Pensiero
Buttiglione invoca il conte Kalergi: ecco la catastrofe dell’Europa democristiana
Nel marasma del caso Ventotene, abbiamo trovato uno strascico significativo.
A reagire alla santificazione di Altiero Spinelli e compagni, blasfemati dalla Meloni e da quanti hanno osato leggerne lo scritto, è spuntato fuori un personaggio (speravamo, noi) dimenticato: Rocco Buttiglione.
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Qualcuno ricorderà di chi si tratta: è quel personaggio comparso a cavallo della Seconda Repubblica, dove apparse in ogni possibile partito biodegradabile post-democristiano: il Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli (indimenticabile, leader DC sconfittista: «siamo cenere e vento») , poi con il ciellissimo Roberto Formigoni nei Cristiani Democratici Uniti (CDU), poi nell’UDR del tandem Cossiga-Mastella (che oggi pare avere problemi con gli esorcisti), poi ancora con l’Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro (UDC – le lettere dell’alfabeto sono finite, si passa alla loro ricombinazione), a sua volta ottenuto dalla fusione tra CDU, CCD e Democrazia Europa (cos’era..?). C’era anche il mitico Pier Ferdinando Casini, oggi con il PD.
Il lettore davanti a questo quadro storico-metamorfico può essere preso dal disgusto anche estremo. Ma è ciò che discende dalla Democrazia Cristiana, forza di per sé contorta e fallimentare, a cui va assegnata, secondo chi scrive, la catastrofe attuale del nostro Paese, e non solo di quello.
I più si ricordano il Buttiglione per certi fuori onda finiti su Striscia la Notizia, ma in realtà giornali e TV ci hanno ripetuto per anni che si tratta di un filosofo, e ora ha pure una cattedra alla Pontificia Università Lateranense. È stato allievo del grande pensatore politologo Augusto Del Noce (1910-1989), sulla cui eredità tuttavia prima o poi qualcuno dovrà occuparsi: un altro allievo è considerato Roberto De Mattei, mentre il figlio Fabrizio e l’ex giornalista e dirigente RAI ora in pensione in Portogallo.
Le parole «Comunione e Liberazione» nella sua voce Wiki non compaiono mai, anche se il primo testo che si ritrova in bibliografia pare essergli stato stampato proprio dal giro di Don Giussani. È nato a Gallipoli, ma cresciuto a Torino, in teoria lontano dal Ciellistan lombardo e dalla piccola énclave giussanoide romagnola. In teoria.
Tutta questa introduzione, per dire che prendiamo seriamente quanto può aver da dire, perché elaborazione raziocinante di un mondo, quello dell’ossimoro democratico cristiano, il quale, ribadiamo, riteniamo essere la rovina per la cristianità e per l’umanità tutta.
Ecco quindi che ci precipitiamo a leggere l’intervista su tema Europa-Ventotene concessa da Buttiglione a La Verità, testata per qualche ragione sempre pronta a rivangare certa democristianeria residua.
«Le vere radici dell’unificazione sono cristiane, PCI e socialisti si opponevano» spiega il Buttiglione. «Poi Craxi diffuse l’ideale di Ventotene. Dove però si teorizzava una politica autoritaria».
Tutto giusto, tutto un po’ già scoperto in questi giorni. «Spinelli padre dell’Europa?! Ma quando mai. Le radici dell’Unione Europea le ha messe la Democrazia cristiana, le fondamenta ideologiche le hanno costruite De Gasperi, Adenauer, Schuman» assicura il politico filosofo post-democristiano. «Il mito di Spinelli è una costruzione di Craxi per far partecipare la sinistra, da sempre anti-europeista, alla costruzione del soggetto politico. Ecco la verità, ecco la storia».
Piano coi sassi, tuttavia. «Altiero Spinelli è una figura di grande rettitudine morale, un antifascista coerente, un combattente per la libertà, ci togliamo il cappello» dice Rocco, mentre noi ci si gratta la testa: dalla Resistenza ad Agnelli e il Club Bilderberg, è una linea retta morale? Forse per gli avanzi della DC sì.
«Questa Europa non è figlia di Spinelli», continua il democristiano. «Non è l’Europa del Manifesto di Ventotene. Spinelli appartiene alla storia dell’europeismo ma non è paragonabili ai veri giganti che hanno costruito l’Europa, che sono Adenauer, De Gasperi, Schuman. La loro cultura non è certamente quella di Spinelli».
