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«L’ispirazione divina» è «presente in ogni fede»: il messaggio di Bergoglio alla Sant’Egidio continua l’indifferentismo

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Papa Francesco ha detto durante l’incontro interreligioso promosso a Parigi dalla Comunità Sant’Egidio che il gruppo riunito deve « lasciarsi guidare dall’ispirazione divina che abita ogni fede» per stabilire la pace nel mondo.

 

Nel discorso mandato al 38° Incontro internazionale di preghiera per la pace organizzato dalla Sant’Egidio, da sempre orientata all’ecumenismo, Bergoglio ha esortato gli oltre 150 rappresentanti riuniti delle «Comunità Cristiane e delle Grandi Religioni mondiali ed alle autorità presenti» a «riscoprire la vocazione per far crescere oggi la fraternità tra i popoli».

 

Come riportato da Renovatio 21, il meeting è stato aperto dal presidente francese Emmanuel Macron che ha parlato di guerra e di necessità di un nuovo ordine mondiale.

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All’incontro, che si è svolto dal 22 al 24 settembre, sono intervenuti relatori del calibro di Giustino Welby, arcivescovo anglicano di Canterbury, il maomettano Chems-Eddine Hafiz, rettore della grande moschea di Parigi, Haïm Korsia, rabbino capo di Francia, e il presidente francese Emmanuel Macron. Sono stati segnalati vari altri rappresentanti di culti come lo scintoismo e sin anche lo zoroastrismo, con l’usuale contorno di bonzi assortiti.

 

«Ringrazio la Comunità di Sant’Egidio che, con passione e audace creatività, continua a tener vivo lo Spirito di Assisi» ha dichiarato il Bergoglio, riferendosi all’incontro ecumenico per la pace di Assisi del 1986 di papa Giovanni Paolo II. L’argentino ha quindi espresso l’augurio che «il dialogo tra persone di religioni differenti non si fa solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza».

 

«Uomini e donne di cultura e di fede diverse avete sperimentato la forza e la bellezza della fraternità universale», ha detto il gesuita, echeggiando un termine ben noto in Francia (come ribadito anche dalla cerimonia di apertura delle Olimpiadi) ed assai caro al gergo massonico.

 

«È questa la visione di cui ha bisogno il mondo, oggi» ha aggiunto.

 

È stato citato quindi il discorso di Wojtyla sulla spianata di Assisi: «mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace… insieme abbiamo riempito i nostri occhi di visioni di pace: esse sprigionano energie per un nuovo linguaggio di pace, per nuovi gesti di pace, gesti che spezzeranno le catene fatali delle divisioni ereditate dalla storia o generate dalle moderne ideologie. La pace attende i suoi artefici».

 

«Lo Spirito di Assisi è una benedizione per il mondo, per questo nostro mondo che ancora oggi è lacerato da troppe guerre, da troppa violenza» ha continuato il sedicente «Vescovo di Roma». «Questo “spirito” deve soffiare ancor più forte nelle vele del dialogo e dell’amicizia tra i popoli».

 

«Lo spirito di Assisi è una benedizione per questo nostro mondo, ancora lacerato da numerose guerre e violenze. Lo “spirito” di Assisi deve soffiare ancora più forte nelle vele del dialogo e dell’amicizia tra i popoli», ha affermato il Papa, aggiungendo la speranza che l’incontro di Sant’Egidio «sproni tutti i credenti a riscoprire la vocazione per far crescere oggi la fraternità tra i popoli».

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa, durante un incontro interreligioso a Singapore Bergoglio aveva affermato che «ogni religione è una via per arrivare a Dio». Si tratta di parole contrarie alla scrittura (Gv 14,6) che il magistero cattolico condanna con il nome di indifferentismo religioso. Dopo le critiche – tra cui quelle di monsignor Viganò e monsignor Strickland, che ha parlato di «eresia» – secondo cui avrebbe minato gli insegnamenti fondamentali della fede nel suo discorso di Singapore, l’argentino ha rincarato la dose, dicendo ad un ulteriore un gruppo ecumenico che le loro diverse credenze religiose sono «un dono di Dio».

 

Nel suo discorso per la Sant’Egidio, che storicamente ha il sostegno di Bergoglio (come lo aveva avuto da parte di Woytjla, citato non a caso), il pontefice regnante ha ripreso la sua dichiarazione congiunta con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dhabi.

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«Ripropongo a tutti la convinzione che mi ha unito con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb: “le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini”»

 

Il Bergoglio ha sostenuto che «Troppe volte, in passato, le religioni sono state utilizzate per alimentare conflitti e guerre. Un pericolo che è ancora oggi incombente». Ad alcuni può essere sembrato che il ghost writer del papa sia divenuto improvvisamente Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, che espresse concetti non dissimili nella canzone Penso positivo (non credo nelle divise né tanto meno negli abiti sacri / che più di una volta furono pronti a benedire massacri), e che del resto non è così lontano dalle cose dell’Oltretevere, essendo figlio di un membro del Corpo della gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano di Giovanni XXIII. Nella sua carriera, il Jovanotto ha scritto altre canzoni significative come quella intitolata «Il muratore». Ma stiamo divagando e un po’ scherzando.

