Eutanasia
Alfie Evans e il vergognoso silenzio della chiesa di Bergoglio
Tutti conoscono ormai la vicenda del piccolo Alfie Evans, il bambino inglese di ventitré mesi affetto da una misteriosa malattia neurodegenerativa e, per questo, ricoverato da lungo tempo all’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool.
Per volontà dei medici il bambino, aiutato da un ventilatore a respirare, deve morire. Per il giudice dell’Alta Corte – al quale l’ospedale si è rivolto per poter “staccare la spina”, come si dice nel gergo dell’eutanasia, – la vita di Alfie «è inutile».
Thomas Evans e Kate James sono i genitori di Alfie, e da tempo lottano affinché la vita di loro figlio possa essere salvata dalle mani di questi aguzzini che, calpestando la sovranità genitoriale decidono – per legge – di sopprimere un bambino senza che per lui esista, nemmeno lontanamente, un pericolo di vita e quindi un ipotetico accanimento terapeutico.
Diversi ospedali – come ad esempio il Bambin Gesù di Roma dove i genitori, peraltro, vorrebbero approdare – si sono resi disponibili attraverso delle equipe di esperti per accogliere il bambino. Altri professionisti hanno avanzato disponibilità ma tutto, stranamente, è risultato inutile: Alfie deve morire, lo vuole la legge.
La medicina, che dovrebbe ancora una volta basarsi sul principio del primum non nocere, non solo si arrende, ma altresì si mobilita per uccidere togliendo un sostegno vitale.
La medicina, che dovrebbe ancora una volta basarsi sul principio del primum non nocere, non solo si arrende, ma altresì si mobilita per uccidere togliendo un sostegno vitale.
Tutta questa questione, che poggia le proprie riflessioni su principii bioetici, diventerebbe davvero troppo lunga e questa non è la sede per approfondirla. Vogliamo qui, invece, parlare di ciò che sta diventando la vergogna del mondo: ovvero la posizione assunta dalla chiesa (minuscola voluta) nella vicenda di Alfie Evans, ancora più eclatante rispetto a quella che coinvolse il piccolo Charlie Gard, primo bambino innocente morto fra le grinfie dello Stato e fra il silenzio complice della chiesa che ha tradito il proprio mandato.
Sì, è proprio questo silenzio complice che lascia attoniti. Un silenzio che, di fatto, è stato anche interrotto da piccoli gesti veramente indegni, come l’intervista rilasciata da Mons. Paglia Vincenzo, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita il quale, di fatto, ha dato ragione ai giudici inglesi.
Il peggio del peggio è poi venuto dalla massima autorità della Chiesa, che dopo numerosi solleciti da parte del mondo intero, è intervenuto sulla vicenda udite udite… attraverso un tweet che così recitava:
«È la mia sincera speranza che possa essere fatto tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans e che la profonda sofferenza dei suoi genitori possa essere ascoltata. Prego per Alfie, per la sua famiglia e per tutte le persone coinvolte».
Ad accompagnarlo dove non ci è dato saperlo. O forse possiamo immaginarcelo con un piccolo sforzo.
Il Papa, per la religione cattolica, è Vicario di Cristo in terra, custode dell’innocenza e della Vita quale miracolo al quale solo Dio – e nessun altro – può porre inizio e fine. Ebbene, davanti allo strazio di due genitori e davanti all’innocenza di questo bambino, colpevole per i medici e per i giudici solo di essere ammalato, la scesa in campo del Vicario di Cristo è stata attraverso un tweet.
Davanti allo strazio di due genitori e davanti all’innocenza di questo bambino, colpevole per i medici e per i giudici solo di essere ammalato, la scesa in campo del Vicario di Cristo è stata attraverso un tweet
Lasciamo ai nostri lettori ogni considerazione.
Che dire, poi, sull’altrettanto silenzio assordante della Conferenza Episcopale Inglese, rappresentata dal Card. Vincent Nichols, o su quello del Vescovo di Liverpool, Mons. Malcolm McMahon, più volte chiamato in causa ma sempre silente? Si badi che la famiglia di Alfie ha più volte scritto alla diocesi di intervenire, di scongiurare il papa a pronunciarsi con decisione per salvare loro figlio da una follia omicida priva di ogni sensibilità umana e che guarda alla vita solo qualitativamente, considerando un bambino malato come un rifiuto da scartare, una persona, appunto, «inutile».
Non una parola su questa prepotenza di stampo nazista, come lo era la lebensunwertes leben («vita indegna di essere vissuta») di cui si parlava appunto nella Germania hitlerista.
