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Economia

Batterie al litio, una tecnologia strategica che richiede l’intervento dello Stato

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Quale futuro può avere una Nazione che non si adatta ai cambiamenti sul fronte dell’energia? In particolare: come ci stiamo muovendo per quanto riguarda le batterie al litio?

 

Renovatio 21 lo ha chiesto professor Mario Pagliaro, Chimico al CNR ISM (Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati) e docente di nuove tecnologie dell’energia al Polo Fotovoltaico della Sicilia, uno dei massimi esperti di solare in Italia.

 

Il professor Pagliaro guida a Palermo un Gruppo di ricerca i cui risultati sono riflessi in oltre 250 pubblicazioni scientifiche internazionali e in 22 libri, molti dei quali poi divenuti testi di riferimento nel loro settore. È fra gli scienziati maggiormente citati a livello internazionale nel campo della chimica (top 1%). Nel 2013, Silicon ha pubblicato un ampio articolo dedicato alle sue attività scientifiche e formative.

 

Fortemente consigliata è la lettura del suo libro Helionomics, snella e approfondita opera di divulgazione sulla rivoluzione socio-economica che porterà l’energia solare in tutto il mondo.

 

 

 

 

Professor Pagliaro, può spiegarci qual’è la situazione della produzione delle batterie al litio?

È molto semplice. Ci sono tre Paesi che hanno sviluppato la tecnologia su scala industriale: Cina, Sud Corea, e Giappone. E poi ci sono le altre nazioni, che dal punto di vista di questa produzione strategica possono essere considerati Paesi in via di sviluppo.

 

Un motore elettrico ha un’efficienza eccezionale, superiore al 95%. Uno termico montato su un’auto a benzina non arriva al 30%, e se l’auto è vecchia, ancora meno

Con quali conseguenze? D’altra parte i cittadini europei, sudamericani o nordamericani possono continuare a comprare veicoli alimentati a benzina o a gasolio?

È semplicissimo. Un motore elettrico ha un’efficienza eccezionale, superiore al 95%. Uno termico montato su un’auto a benzina non arriva al 30%, e se l’auto è vecchia, ancora meno. Una casa automobilistica francese che produce entrambi i tipi di auto ha verificato concretamente come la versione elettrica ha un consumo energetico quasi 4 volte inferiore: ci vogliono solo 16,1 kWh di elettricità per percorrere 100 km con l’auto elettrica, e ben 55,68 kWh di energia chimica accumulata nella benzina per la versione benzina. Per non parlare del comfort di guidare nel silenzio e senza vibrazioni. Il risultato, oggi che le auto elettriche sono divenute accessibili persino in Europa, è che ad esempio in Regno Unito oltre l’8% delle auto vendute sono ormai a batteria.

 

Quindi a quali conseguenze vanno incontro i Paesi industrializzati che non producono batterie al litio?

Quella di perdere l’industria degli autoveicoli che, ricordo, oltre alle auto include furgoni, autobus, camion e pullman. La gran parte del valore di un veicolo elettrico risiede infatti nelle batterie: non disporre di una produzione nazionale fa dipendere la produzione dei veicoli elettrici dai produttori di batterie esteri. I quali non solo controllano i prezzi, ma anche i tempi di fornitura. Se, per una qualsiasi ragione, decidessero di non rifornire più il produttore di autoveicoli, questo dovrebbe arrestare la produzione.

 

La gran parte del valore di un veicolo elettrico risiede infatti nelle batterie: non disporre di una produzione nazionale fa dipendere la produzione dei veicoli elettrici dai produttori di batterie esteri. I quali non solo controllano i prezzi, ma anche i tempi di fornitura

Perché si è giunti a questa situazione? Com’è possibile che la Germania, che ospita una grande industria chimica, si ritrovi a dover dipendere dalle batterie fatte in Cina per le sue auto elettriche?

Perché sono mancati gli investimenti che andavano pianificati già quindici anni fa. Probabilmente si è trattato di un errore di valutazione: gli industriali e i manager non solo europei non pensavano che la produzione cinese di batterie e di veicoli elettrici potesse crescere così rapidamente. Adesso, sono chiamati ad investimenti enormi in tempi rapidi per i quali è necessario l’intervento suppletivo degli Stati. È ciò che è avvenuto per l’industria petrolifera in quasi tutti i Paesi del mondo. Lo stesso accadrà inevitabilmente con le nuove tecnologie dell’energia.

