Geopolitica
L’esercito francese inizia la partenza dal Senegal
La Francia ha consegnato due strutture militari al Senegal, ha annunciato l’ambasciata francese a Dakar. Si tratta dell’inizio del ritiro dell’ex potenza coloniale da un’altra nazione dell’Africa occidentale, in seguito alle richieste delle autorità locali di porre fine alla sua presenza militare.
Il trasferimento avviene solo poche settimane dopo che Parigi e il Senegal hanno istituito una commissione congiunta per finalizzare la consegna delle basi e il ritiro di circa 350 truppe francesi nello stato africano entro la fine del 2025. Lo scorso novembre, il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye ha dichiarato che le truppe francesi avrebbero lasciato il paese, definendo la loro presenza «incompatibile» con la sovranità del Senegal.
«In conformità con la decisione della commissione congiunta… la parte francese ha restituito alla parte senegalese le strutture e gli alloggi nei quartieri di Marechal e Saint-Exupéry», ha affermato venerdì l’ambasciata francese in Senegal in una nota, riferendosi alle installazioni militari nella capitale, Dakar.
«Situati vicino a Hann Park, questi distretti erano pronti per essere restituiti dall’estate del 2024», ha affermato, aggiungendo che altri siti saranno trasferiti secondo un calendario concordato congiuntamente.
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Il nuovo governo del Senegal, al potere da meno di un anno, ha assunto una posizione dura sulla presenza di truppe francesi, seguendo una tendenza regionale delle ex colonie che recidono le relazioni di difesa con Parigi. I suoi vicini dell’Africa occidentale, Burkina Faso, Mali e Niger, hanno tutti tagliato i legami con Parigi per presunti fallimenti nel combattere gli insorti jihadisti e hanno cercato la cooperazione di difesa con la Russia.
Il mese scorso, la Francia ha trasferito il campo militare di Port-Bouet, la sua unica base militare in Costa d’Avorio, alle autorità della nazione dell’Africa occidentale. Il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha affermato durante il suo discorso di fine anno a dicembre che l’uscita di circa 600 soldati francesi è destinata a modernizzare le forze armate nazionali.
Alla fine di gennaio, l’esercito francese ha consegnato la sua base rimanente in Ciad, che era stata l’ultimo punto d’appoggio della Francia nella travagliata regione del Sahel dopo che il governo della nazione centrafricana aveva inaspettatamente interrotto la partnership militare con il suo ex sovrano coloniale a novembre, dichiarando il patto «obsoleto».
Come riportato da Renovatio 21, il ritiro francese dal Senegal era iniziato un mese fa, dopo che nel suo discorso di capodanno il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye aveva confermato che tutte le truppe militari straniere sarebbero state espulse dal Paese. L’anno passato il premier Ousmane Sonko aveva chiesto apertamente la fine dell’«occupazione» francese.
Poche settimane fa la Francia aveva cominciato a ritirarsi anche dalla Costa d’Avorio. Verso la fine di gennaio, l’esercito francese ha consegnato la sua base rimanente in Ciad, che era stata l’ultimo punto d’appoggio della Francia nella travagliata regione del Sahel dopo che Burkina Faso, Mali e Niger avevano tagliato i legami con Parigi per presunta incapacità di combattere gli insorti jihadisti – o addirittura, è stato sostenuto da alcuni, di sostenerli e fomentarli.
A novembre, il governo ciadiano ha posto fine alla cooperazione militare con il suo ex sovrano coloniale, dichiarando il patto ridondante. Il mese scorso sarebbe stato sventato in Ciad un attacco al palazzo presidenziale.
La fine definitiva del dominio francese in Africa sembra oramai una realtà storica sempre più incontrovertibile.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
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Geopolitica
Il governo israeliano triplica la spesa per le campagne di influenza negli Stati Uniti
«Israele sta perdendo consensi negli Stati Uniti e sta investendo decine di milioni di dollari nel tentativo di cambiare la situazione». Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.
