attività del cervello umano.

 

Il Decreto Ministeriale n 582/1994, che costituisce il regolamento attuativo della legge n 578/1993, riduce tutte le funzioni alle seguenti: coscienza, alcuni riflessi mediati dal tronco encefalico, respiro spontaneo e risposte elettroencefaliche mediate dalla corteccia di ampiezza superiore ai 2 microvolts. Tale elenco comprende solo una parte delle funzioni conosciute e ne trascura altre anche molto significative di cui è documentata la permanenza attiva in molti casi di morte cerebrale, come ad esempio l’importantissima funzione endocrina-ipotalamica.

 

Per quel che concerne l’attività elettrica cerebrale è bene sottolineare che non esistono criteri scientifici atti a determinare quali tipi di essa rappresentino funzioni significative e quali rappresentino invece funzioni residue o presunte tali. Del resto, l’elettroencefalogramma è stato declassato dalla comunità scientifica internazionale a indagine facoltativa e non decisiva, anche se nel nostro paese occupa ancora un ruolo centrale nell’accertamento diagnostico della morte cerebrale.

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In effetti, oltre al fatto che un tracciato elettroencefalografico può essere normale anche se piatto (ad esempio, adulti ansiosi o neonati possono presentare un tracciato piatto non patologico), le modalità di registrazione elettroencefalografica non garantiscono risultati certi, dal momento che essi possono essere influenzati da diversi fattori, tra cui l’effetto tampone provocato da importanti addensamenti di sangue all’interno del cranio.

 

Non solo, il limite dei 2 microvolts di attività elettrica cerebrale sotto cui non ci sarebbe la vita costituisce una soglia convenzionale valida solo ai fini legali, visto che essa non corrisponde ad un ipotetico zero strumentale e visto che i risultati dell’esame elettroencefalografico dipendono anche dalle cangianti tarature degli apparecchi e dall’impossibilità tecnica di amplificare segnali elettrici più bassi.

 

Inoltre, la scala grafica di registrazione su carta dei segnali elettroencefalici è talmente piccola che per osservare un’escursione leggibile di almeno 0,5 mm rilevante segni di vita sarebbero necessari tre microvolts di ampiezza, bel il 50% in più del minimo fissato per legge.

 

Di fatto, il criterio clinico di accertamento della morte fondato sui soli parametri neurologici nega alla morte lo status di fenomeno oggettivo che gli è proprio per natura e lo declassa ad evento accertabile a tavolino che dipende in una certa misura dalla taratura e dalle capacità amplificative degli apparecchi di registrazione, dall’abilità dell’osservatore e dalle diverse modalità di accertamento.

 

La morte è divenuta un’opinione?

 

Alfredo De Matteo

 

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Morte cerebrale

Morte cerebrale e trapianto di organi: quando il racconto commuove ma la verità scompare

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C’è una costante ormai riconoscibile nelle cronache che riguardano il trapianto degli organi: i fatti vengono avvolti in un linguaggio emotivo che commuove, consola e rassicura, ma che al tempo stesso neutralizza ogni domanda scomoda. Anche nella trama narrativa della notizia di pochi giorni fa che ha visto una giovane madre colpita da un’emorragia cerebrale poco dopo il parto, dichiarata cerebralmente morta e depredata degli organi, il copione mediatico è stato rispettato alla perfezione.   Nei resoconti giornalistici si parla di altruismo, di luce, di speranza; si insiste sull’«ultimo atto d’amore», sul «dono di vita», sulla continuità simbolica tra una nascita e una morte; si parla di «ultimo respiro», come se la donna fosse morta a causa di un evento naturale e improvviso e non a seguito della rimozione dei suoi organi vitali. Tutto è costruito per toccare le corde del sentimento, al fine di occultare la cruda verità di un omicidio legalizzato.   Il linguaggio emotivo serve a cancellare il nesso di causalità, a far sparire la sequenza reale dei fatti, a trasformare una decisione medica deliberata in un destino crudele. Non si descrive ciò che è accaduto, ma ciò che deve essere creduto.    La frase rituale «lei avrebbe voluto così», «sussurrata» dai parenti del cosiddetto donatore ai medici dell’ospedale, e rilanciata come un mantra dai pennivendoli di regime, chiude ogni spazio di riflessione. Ma cosa significa «volere» in un contesto di shock, dolore, pressione psicologica e informazione parziale? E soprattutto: può dirsi libero e consapevole un consenso ottenuto quando la morte viene ridefinita per decreto e presentata come un fatto già compiuto? 