 

Di che ordine di grandezza di investimenti stiamo parlando? Le persone leggono euro o dollari per chilowattora e non capiscono. Quanto costa e che dimensioni dovrebbe avere una fabbrica di batterie al litio ad esempio per l’industria dell’auto italiana?

Anche qui, è semplice una volta fatta chiarezza. Immaginiamo che l’Italia torni a produrre 2 milioni di auto all’anno. Sono auto che vanno dalle utilitarie ai SUV. In media, ognuna avrà un pacco batterie da 50 kWh (chilowattora). Questo significa che l’Italia dovrebbe produrre 50×2.000.000=100 milioni di kWh. I milioni di kWh si chiamano gigawattora. Quindi la fabbrica dovrebbe produrre 100 GWh all’anno. Consideri che la fabbrica che entrerà in produzione a fine anno nel nord della Svezia inizialmente aveva previsto un costo dell’investimento di 4,25 miliardi di dollari per un impianto da 32 GWh.

 

In molti pensano che passare alla mobilità elettrica sia solo un modo di spostare l’inquinamento dalle città e dalle strade alle centrali termoelettriche, incluse quelle nucleari. O che addirittura le reti possano essere soggette a frequenti blackout quando i veicoli elettrici saranno milioni. È così?

No. Innanzitutto già oggi quasi la metà della produzione elettrica di Paesi come l’Italia viene da acqua, sole, vento e dalla combustione di biomassa. Ricaricando l’auto la notte ad esempio. In inverno, quando la domanda elettrica è molto bassa, fornisce i carichi necessari alla rete per assorbire la produzione eolica, che è particolarmente elevata la notte e nei mesi autunnali e invernali. In assenza di domanda sufficiente, molto spesso le pale eoliche devono essere fermate per eccesso di produzione. Di giorno nei mesi primaverili ed estivi, a essere elevatissima è la produzione di energia fotovoltaica dal parco italiano che supera i 20 GW di potenza. Le persone non lo sanno, ma in Sicilia e in altre regioni del Sud nei giorni festivi e spesso pure di Sabato gli impianti fotovoltaici vengono disconnessi dalla rete per eccesso di produzione rispetto alla domanda. Caricare i veicoli elettrici in quei giorni, farà crescere in modo sensibile le ore di funzionamento del parco solare italiano. E poi c’è un ulteriore vantaggio reso possibile solo dai veicoli elettrici.

Le persone non lo sanno, ma in Sicilia e in altre regioni del Sud nei giorni festivi e spesso pure di Sabato gli impianti fotovoltaici vengono disconnessi dalla rete per eccesso di produzione rispetto alla domanda. Caricare i veicoli elettrici in quei giorni, farà crescere in modo sensibile le ore di funzionamento del parco solare italiano

 

Quale?

Quello di autoprodursi da sé l’energia con cui ricaricare i propri automezzi a batteria. Vale per una famiglia nelle Marche che collega la propria auto elettrica alla pensilina fotovoltaica in giardino, come per l’azienda del trasporto pubblico di Torino che sul tetto di un suo deposito ha un impianto fotovoltaico da 1000 kW con cui autoproduce una frazione significativa dei kWh consumati dalle decine di autobus elettrici che possiede. Questo significa piena libertà energetica: famiglie e aziende autoproducono gratuitamente dal sole l’energia che gli serve per i propri autoveicoli. Sembra un sogno, ma è invece concreta realtà gia per decine di migliaia di famiglie e aziende in tutto il mondo.

 

Un’ultima domanda. Le batterie al litio contengono cobalto. Oltre ad essere estratto dai bambini in Congo, il cobalto è fortemente inquinante. Cosa si può fare?

Le batterie al litio di prima generazione, quelle dei cellulari e dell’elettronica portatile, contenevano ossido di cobalto. Quelle di nuova generazione come quelle installate sui bus elettrici di Torino o su alcune delle più moderne auto elettriche non contengono né cobalto né altri metalli tossici. Hanno un catodo in litio ferrofosfato che, fra gli altri benefici, è anche più durevole e molto più sicuro rispetto al rischio incendio. Noi prevedemmo che questa tecnologia di produzione dei catodi sarebbe stata ulteriormente migliorata, e sarebbe divenuta quella più importante. L’anno scorso, una delle due maggiori aziende di batterie al mondo ha presentato una batteria radicalmente migliore basata proprio sul litio ferrofosfato.