Può essere, tuttavia Renovatio 21 coltiva un’idea diversa: l’Europa, e ancora prima coloro che l’hanno avviata, è stata decisa, in segreto, fuori dall’Europa, con probabilità in qualche loggia dei servizi americani, che coltivarono, oltre che la guerra per saturation bombing contro Italia e Germania, anche il filosofo principe democristiano Jacques Maritain, recuperato da profugo francese nelle università statunitensi presiedute dalla massoneria, e spinto in gola a quella che doveva essere l’élite post-fascista dei vari De Gasperi e compagni.
La vera storia in Italia di Umanesimo integrale, il testo principale di Maritain e livre de chévet di proto-democristiani e primi-democristiani è solo questa. Dopo questo avvio sintetico eterodiretto, possiamo dire che la DC non ebbe più alcun ulteriore innesto ideologico. Cultura, filosofia: inesistenti. Ma di questo dovrebbe parlare Buttiglione, che è stato sia filosofo che democristiano, e della DC rivendica la supremazia pure su Bruxelles.
La questione è che a metà intervista, sempre negando il ruolo di Spinelli e compagnia nella creazione dell’Europa Unita, il Buttiglione sgancia qualcosa di interessante assai.
«L’Europa affonda le sue radici nella cultura di Coudenhove Kalergi, un nobile austroungarico che apparteneva al circolo degli amici dell’Imperatore Carlo».
Eh?
Massì, avete sentito bene: il Buttiglione cita il conte Kalergi – quello che aveva teorizzato la creazione dell’Europa tramite la riformulazione biologica degli europei, meticciati grazie a invasioni migratorie che sono ora sotto i nostri occhi. Il filosofo CDU-UDR-UDC namedroppa il Kalergi così, con indifferenza: anzi ci garantisce che era amico del vertice del Sacro Romano Impero. Una cosa forse non democratica, ma certamente cristiana, no?
Chi ha sentito un po’ del Conte Kalergi sa invece che circola questo aneddoto secondo cui il padre, aristocratico (e della loro famiglia, di origini greche, Palazzo Calergi a Venezia, dove un tempo morì Riccardo Wagner mentre ora ci giocano i cinesi al casinò) e diplomatico di spessore (non sappiamo se massone, come invece è considerato il figlio), lo portava sì a messa, ma non il venerdì santo, quando si faceva quella preghiera sulla conversione dei giudei… sapete, quella ripristinata da Ratzinger, prima della detronizzazione…
Ma il ragazzo è prodigo di informazioni. L’imperatore Carlo «quando vien incoronato nel 1916 pensa a una grande riforma, alla trasformazione dell’Impero austroungarico in una comunità di nazioni indipendenti nei propri affari interni ma unite nella politica della Difesa, dell’Economia e degli Esteri». Il sovrano, quindi, preconizzava le torri di Bruxelles, pare di capire: gli Asburgo in realtà volevano le Von der Leyen.
«La nuova costituzione non entrò mai in vigore» continua il Buttiglione. «Da essa trasse ispirazione Kalergi per un libro che si intitola Paneuropa, dal quale nacque un movimento che negli anni Venti raccolse il consenso di tanti dei migliori padri dell’Europa, da De Gasperi a Adenauer, da Freud a Einsten».
Eccoci: la citazione del conte degli immigrati invasori non era en passant, dunque. È proprio lui: quello della sostituzione etnica, quello dell’anarco-tirannia migratoria che vediamo nelle banlieue francesi come nei capodanni di Berlino e Colonia e Milano, o come nelle rivolte bay-ghenghe maranza di Peschiera del Garda o a Corvetto. Fa parte proprio di un retaggio politico che, a questo punto, i democristiani rivendicano.
«Questo movimento però si è scontrato nel 1932 con la scelta britannica, colpita dalla crisi del 1929, delle preferenze imperiali, cioè con il tentativo di costruire con il proprio impero, un blocco economico autonomo». Confessiamo che qui il discorso diventa un po’ oscuro, forse anche un po’ buttato là. «La stessa scelta fatta dalla Francia e dalla Germania. Blocchi economici autonomi diventano blocchi imperialisti, per contendersi i mercati di sbocco e le materie prime e lì l’Europa precipita verso la Guerra Mondiale».
Un po’ di vertigini: quindi, sotto i nazionalismi che soffiavano in tutti i Paesi Europei in quegli anni, c’era una spiccata voglia di Europa? Sotto quei Paesi che di lì a poco si sarebbero massacrati a vicenda, c’era in realtà una inarrestabile volontà di unione? La mitologia democristiani, apprendiamo, pare pensarlo. È una storia molto, molto diversa da quella che pensavamo noi, o anche solo quella dei libri di testo normaloidi.
La guerra è arrivata perché questa voglia matta di Europa era stata frustrata: tuttavia, «dalla fine di questo conflitto sanguinoso, il movimento europeista rinasce ed è un movimento democratico cristiano».