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Il racconto si concentra sul dolore dei familiari, sulla bara che attraversa la navata, sulle parole di circostanza che, in molti casi, arrivano anche dall’altare: il parroco parla di «vita eterna che lascia luce per altri», di un sacrificio che diventa fecondo. Si tratta di frasi che non giudicano nulla e che non distinguono nulla; di omelie che consolano ma che abdicano completamente alla verità morale.    È lecito oppure no dichiarare morta una persona biologicamente viva per prelevare i suoi organi? È compatibile con la visione cristiana dell’uomo ridurre la morte a una certificazione tecnica funzionale a un sistema sanitario che considera le persone come corpi senz’anima? Su queste domande, che toccano il cuore della legge morale naturale, non arriva alcuna risposta. Solo silenzio. O peggio, adesione implicita.   Molti esponenti del clero, infatti, non si limitano a tacere: ripetono il linguaggio del sistema e assumono come neutro un criterio, quello della morte cerebrale, che è in realtà il presupposto di una nuova antropologia che considera l’uomo una risorsa biologica. È un appiattimento grave, che trasforma la parola della Chiesa in un’eco del pensiero dominante, svuotandola di ogni funzione profetica.    La retorica del dono, di cui anche i pastori si fanno promotori, serve a rendere intoccabile ciò che dovrebbe essere messo in discussione, a trasformare una pratica occisiva in una narrazione edificante, a impedire che emerga la domanda decisiva: quella giovane madre è morta perché il suo organismo ha ceduto oppure perché era necessario che fosse considerata deceduta per poter utilizzare i suoi organi?    Finché la comunicazione continuerà a sostituire la verità con l’emozione e la parola ecclesiale si limiterà a benedire senza giudicare, queste storie di morte procurata continueranno a essere raccontate come esempi di amore. Ma dire la verità sulla illiceità morale della pratica dei trapianti di organi vitali e sulla falsità scientifica e antropologica del criterio della morte cerebrale è un preciso dovere morale e un atto di giustizia.   Alfredo De Matteo

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Morte cerebrale

Le ridefinizioni della morte da parte dell’industria della donazione di organi minacciano le persone viventi

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo della dottoressa Klessig apparso su LifeSiteNews.

 

Un’altra commissione del Congresso sta indagando su ulteriori denunce di informatori riguardanti l’industria dei trapianti di organi. Il presidente della Commissione «Ways and Means» della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Jason Smith, e il presidente della Sottocommissione di Vigilanza, David Schweikert, stanno cercando risposte da Carolyn Welsh, presidente e CEO del New Jersey Organ and Tissue Sharing Network (NJTO), in merito alle molteplici accuse di violazioni legali ed etiche presentate sotto la sua supervisione.

 

Le denunce includono il caso orribile di un donatore di organi «morto per cause circolatorie» che si è rianimato prima del prelievo. Nonostante il paziente avesse ripreso i segni di vita, i dirigenti dell’NJTO hanno effettivamente ordinato al personale di prima linea di proseguire il processo di recupero degli organi. (Per fortuna, il personale ospedaliero del Virtua Our Lady of Lourdes Hospital di Camden, nel New Jersey, ha respinto questa richiesta.) L’NJTO è anche accusato di aver fatto pressione sulle famiglie di potenziali donatori, insinuando falsamente che il Dipartimento dei Veicoli a Motore del New Jersey avesse registrato un consenso alla donazione, quando non era noto. A quanto pare, l’NJTO ha continuato a insistere sul fatto che le persone fossero donatori registrati anche dopo che avevano rimosso il consenso alla donazione dalle loro patenti di guida. La denuncia ufficiale afferma inoltre che l’NJTO avrebbe cercato di cancellare le prove relative all’indagine della commissione.

