Geopolitica
Trump ha licenziato il Segretario della Difesa perché si opponeva al ritiro dall’Afghanistan
Il Washington Post ha riferito che poco prima che il presidente Donald Trump lo licenziasse, il segretario alla Difesa Mark Esper aveva inviato un promemoria alla Casa Bianca sostenendo che le truppe non dovrebbero essere ritirate dall’Afghanistan entro Natale come Trump aveva promesso prima delle elezioni.
Secondo il racconto del Post, che cita fonti anonime, Esper aveva espresso preoccupazione per ulteriori tagli.
Il segretario alla Difesa Mark Esper aveva inviato un promemoria alla Casa Bianca sostenendo che le truppe non dovrebbero essere ritirate dall’Afghanistan entro Natale come Trump aveva promesso prima delle elezioni
Le condizioni sul terreno non erano ancora giuste, ha scritto Esper, citando la violenza in corso, i possibili pericoli per le truppe rimaste in caso di un rapido ritiro, i potenziali danni alle alleanze e il timore di indebolire i negoziati.
Un ex alto funzionario della Casa Bianca ha detto che non è possibile per gli Stati Uniti rimuovere tutte le truppe «senza distruggere la coalizione».
«Possiamo arrivare a forse 4.500 – ha detto il funzionario – ma non possiamo andare a zero».
Il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul, voce dei liberatari che ha sostenuto un ritiro rapido e totale, ha ricordato a tutti chi è il capo.
«Promemoria per coloro che dicono che il ritiro delle truppe potrebbe causare uno “scontro” con i generali o con il Pentagono: c’è un solo comandante in capo, è @realDonaldTrump e quando ordina alle truppe di lasciare l’Afghanistan, l’unica risposta corretta è “Sì, signore”»
«Promemoria per coloro che dicono che il ritiro delle truppe potrebbe causare uno “scontro” con i generali o con il Pentagono: c’è un solo comandante in capo, è @realDonaldTrump e quando ordina alle truppe di lasciare l’Afghanistan, l’unica risposta corretta è “Sì, signore”» ha twittato il senatore Paul.
Arnold Punaro, maggiore generale dei Marine in pensione ed ex direttore del personale del Comitato per i servizi armati del Senato, ha sottolineato che, in effetti, Trump ha l’autorità esecutiva per ordinare un ritiro.
«Cosa possono fare i presidenti senza il Congresso? Possono schierare truppe e possono rimuovere truppe», ha detto Punaro, ha riferito Defense News, facendo eco a Rand Paul.
«Se il presidente decide di completare ciò che si dice sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dal Medio Oriente, ha certamente tutto il tempo per far rispettare quell’ordine»
«Se il presidente decide di completare ciò che si dice sul ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dal Medio Oriente, ha certamente tutto il tempo per far rispettare quell’ordine, inviarlo al Segretario alla Difesa in carica, che lo invierebbe ai comandanti combattenti per fare questo succede».
Trump «si è sentito come se fosse stato rallentato da quando è entrato in carica», ha detto un funzionario dell’amministrazione a Dexter Filkins del New Yorker, riferendosi all’Afghanistan. «Ora che non c’è Esper, può farlo».
Geopolitica
La Finlandia si oppone alle garanzie «simili all’articolo 5» NATO per l’Ucraina
Secondo un cablogramma diplomatico trapelato, la Finlandia ha chiesto riservatamente ai funzionari statunitensi di evitare di presentare i futuri impegni di sicurezza verso l’Ucraina come «simili all’articolo 5», avvertendo che tale formulazione potrebbe indebolire la portata della clausola centrale di difesa collettiva della NATO.
L’articolo 5 del Trattato Atlantico stabilisce che un attacco armato contro uno dei membri dell’Alleanza sia considerato un attacco contro tutti, attivando l’obbligo di una risposta militare collettiva.
Un dispaccio del dipartimento di Stato americano datato 20 gennaio, acquisito da Politico, rivela che il ministro degli Esteri finlandese Elina Valtonen avrebbe messo in guardia i legislatori statunitensi in visita: utilizzare un linguaggio di questo tipo rischierebbe di confondere le garanzie assolute e vincolanti dell’articolo 5 con le promesse bilaterali che singoli Paesi potrebbero eventualmente offrire a Kiev.