La DC erede di Kalergi. È un’idea forte, ma a questo punto diciamo pure che ci piace: ci si chiariscono, ora tante cose. Bene così: scandalizziamoci per i discorsi di Ventotente, su autoritarismo elitista e abolizione della proprietà privata, ma non sui discorsi riguardo la Herrenrasse (tedesco per «razza padrona») nei testi del Kalergi, che Buttiglione sembra conoscere.
Gli abitanti dei futuri «Stati Uniti d’Europa non saranno i popoli originali del Vecchio continente, bensì una sorta di subumanità resa bestiale dalla mescolanza razziale» scriveva il conte citato da Buttiglione. «È necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multietnico senza qualità e facilmente dominabile dall’elite al potere. L’uomo del futuro sarà di sangue misto. La razza futura eurasiatica-negroide, estremamente simile agli antichi egiziani, sostituirà la molteplicità dei popoli, con una molteplicità di personalità»
Ma attenzione, la storia alternativa, al limite dell’allucinatorio, del filosofo DC-UDC-CDU va oltre: «l’Europa rinasce con Kohl e dalla predicazione di Giovanni Paolo II. È dal papa che nasce l’energia morale e da quelli che hanno lottato per la libertà contro il comunismo. Kohl, attingendo a quella energia morale, spinge per una ripresa dell’europeismo che ci porta al trattato di Maastrich, all’unificazione tedesca, all’allargamento a Est, alla moneta unica».
C’è tanta carne al fuoco. Il democristiano Kohl, quello che ha pagato i debiti della riunificazione con la DDR (che gli è caduta addosso perché la Guerra Fredda l’ha vinta Reagan, non per altro) scaricandoli sull’Italia con l’euro, è quindi il vero padre di Bruxelles con le sue leggi sui cookie web, sui passaporti vaccinali e sulla forma delle banane?
E Giovanni Paolo II? È chiaro che ad una certa saltasse fuori. Sapete, Buttiglione si imparò il polacco, poteva parlare con Wojtyla nella sua lingua – cosa che ci ha sempre colpito, visto che non solo il papa parlava perfettamente l’italiano, ma si dilettava persino in certe espressioni romanesche. Ma cosa c’entra il papa dell’Est con l’Europa? Beh, qui è una questione di archeologia e amarezza, nel puro stile martinazzoliano, vien da dire.
«Il punto d’arrivo doveva essere la Costituzione Europea, invece nella battaglia siamo stati sconfitti» ammette nell’intervista Buttiglione. Ora si rammenta meglio: il Vaticano wojtyliano, e tutta la ridda di politici ed intellettuali al seguito, ad una certa altezza aveva deciso che c’era un’unica cosa a cui teneva molto: l’aborto? No. L’eutanasia? No. La pace? nemmeno. Volevano solo che nel preambolo della Costituzione dell’Europa Unita fossero ricordate le «radici cristiane dell’Europa».
Ripetiamo: è archeologia. In pochi possono riportare alla mente questo immane sforzo politico-teologico, certo utilissimo. Uno dei più attivi poteva essere il cardinale Ratzinger, allora noto come «panzer della Curia», il quale, quando era ancora un semplice porporato, si batteva contro l’ingresso della Turchia in Europa proprio per questo motivo. La cosa europea, si pensava, poteva essere cristianizzata. Poi, da papa, cambiò per qualche motivo idea, visitò Istanbul (non Costantinopoli…) e si disse favorevole all’inclusione di Ankara nel gruppo di Bruxelles.
Volevano rendere cristiana un homunculus nato in oscuri antri massonici, e progettato per continuare ad essere tale. Sognavano di domare il lupo, come San Francesco – invece si sono trovati papa Francesco… Pensavano di mettere il cappello su questo mostro sovietico in gestazione, invece di combatterlo sin dal primo vagito. Volevano la UE cristiana, più che lo Stato cristiano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
È una storia che insegna molto. È la storia ciclica del democristianismo, ora finalmente alle sue battute finali. Non è possibile reggere nulla su forze che si dichiarano democratiche e cristiane, nemmeno in Paesi totalmente cattolici. Perché Cristo e Democrazia sono termini, se non lo si è capito, antitetici.
Cristo è venuto per il popolo, per gli esseri umani: non per il sistema di governo imposto dagli anglosassoni. Maritain e l’avvio della DC a questo servivano: a rendere digeribile la democrazia – cioè un’oligarchia burocratica eterodiretta – a popoli cristiani che mai l’avevano avuta, come quello italiano.