La spesa del governo israeliano per riconquistare i sostenitori repubblicani cristiani è ora tre volte superiore al budget iniziale e supera i 40 milioni di dollari. Nell’ambito della campagna è stata creata una rete di siti di propaganda anti-palestinesi e filo-israeliani, presentati come neutrali, per influenzare i risultati dei motori di ricerca e dei chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Nonostante questi sforzi, Haaretz rileva che il sostegno a Israele tra la destra americana è ulteriormente peggiorato, soprattutto tra i giovani repubblicani dopo la guerra contro l’Iran.
Secondo un sondaggio Pew Research Center, il 41% dei repubblicani e il 57% dei giovani sotto i 50 anni hanno un’opinione negativa di Israele. Complessivamente, circa il 60% degli americani vede Israele in modo negativo.
L’obiettivo attuale della propaganda è difendere la guerra contro l’Iran, «svelando la verità sull’Iran» e negando che Israele abbia trascinato gli Stati Uniti nel conflitto.
Le pratiche di influenza di Israele sull’ecosistema mediatico statunitense hanno subito una profonda evoluzione digitale, come confermato dalle dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu. Durante un incontro a Nuova York con diversi creatori di contenuti americani, il primo ministro ha esplicitamente definito i social media come l’arma più importante nella guerra informativa contemporanea per blindare il consenso negli Stati Uniti.
Nello specifico, il Netanyahu ha descritto il passaggio di TikTok sotto il controllo di un consorzio statunitense guidato da figure e investitori vicini a Israele, tra cui il fondatore di Oracle Larry Ellison, ebreo sionista, come l’acquisizione geopolitica più rilevante del momento, in grado di alterare la moderazione algoritmica e arginare i trend pro-palestinesi tra i giovani americani.
Ellison, tra i primi uomini più ricchi del pianeta e grande finanziatore delle forze israeliane, ha guidato un consorzio per rilevare il social media cinese, popolarissimo tra i giovani, negli USA tramite Oracle, con il probabile obiettivo, neanche tanto occultato, di controllare l’algoritmo di TikTok e limitare il dissenso pro-Palestina.
Tale scalata al colosso informatico straniero si unisce alle mosse della sua famiglia: il figlio David ha infatti acquisito Paramount Global (che controlla il canale televisibi CBS), espandendo l’influenza degli Ellison dall’intrattenimento televisivo ai flussi informativi dei social network americani. A capo della CBS Ellison ha messo la giovane giornalista lesbo-sionista Bari Weiss, da moltissimi considerata senza alcuna esperienza per tale lavoro, ma la cui fede nella causa dello Stato Giudaico è totale.
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Documenti depositati presso il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) hanno svelato l’esistenza del progetto segreto denominato Progetto Esther. Attraviso questa operazione finanziata dal ministero degli Esteri israeliano e mediata da agenzie di pubbliche relazioni come Havas, lo Stato Ebraico ha stanziato ingenti budget per remunerare influencer americani con compensi fino a settemila dollari a post, con l’obiettivo di orientare la narrazione sul conflitto di Gaza.
Questa strategia aperta si affianca a campagne clandestine tracciate da società di sicurezza informatica, caratterizzate dall’uso di reti di profili falsi e bot basati sull’intelligenza artificiale per condizionare deputati ed elettori del Partito Democratico. [
Il ministero degli Esteri israeliano ha inoltre finanziato una massiccia operazione di sorveglianza e tracciamento digitale nelle chiese degli Stati Uniti. Attraverso l’agenzia Show Faith by Works, registrata ai sensi del FARA, lo Stato degli ebrei ha stanziato oltre tre milioni di dollari per applicare un sistema di geofencing: si tratta di barriere virtuali basate sulla geolocalizzazione dei telefoni inserite intorno a centinaia di megachiese e campus protestanti ed evangelici in California, Arizona, Nevada e Colorado.
Il piano punta a contrastare il calo di consenso verso Israele riscontrato tra i giovani cristiani americani. Rilevando i dispositivi mobili dei fedeli riuniti per il culto domenicale, il sistema raccoglie i dati di tracciamento per inondarli di annunci digitali mirati, video e messaggi personalizzati sulla guerra a Gaza.
La campagna acquisisce l’identità dei presenti per continuare a bersagliarli con propagande pro-Israele e anti-palestinesi, trasformando i luoghi di culto in un bacino di raccolta dati geopolitici.
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Immagine di Ted Eytan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Cina
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