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Valtonen avrebbe inoltre insistito sulla necessità di mantenere un chiaro «firewall» – una netta separazione – tra il sistema di difesa collettiva della NATO guidato dagli Stati Uniti e qualsiasi accordo di sicurezza futuro riguardante l’Ucraina. Secondo il cablogramma, analoghe preoccupazioni sarebbero state espresse anche dal ministro della Difesa finlandese in un incontro successivo.
Nel contesto dei negoziati di pace in corso, mediati dagli Stati Uniti, sul conflitto ucraino, diversi resoconti giornalistici hanno indicato che Washington avrebbe proposto garanzie di sicurezza «simili all’articolo 5» per Kiev come elemento di una possibile roadmap verso la pace, includendo la Finlandia – entrata nella NATO nel 2023 – tra i potenziali Paesi garanti disposti a difendere l’Ucraina in caso di nuova aggressione.
Tuttavia, già alla fine dello scorso anno il primo ministro finlandese Petteri Orpo aveva smentito tale ipotesi, dichiarando che Helsinki non intende fornire garanzie in stile NATO all’Ucraina e sottolineando una distinzione fondamentale tra impegni di assistenza e obblighi di difesa militare.
«Dobbiamo comprendere che una garanzia di sicurezza è una questione estremamente seria. Non siamo disposti a offrire garanzie di sicurezza, ma possiamo contribuire con misure di sicurezza. La differenza tra le due cose è enorme», aveva affermato.
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Immagine di NATO North Atlantic Threaty via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
Geopolitica
Trump: Putin «ha mantenuto la parola data» sul cessate il fuoco in Ucraina
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Geopolitica
L’Iran apre le porte ai colloqui con gli Stati Uniti
L’Iran ha espresso la volontà di continuare il percorso diplomatico con gli Stati Uniti, precisando tuttavia che ogni dialogo dovrà svolgersi senza pressioni e nel pieno rispetto della posizione ufficiale di Teheran riguardo al proprio programma nucleare.
Le tensioni si sono acuite dopo i bombardamenti statunitensi sugli impianti nucleari iraniani dello scorso giugno e sono ulteriormente esplose durante le vaste proteste antigovernative che hanno attraversato il Paese tra dicembre e gennaio. Nelle scorse settimane Washington ha dispiegato in Medio Oriente una «imponente armata» al comando della portaerei USS Abraham Lincoln, insistendo affinché un eventuale accordo imponga limiti stringenti all’arricchimento dell’uranio e al programma di missili balistici iraniano.
La Repubblica Islamica ribadisce che il proprio programma nucleare ha esclusivamente finalità pacifiche.
Martedì il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto su X di aver dato istruzioni al ministro degli Esteri affinché prepari le condizioni per «negoziati equi e giusti», a condizione che si crei un contesto adeguato, «privo di minacce e di pretese irragionevoli».
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Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, ha sottolineato che Teheran non persegue armi nucleari. Intervenendo lunedì sera sul canale televisivo libanese Al Mayadeen, ha precisato che un eventuale dialogo con gli Stati Uniti inizierebbe in forma indiretta e passerebbe a trattative dirette solo qualora emergessero reali prospettive di intesa.
Shamkhani ha aggiunto che Washington «dovrà offrire qualcosa in cambio» qualora l’Iran accettasse di ridurre i livelli di arricchimento dell’uranio.
Secondo varie fonti giornalistiche, l’inviato statunitense Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi potrebbero incontrarsi questa settimana a Istanbul, in presenza di rappresentanti di diversi Paesi arabi e musulmani, per discutere di un possibile accordo. Si tratterebbe del primo contatto di alto livello tra Stati Uniti e Iran da aprile scorso, poco prima dei raid di giugno su siti nucleari e missilistici iraniani.
Pur non escludendo ulteriori azioni militari, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato domenica ai giornalisti di auspicare un «accordo» con l’Iran. Washington si era ritirata nel 2018 dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA) del 2015, reintroducendo sanzioni severe che hanno spinto Teheran a ridurre progressivamente l’osservanza degli impegni e ad arricchire l’uranio fino al 60% di purezza.
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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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