 

Dal 1968, quando 13 uomini della Harvard Medical School ridefinirono le persone «disperatamente ferite» come persone abbastanza morte da poter diventare donatori di organi, il reperimento di organi ha continuato a spostare i confini della vita e della morte in una ricerca senza fine di nuovi organi. Quando il primo e unico studio prospettico multicentrico sulla morte cerebrale scoprì nel 1972 che una diagnosi di morte cerebrale non era sempre correlata a una distruzione cerebrale diffusa, il ricercatore principale, il dott. Gaetano Molinari, sottolineò che la «morte cerebrale» era una prognosi di morte, e non la morte stessa. Il dott. Molinari scrisse:

 

«Da una prognosi fatale consente al medico di dichiarare la morte? È altamente dubbio che eufemismi superficiali come “è praticamente morto”, … “non può sopravvivere”, … “non ha comunque alcuna possibilità di guarigione” possano mai essere accettati legalmente o moralmente come dichiarazione di decesso».

 

Ma nonostante i dubbi del dott. Molinari, la storia dimostra che questo è esattamente ciò che è stato accettato, e il numero crescente di persone che sono state prelevate per il prelievo di organi mentre erano ancora in vita lo conferma. Sebbene TJ Hoover III, in «morte cerebrale», si guardasse ancora intorno e piangesse visibilmente, tanto che due medici si rifiutarono di espiantargli gli organi, la Kentucky Organ Donor Affiliates ordinò al proprio staff di trovare un altro medico per eseguire la procedura. La donatrice «in morte circolatoria» Misty Hawkins scoprì un cuore pulsante quando il suo sterno fu segato per il prelievo degli organi. E Larry Black Jr. fu salvato dal tavolo operatorio pochi minuti prima dell’espianto degli organi, e si riprese completamente.

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Considerando che da quasi 60 anni stiamo esagerando la definizione di morte, c’è da stupirsi che il personale addetto al prelievo degli organi sembri pensare «è praticamente morto», «non può sopravvivere», «non ha comunque alcuna possibilità di guarigione» mentre spinge persone ancora vive verso la sala operatoria?

 

Ma non sono solo i team di prelievo degli organi a promuovere queste nuove definizioni di morte. Appena tre settimane dopo il fallimento dei tentativi di ampliare le definizioni legali di morte attraverso la revisione dell’Uniform Determination of Death Act (UDDA), l’American Academy of Neurology (AAN) ha pubblicato una nuova linea guida sulla morte cerebrale che consente esplicitamente di dichiarare la morte cerebrale in presenza di funzioni cerebrali in corso. Poiché ciò è ovviamente in contrasto con l’UDDA, che richiede «la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello, incluso il tronco encefalico», l’AAN ha cercato di aggirare la legge contattando i dipartimenti sanitari statali, gli ordini dei medici, le società mediche e le associazioni ospedaliere, chiedendo loro di riconoscere la linea guida sulla morte cerebrale dell’AAN come «standard medico accettato» per dichiarare la morte neurologica.

 

L’AAN ha anche appena pubblicato una dichiarazione di posizione contenente ulteriori linee guida sulla morte cerebrale, in cui si discute su come gestire le obiezioni alla diagnosi di morte cerebrale. Sebbene le linee guida dell’AAN sulla morte cerebrale non siano conformi alla legge statunitense e abbiano dimostrato di non essere in grado di prevedere se una lesione cerebrale sia irreversibile o meno, l’AAN desidera comunque renderne obbligatorio l’uso

 

Se l’obiezione di una famiglia a una diagnosi di morte cerebrale non può essere superata, l’AAN afferma che il supporto vitale può essere interrotto unilateralmente, nonostante le obiezioni della famiglia. L’AAN afferma inoltre che i medici sono professionalmente obbligati a effettuare una diagnosi di morte cerebrale e che dovrebbero essere qualificati per farlo secondo gli standard delle linee guida dell’AAN.

 

Ridicolamente, l’AAN raccomanda il corso sulla determinazione della morte cerebrale della Neurocritical Care Society, che consiste in un video di un’ora, seguito da tentativi illimitati di rispondere correttamente a 25 domande, al termine dei quali è possibile ottenere un certificato di completamento per soli sei dollari.