 

Tornando al papa della Sant’Egidio, non è stata sprecata l’occasione per reiterare i suoi usuali appelli mondialisti, e cioè «le incredibili sfide del cambiamento climatico, dell’avvento delle tecnologie emergenti e convergenti e delle pandemie che hanno colpito l’umanità. Siamo nel mezzo di un “cambiamento d’epoca” di cui non conosciamo ancora le prospettive».

 

«A noi tutti è affidata da Dio la responsabilità di esortare e spingere i popoli alla fraternità e alla pace» ha concluso Bergoglio, ripetendo la parola fraternità, usata ben sei volte nel suo breve discorso.

 

Ad un precedente evento romano della Sant’Egidio nel 2021 Francesco aveva incoraggiato l’«incontro di preghiera per la pace» della Comunità di Sant’Egidio a chiedere «più vaccini», oltre ad attingere alla sua lettera enciclica Fratelli Tutti per promuovere il «dialogo interreligioso» allo scopo di «fraternità», condannando l’atto di «proselitismo» verso i non cattolici.

 

Successivamente, vi fu, con grande esposizione su stampa e TV, l’apertura di un «hub vaccinale di Sant’Egidio per poveri e fragili», un centro «destinato ai più poveri, a chi non ha casa o per motivi diversi rischia di restare escluso dalla campagna di immunizzazione», scrive il sito della Comunità.

 

Il discorso di Bergoglio è arrivato al consesso parigino dove era presente l’arcivescovo di Bologna, presidente della CEI, cardinale Matteo Zuppi, considerato come un papabile del prossimo conclave.

 

Come riportato da Renovatio 21, è stato detto che il compianto cardinale Pell amava scherzare dicendo «attenti, perché se Zuppi sarà eletto in conclave, il vero papa sarà Andrea Riccardi», ossia il fondatore della Sant’Egidio, già ministro del governo tecnocratico di Mario Monti.

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Spirito

Mons. Viganò: papato e katéchon, «chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo.  
 

 

SUBTER QUERCUM, QUAE ERAT IN SANCTUARIO DOMINI

nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo

 

Quasi terebinthus extendi ramos meos,

et rami mei honoris et gratiæ.

Eccli 24, 22

Ecce lapis iste erit vobis in testimonium,

quod audierit omnia verba Domini.

Jos 24, 27

Diletti Fratelli e Sorelle, carissimi Claudio, Mauro e Antonio, carissimi Silvio e Francesco,

 
Quando Giosuè, giunto al termine dei suoi giorni, radunò le tribù d’Israele a Sichem per rinnovare l’Alleanza, non le condusse in un palazzo, né entro le mura di una fortezza. Le condusse sotto una quercia. E là, dopo che il popolo ebbe gridato Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus, egli prese una grande pietra e la pose subter quercum, quae erat in sanctuario Domini, e disse: «Ecco, questa pietra sarà per voi testimone, perché ha udito tutte le parole del Signore».
 
Un patto, un popolo, una quercia. La Scrittura ce lo mostra tremila anni prima che accadesse qui in Viterbo, sul Campo Graziano, nel settembre del 1467. Perché anche Viterbo, liberata dalla peste dopo una settimana di preghiera e penitenza, si legò alla sua Signora con un patto d’amore — così lo chiamarono i nostri padri, e così lo chiamiamo ancora — e anche Viterbo lo strinse sotto una quercia. Non la pietra fu il testimone, ma un povero coppo di terracotta, dipinto da un pittore che si chiamava Monetto e appeso a un ramo da un artigiano che si chiamava Battista. Quel coppo ha udito il voto della Città; quel coppo, da cinque secoli e mezzo, ne è il testimone.
 
Ed è di questo patto che oggi, festa patronale, dobbiamo parlare: perché un patto ha due contraenti, ed è lecito chiederci se entrambi lo abbiano mantenuto.
 
La Provvidenza ha voluto che questa festa fosse anche, per cinque giovani, il giorno in cui essi sottoscrivono personalmente quel patto. Ieri sera, ai primi Vespri della vigilia, Silvio e Francesco hanno rivestito la cappa ed hanno iniziato ufficialmente l’anno propedeutico che li prepara al Seminario; fra pochi istanti Mauro e Antonio riceveranno l’Ostiariato, e Claudio il Lettorato. Cinque nomi in più, dunque, sotto la quercia. Di loro parlerò dopo; ma tenete presente fin d’ora che tutto ciò che dirò della Madonna della Quercia vale, in modo eminente, per chi oggi si consacra al Suo servizio.

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I. La Madonna che non si lascia spostare

Consentitemi anzitutto di ricordare un particolare della storia della Quercia che si tace troppo spesso, e che invece mi pare quello che più ci riguarda in quest’ora.
 
Prima dei prodigi del 1467 ve ne furono altri, più silenziosi, e di un genere singolare. Intorno al 1450 un eremita, tal Pier Domenico Alberti, ritenne che quell’immagine fosse troppo esposta, troppo povera, troppo abbandonata: la staccò dall’albero per portarla nel suo romitorio, dove le avrebbe assicurato un culto più decoroso. Il mattino seguente il coppo era di nuovo sulla quercia. Qualche anno più tardi una pia donna, Bartolomea, fece lo stesso, con la stessa buona intenzione, e più di una volta: e più di una volta l’immagine tornò da sé al ramo dal quale era stata tolta.
 