Abbiamo vissuto, quindi, nell’illusione della democrazia per decenni e decenni, e solo ora qualcuno inizia a svegliarsi: quale potere ha un popolo, se la sua sovranità è limitata, controllata a Washington, o Bruxelles, o Francoforte, o Londra…?
Ecco che dietro a questo ologramma, tuttavia, si cela qualcosa di più inquietante: lo ammettono loro stessi, gratta De Gasperi (che Pio XII mai volle ricevere), gratta Adenauer e ci puoi ritrovare… Kalergi? Davvero?
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La storia pare di dirci che è così: il democristianismo ha infettato, oltre che la Chiesa (dove ha contribuito a cagionare la sua disfatta tramite il Concilio Vaticano II) anche la società, distruggendo nel suo tessuto la virilità, l’eroismo: i modelli offerti dai politici sono quelli di individui flaccidi proni ad ogni compromesso, passando per la menzogna e traffici di ogni tipo.
Una società senza riferimenti forti, riferimenti umani, veri, è l’ideale perché l’invasione dell’immigrazione massiva entri e dilaghi, senza trovare resistenze di sorta, con gli ultimi uomini rimasti ridotti a berciare in riserve indiane micrologiche ed insignificanti.
E da lì all’inferno, non crediate che la strada sia lunga. Rileggiamo l’autore citato da Buttiglione.
«Nella misura in cui l’Europa è cristiana essa è giudea (…) Gli emissari principali della nobiltà cerebrale – sia essa corrotta o integra – del capitalismo, del giornalismo, della letteratura, sono degli ebrei (…) [il giudaismo] è il nocciolo intorno al quale si riunisce una nuova nobiltà di spirito. Una razza di dominatori» scriveva Kalergi nel suo Idealismo pratico.
«L’Europa tende consciamente al futuro (…) nella mitologia ebraica questo spirito europeo viene rappresentato da Lucifero…». Abbiamo visto abbastanza.
Sì. Dalla DC a Satana (lo aveva intuito, forse, anche Leonardo Sciascia con Todo modo) il passo è brevissimo. Da De Gasperi a Kalergi la linea sembra proprio essere stata dritta.
Se pensano che nessuno se ne sia accorto, e che ne abbiamo accettato tutti le conseguenze, tuttavia, si sbagliano.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Trump e la potenza del tacchino espiatorio
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THROWBACK to some of the most legendary presidential turkeys in POTUS & @FLOTUS history before the big moment this year. 🎬🔥 pic.twitter.com/QT2Oal12ax — The White House (@WhiteHouse) November 24, 2025
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Civiltà
Da Pico all’Intelligenza Artificiale. Noi modernissimi e la nostra «potenza» tecnica
Se Pico della Mirandola fosse vissuto nel nostro secolo felice, non avrebbe avuto di certo le grane che gli procurò la Chiesa del suo tempo.
Avrebbe potuto discutere tranquillamente le sue 900 tesi, tutte più o meno volte a dimostrare la grandezza dello spirito e dell’ingegno umano. Soprattutto avrebbe venduto in ogni filiale Mondadori milioni di copie del proprio best seller sulla superiorità dell’uomo e della sua creatività benefica, ben rappresentata in Sistina dall’ eloquente immagine delle mani di un possente Adamo e del suo creatore, che si sfiorano e dove, in effetti, non si sa bene quale sia quella dell’ essere più potente.
Insomma Pico non avrebbe dovuto darsela a gambe nottetempo da Roma per finire prematuramente i propri giorni nelle terre avite, raggiunto da una febbre malsana di origine sconosciuta, manco gli fosse stato iniettato a tradimento un vaccino anti-COVID. Eppure era stato frainteso, o a Roma si era temuto che potesse essere frainteso dai suoi contemporanei e dai posteri. Che avrebbero potuto interpretare quella sbandierata superiorità dell’uomo come una divinizzazione capace di escludere la sua condizione di creatura.
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Ma oggi proprio così fraintesa, quella affermata superiorità dell’uomo faber serve ad alimentare la accettazione compiaciuta di qualunque gabbia tecnologica in cui ci si consegna per essere tenuti volontariamente in ostaggio. Sullo sfondo, l’ambizione tutta moderna ad essere liberati dalla condizione involontaria di creature, e dall’inconveniente di una fatale finitezza. Non per nulla la prima cosa di cui si incarica la scuola è quella di rassicurare i bambini circa la loro consolante discendenza dalle scimmie.
Ed è con questa superiorità che hanno a che fare le meraviglie abbaglianti della tecnica.