 

La Regola del Donatore Morto è una massima etica che stabilisce che le persone non devono essere né vive al momento dell’espianto degli organi, né uccise durante il processo di espianto. Ridefinire le persone con lesioni neurologiche come «morte cerebrale» e ridefinire le persone che potrebbero ancora essere rianimate come morte secondo gli standard di «morte circolatoria» ha permesso per troppo tempo ai team di prelievo degli organi di rispettare alla lettera la Regola del Donatore Morto con giochi di prestigio. È necessario porre fine a ogni manipolazione superficiale delle definizioni di morte per il bene della donazione di organi. I pazienti con una prognosi sfavorevole non devono essere considerati «abbastanza morti» per diventare donatori di organi. Le persone che si registrano come donatori di organi devono ricevere un consenso pienamente informato sui rischi connessi.

 

Persino il filosofo utilitarista Peter Singer ha definito la morte cerebrale una scelta etica mascherata da fatto medico. Imporre obblighi che costringano pazienti e medici ad accettare queste discutibili scelte etiche NON è il modo migliore per creare fiducia.

 

Dott. Heidi Klessig

 

La dottoressa Heidi Klessig è un’anestesista in pensione e specialista nella gestione del dolore. Scrive e parla di etica nella donazione e nel trapianto di organi. È autrice di The Brain Death Fallacy e i suoi lavori sono disponibili su respectforhumanlife.com.

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Morte cerebrale

Gli ospedali sfruttano la «morte circolatoria» per prelevare organi da persone viventi

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Renovatio 21 ripubblica questo scritto della dottoressa Heidi Klessig previamente apparso su LifeSiteNews.   «I nostri risultati dimostrano che gli ospedali hanno permesso che il processo di prelievo degli organi iniziasse quando i pazienti mostravano segni di vita, e questo è orribile», ha dichiarato il Segretario della Salute e dei Servizi Umani Robert F. Kennedy, Jr. in un recente comunicato stampa. «Le organizzazioni per il prelievo degli organi che coordinano l’accesso ai trapianti saranno ritenute responsabili. L’intero sistema deve essere riorganizzato per garantire che la vita di ogni potenziale donatore sia trattata con la sacralità che merita».   Questa dichiarazione segue di poco un articolo del New York Times che evidenziava diversi casi di donatori di organi non deceduti. L’articolo si concentrava su una pratica di prelievo di organi nota come «donazione dopo morte circolatoria», o DCD. I donatori DCD non sono in «morte cerebrale», ma hanno una prognosi sfavorevole e non ci si aspetta che sopravvivano o hanno deciso che la loro qualità di vita è inaccettabile. I decessi DCD sono un evento pianificato, coordinato in modo da verificarsi in un momento e in un luogo specifici per consentire il prelievo degli organi.   Ecco come funziona: prima di procedere alla donazione di organi, ai donatori DCD viene impartito un ordine di «non rianimazione» (DNR). Questo è necessario perché questi pazienti potrebbero essere rianimati, ma è stata presa la decisione di non farlo. Il loro trattamento passa da un’assistenza incentrata sul paziente a un’assistenza incentrata sugli organi, spesso includendo il posizionamento di cateteri endovenosi di grosso calibro e infusioni di farmaci a beneficio degli organi, non del paziente.