Riflettete, carissimi. Nessuno dei due voleva profanare la sacra immagine; entrambi volevano migliorarne la collocazione. Erano persone devote, e credevano di comportarsi in modo ragionevolissimo. Perché lasciare l’effige della Madre di Dio in un campo, tra il vento e la pioggia, quando si può darle un tetto e una lampada votiva? E la Vergine, con dolcezza e con fermezza, rispose tornando dov’era. Non dove Le pareva più comodo, ma dove Dio l’aveva posta.
 
Vi è qui un ammaestramento che oso dire profetico. Da sessant’anni si è tentato di spostare la Chiesa dal luogo in cui Nostro Signore l’ha collocata: dalla sua dottrina immutabile, dal suo Sacrificio, dalla sua disciplina, dalla sua costituzione gerarchica. E lo si è fatto, quasi sempre, con le ragioni dell’eremita e di Bartolomea: rendere la Fede più accessibile, più vicina all’uomo, più adatta ai tempi. Si è chiamato aggiornamento ciò che era un trasloco.
 
Ma la Chiesa, come l’immagine della Quercia, non appartiene a chi la vorrebbe sistemare altrove; e ogni volta che la si stacca dal suo albero, cioè dalla Tradizione, essa torna là dove è stata posta, nelle mani di poveri fedeli che non hanno cambiato di una virgola ciò che hanno ricevuto. Guardate dove fioriscono oggi le vocazioni, le famiglie numerose, i giovani in ginocchio: non nelle sale conferenze in cui si discute di sinodalità, ma sotto la vecchia quercia.
 
Il coppo che torna al ramo è il segno che Dio non ratifica gli spostamenti degli uomini, per quanto pii essi si credano. Ne transgrediaris terminos antiquos, quos posuerunt patres tui (Prov 22, 28) — non varcare i confini antichi, che i tuoi padri hanno posto. Colei che conservabat omnia verba hæc non poteva darci lezione più chiara.

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II. Gedeone sotto la quercia

Vi è nella Sacra Scrittura un’altra quercia, e sotto di essa siede un uomo che ci somiglia. Venit Angelus Domini, et sedit sub quercu quæ erat in Ephra; mentre Gedeone, il più piccolo della più piccola famiglia di Manasse, stava battendo il grano di nascosto, nel torchio, per sottrarlo ai Madianiti che avevano invaso e devastato Israele. E l’Angelo gli disse: Dominus tecum, virorum fortissime. Il Signore è con te, o uomo fortissimo.
 
Sono le stesse parole che l’Angelo dirà, tredici secoli dopo, a una Vergine di Nazareth: Dominus tecum. La Chiesa non le ha unite per caso nella sua liturgia. Sotto la quercia di Ofra, Dio saluta la propria forza nell’uomo più debole; a Nazareth, saluta la propria forza nella creatura più umile. E in entrambi i casi la forza non sta nel saluto, ma in Colui che lo pronunzia: Dominus tecum.
 
Che cosa fece Gedeone, salutato così? Tre cose, che sono il programma di ogni cattolico in tempo di occupazione. La prima: di notte, con dieci servi, Gedeone abbatté l’altare di Baal che suo padre aveva innalzato, e tagliò il palo sacro. Non dialogò con Baal, non ne valorizzò gli elementi positivi, non cercò con esso un cammino comune: lo abbatté, e offrì al Signore un olocausto sopra la sua rovina.
 
La seconda: Gedeone chiese a Dio un segno, e Dio glielo diede nel vello — il vello asciutto mentre tutta la terra era bagnata, e poi il vello bagnato mentre tutta la terra era asciutta. I Padri della Chiesa hanno visto in quel vello la Vergine, sulla quale scese la rugiada del Verbo mentre il mondo restava arido.
 
La terza: Gedeone si presentò alla battaglia con trentaduemila uomini, e il Signore gliene lasciò trecento. Ne glorietur contra me Israël, et dicat: Meis viribus liberatus sum (Jd 7, 2) — perché Israele non si vanti dicendo: mi sono liberato con le mie forze.
 
Fratelli carissimi, i Madianiti di quest’ora non arrivano sui cammelli. Occupano cattedre, dicasteri, redazioni, parlamenti; occupano il Vaticano, gli atenei, i seminari e le curie vescovili. E il popolo di Dio batte il grano di nascosto, nel torchio: celebra la Messa di sempre in cappelle di fortuna, insegna il Catechismo in casa, battezza i figli in una Fede che i pastori ufficiali dichiarano superata. Non è la prima volta; e forse non sarà l’ultima. Ma a chi, in questa condizione, si sente il più piccolo della più piccola famiglia, la quercia di Ofra risponde: Dominus tecum.
 
E quanto ai numeri, Dio ha già detto con Gedeone ciò che pensa della preponderanza numerica.