Dopo la navigazione di bolina e la scoperta dell’America, dopo il telaio meccanico e la ghigliottina, l’idea della onnipotenza umana ha trovato conferma definitiva in quella che a suo tempo è apparsa la conquista più ingegnosa della tecnica moderna: la capacità di uccidere il maggior numero di individui nel minor tempo possibile. Gaetano Filangeri annotava infatti già alla fine del Settecento come fosse proprio questo il massimo motivo di compiacimento che emergeva dai discorsi di tutti i politici incontrati in Europa.
Di qui, di meraviglia in meraviglia, si è capito che non solo si possono fare miracoli, prescindendo dalla natura, ma che è possibile un’altra natura, prodotta dall’uomo creatore. E se Dio il settimo giorno riconobbe che quanto aveva creato era anche buono, non si vede perché non lo debba pensare anche l’evoluto tecnico, o il legislatore o il giudice che si scopra signore della vita e della morte.
Sia che crei la pecora Dolly, o inventi il figlio della «madre intenzionale», o renda una coppia di maschi miracolosamente fertile, oppure stabilisca chi e come debba essere soppresso perché inutile o semplicemente desideroso di morire per mano altrui.
O, ancora, applichi a scatola chiusa quel criterio della morte cerebrale che serve a dare qualcuno per morto anche se è vivo. Una trovata perfetta capace di salvare capra e cavoli: perché mentre soddisfa la sacrosanta aspirazione del cliente ad ottenere un pezzo di ricambio per il proprio organo in disuso, appone sull’operazione il sigillo altrettanto sacrosanto della scientificità, che tranquillizza tutti e preserva dalle patrie galere.
Con la tecnica si manipolano le cose ma anche i linguaggi e quindi le coscienze. Si può mettere pubblicamente a tema se sterminare una popolazione inerme etnicamente individuata seppellendola sotto le sue case, costituisca o meno genocidio. Con la logica conseguenza che, se la risposta fosse negativa, la cosa dovrebbe essere considerata politicamente corretta mentre l’eventuale giudizio morale può essere lasciato tranquillamente sui gusti personali.
Tuttavia senza l’approdo ultimo alla cosiddetta «Intelligenza Artificiale», tutte le meraviglie del nostro tempo non avrebbero potuto elevare il moderno creatore tecnologico alla odierna apoteosi, molto vicina a quella con cui i romani presero a divinizzare i loro imperatori, senza andare troppo per il sottile.
Anzi, dopo più di un secolo di riflessione filosofica, di scrupoli, timori, ansie e visioni apocalittiche, di pessimismo sistematico e speranze di redenzione, di fughe in avanti e pentimenti inconsolabili come quello di chi dopo avere donato al mondo la bomba atomica ne aveva verificato meravigliato gli effetti, dopo tanta fatica di pensiero, le acque sembrano tornate improvvisamente tranquille proprio attorno all’oasi felice della cosiddetta «Intelligenza Artificiale».
Ogni dubbio antico e nuovo su dominio della tecnica ed emancipazione umana potere e libertà, civiltà e barbarie, sembra essersi dissolto in un compiacimento che non risparmia pensatori pubblici e privati, di qualunque fascia accademica, e di qualunque canale televisivo. Anche l’antico monito di Prometeo che diceva di avere dato agli uomini «le false speranze» ha perso di significato, di fronte a questo nuovissimo miracolo che entusiasma quanti, quasi inebriati, toccano con mano i vantaggi di questa nuova manna. Mentre le più ovvie distinzioni da fare e la riflessione doverosa sui problemi capitali di fondo che il fenomeno pone, sembrano sparire da ogni orizzonte speculativo.
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Dunque si può tornare a dire «In principio fu la meraviglia» ovvero lo stupore e il timore reverenziale di fronte alla potenze soverchianti della natura che portarono il primo uomo a venerare il sole e la madre terra e a riconoscere una volontà superiore davanti alla quale occorreva prostrasi. Eppure allora iniziò anche qualche non insignificante riflessione sull’essere umano e sul suo destino.
Oggi lo stupore induce al riconoscimento ottimistico di una nuova forza creatrice tutta umana e quindi controllabile e allo affidamento alle sorti progressive che comunque si ritengono assicurate.
Incanta il miracolo nuovo che eliminando la fatica di fare e pensare induce compiacimento e fiducia. Il discorso attorno a questo miracolo non ha alcuna pretesa filosofica perché assorbito dalla meraviglia si blocca sulla categoria dell’utile. La prepotenza della funzione utilitaristica assorbe la riflessione critica. Non ci si preoccupa perché la tecnica «non pensa» come vedeva Heidegger alludendo alla indifferenza dei suoi creatori circa la qualità delle conseguenze. La constatazione trionfalistica dell’utile fornito in sovrabbondanza dalla tecnica basta a fugare ogni scrupolo, ogni dubbio, ogni timore, ogni preoccupazione sui risvolti esistenziali non più e non solo derivanti dalla volontà di dominio delle centrali di potere che la governano.