 

Grazie, professor Pagliaro

 

 

 

 

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Trump minaccia la guerra finanziaria: «un D-Day economico» contro l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso di colpire qualsiasi Paese che aiuti l’economia iraniana, abbandonando la sua precedente strategia incentrata sulle minacce militari.

 

Trump ha rilasciato queste dichiarazioni dopo che, lunedì, è scaduto il termine di 60 giorni per negoziare un accordo di pace con Teheran, senza che si fossero registrati progressi significativi.

 

«Sto annunciando l’OPERAZIONE ECONOMICA PIÙ DEVASTANTE MAI INTRAPRESA CONTRO QUALSIASI PAESE! Questa sarà una guerra economica e un isolamento su una scala senza precedenti», ha scritto Trump su Truth Social mercoledì sera.

 

«Annuncio inoltre che QUALSIASI Paese che permetta alle proprie istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi di fornire qualsiasi tipo di sostegno all’Iran dovrà affrontare ENORMI conseguenze economiche. Il contrabbando di petrolio, le linee di swap, i trasferimenti di denaro, le case di cambio, i registri navali, le società di copertura : tutto questo deve cessare ORA», ha aggiunto.

 

«Questo sarà il D-Day economico e abbiamo bisogno che tutti i nostri alleati si schierino con gli Stati Uniti d’America per isolare e sconfiggere la minaccia iraniana», ha scritto Trump.

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Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi giorni gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la sospensione dei rapporti economici con l’Iran dopo il lancio di due missili balistici contro il loro territorio. Teheran ha respinto le accuse, definendo l’incidente un’operazione sotto falsa bandiera israeliana. In passato, Teheran ha lanciato droni e missili contro gli Emirati Arabi Uniti e altri Stati arabi della regione che ospitano basi statunitensi, accusandoli di permettere che il loro territorio venga utilizzato per sferrare attacchi contro di essa.

 

Le rinnovate minacce di Trump sono giunte mentre il numero di navi che attraversavano lo strategico Stretto di Ormuzzo è sceso a sei martedì, al di sotto della media giornaliera di 11 registrata negli ultimi 10 giorni, secondo quanto riportato da Reuters, citando i dati del servizio di monitoraggio Kpler.

 

L’Iran ha chiuso la via navigabile, che gestisce circa un quarto del commercio globale di petrolio e GNL via mare, poco dopo che Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro campagna di bombardamenti congiunta il 28 febbraio. La Marina statunitense ha dichiarato il proprio blocco dei porti iraniani in aprile e ha indirizzato le navi attraverso rotte che l’Iran considera illegali. Parlando con i giornalisti mercoledì, Trump ha descritto il blocco come «estremamente efficace».

 

Questo mese, funzionari iraniani hanno dichiarato che lo stretto non verrà riaperto finché gli Stati Uniti non revocheranno il blocco, non sbloccheranno i beni congelati della Repubblica islamica e non porranno fine alle sanzioni. Teheran ha inoltre chiesto a Washington di ritirare le proprie truppe dalla regione come condizione per un accordo di pace.

 

Gli Stati Uniti hanno sospeso la loro più recente ondata di attacchi alla fine del mese scorso, con Trump che ha affermato di voler creare spazio per i colloqui. Da allora, tuttavia, ha dichiarato che tutti i negoziati sono stati interrotti.

 

La tregua nelle ostilità è avvenuta in un contesto di diffuse notizie secondo cui l’esercito statunitense avrebbe in gran parte esaurito le proprie scorte di munizioni di precisione e missili intercettori. Trump e il Segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth hanno negato qualsiasi carenza.

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Economia

Il Venezuela post-Maduro rivuole indietro i suoi 4 miliardi di dollari in oro dall’Inghilterra.