Non una risposta davanti al movimento di «Alfie’s Army», con migliaia di genitori, nonni che scendono in piazza e vegliano da settimane davanti all’ospedale affinché i medici sentano la pressione della popolazione. Ognuna di queste persone, nessuno escluso, ha cercato in questa vicenda l’appoggio di chi dovrebbe difendere la vita con i denti e le unghie sguainate: i rappresentanti della Chiesa.
Questo silenzio è complicità. Questo silenzio è malvagio e rappresenta il tradimento, la codardia, il piegamento al mondo perpetrato da coloro che dovrebbero essere i Pastori e che, invece, sono fuggiti abbandonando le pecore, trasformandosi vieppiù in lupi ricoperti di vesti indegne di essere da loro portate.
Questo silenzio è malvagio e rappresenta il tradimento, la codardia, il piegamento al mondo perpetrato da coloro che dovrebbero essere i Pastori e che, invece, sono fuggiti abbandonando le pecore, trasformandosi vieppiù in lupi ricoperti di vesti indegne di essere da loro portate
Numerose testate giornalistiche – alcune cattoliche, altre no – hanno tempestato di lettere e di telefonate la diocesi di Liverpool per poter parlare della vicenda con il vescovo: nessuna risposta. Da tutto il mondo sono state avviate vere e proprie mail bombing nella speranza di scuotere le coscienze di questi traditori. Nulla di nulla.
Il piccolo Alfie e tutta la sua famiglia è lasciata nelle mani dello Stato omicida che peraltro utilizzò le parole di Papa Francesco – che si è detto contro l’accanimento terapeutico (termine oggi usato per giustificare l’abbandono terapeutico e quindi l’eutanasia) – nella prima sentenza di Hayden. Anche in questo caso, il summenzionato Presidente della Pontificia Accademia per la Vita non ha avuto nulla da obiettare sul fatto che le parole di Bergoglio siano state utilizzate per quella che fu la prima sentenza di condanna a morte per il bambino inglese.
Il piccolo Alfie e tutta la sua famiglia è lasciata nelle mani dello Stato omicida che peraltro utilizzò le parole di Papa Francesco nella prima sentenza di Hayden
Nella mattinata di ieri diversi giornalisti hanno nuovamente provato a recarsi agli uffici del vescovo di Liverpool, senza però aver modo di incontrarlo, anche solo per un attimo. La chiesa, o meglio sarebbe dire la neo-chiesa, in questa vicenda ha enormi responsabilità da cui non si potrà sottrarre senza averci perso almeno tutta la faccia.
l padre di Alfie, cattolico praticante, ha riferito che da quando Alfie è lì ricoverato ha ricevuto solo una visita da parte di un sacerdote il quale, peraltro sbagliandosi di gran lunga, aveva detto che al bambino sarebbe rimasto poco da vivere. Da lì in poi più nessuno si è presentato.
Anche in questo caso i genitori avevano sollecitato Mons. McMahon affinché portasse la benedizione per gli infermi al loro piccolo, cosicché potesse rendersi conto anche lui dei piccoli miglioramenti che nel tempo ha fatto e dell’amore che anche con un faticoso sguardo riesce a trasmettere.
L’esito di questa richiesta, senza bisogno di specificarlo, potete immaginare quale sia stato.
Vogliamo allora riportare qui tutto il dolore di un padre che sta lottando per difendere suo figlio; di un padre che si è sentito abbandonato da chi a lui, a sua volta, dovrebbe essere Padre. I due giovani genitori non cercano altro che aiuto, una semplice possibilità di capire da quale malattia è affetto il bambino e se, eventualmente, può essere curata.
Gli aguzzini assetati di sangue non lo concedono, e la chiesa tace inerme perché, in fondo, tutti vogliono che Alfie muoia. E, se possbile, anche alla svelta, così da togliersi via da questa imbarazzante situazione.
Gli aguzzini assetati di sangue non lo concedono, e la chiesa tace inerme perché, in fondo, tutti vogliono che Alfie muoia. E, se possbile, anche alla svelta, così da togliersi via da questa imbarazzante situazione.
Vi riportiamo allora la lettera di Tom Evans, padre del piccolo Alfie Evans. Una lettera davvero straziante e toccante, pregna ancora di una flebile speranza. Ve la riportiamo integralmente ma non senza prima aver detto – assumendocene le responsabilità – che il Vaticano, la Conferenza Episcopale Inglese e tutti i traditori silenti che dovrebbero ricoprire un certo ruolo, sono la vergogna del mondo intero.
Chi ama davvero la Chiesa deve fuggire da questa falsa chiesa e dai finti pastori che hanno tradito il loro mandato.
Chi ama davvero la Chiesa deve fuggire da questa falsa chiesa e dai finti pastori che hanno tradito il loro mandato.
