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Afghano accusato di aver pianificato un attacco terroristico il giorno delle elezioni USA lavorava come guardia della CIA
Un uomo afghano arrestato con l’accusa di aver pianificato un attacco terroristico il giorno delle elezioni americane lavorava come guardia di sicurezza in Afghanistan per la CIA, hanno riferito alla NBC News due fonti a conoscenza della questione. Lo riporta l’emittente americana NBC News.
Nasir Ahmad Tawhedi, 27 anni, è stato arrestato lunedì in Oklahoma e accusato di aver pianificato di uccidere americani con un fucile d’assalto per conto dell’ISIS. I documenti del tribunale affermano che aveva contribuito a un ente di beneficenza dell’ISIS a marzo e aveva avuto accesso alla propaganda online dell’ISIS, ma non hanno detto se si fosse radicalizzato prima o dopo il suo arrivo negli Stati Uniti nel 2021.
Un alto funzionario dell’amministrazione ha affermato che i responsabili dell’antiterrorismo ritengono che Tawhedi si sia radicalizzato durante i tre anni in cui ha vissuto negli Stati Uniti. Un alto funzionario delle forze dell’ordine ha affermato che l’FBI sta ancora indagando sulla questione. La CIA ha rifiutato di commentare, scrive NBC.
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I documenti del tribunale affermano che Tawhedi è entrato nel Paese nel settembre 2021, circa un mese dopo che l’esercito statunitense aveva completato il suo caotico ritiro dall’Afghanistan dopo 20 anni di guerra.
«Ogni afghano reinsediato negli Stati Uniti viene sottoposto a un rigoroso processo di selezione e verifica, indipendentemente dall’agenzia con cui ha lavorato», ha affermato il funzionario. «Quel processo include la verifica di una gamma completa di registri e documenti statunitensi», ha affermato il funzionario.
Un alto funzionario dell’amministrazione a conoscenza dei dettagli ha affermato che Tawhedi ha superato due cicli di controlli, senza che siano state rilevate informazioni denigratorie.
Il funzionario ha detto a NBC News che Tawhedi è stato sottoposto a screening prima di entrare negli Stati Uniti con quella che è nota come libertà vigilata umanitaria nel settembre 2021, circa 10 giorni dopo che le ultime truppe statunitensi avevano lasciato l’Afghanistan. La fonte ha detto che è stato nuovamente sottoposto a screening mentre viveva a Oklahoma City quando ha fatto domanda per un visto speciale per immigrati. Era idoneo per il visto perché aveva lavorato per il governo degli Stati Uniti. Il funzionario ha detto che gli è stato approvato il visto, ma non aveva ancora preso le misure finali per renderlo ufficiale. I visti speciali per immigrati vengono rilasciati agli afghani che hanno lavorato con gli Stati Uniti in Afghanistan dopo aver superato lo screening del DHS.
Il processo di screening include la ricerca di eventuali legami con il terrorismo, l’ISIS o i talebani, utilizzando dati provenienti dai dispositivi elettronici del richiedente, dati biometrici e altre fonti per effettuare ricerche negli ampi database compilati dagli Stati Uniti in 20 anni di attività in Afghanistan.
Il documento di accusa del Dipartimento di Giustizia afferma che è entrato con un visto speciale per immigrati «e attualmente è in libertà vigilata in attesa della sentenza sulla sua procedura di immigrazione». Tuttavia, due funzionari statunitensi a conoscenza della questione hanno dichiarato alla NBC News che il documento di accusa è errato e che Tawhedi è entrato negli Stati Uniti in libertà vigilata per motivi umanitari.
Membri del Congresso di Washington e altri funzionari statunitensi hanno affermato che, mentre gli Stati Uniti evacuavano decine di migliaia di afghani negli ultimi giorni della guerra, sono emerse preoccupazioni sul fatto che non tutti fossero stati esaminati in modo appropriato. Un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento per la sicurezza nazionale (DHS) ha affermato che l’agenzia «mancava di dati critici» mentre cercava di esaminare i rifugiati.
La aveva CIA intrapreso una propria operazione di evacuazione su larga scala degli afghani che avevano lavorato per l’agenzia o l’avevano aiutata.
La questione di come e perché Tawhedi si trovasse nel paese era diventata politicamente carica anche prima della rivelazione che aveva lavorato per la CIA. Donald Trump Jr. ha scritto sulla piattaforma X mercoledì: «La Border Czar Kamala Harris ha letteralmente importato una terrorista dall’Afghanistan nel nostro paese. Basta così!»
Don jr stava ritwittando un post del procuratore generale repubblicano dell’Oklahoma, che ha affermato: «Il popolo americano deve sapere che questo terrorista islamico radicale è stato importato direttamente negli Stati Uniti dall’amministrazione Biden-Harris come parte del loro controverso programma di reinsediamento dei rifugiati».
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Non è chiaro se Tawhedi fosse un islamista radicale quando arrivò negli Stati Uniti, scrive NBC News. Le fonti a conoscenza del suo lavoro in Afghanistan affermano che avrebbe avuto interazioni minime con gli americani e che non era un informatore della CIA o un membro della forza paramilitare armata e addestrata dagli Stati Uniti, nota come «Unità Zero». Molti di quei combattenti furono evacuati negli Stati Uniti dopo rigorosi controlli e verifiche.
«Secondo i documenti del tribunale, Tawhedi ha indicato nelle comunicazioni sequestrate di aver pianificato il suo attacco per il giorno delle elezioni, il 5 novembre. Le autorità hanno affermato che in un’intervista dopo il suo arresto, ha confermato che l’attacco era destinato a colpire grandi raduni e che si aspettava di morire da martire» scrive NBC News. «Le autorità affermano che ha pianificato l’operazione insieme a un co-cospiratore minorenne, descritto come un cittadino afghano con status di residente permanente legale. I due sono stati arrestati dopo aver incontrato due fonti umane riservate e un agente dell’FBI sotto copertura, che si sono spacciati per soci in affari, in una località rurale nel distretto occidentale dell’Oklahoma, per acquistare i fucili, 10 caricatori e le munizioni per l’attacco pianificato».
I funzionari dell’amministrazione Biden sottolineano che la denuncia afferma che il co-cospiratore minorenne senza nome è entrato nel paese nel 2018, durante l’amministrazione Trump. Anche quella persona ha superato il controllo, ha affermato un alto funzionario dell’amministrazione.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Geopolitica
«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia
Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.
Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.
Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.
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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.
L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.
Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.
La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.
Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.
L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.
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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».
Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.
Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.
Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.
Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.
Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.
Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.
Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.
Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.
Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.
Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.
Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.
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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.
Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.
Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).
Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.
Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.
Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.
Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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