Viene eluso in modo sorprendente il nodo centrale del fatale immiserimento delle capacità critiche logiche e speculative, in particolare di quelle del tutto indifese, perché non ancora formate, dei più giovani, esposti ad un progressivo e forse irrecuperabile deterioramento intellettuale. Eppure questa avrebbe dovuto essere la preoccupazione principale sentita da una civiltà evoluta.
Come accadde in tempi lontanissimi all’avvento della scrittura, quando ci si chiese se essa avrebbe mortificato le capacità mnemoniche di popolazioni che avevano fondato la propria cultura sulla tradizione orale.
Noi ci compiaciamo dell’avvento della scrittura, che ci ha permesso di tesaurizzare quanto del pensiero umano altrimenti sarebbe andato perduto. Ma ciò non toglie che quella coscienza arcaica avesse chiaro il senso dei propri talenti e avesse la preoccupazione della possibile perdita di una capacità straordinaria acquisita nel tempo, dello straordinario patrimonio accumulato grazie ad essa e in virtù della quale quel patrimonio avrebbe potuto essere trasmesso, pur con altri mezzi.
la mancanza di questa preoccupazione prova una inconsapevoleza e un arretramento culturale senza precedenti, ed è lecito chiedersi se tutto questo non sia già il frutto avvelenato proprio delle acquisizioni tecnologiche già incorporate nel recente passato.
La riflessione dell’uomo sulle proprie possibilità ha accompagnato la «consapevolezza della propria ignoranza e le domande fondamentali sull’origine dell’universo e sul significato dell’essere». Ma presto, il pensiero greco aveva messo in guardia l’homo faber dalla tracotante volontà di potenza di fronte alla natura e alle sue leggi, e aveva eletto a somma virtù la misura. Esortava a quella conoscenza del limite oltre il quale c’è l’ignoto. Hic sunt leones! Come avrebbero scritto gli antichi cartografi.
Del resto la saggezza antica suggeriva anche di tenere ben distinto il mondo dei mortali da quello incorruttibile degli dei che ai primi rimaneva precluso. La stessa divinizzazione degli imperatori romani era una messinscena politico demagogica sulla quale si poteva anche imbastire una satira feroce.
Il valore dell’uomo si misurava sulle imprese di quelli che erano capaci di lasciare il segno in una storia che inghiottiva tutti gli altri, senza residui.
Poi per gli umanisti in generale, a destare meraviglia fu l’uomo in se’, ovvero l’essere superiore capace di dotarsi di pensiero filosofico e speculativo, e di un bagaglio culturale elevato, in cui vedere riflessa la propria superiorità. Pico scrive il manifesto di questo riconoscimento intitolandolo Oratio Hominis dignitate. La grandezza dell’uomo non si esprime in opere dell’ingegno ma nella capacità di rigenerarsi come essere superiore. Attraverso la ragione può diventare animale celeste, grazie all’intelletto, angelo e figlio di Dio. È la potenza del pensiero a farne il signore dell’universo accanto all’Altissimo. Del quale però rimane creatura. Precisazione indispensabile per Pico, che doveva salvarsi l’anima, se non la vita. Gli artisti cominciavano a firmare le proprie opere ma l’arte era ancora la scintilla divina che essi riconoscevano nel proprio creare.
Col tempo, la vertiginosa progressione tecnica fino alla impennata tecnologica contemporanea ha invece condotto l’uomo contemporaneo, ad un senso di sé che si declina come volontà di potenza espressa nelle opere dell’ingegno di cui egli è creatore e fruitore.
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Tuttavia, se la tecnica serve per uccidere il maggior numero di uomini nel minor tempo possibile, si capisce come da nuova meraviglia e nuova natura, possa farsi problema. Si è presa coscienza vera delle sue applicazioni e implicazioni economiche, politiche, e antropologiche in senso ampio, della mercificazione umana di cui diventa portatrice. Ma anche della necessità di risalire alla matrice prima di questo processo, ovvero alla ragione, la dote distintiva dell’uomo che da guida luminosa può degenerare in mezzo di autodistruzione.
Giovanbattista Vico aveva visto nelle sue degenerazioni il germe di una seconda barbarie. Quella stessa ragione che ha scoperto i mezzi per vincere l’ostilità della natura, procurare condizioni più favorevoli di vita, e controllare la paura dell’ignoto, ha sviluppato la tecnica, soprattutto nella modernità occidentale, secondo una progressione geometrica. Ma questa stessa ragione umana da fattore di liberazione si rovescia in strumento di dominio, proprio attraverso la tecnica.