Cristiano Lugli
LETTERA DI THOMAS EVANS A MONS. MALCOLM McMAHON, VESCOVO DI LIVERPOOL
Sua Eccellenza,
mi chiamo Thomas Evans e sono il papà di Alfie. Mi sono sentito davvero molto triste nel leggere le dichiarazioni dell’Arcidiocesi, circa la situazione di mio figlio Alfie.
Il mio più grande dolore deriva dal fatto di non essere stato riconosciuto come un figlio della Santa Madre Chiesa: sono cattolico, sono stato battezzato e cresimato e guardo a Lei come mio pastore e al Santo Padre come vicario di Gesù Cristo sulla terra.
Questo è il motivo per cui ho bussato alla porta della Chiesa per chiedere aiuto nella battaglia per salvare mio figlio dall’eutanasia!
Questo è il motivo per cui ho bussato alla porta della Chiesa per chiedere aiuto nella battaglia per salvare mio figlio dall’eutanasia!
Alfie è battezzato come me, come Lei, Sua Eccellenza. Vorrei che le preghiere per lui e per noi fossero indirizzate all’unico vero Dio.
Sono consapevole che la morte di mio figlio è una possibilità reale e forse non è molto lontana. So che il Paradiso lo sta aspettando poiché non riesco a immaginare quale tipo di peccati possa aver commesso quell’anima innocente, inchiodata al suo letto come a una croce.
Ma sono anche consapevole che la sua vita è preziosa davanti agli occhi di Dio e che Alfie stesso ha una missione da compiere.
Forse la sua missione è mostrare al mondo intero la crudeltà che sta dietro le parole del giudice. Il giudice ha infatti dichiarato che la vita di Alfie è «futile», sostenendo così la stessa posizione dell’ospedale che vuole che mio figlio muoia per soffocamento.
Forse la sua missione è mostrare al mondo intero la crudeltà che sta dietro le parole del giudice. Il giudice ha infatti dichiarato che la vita di Alfie è «futile», sostenendo così la stessa posizione dell’ospedale che vuole che mio figlio muoia per soffocamento.
Non sono un dottore, ma posso vedere che mio figlio è vivo e vedo anche che non viene curato. Per mesi ho chiesto all’ospedale e sto ancora chiedendo loro di permetterci di trasferire il nostro bambino, il figlio mio e di Kate, il figlio di Dio, all’ospedale del Papa che ha promesso di prendersi cura di lui, finché Nostro Signore lo permetterà e fino a quando Alfie avrà completato il suo viaggio.
Perché non ci lasciano spostare nostro figlio da quell’ospedale?
Lei, Sua Eccellenza, si è posto questa domanda?
Non vogliamo imporci a lui e non vogliamo accanimento terapeutico per nostro figlio, ma vorremmo almeno che la sua malattia fosse diagnosticata e vorremmo che ricevesse il miglior trattamento possibile.
Secondo me questa è eutanasia e noi non vogliamo che si lasci morire nostro figlio in questo modo. Inoltre: ciò potrebbe costituire un ulteriore precedente, oltre al caso già verificatosi di Charlie Gard, che sarà utilizzato per impedire ai genitori di prendersi cura dei propri bambini malati. Bambini ormai considerati come un peso dallo Stato perché sono malati perciò inutili, improduttivi e costosi.
E non crediamo che l’ospedale Alder Hey sia in grado di garantire questo: hanno mostrato a noi e al mondo intero che non sono in grado di farlo e semplicemente non vogliono farlo.
Loro dichiarano di voler sostituire i trattamenti medici con le cure palliative. Ma in realtà hanno già distribuito cure palliative per mesi e ora sono le stesse cure palliative che vogliono interrompere, insieme alla ventilazione meccanica, per sedarlo e lasciarlo morire per asfissia.
Mi sembra che non sia né giusto, né cristiano.
Secondo me questa è eutanasia e noi non vogliamo che si lasci morire nostro figlio in questo modo. Inoltre: ciò potrebbe costituire un ulteriore precedente, oltre al caso già verificatosi di Charlie Gard, che sarà utilizzato per impedire ai genitori di prendersi cura dei propri bambini malati. Bambini ormai considerati come un peso dallo Stato perché sono malati perciò inutili, improduttivi e costosi.
Quindi, la prego, Eccellenza, accetti la mia richiesta di aiuto e porti la mia voce al Santo Padre, affinché si faccia tutto il possibile per aiutare me e Kate, la mamma di Alfie, a portare nostro figlio fuori dalla Gran Bretagna per essere curato fino alla fine naturale della sua esistenza terrena.