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III. L’albero maestro di Lepanto

Chi entra nella Basilica della Quercia e alza gli occhi, vede tra le sue reliquie più singolari un albero di nave: l’albero maestro di una galea turca, catturata a Lepanto il 7 ottobre 1571, e donato al nostro Santuario da San Pio V. Un papa santo volle che il trofeo della vittoria cristiana stesse qui, presso la Madonna della Quercia, e non è difficile intuirne il motivo: quel legno spezzato accanto al legno che regge l’immagine della Vergine dice, senza parole, quale albero vinca e quale albero affondi.
 
San Pio V non vinse Lepanto con la diplomazia; la vinse con il Rosario. Mentre le galee si urtavano nel golfo di patrasso, Roma pregava, e il papa — ce lo narrano i suoi biografi — si alzò dal tavolo di lavoro, aprì la finestra e disse ai presenti: «Non è ora di affari; andate a ringraziare Dio, perché la nostra flotta ha vinto». Istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, aggiunse alle Litanie l’invocazione Auxilium Christianorum. Ed è lo stesso San Pio V che, un anno prima, con la Bolla Quo Primum, aveva fissato in perpetuo il Rito della Santa Messa che oggi si celebra a questo altare, e che nessun suo Successore aveva il diritto di proscrivere.
 
Ecco allora, dilettissimi, che questa festa unisce ciò che gli uomini vorrebbero separare: la Madonna, il Rosario, la Messa di sempre, e la vittoria sui nemici della Cristianità. San Pio V le teneva insieme, e per questo fu santo e vinse. Chi oggi le separa — chi recita il Rosario ma tollera che si abolisca la Messa, chi vuole la Messa ma si vergogna di parlare di nemici della Fede, chi parla dei nemici ma non prega — non vincerà nulla. L’albero maestro turco ci ricorda che la Cristianità è stata salvata, in un giorno d’ottobre, da un papa che sapeva ancora chi fosse il nemico e Chi fosse l’Aiuto.
 
Ho detto un papa. Perché il papato è stato per secoli il katéchon, ciò che trattiene il mistero d’iniquità. E noi viviamo in un tempo in cui chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo; in cui la Sede di Pietro dialoga con chi avversa la Fede e la dissacra, e tace con chi Le chiede di essere confermato nella Fede. Non lo dico con compiacimento, ma con il dolore di un Vescovo. Nel frattempo, noi facciamo ciò che fece Roma nel 1571: preghiamo il Rosario, offriamo il Santo Sacrificio e non abbandoniamo la nave.

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IV. I dieci servi di Gedeone

Vengo ora a voi, carissimi Claudio, Mauro, Antonio, e a voi, Silvio e Francesco.
 
Quando Gedeone abbatté di notte l’altare di Baal, la Scrittura annota un particolare che pare secondario: assumptis decem viris de servis suis. Prese con sé dieci dei suoi servi. Non i notabili di Ofra, non i sacerdoti, non i capi delle tribù: dieci servi, di cui non conosciamo il nome, che nel buio portarono la scure, la fune, la legna per l’olocausto. Senza di essi Gedeone non avrebbe potuto fare nulla; e senza Gedeone essi non avrebbero saputo che cosa fare.
 
Questo è il ministero che oggi la Santa Chiesa vi conferisce: essere i servi del Sacrificio dell’altare, coloro che portano gli strumenti del culto sotto la quercia, nell’ora in cui il culto del vero Dio si celebra quasi di nascosto e al suo posto si adorano gli idoli.
 
A voi, Mauro e Antonio, tra poco consegnerò le chiavi, dicendovi: Sic agite, quasi reddituri Deo rationem pro iis rebus quae his clavibus recluduntur. Comportatevi come chi dovrà rendere conto a Dio di ciò che con queste chiavi si apre e si chiude. Giosuè pose la pietra del patto subter quercum, quae erat in sanctuario Domini (Jos 24, 26): sotto la quercia che stava nel santuario del Signore. Un santuario ha una soglia, e la soglia ha un custode. Voi sarete custodi della soglia di questa Chiesa, che è la soglia del patto: aprirete a chiunque venga per rinnovarlo, per pentirsi, per adorare — e non v’è peccatore al mondo per il quale quella porta sia troppo stretta — ma non aprirete a chi viene per riscriverne le clausole.
 
L’ostiario, dice l’antica disciplina, percutit cymbalum et campanam, suona le campane: fate che le vostre campane siano quelle che chiamarono i trentamila del 1467 che si radunarono a Viterbo per implorare la fine della peste, e non quelle che tacciono per non disturbare il mondo. E ricordate l’eremita e Bartolomea: la Madonna non si lascia spostare, e neppure la Chiesa. Il vostro ufficio è il più umile e per questo il più esposto: il portinaio è il primo che il nemico incontra, e il primo che può tradire. Ma voi non tradirete.
 
A te, Claudio, consegnerò il libro: Accipe, et esto verbi Dei relator. E ti dirò di proclamare le divine letture distincte et aperte, absque omni mendacio falsitatis — chiaramente, apertamente, senza alcuna menzogna di falsità. Considera che cosa disse Giosuè della pietra: audivit omnia verba Domini — la pietra ha udito tutte le parole del Signore. Tutte: non quelle gradite, non quelle pastoralmente corrette, non quelle che l’uditorio è disposto ad accogliere. Il lettore è una pietra che ha udito tutte le parole e le restituisce tutte, intere, senza togliere e senza aggiungere.
 