Tale rovesciamento, come è noto, è stato al centro della Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno che lo hanno fissato genialmente nell’incipit memorabile: «L’illuminismo ha sempre perseguito il fine di togliere all’uomo la paura dell’ignoto, ma la terra interamente illuminata, splende all’insegna di trionfale sventura». Dove per illuminismo si allude appunto all’impiego della ragione calcolante, e al suo sforzo primigenio per vincere lo smarrimento e la sottomissione indotte dalle forze della natura. Ma il mondo creato attraverso il processo di razionalizzazione diventa a sua volta naturale e quindi domina i rapporti umani, ne produce la reificazione, e a sua volta risulta ingovernabile. Dunque la ragione è creatrice degli strumenti di dominio sotto la maschera della liberazione.
Questi autori hanno visto da vicino, anche per esperienza personale, come l’avanzata incessante del progresso tecnico possa diventare incessante regressione verso quella seconda barbarie preconizzata da Vico tre secoli prima. Hanno visto la barbarie ideologica e pratica prodotta dai sistemi totalitari. E poi, una volta emigrati negli Stati Uniti, lo imbarbarimento di una società che dal di fuori era ritenuta politicamente più evoluta. Avevano constatato come l’umanità del XX secolo avesse potuto regredire a «livelli antropologici primitivi che convivevano con stadi più evoluti del progresso».
E infine, come in questo orizzonte regressivo i capi avessero «l’aspetto di parrucchieri, attori di provincia, giornalisti da strapazzo», «al vuoto di un capo, corrispondesse una massa vuota, e alla coercizione quella adesione generalizzata che rende la prima quasi irreversibile». Inutile dire che di questi fenomeni abbiamo ora sotto gli occhi la forma più compiuta.
Con la modernità la ragione che per Pico avvicinava l’uomo a Dio, è diventata irrimediabilmente strumentale e soggettiva. Non si mette in discussione la qualità dei fini ma si adotta in ogni campo e senza riserve, fraintendendone il senso, la lezione di Machiavelli. Non per nulla, nella versione Reader’s Digest, questo rimane l’autore di riferimento, dei teorici dell’espansionismo imperiale e americano fino ai giorni nostri.
Ma se con la ragione strumentale si impone la logica dei rapporti di forza, questa, portata alle estreme conseguenze,, fa cadere anche il limite e il discrimine tra bene e male, secondo la filosofia di De Sade, che sembra farsi largo in una società ormai nichilista. Così negli ospedali londinesi si possono sopprimere impunemente i neonati troppo costosi per il sistema sanitario, a dispetto dei genitori. Si possono destabilizzare i governi a dispetto dei popoli, si possono roversciare i canoni etici, estetici, religiosi e logico razionali.
Dunque, quella diagnosi pessimistica, dovrebbe tornare quanto mai attuale oggi che l’approdo alla cosiddetta intelligenza artificiale si è compiuto, ed essa è già diabolicamnete applicata all’insaputa delle vittime, o trionfalmente accolta dai suoi ammirati fruitori. Torna attuale per avere messo a tema la torsione della ragione liberatrice in strumento di dominio anche se non era ancora possibile intravedere il rovesciamento ulteriore, l’Ultima Thule della autoschiavizzazione che avviene con la sottomissione spontanea e felice alla sovraestensione tecnologica.
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Invece sembra che si sia dimenticata, per incanto, tutta la riflessione intorno alla tecnica , che ha affaticato il pensiero di un intero secolo. Ora che le metamorfosi di una intera Civiltà, diventate presto di dimensioni planetarie, mostrano più che mai la necessità di riprendere il tema filosofico per eccellenza, sulla essenza e sul destino dell’uomo.
Ed è con questo tema che noi abbiamo a che fare più che mai. Infatti non si tratta più o non solo di prendere coscienza della esistenza di centri di potere che hanno in mano le redini degli strumenti con cui siamo dominati. Perché questa, bene o male, è diventata coscienza abbastanza diffusa almeno in quella parte di dominati che hanno la capacità di riflettere sulla propria condizione di sudditanza.
Tutti più o meno si sono accorti della manipolazione del consenso e della potenza della pubblicità e della forza della propaganda. Nonché della dipendenza dalla tecnologia e delle sue controindicazioni. Anche se ogni diffidenza e ogni riconoscimento di dipendenza viene poi spesso temperato dalla convinzione che si possa comunque controllare lo strumento.