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L’ultimo giorno, i donatori DCD vengono portati in sala operatoria e staccati dal supporto vitale. Una volta che il polso è completamente assente, i medici osservano un periodo di «no-tocco» di due-cinque minuti per verificare l’eventuale ripresa spontanea della circolazione. L’espianto degli organi inizia il più rapidamente possibile, poiché gli organi caldi diventano rapidamente inadatti al trapianto in assenza di circolazione.   Ma queste persone sono davvero morte dopo soli due-cinque minuti di assenza di polso? È ampiamente documentato che le persone vengono regolarmente rianimate entro questo lasso di tempo, ma nel caso dei donatori di DCD è stata presa la decisione di non farlo.   Una revisione della letteratura medica mostra che alcune persone hanno recuperato spontaneamente il battito cardiaco dopo un arresto cardiaco durato fino a dieci minuti, e alcune di queste si sono riprese completamente. Pertanto, non è noto che i donatori DCD siano deceduti dopo soli due-cinque minuti di assenza di polso. Il motivo per cui i medici non aspettano più a lungo è che dopo dieci minuti di assenza di polso la maggior parte degli organi non sarebbe più idonea al trapianto.   Pertanto, poiché i medici si muovono più rapidamente, i pazienti si svegliano durante l’espianto degli organi.   Uno dei casi descritti nell’articolo del New York Times riguardava la donatrice di organi DCD Misty Hawkins. Dopo un soffocamento, la Hawkins ha subito una lesione cerebrale ed è entrata in coma sottoposta a ventilazione meccanica. Non era cerebralmente morta, ma i medici avevano detto ai suoi genitori che non si sarebbe mai più risvegliata. Sua madre non voleva che Misty soffrisse e, sperando che dalla loro tragedia potesse scaturire qualcosa di buono, aveva acconsentito a far diventare sua figlia una donatrice di organi DCD.   Misty fu portata in sala operatoria, dove un medico staccò il respiratore e le somministrò dei farmaci per confortarla. Il suo cuore smise di battere 103 minuti dopo. Dopo un’attesa di cinque minuti, l’intervento iniziò. Ma quando i chirurghi segarono lo sterno, scoprirono che il cuore di Misty batteva e che aveva ripreso a respirare. Il prelievo degli organi fu annullato e 12 minuti dopo Misty fu dichiarata morta per la seconda volta.   Non è chiaro se abbia ricevuto un’anestesia. A peggiorare le cose, i suoi genitori non sono mai stati informati dell’accaduto: un coordinatore del reperimento degli organi ha telefonato alla madre di Misty e le ha detto che purtroppo Misty non era riuscita a diventare donatrice di organi. Solo dopo oltre un anno, la famiglia è stata contattata dal New York Times per un commento, e ha appreso il resto della storia.   Durante una recente audizione della sottocommissione per l’energia e il commercio della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, la deputata della Florida Kat Cammack ha citato il caso di una donatrice di DCD dell’Illinois che si è auto-resuscitata sul tavolo operatorio. Questa sfortunata giovane donna stava subendo l’asportazione dei reni quando i chirurghi hanno notato che i polsi avevano ripreso a funzionare nell’aorta e nelle arterie renali e che ansimava. Le sono state somministrate forti dosi di lorazepam e fentanyl, dopodiché è morta. Il medico legale della contea ha stabilito che la causa della morte è stata un omicidio.