Oggi si è fatto della Parola di Dio un cammino, un ideale, un discernimento: tu ne farai ciò che ne fece la Vergine, che conservabat omnia verba hæc e ne visse fino al Calvario. Con la Parola non si negozia; si proclama, e si obbedisce. Quod ore legis, corde credas, atque opere compleas. E poiché al lettore la Chiesa affida di benedicere panem et fructus novos, ricordati che il primo frutto della terra che tu benedirai è quello che pende da un albero del Campo Graziano.
 
E a voi, Silvio e Francesco, che ieri sera, ai primi Vespri, avete rivestito la cappa, dico una parola sola, perché all’inizio del cammino le parole devono essere poche. La cappa che portate non è un abito da cerimonia: è un manto, ed è il primo segno che voi vi ponete sub tuum præsidium, sotto la protezione di Colei che noi qui veneriamo. Ieri il mondo vi ha visti entrare in chiesa vestiti come tutti; oggi vi vede vestiti diversamente, e già vi giudica.
 
Bene: cominciate ad abituarvi. L’anno propedeutico non serve a imparare il latino — quello verrà — ma a imparare a essere coppi di terracotta, cioè a lasciarvi dipingere il volto di Cristo senza pretendere di scegliere il pennello. Gedeone chiese un segno, e Dio glielo diede nel vello: chiedete anche voi il vostro, con umiltà, e la Madonna ve lo darà; ma non chiedete di essere in molti. Trecento bastarono, e voi siete due.
 
Cinque servi in più sotto la quercia. Non è poco: è precisamente ciò con cui Dio ha sempre cominciato.

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V. Il patto: chi lo ha rotto?

Torniamo dunque al patto d’amore, e alla domanda che ho posto all’inizio: i contraenti l’hanno mantenuto?
 
La Madonna, certamente. Dal 1467 a oggi non vi è generazione viterbese che non abbia potuto testimoniare la Sua protezione: il cavaliere Spiriti che nel 1506, inseguito dai nemici, passò a cavallo un precipizio che nessun cavallo può passare; la giovane Barbara Moscaroli, che nel 1625 restò un’ora a galla nel pozzo profondo in cui era caduta; le mille grazie che coprono le pareti del Santuario della Quercia. La Signora della Quercia ha tenuto fede al Suo impegno con una puntualità che dovrebbe farci arrossire.
 
E noi? Non parlo di Viterbo soltanto, ma della Cristianità intera, della quale Viterbo è un frammento e uno specchio. Un patto con la Madre di Dio è un patto con Suo Figlio, e un patto con Suo Figlio ha delle clausole che non si possono riscrivere: Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus (Jos 24, 24). Serviremo il Signore; obbediremo ai Suoi comandamenti. Non ai comandamenti di questa o quella agenda, non alla morale riscritta dei sinodi, non alla religione universale della fratellanza senza Cristo: ai Suoi Comandamenti, tutti, e sempre.
 
Ora, dilettissimi, guardiamo con onestà a ciò che è accaduto. Il patto d’amore è stato spezzato non dal popolo, che ha continuato a salire alla Quercia, ma dai Pastori che avrebbero dovuto custodirlo in nome del popolo. Si è insegnato che i comandamenti sono un ideale, che il peccato è una fragilità, che la Verità è un cammino; si è consegnata la Città di Dio alla città dell’uomo, e si è chiamata questa resa apertura. Chi ha rotto il patto non è chi ha resistito a questo tradimento: è chi lo ha compiuto e chi, per quieto vivere, lo ha subito. E oggi chi resta fedele viene colpito con censure che non si osano applicare a chi apertamente nega la Fede.
 
Ma la pietra sotto la quercia di Sichem ha udito le parole del Signore; e il coppo sotto la quercia di Viterbo ha udito le parole di Viterbo. Testimoni entrambi: e nel giorno del giudizio parleranno.

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VI. Nisi Dominus custodierit civitatem

Da pochi anni questa Città ha voluto proclamare ufficialmente la Vergine della Quercia sua Custode. È un titolo che merita di essere preso sul serio, perché il Salmo ci ammonisce: Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam (Ps 126, 1) — se il Signore non custodisce la città, invano vigila chi la custodisce. Invano vigilano i sistemi di sicurezza, le assicurazioni, i piani sanitari, le reti digitali di sorveglianza che il potere mondiale stende sulle nostre vite in nome della nostra protezione. Invano: perché la città che si è affidata a se stessa ha già perduto ciò che voleva custodire.
 
Viterbo, nel 1467, non chiese soccorso a un’agenzia né si precipitò a farsi vaccinare: salì in ginocchio a una quercia. E la peste cessò. Vi è nella semplicità di quel gesto una sapienza politica che i nostri governanti, e purtroppo anche i nostri pastori, hanno smarrito: la salvezza pubblica si ottiene con la pubblica penitenza. Non lo dico io: lo dice la storia di questa Diocesi.
 
Una Città che ha una Custode in Cielo può permettersi di non temere gli uomini; una Città che si vergogna della sua Custode sarà preda del primo Madianita che passa.