Il salto di qualità l’ha prodotto la meraviglia. Questa volta non turbata dal timore della propria impotenza. L’utile immediato è metafisico, e il miracolo salvifico non megtte in discussione la bontà della volontà che lo genera. Il miracolo crea fedeli e discepoli confortati. Gli agnostici tutt’al più vogliono toccare con mano, anche Tommaso diventa il più convinto dei credenti di fronte alla evidenza dei risultati. Ogni aspetto problematico della faccenda viene messo da parte perché è comunque meglio una gallina oggi che un uovo domani.
Sotto a tanta meravigliosa e meravigliata fiducia c’è la rinnovata fede nella divinità del genio umano che comunque appare lavorare per il bene dei mortali. Un bene tangibile, pronto e tutto svelato, nonché senz’altro proficuo per le nuove generazioni sollevate dalla fatica inutile di imparare a leggere, scrivere e fare di conto, e soprattutto da quella pericolosa attitudine a pensare, ricordare, esplorare e guardare al di là del proprio particulare.
Ancora una volta è dunque la ragione calcolante che dopo avere rinchiuso gli uomini nella gabbia dell’utile materialmente ponderabile tenuta dal potere, fa sì che essi vi si rinchiudano con rinnovato entusiaimo e di propria iniziativa. Insomma non si tratta più di un ingranaggio di dominio e manipolazione subito e del quale non tutti e non sempre hanno acquistato chiara consapevolezza. Si tratta della rinuncia volontaria alla propria capacità di autonomia e di sviluppo delle facoltà speculative destinate ad immiserirsi e isterilirsi per abbandono progressivo, e infine per non uso.
Di certo la difficoltà di uscire dall’ingranaggio, di fronte alla prepotenza dell’ordigno e alla accondiscendenza crescente degli stessi entusiasti utilizzatori diventa oggi drammatica quanto sottovalutata. Gli stessi Horkheimer e Adorno avevano esitato a proporre una soluzione per il problema, più oggettivamnete contenuto, che avevano affrontato allora con tanta acribia. Non bisogna però sottovalutare il suggerimento che essi formularono alla fine, ipotizzando la possibilità di riportare proprio la ragione calcolante alla autoriflessione sul proprio invasivo precipitato tecnologico.
Una soluzione utopica , si è detto, perché la ragione rinnegando se stessa dovrebbe paradossalmente rinunciare a tutto quello che ha anche fornito all’uomo come mezzi di sopravvivenza e di emancipazione dai condizionamenti della natura. Tuttavia non è insensato pensare che la autoriflessione possa condurre a stabilire il confine invalicabile oltre il quale il costo umano capovolge il senso stesso del calcolo razionale togliendo ad esso ogni giustificazione logica. Si tratta di vedere con disincanto tutta la realtà dei nuovi giocattoli antropofagi. Perché di questo si tratta: quella innescata dalle nuove frontiere della tecnica altro non è che autodistruzione morale e materiale, consegna senza scampo all’arbitrio incontrollabile di una potenza che fugge anche al controllo di chi la mette in moto.
Se «dialettica dell’illuminismo» significava nella riflessione dei suoi autori, rovesciamento della promessa di emancipazione della ragione in dominio e schiavizzazione sotto mentite spoglie, di questo rovesciamento la cosiddetta Intelligenza Artificiale è il compimento funesto e pericolosissimo perché capace non soltanto di neutralizzare attualmente ogni difesa, ma anche di isterilire nel tempo ogni potenzialità critica e speculativa. E appare del tutto irrisorio obiettare che è possibile controllare il processo perchè si è consapevoli che in ogni caso il meccanismo è un prodotto umano. Come se la valanga provocata dalla dinamite fosse per ciò stesso anche arrestabile.
Converrebbe piuttosto ricordare il monito di Benedetto XVI sulla necessità di allargare un concetto di ragione oramai ridotta a ragione calcolante per riconoscere di nuovo ad essa la funzione di guidare gli uomini verso l’ orizzonte spiritualmente ed eticamente più ampio ed elevato della cura e della vita buona, della consapevolezza e della corrispondenza tra il pensiero e il bene che va oltre l’immediatamente utile.
Per questo forse non basta lo sforzo di autoriflessione suggerito nella Dialettica dell’illuminismo, occorre ritrovare quel senso della trascendenza che allarga la mente oltre il vicolo cieco e le secche di un pensiero senza la luce di fini più grandi dell’utile contabile ed immediato.
Quell’uomo non a caso tanto presto dimenticato, perchè incompatibile con la miseria dei tempi, aveva compreso perfettamente, dall’alto di una grande intelligenza e di una solida fede, che sul ciglio del baratro occorre tornare indietro e buttare al macero «le false speranze».
Patrizia Fermani
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Immagine screenshot da YouTube
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