Invoco la Sua benedizione e, io e Kate, porgiamo i dovuti rispetti.
Thomas Evans
Eutanasia
Fine vita in Veneto: la reazione dei vescovi
Sul fronte bioetico del fine vita sembra che anche in un certo progressismo, o comunque nella generale acquiescenza al modernismo, si conservi una forma di resistenza della Chiesa Cattolica italiana. Ma c’è un «ma»…
Com’è noto, il 2 settembre 2026 il Consiglio regionale del Veneto ha approvato una legge sul suicidio medicalmente assistito (un tempo sanzionato dal codice penale come «omicidio del consenziente»), cioè l’aiuto prestato a una persona gravemente malata che chiede di morire in modo da consentirle di suicidarsi in autonomia. È la quarta Regione italiana a farlo, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, e la prima governata dal centrodestra (se ancora hanno senso queste distinzioni).
La legge veneta ha stabilito solo una procedura amministrativo-sanitaria per garantire «tempi certi», e non il relativo «diritto», già introdotto surrettiziamente nel nostro ordinamento dalla sentenza della Corte Costituzionale 242/2019 (c.d. caso Cappato-Dj Fabo). Il fatto ha dato modo ad alcuni prelati cattolici di ribadire il «no» della Chiesa a qualunque forma di eutanasia.
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Primo fra tutti è intervenuto, il giorno stesso, il Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, con una Dichiarazione in cui ha espresso «amarezza» per l’affermazione di «un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile», anche per via del «soggettivismo interpretativo» sull’insopportabilità della sofferenza.
È seguita poi, l’11 settembre, la Dichiarazione congiunta dei Vescovi del Triveneto, che ha negato a tale legge il valore di «alternativa razionale all’accompagnamento delle persone fragili», come anche l’etichetta di «conquista di civiltà».
Infine, è intervenuto sul tema anche il card. Zuppi, presidente della CEI, prontamente invitato da Corrado Augias a parlarne in una puntata della trasmissione La torre di Babele del 15 settembre. Mons. Zuppi, ribadendo la contrarietà all’eutanasia, ha posto l’accento sull’importanza di «accompagnare» i malati con la vicinanza.
Dunque, il rifiuto di ogni «diritto» a violare la vita innocente è stato ribadito. L’affermazione del valore della vita umana pure. Cosa è mancato? Le motivazioni autenticamente cattoliche, da un lato, il vigore della condanna dall’altro. Partiamo dalle prime:
1) La vita umana è da tutelare per la sua «dignità» (Mons. Moraglia) e per la «struttura intrinsecamente relazionale e sociale della persona» (Conferenza Episcopale Triveneto), ma nessun accenno all’anima immortale creata a immagine e somiglianza di Dio. Duole dirlo, ma fa spavento, nei documenti episcopali citati, la totale assenza del richiamo alla vita come dono di Dio aperto alla dimensione dell’eternità;
2) Mancano i riferimenti più elementari, come al quinto comandamento, «Non uccidere», e quindi alla signoria del Creatore sulla vita umana, di cui l’uomo non è arbitro assoluto;
3) Dio, Gesù, la croce, il valore salvifico della sofferenza, la partecipazione all’opera della Redenzione, i Novissimi : non compare neanche una di queste parole;
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D’altra parte, si riscontra, pur nel giusto rifiuto di una pratica antiumana e delittuosa nella sua essenza, una grande debolezza non solo di argomenti ma anche di modi; una perdita di vigore e una sorta di timidezza nell’affrontare il tema che si possono riscontrare soprattutto nell’intervista al card. Zuppi. Il porporato è apparso quasi in difficoltà davanti a un Augias più borioso e incalzante che mai.
Invece di invertire l’onere della prova, magari ricordando che a rivendicare simili posizioni ideologiche si offende Dio, si disprezza il Sangue di Cristo e si rischia l’inferno, mons. Zuppi non ha saputo (o voluto) andar oltre la categoria della carità cristiana verso i più deboli. Non a caso, al termine di una conversazione senza intoppi, Augias ha ribadito di stimare «in maniera suprema» il cardinale.
E come non ricordare, allora, di fronte a un tanto inquietante attestato, il Vangelo di Luca (6, 26): «Vae, cum bene vobis dixerint omnes homines»…
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Meeting Rimini via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 4.0
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
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Bioetica
Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale
Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.
Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?
La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.
Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.
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Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.
In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.
Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.
Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.
Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.
Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino…
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Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.
La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.
Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.
Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.
«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.
La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!
Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?
«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.
Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.
Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.
Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.
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Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.
Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.
È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.
Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.
Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.
Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.
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Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.
Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.
«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.
La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.
Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.
Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.
Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.
Viva San Marco. Viva.
Roberto Dal Bosco
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