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VII. Rinnoviamo il patto

Rinnoviamo dunque oggi il patto d’amore, ma rinnoviamolo intero, con tutte le sue clausole, e non come una cerimonia civica.
 
Rinnoviamolo come l’immagine che torna al ramo: promettendo di non lasciarci spostare, con tutte le buone ragioni del mondo, dalla Fede dei nostri padri.
 
Rinnoviamolo come Gedeone sotto la quercia di Ofra: abbattendo di notte, se occorre, gli altari di Baal che le nostre Diocesi e le nostre parrocchie hanno lasciato innalzare. Rinnoviamolo chiedendo il segno del vello, cioè la Vergine; accettando di essere trecento.
 
Rinnoviamolo come San Pio V: con il Rosario in mano, la Messa di sempre all’altare, e senza alcuna vergogna di sapere chi è il nemico e Chi è l’Auxilium Christianorum.
 
Rinnoviamolo come i dieci servi di Gedeone: voi, Mauro e Antonio, alla soglia con le chiavi; tu, Claudio, con il libro che ha udito tutte le parole; voi, Silvio e Francesco, sotto il manto della cappa; e ciascuno di noi, nel posto che la Provvidenza gli ha assegnato, senza chiedere un posto migliore.
 
E rinnoviamolo, infine, come i trentamila del 1467: in ginocchio. Perché il patto non lo scriviamo noi; lo scrive la Vergine Madre nel Suo Cuore Immacolato, che ha promesso di trionfare, e che trionferà anche su questa peste, come sull’altra, quando i figli di questa Città e di questa Chiesa avranno di nuovo imparato la strada del Campo Graziano.
 
Quasi terebinthus extendi ramos meos, et rami mei honoris et gratiæ. Sotto quei rami vi sia rifugio; sotto quei rami vi sia il testimone del vostro voto; sotto quei rami, dilettissimi, vi trovi sempre la Madonna della Quercia, Custode di Viterbo e Regina del Santissimo Rosario. E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 13 Settembre MMXXVI
Beatæ Mariæ Virginis a Quercu, Diœcesis Viterbii Patronæ, et Viterbii Custodis

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Immagine: Filippo Caparozzi (circa 1588-1644), Madonna e Santi, particolare, Santa Maria della Quercia, Viterbo. Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
 
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Cristo è anche Re delle nazioni

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa tredicesima parte ci ricorda che la regalità di Gesù Cristo si esercita non solo sugli individui, ma anche sulle famiglie, sulle istituzioni, sui popoli e sulle nazioni. Riafferma, in contrapposizione al secolarismo moderno, che le società stesse devono riconoscere Dio, conformare le proprie leggi al suo ordine e promuovere il regno sociale di Cristo.

 

XII. La regalità sociale di Cristo e la civiltà cristiana

96. Professo che la Santissima Trinità può e deve essere riconosciuta e adorata non solo da ogni singolo individuo, ma anche dalle famiglie, dalle istituzioni e dalla società civile. Nessuna autorità umana è indipendente da Dio, poiché ogni autorità proviene da Lui e deve essere esercitata secondo la legge eterna.

 

97. Professo che le società civili, al pari degli individui, hanno il dovere di riconoscere e onorare l’unico vero Dio, Gesù Cristo, il Verbo incarnato, la seconda Persona della Santissima Trinità, e di rendergli l’adorazione dovuta, nella vera religione da Lui rivelata e istituita.

 

98. Professo che le autorità che governano queste società debbano garantire il bene comune conformandosi alla duplice legge divina, sia naturale che rivelata. L’esercizio della libertà non consiste nel dare libero sfogo a tutti i capricci della concupiscenza, ma nello scegliere il modo migliore di utilizzare i beni di questo mondo in vista della salvezza eterna.

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99. Rifiuto pertanto il secolarismo moderno, che pretende di costituire la società come se Dio non esistesse. Il rifiuto pubblico di riconoscere Dio come Signore sovrano non è neutralità, ma un’ingiustizia sociale nei confronti del Creatore e una profonda causa di disordine tra le nazioni. Infatti, una società che nega a Dio l’onore che gli è dovuto distrugge progressivamente le fondamenta della propria giustizia: recide la legge umana dalla sua fonte eterna e abbandona le nazioni ai capricci volubili dell’umanità decaduta.

 

100. Professo che Nostro Signore Gesù Cristo, poiché è il Verbo incarnato e poiché ha redento l’umanità con il Suo Sangue, è Re non solo degli individui, ma anche delle famiglie, delle istituzioni, dei popoli e delle nazioni. Ogni potere gli è stato dato in cielo e in terra: il Suo regno non si limita al santuario interiore della coscienza o alla sfera privata; deve estendersi alla sfera esterna, alle leggi, alla morale, all’educazione, alla cultura e alla vita pubblica. Il Suo Regno è eterno e universale: un regno di verità e di vita, un regno di santità e di grazia, un regno di giustizia, di amore e di pace.

 

101. Professo che la società civile, pur perfetta nel suo ordine, non possiede tutti i mezzi necessari per condurre l’uomo alla sua vera perfezione, che rimane inaccessibile alla natura umana decaduta senza l’aiuto della grazia salvifica ed elevatrice.