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Il Venezuela intende recuperare il proprio oro. E ora, con la rimozione di Maduro e Caracas sostanzialmente ridotta a un soggetto controllato dall’influenza e dagli interessi di Washington, dispone di prospettive ben maggiori rispetto al passato per riuscirci. Lo riporta il Financial Times.   Secondo un articolo pubblicato venerdì dal FT il governo e l’opposizione venezuelana stanno collaborando per ottenere la restituzione di 4 miliardi di dollari in lingotti d’oro attualmente custoditi nei caveau della Banca d’Inghilterra.   Un comunicato congiunto appena rilasciato ha confermato che stanno operando attivamente «per recuperare le riserve internazionali del Venezuela detenute presso la Banca d’Inghilterra».   Se il rimpatrio andasse a buon fine, i fondi sarebbero destinati in parte alla ricostruzione post-terremoto e a mitigare le conseguenze di anni di sanzioni americane, che di fatto non sono ancora state interamente revocate.   I fondi sono stati al centro di una prolungata contesa legale, dopo che dal 2018 Londra ne ha impedito l’accesso rifiutando di riconoscere il governo socialista rivoluzionario del Venezuela.

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Nonostante Maduro sia stato deposto da un’operazione militare statunitense lo scorso gennaio, durante un raid notturno a sorpresa nella capitale, la Banca d’Inghilterra richiede assoluta chiarezza giuridica su chi detenga realmente il potere in Venezuela prima di autorizzare l’apertura dei caveau.   Una fonte anonima dell’opposizione ha riferito a FT che entrambe le parti stanno mettendo a punto un «meccanismo di trasparenza» concepito per assicurare che l’ingente somma di un miliardo di dollari non venga sottratta di nascosto.   La presidente Delcy Rodriguez, già vicepresidente di Maduro, ha inoltrato una richiesta personale al re Carlo per l’oro. Il metallo prezioso è rimasto oggetto di una lunga controversia nei tribunali britannici e non è stato rilasciato nonostante la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti a gennaio e una richiesta del presidente ad interim Delcy Rodriguez a re Carlo.   Il Paese sudamericano è stato colpito da due devastanti terremoti alla fine di giugno che hanno provocato la morte di oltre 6.000 persone.   Rodriguez ha dichiarato che il governo e i parlamentari hanno convenuto di concentrarsi su progetti orientati alla ricostruzione delle abitazioni, al miglioramento delle strutture sanitarie, alla disponibilità di energia elettrica e alla rimozione delle macerie e, a tal fine, di «concentrare gli sforzi per promuovere il recupero delle attività internazionali del Venezuela presso la Banca d’Inghilterra».   Il Venezuela accusava da tempo l’Inghilterra di «furto» nel quadro di un piano di cambio di regime finalizzato a rovesciare il precedente governo, obiettivo che Washington ha infine realizzato all’inizio di quest’anno. Per la prima volta non sussiste più la scusa plausibile del «non sappiamo chi sia il governo legittimo», visto che il governo Rodriguez è stato formalmente riconosciuto dall’amministrazione Trump.   Il valore dell’oro è praticamente raddoppiato nel periodo in cui è rimasto bloccato.   Sotto la guida della Rodriguez, il sistema socialista resta in vigore; tuttavia Caracas ha mostrato di allinearsi ora agli Stati Uniti e all’Occidente su diverse questioni di politica estera, dal cambiamento di posizione su Israele al distanziamento da Russia, Cina e Iran.   Come riportato da Renovatio 21, tre mesi fa gli USA hanno rimosso l’uranio altamente arricchito posseduto dal Venezuela.   Dopo il rapimento di Maduro, Trump aveva dichiarato che con le risorse venezuelane gli Stati Uniti potrebbero controllare il 55% del petrolio mondiale.

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Economia

Hormuz e la situazione energetica in Italia. Intervista al prof. Pagliaro.

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Siamo quasi alla fine di agosto. Il gasolio in Italia costa oltre 2 euro al litro. Persino il gasolio agricolo ha superato la soglia di 1,4 euro al litro. Lo scorso anno costava 80 centesimi. Lo Stretto di Ormuzzo è chiuso di fatto dalla fine di febbraio. La Persia continua a colpire le petroliere arabe che provano a forzare il blocco. Su questi ed altri temi legati all’energia e all’economia, siamo tornati a sentire Mario Pagliaro, lo scienziato del CNR con cui da anni Renovatio 21 parla di temi. Il professor Pagliaro, nell’estate del 2021, fu tra i primi a prevedere l’impennata dei prezzi dell’energia.