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Nel 2019, Larry Black Jr. era stato dichiarato donatore DCD e portato in sala operatoria solo una settimana dopo il trauma cranico. La sua famiglia aveva dichiarato di aver acconsentito alla donazione degli organi perché si sentiva pressata dal team addetto al prelievo. Durante il tragitto, Black ha cercato di sbattere le palpebre e di fare un segno per indicare di essere sveglio e cosciente, ma i suoi sforzi sono stati liquidati come «riflessi». Per fortuna il suo neurochirurgo è riuscito a interrompere il prelievo e Black si è ripreso: ora è un musicista e padre di tre figli.   Da un punto di vista legale, il protocollo DCD non rispetta la lettera della legge ai sensi dell’Uniform Determination of Death Act (UDDA). L’UDDA richiede la «cessazione irreversibile delle funzioni circolatorie e respiratorie» per una diagnosi legale di morte. Poiché i donatori DCD potevano essere rianimati (sebbene sia stata presa la decisione di non farlo), il loro cuore non ha quindi cessato di funzionare in modo irreversibile. I medici aggirano questo problema affermando che le funzioni circolatorie e respiratorie del donatore DCD sono cessate definitivamente. Nel linguaggio comune, i termini «irreversibile» e «permanente» sono spesso usati in modo intercambiabile, ma in questa applicazione sono definiti in modo diverso.   Nell’ambito della determinazione della morte, «irreversibile» significa «non reversibile». Ma il termine «permanente» è definito nel senso che non ci si aspetta che la funzione riprenda spontaneamente e non verrà ripristinata tramite intervento. Quindi, poiché i medici non tenteranno di correggere il problema del paziente, ora si parla di «permanente». Il dottor Ari Joffe spiega che «permanente» è una prognosi, non una diagnosi di morte: «un uomo che sta annegando è morto perché nessuno nuota per salvarlo? O sta semplicemente per morire?»   La sociologa Renee C. Fox ha criticato duramente il protocollo DCD, definendolo «una forma ignobile di cannibalismo razionalizzato in ambito medico» che «rasenta il macabro». Ha deplorato il morire lontano dalla famiglia in una sala operatoria, una «morte desolata, profanamente “high-tech” in cui il paziente muore sotto le luci della sala operatoria, in mezzo a sconosciuti con mascherina, camice e guanti». In tutto il mondo, molti Paesi concordano: la pratica del DCD è vietata in Finlandia, Germania, Bosnia-Erzegovina, Ungheria, Lituania e Turchia.   Esistono varianti della DCD ancora più problematiche. Il recupero degli organi mediante perfusione regionale normotermica (NRP) inizia consentendo al cuore del paziente di fermarsi secondo il protocollo DCD. Tuttavia, poiché i chirurghi intendono riavviare il cuore, il primo passo è quello di clampare i vasi sanguigni che irrorano il cervello del paziente. Successivamente, viene eseguita una rianimazione completa degli organi rimanenti in modo che il cuore riprenda a battere nel torace del paziente. Il protocollo NRP dell’Università del Nebraska afferma: «il primo passo per la legatura dei vasi sanguigni alla testa è necessario per garantire che non si verifichi un afflusso di sangue al cervello».   Naturalmente, questo dimostra che la definizione legale di morte secondo lo standard circolatorio-respiratorio dell’UDDA (che richiede la cessazione irreversibile della funzione circolatoria) non è mai stata rispettata, poiché il cuore del paziente ha ripreso a battere. Ma ora i medici sono «coperti» perché hanno deliberatamente provocato la morte cerebrale del paziente, bloccando la circolazione cerebrale. Ora la morte del paziente viene definita dalla clausola di morte cerebrale dell’UDDA: la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello, incluso il tronco encefalico. Dichiarando la morte secondo lo standard circolatorio, per poi passare a metà procedura a quello neurologico, la tecnica NRP gioca a sproposito con le definizioni legali di morte secondo l’UDDA.

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L’American College of Physicians, la più grande organizzazione medica specialistica al mondo, ha chiesto una sospensione della pratica della NRP nel 2021, poiché «l’onere della prova relativo alla correttezza etica e legale di questa pratica non è stato rispettato». La loro richiesta di sospensione è stata ignorata.   Fortunatamente, l’indagine dell’HHS sta portando all’attenzione del pubblico i problemi del prelievo di organi da DCD, ma questa informazione non è nuova. I dottori Joseph Verheijde, Mohamed Rady e Joan McGregor hanno scritto nel 2009 : «il prelievo di organi a cuore battente o non battente da pazienti con compromissione della coscienza è di fatto una pratica occulta di morte assistita e, pertanto, viola sia il diritto penale sia il principio fondamentale della medicina, ovvero non arrecare danno ai pazienti».   Nel loro libro del 2012, Death, Dying, and Organ Transplantation: Reconstructing Medical Ethics at the End of Life, i dottori Franklin Miller e Robert Truog hanno scritto: «i donatori in “morte cerebrale” rimangono vivi e i donatori dichiarati morti secondo criteri circolatori-respiratori non risultano morti al momento del prelievo degli organi».   È tempo di una totale trasparenza sulle pratiche di prelievo degli organi e di rendere obbligatorio il consenso informato quando le persone si registrano per diventare donatori di organi. Per i donatori DCD, poiché è ampiamente documentato che alcune persone si sono auto-resuscitate (senza alcun intervento medico) nonostante un arresto cardiaco durato fino a dieci minuti, l’attuale pratica di donazione DCD dopo soli due-cinque minuti di assenza di polso deve cessare.   Heidi Klessig La dottoressa Heidi Klessig è un’anestesista in pensione e specialista nella gestione del dolore. Scrive e parla di etica nella donazione e nel trapianto di organi. È autrice di The Brain Death Fallacy e i suoi lavori sono disponibili su respectforhumanlife.com.

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