 

102. Per questo motivo affermo che coloro che governano la società devono sottomettersi alla salutare influenza della Chiesa, che illumina le menti attraverso il suo Magistero, guarisce e rafforza le volontà attraverso la grazia dei sacramenti e guida l’umanità verso il suo vero destino soprannaturale, di cui è custode. Il bene della società richiede, di conseguenza, che i capi di Stato riconoscano il loro diritto e il loro dovere di promuovere e proteggere la Santa Chiesa e di opporsi, attraverso le leggi del loro governo, a tutto ciò che ne ostacoli la necessaria influenza, che è quella dell’unica vera religione.

 

103. Rifiuto pertanto il liberalismo politico e religioso: non solo quello che rivendica per l’errore gli stessi diritti della verità e per i falsi culti lo stesso riconoscimento ufficiale e pubblico di quelli veri; ma anche quello che, in nome della dignità umana e di una falsa libertà religiosa, attribuisce a tutti il ​​diritto di agire pubblicamente secondo coscienza senza esserne impediti dall’autorità civile, anche quando tale coscienza è errata e si oppone al bene comune o alla vera religione.

 

104. Ammetto che in certi casi l’errore possa essere tollerato per evitare mali maggiori o per preservare il bene superiore della pace civile, ma affermo che esso non possiede di per sé un diritto morale a essere difeso o incoraggiato sulla stessa base della verità, né tantomeno a essere ostacolato in nome di una falsa libertà di coscienza.

 

105. Sostengo inoltre che, sebbene l’umanità possieda una dignità ontologica che la eleva al di sopra degli esseri materiali, la dignità umana che deve essere rispettata non è indifferente alla verità e alla falsità che le persone professano, né al bene e al male che commettono: chiunque professi la falsità o commetta il male perde la propria dignità morale. Pertanto, quando un’autorità legittima, al fine di difendere il bene comune da gravi disordini, punisce i crimini secondo le esigenze della giustizia con pene proporzionate, non viola in alcun modo la dignità umana.

 

106. Rifiuto altresì questa forma moderna di personalismo che vorrebbe assegnare alla Chiesa la missione di salvaguardare la dignità della persona umana e di instaurare una fratellanza universale sul fondamento di questa dignità, presumibilmente comune a tutta l’umanità, senza però distinguere, da un lato, la vera dignità del cristiano che rinuncia al peccato per vivere secondo la morale evangelica nella Chiesa cattolica, e dall’altro la falsa dignità di coloro che, sviati dall’errore e dal vizio, rifiutano la via della salvezza.

 

107. Condanno la conseguente falsificazione, che tende a rendere la Chiesa, se non serva, quantomeno collaboratrice del mondo nella realizzazione del suo stesso ideale: quello di una pace puramente terrena e temporale, fondata su un miglioramento naturalistico dell’umanità, senza alcuna prospettiva soprannaturale. Questo ideale favorisce l’indipendenza dell’uomo da Dio, dalla sua legge, dalla verità e dalla bontà; implica il disprezzo per la regalità sociale di Cristo e della cristianità; e conduce in ultima analisi all’ateismo e alla sostituzione dell’uomo a Dio.

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108. Respingo inoltre il pregiudizio moderno che dipinge la civiltà cristiana come oppressiva, oscurantista o nemica della dignità umana. Lungi dal distruggere ciò che di buono c’è nelle diverse culture, l’ordine cristiano lo accoglie e lo purifica. Così, sulla base della dottrina rivelata e attraverso l’influenza della teologia cattolica, in particolare di quella di San Tommaso d’Aquino, Dottore Comune della Chiesa, si è instaurata, sotto la guida del Magistero, una cultura cristiana veramente universale, che ha integrato i migliori elementi delle culture greca e latina. Autentico frutto del Vangelo, ha contribuito a educare i popoli e ad aiutarli a crescere nella fede e nelle virtù cristiane. Anche se non è mai stata perfetta, poiché l’umanità rimane per sempre peccatrice, questa civiltà ha rappresentato nondimeno la più alta realizzazione dell’ordine sociale cristiano nella storia.

 

109. Al contrario, il rifiuto moderno della regalità sociale di Cristo ha portato a un declino della civiltà, attraverso la secolarizzazione delle istituzioni, lo scioglimento del matrimonio, l’erosione dell’autorità, un’educazione atea, la tirannia delle passioni e la graduale scomparsa dello spirito di sacrificio nelle nazioni un tempo cattoliche. Contro questa pubblica apostasia, professiamo che tutto deve essere ricondotto a Cristo, che è l’unico Santo e, attraverso il suo Corpo Mistico, l’unico santificatore di anime e popoli.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Wistula via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 

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Spirito

Mons. Schneider: la sinodalità è una «parola in codice per minare la dottrina cattolica»

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In un’intervista pubblicata giovedì sul sito AdVaticanum, dedicata al titolo di Corredentrice della Madonna, alla soppressione della Messa tradizionale in latino e al dialogo interreligioso, il vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha illustrato il proprio giudizio sul significato di «sinodalità».   Schneider ha sostenuto che il senso di «sinodalità» sia stato lasciato volutamente indefinito e ambiguo, così che ciascuno possa interpretarlo secondo i propri fini.   In questo concetto di sinodalità sarebbe implicito un «piano concreto per adattare gradualmente la dottrina e la struttura della Chiesa cattolica alle chiese protestanti e persino allo spirito di questo mondo in materia di sessualità e moralità», ha aggiunto il prelato.