 

La prima domanda è forse quella che si fanno tutti. Cosa accadrà nei prossimi mesi al prezzo dei carburanti e del gas naturale. Dopo la fine dell’approvvigionamento del gas russo, la chiusura dello Stretto di Hormuz fa mancare il gas naturale liquefatto in arrivo da Qatar ed Emirati Arabi. Sbaglio o si rischia una crisi senza precedenti?

Non sbaglia. Il Qatar è stato costretto a ricorrere alla clausola di «forza maggiore» per giustificare la mancata consegna del gas liquefatto ai suoi clienti in tutto il mondo, inclusi molti Paesi europei. Bisogna però distinguere l’Italia da tutti gli altri Paesi europei: l’Italia, a differenza di tutti gli altri Paesi europei, è meta di ben tre grandi gasdotti che trasportano il gas naturale dal Nord Africa (da Algeria e Libia) e dal Caucaso (dall’Azerbaigian), oltre a disporre dell’accesso al maggior giacimento di gas naturale del Mediterraneo antistante le cose dell’Egitto. In Italia, dunque, non si porrà alcun problema di disponibilità di gas naturale nemmeno se Hormuz dovesse restare chiuso per molti mesi ancora.

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E per il petrolio: cosa accadrà ai ai prezzi di gasolio e benzina? Perché sono già così elevati?

Anche in questo caso, la situazione dell’Italia è diversa da quella di tutti gli altri Paesi europei. Le persone associano “petrolio” a “carburante”. In realtà, benzina, gasolio, e kerosene («jet fuel») sono prodotti petrolchimici ottenuti per raffinazione chimica all’interno delle raffinerie. Benché da Cremona a Gela l’Italia abbia chiuso molte raffinerie a causa del crollo della domanda interna di carburanti, l’Italia conserva 10 raffinerie che la cui capacità di raffinazione è largamente sufficiente a coprire la domanda di tutti i tipi di carburante, tranne per il jet fuel.

 

Molto diversa è la situazione dell’Europa centrale ed orientale, dove la capacità di raffinazione non basta a coprire la domanda. Fino all’inizio del conflitto fra le maggiori repubbliche della ex URSS, tale carenza era largamente coperta da importazioni di carburante dalle repubbliche ex sovietiche, a partire dalla Russia, ovvero dalle raffinerie di Penisola arabica, Turchia, e India.

 

Molte delle navi che attraversavano Hormuz portavano carburante, e non petrolio. I prezzi di gasolio e benzina, che ancora a fine novembre dello scorso anno erano abbondantemente sotto gli 1,7 euro al litro con il petrolio prezzato a 65 dollari al barile, sono aumentati drasticamente in pochi mesi. Le raffinerie lavorano tutte a pieno regime per coprire il deficit di petrolio importato dalla Penisola arabica, e questo determina un forte aumento del prezzo dovuto alla grande domanda, che peraltro non fa che crescere al prosieguo della chiusura di Hormuz.

 

Un’altra domanda che ci facciamo noi «profani» è per quale motivo la chiusura di Hormuz determina un aumento dei prezzi del carburante anche negli USA che oltre alle grandi risorse di petrolio di scisto hanno pure acquisito il controllo del Venezuela. Perché allora sono stati costretti a rilasciare enormi quantità delle scorte strategiche di carburante?

Perché il petrolio, una sostanza organica estratta dal sottosuolo, non è tutto eguale. Povero di composti solforati e di altre impurezze, il petrolio leggero e poco viscoso del Medio Oriente, come quello della Libia e del Nord Africa ma anche quello della Siberia occidentale o il Brent del Mare del Nord o ancora quello estratto nel Mar Caspio, è necessario a rendere raffinabile il viscoso petrolio venezuelano o ancor più quello di scisto.

 

Ad esempio, la Russia ottiene il petrolio «Urals» mescolando il petrolio pesante degli Urali e del Volga con il greggio della Siberia occidentale. Senza quel petrolio leggero, l’unico uso del petrolio che potrebbero fare è quello che vide Marco Polo attraversando l’odierno Azerbaigian notando come la popolazione lo usasse per «ardere» e dunque per produrre un po’ di calore e per illuminare.

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Un’altra notizia che ci ha colpiti rileggendo la sua ultima intervista in cui prevedeva il ritorno dello Stato nell’economia e la necessità per l’Italia di rifondare l’IRI è stata la nazionalizzazione in Gran Bretagna della produzione dell’acciaio. Dunque, si va verso il ritorno dello Stato nell’economia?