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La sinodalità, in sostanza, «adatta la Chiesa cattolica a questo mondo» e sostituisce la costituzione divina della Chiesa con «strutture e metodi democratici di stampo protestante, inventati dall’uomo», ha affermato il vescovo. «Questo è un metodo molto pericoloso, che deve essere fermato».   Sua Eccellenza ha descritto la sinodalità come il punto più alto del «modernismo», perché incarna il «relativismo completo», in particolare il relativismo morale.   «Si tratta perlopiù di ecclesiastici che hanno perso la fede, o che non sono più interessati a evangelizzare e convertire le persone per farne veri discepoli di Cristo e membri del Corpo Mistico di Cristo», ha dichiarato monsignor Schneider. Ciò che è «vietato» nel processo sinodale è «la Messa tradizionale in latino» e l’affermazione del «costante insegnamento della Chiesa riguardo alla struttura della Chiesa», ha aggiunto.   In precedenza, nel corso dell’intervista, il vescovo ha riproposto l’idea che il Vaticano emani una costituzione apostolica – di portata ancora maggiore rispetto a un motu proprio – per sancire il diritto della Messa tradizionale in latino a essere celebrata liberamente, in un ripudio della Traditionis Custodes.   Monsinor Schneider ritiene che un documento del genere dovrebbe prevedere la «coesistenza» della Messa della Tradizione e del Novus Ordo per realizzare una «Pax Liturgica Leonina».   Il vescovo ha poi offerto ulteriori precisazioni sulla fede alla luce di dichiarazioni e prassi problematiche da parte di prelati vaticani.   In primo luogo ha affermato che i fedeli possono usare il titolo di «Corredentrice» per descrivere la Beata Vergine Maria, nonostante l’attuale Dicastero per la Dottrina della Fede sostenga che tale termine sia «sempre inappropriato».   «I fedeli possono ancora usarla, perché esistono messali approvati dai papi, anche con un formulario di Messa, con il titolo di Mediatrice di tutte le Grazie. Pertanto, dovrebbero dire: «Questa Messa deve essere eliminata da tutti i messali», il che sarebbe assurdo», ha osservato Schneider. Ha inoltre sottolineato che questi titoli erano usati dai Dottori della Chiesa.   Il vescovo ha criticato anche gli incontri di dialogo interreligioso, spesso tenuti negli ultimi decenni in un contesto religioso o politico. Il loro problema principale, ha detto, è che relativizzano la Chiesa di Cristo e la trattano come se fosse «uguale» alle altre religioni.   Il vescovo Schneider ha invece proposto «un incontro e un dialogo interreligioso nella vita quotidiana», come quello praticato in Kazakistan, dove cattolici, ortodossi e musulmani si incontrano, si congratulano a vicenda per le rispettive festività e pregano gli uni per gli altri.   «E questo ci mantiene più uniti in armonia e pace rispetto a queste enormi conferenze in cui si incontrano solo i leader e i politici le usano» per i propri fini «relativizzando il nostro Signore Gesù Cristo». «Dovremmo dire subito alla gente, ai cattolici: per favore, amate il vostro prossimo, amate anche gli altri, andate loro incontro, aiutateli nella vita di tutti i giorni. E questo contribuirà maggiormente alla pace e all’armonia interreligiosa».   Interrogato su come fosse possibile che la Conferenza Episcopale Cattolica del Kazakistan avesse «reso obbligatoria la Comunione in ginocchio e sulla lingua, vietando la Comunione sulla mano», e continuasse a escludere i ministri straordinari e le ministranti, monsignor Schneider ha ricondotto la questione alla storia del Paese, sostenendo che la sua nazione era stata forgiata dal fuoco sotto il regime bolscevico, quando i cattolici erano costretti a praticare la loro fede «in clandestinità».

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Riferendosi agli attuali vescovi del Paese, li ha definiti «gli eredi dei martiri e dei confessori del Kazakistan. E nutrivano una venerazione così profonda per la Santa Eucaristia, una venerazione così profonda. Non potevano immaginare di ricevere il Signore stando in piedi», ha affermato Schneider, che ha ricordato di aver vissuto da bambino il periodo delle persecuzioni religiose.   Si è rammaricato del fatto che Papa Paolo VI, nonostante gli «avverti dei vescovi», avesse «aperto il diluvio» permettendo la Comunione sulla mano.   «Ritengo che la Comunione sulla mano abbia causato irriverenza e sacrilegi nella Chiesa e continui a causarli. È una delle ferite più profonde nel corpo della Chiesa e deve essere sanata, naturalmente, lentamente», ha affermato il prelato, autore di un libro sull’argomento intitolato Dominus Est («È il Signore»).   Tuttavia «la prima cosa da fare per ristabilire la salute del corpo della Chiesa è fermare la Comunione sulla mano. E questo deve essere fatto di nuovo dal Papa. La Santa Sede ha aperto il diluvio, e la Santa Sede deve richiuderlo. E naturalmente, con passi graduali, ma bisogna farlo»  

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