Non esiste alcuna alternativa se si vuole evitare la completa deindustrializzazione e il collasso economico e sociale. La Gran Bretagna ha nazionalizzato British Steels per «garantire l’avvento della produzione d’acciaio nel Regno Unito, proteggere i dipendenti qualificati e preservare una capacità nazionale vitale». Ma sta anche nazionalizzandoo le ferrovie, con la nascita di Great British Railways, e sta per assumere il controllo di Thames Water, il maggior distributore di acqua del Paese, che ha un debito superiore ai 20 miliardi di sterline.

 

La globalizzazione dell’economia, per cui la Cina e gli altri Paesi del sud asiatico, producevano ogni sorta di beni, ed i Paesi dove nacque l’industria li importavano mentre le loro economie divenivano economie di servizio, è un capitolo storico concluso. Ciò che la rese possibile fu la fine concomitante, nel 1971, della convertibilità del dollaro in oro che richiese il varo del petrodollaro e l’avvio della trasformazione della Cina da economia agricola in grande potenza industriale.

 

Probabilmente, senza l’autodissoluzione dell’URSS nel 1991, la globalizzazione sarebbe anche finita anche prima. In ogni caso, oggi e da tempo, la globalizzazione è finita. I Paesi devono tutti tornare a produrre beni industriali ed agricoli, ed aumentare drasticamente il loro livello di autosufficienza industriale ed alimentare.

 

L’Italia prenderà parte a questo processo: davvero rinascerà l’IRI?

Di nuovo, non esistono alternative: ad esempio, se l’Italia vorrà conservare la produzione di acciaio e dunque la sua industria metalmeccanica dovrà nazionalizzare il settore come ha fatto il Regno Unito e come farà la Francia. In un’economia finanziarizzata dominata da deindustrializzazione, bassi salari ed alta tassazione, i privati non hanno alcun interesse ad investire e a condurre la produzione industriale, se non in quei settori che esportano a prezzi alti e largamente remunerativi la gran parte della produzione negli USA come nel caso dei macchinari avanzati, dell’agroalimentare o dei materiali per l’edilizia.

 

Un simile sistema mercantilista per reggersi richiede prezzi bassi di energia e semilavorati importati dal Sud-Est asiatico, e la disponibilità degli USA ad assorbire questi beni in cambio di dollari senza o con piccoli dazi doganali. Di tutto ciò, in poco più di 5 anni successivi al 2020, non resta più nulla. Di qui, il fortissimo aumento del debito pubblico in tutti i Paesi europei e il ritorno ormai ineludibile dello Stato come soggetto della produzione di beni e servizi.

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Un’ultima domanda in attesa di risentirci presto: in questo contesto cosa accadrà della produzione agroalimentare italiana?

Tornerà a fiorire. Finora, l’uso delle scorte e la prolungata stagione estiva con il crollo della domanda in tutti i settori – che in Italia grazie all’estate mediterranea dura praticamente tre mesi da fine maggio a inizio settembre – non c’è stato il trasferimento dell’aumento dei prezzi dal settore dei carburanti a tutti gli altri settori. L’aumento dei prezzi è però ineludibile e riguarderà tutti settori a partire proprio dai prodotti agricoli.

 

Con il prezzo dei prodotti agricoli che tornerà a crescere come avvenne dopo le «riaperture», gli agricoltori italiani vedranno finalmente riconosciuti prezzi alti e remunerativi per tutte le loro produzioni. Questo, unito al diffondersi ormai ubiquo dell’agricoltura biologica in tutte le sue forme che vede l’Italia primeggiare in Europa e nel mondo, porterà ad un ritorno massiccio dei giovani nei campi: vi troveranno un lavoro ben pagato e fonte di benessere tanto per loro che per la comunità servita dalle loro produzioni. Le importazioni di derrate agricole dall’estero caleranno in modo significativo e durevole.

 

E l’Italia conoscerà finalmente uno sviluppo della sua formidabile industria agroalimentare non più basato sulle esportazioni verso gli USA e in parte verso la Germania, ma trainato dalla domanda interna. Il processo è appena iniziato, e non si fermerà.

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 Immagine di Eni via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0

 

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