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Spirito

Cristo è anche Re delle nazioni

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Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa tredicesima parte ci ricorda che la regalità di Gesù Cristo si esercita non solo sugli individui, ma anche sulle famiglie, sulle istituzioni, sui popoli e sulle nazioni. Riafferma, in contrapposizione al secolarismo moderno, che le società stesse devono riconoscere Dio, conformare le proprie leggi al suo ordine e promuovere il regno sociale di Cristo.

 

XII. La regalità sociale di Cristo e la civiltà cristiana

96. Professo che la Santissima Trinità può e deve essere riconosciuta e adorata non solo da ogni singolo individuo, ma anche dalle famiglie, dalle istituzioni e dalla società civile. Nessuna autorità umana è indipendente da Dio, poiché ogni autorità proviene da Lui e deve essere esercitata secondo la legge eterna.

 

97. Professo che le società civili, al pari degli individui, hanno il dovere di riconoscere e onorare l’unico vero Dio, Gesù Cristo, il Verbo incarnato, la seconda Persona della Santissima Trinità, e di rendergli l’adorazione dovuta, nella vera religione da Lui rivelata e istituita.

 

98. Professo che le autorità che governano queste società debbano garantire il bene comune conformandosi alla duplice legge divina, sia naturale che rivelata. L’esercizio della libertà non consiste nel dare libero sfogo a tutti i capricci della concupiscenza, ma nello scegliere il modo migliore di utilizzare i beni di questo mondo in vista della salvezza eterna.

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99. Rifiuto pertanto il secolarismo moderno, che pretende di costituire la società come se Dio non esistesse. Il rifiuto pubblico di riconoscere Dio come Signore sovrano non è neutralità, ma un’ingiustizia sociale nei confronti del Creatore e una profonda causa di disordine tra le nazioni. Infatti, una società che nega a Dio l’onore che gli è dovuto distrugge progressivamente le fondamenta della propria giustizia: recide la legge umana dalla sua fonte eterna e abbandona le nazioni ai capricci volubili dell’umanità decaduta.

 

100. Professo che Nostro Signore Gesù Cristo, poiché è il Verbo incarnato e poiché ha redento l’umanità con il Suo Sangue, è Re non solo degli individui, ma anche delle famiglie, delle istituzioni, dei popoli e delle nazioni. Ogni potere gli è stato dato in cielo e in terra: il Suo regno non si limita al santuario interiore della coscienza o alla sfera privata; deve estendersi alla sfera esterna, alle leggi, alla morale, all’educazione, alla cultura e alla vita pubblica. Il Suo Regno è eterno e universale: un regno di verità e di vita, un regno di santità e di grazia, un regno di giustizia, di amore e di pace.

 

101. Professo che la società civile, pur perfetta nel suo ordine, non possiede tutti i mezzi necessari per condurre l’uomo alla sua vera perfezione, che rimane inaccessibile alla natura umana decaduta senza l’aiuto della grazia salvifica ed elevatrice.

 

102. Per questo motivo affermo che coloro che governano la società devono sottomettersi alla salutare influenza della Chiesa, che illumina le menti attraverso il suo Magistero, guarisce e rafforza le volontà attraverso la grazia dei sacramenti e guida l’umanità verso il suo vero destino soprannaturale, di cui è custode. Il bene della società richiede, di conseguenza, che i capi di Stato riconoscano il loro diritto e il loro dovere di promuovere e proteggere la Santa Chiesa e di opporsi, attraverso le leggi del loro governo, a tutto ciò che ne ostacoli la necessaria influenza, che è quella dell’unica vera religione.

 

103. Rifiuto pertanto il liberalismo politico e religioso: non solo quello che rivendica per l’errore gli stessi diritti della verità e per i falsi culti lo stesso riconoscimento ufficiale e pubblico di quelli veri; ma anche quello che, in nome della dignità umana e di una falsa libertà religiosa, attribuisce a tutti il ​​diritto di agire pubblicamente secondo coscienza senza esserne impediti dall’autorità civile, anche quando tale coscienza è errata e si oppone al bene comune o alla vera religione.

 

104. Ammetto che in certi casi l’errore possa essere tollerato per evitare mali maggiori o per preservare il bene superiore della pace civile, ma affermo che esso non possiede di per sé un diritto morale a essere difeso o incoraggiato sulla stessa base della verità, né tantomeno a essere ostacolato in nome di una falsa libertà di coscienza.

 

105. Sostengo inoltre che, sebbene l’umanità possieda una dignità ontologica che la eleva al di sopra degli esseri materiali, la dignità umana che deve essere rispettata non è indifferente alla verità e alla falsità che le persone professano, né al bene e al male che commettono: chiunque professi la falsità o commetta il male perde la propria dignità morale. Pertanto, quando un’autorità legittima, al fine di difendere il bene comune da gravi disordini, punisce i crimini secondo le esigenze della giustizia con pene proporzionate, non viola in alcun modo la dignità umana.

 

106. Rifiuto altresì questa forma moderna di personalismo che vorrebbe assegnare alla Chiesa la missione di salvaguardare la dignità della persona umana e di instaurare una fratellanza universale sul fondamento di questa dignità, presumibilmente comune a tutta l’umanità, senza però distinguere, da un lato, la vera dignità del cristiano che rinuncia al peccato per vivere secondo la morale evangelica nella Chiesa cattolica, e dall’altro la falsa dignità di coloro che, sviati dall’errore e dal vizio, rifiutano la via della salvezza.

 

107. Condanno la conseguente falsificazione, che tende a rendere la Chiesa, se non serva, quantomeno collaboratrice del mondo nella realizzazione del suo stesso ideale: quello di una pace puramente terrena e temporale, fondata su un miglioramento naturalistico dell’umanità, senza alcuna prospettiva soprannaturale. Questo ideale favorisce l’indipendenza dell’uomo da Dio, dalla sua legge, dalla verità e dalla bontà; implica il disprezzo per la regalità sociale di Cristo e della cristianità; e conduce in ultima analisi all’ateismo e alla sostituzione dell’uomo a Dio.

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108. Respingo inoltre il pregiudizio moderno che dipinge la civiltà cristiana come oppressiva, oscurantista o nemica della dignità umana. Lungi dal distruggere ciò che di buono c’è nelle diverse culture, l’ordine cristiano lo accoglie e lo purifica. Così, sulla base della dottrina rivelata e attraverso l’influenza della teologia cattolica, in particolare di quella di San Tommaso d’Aquino, Dottore Comune della Chiesa, si è instaurata, sotto la guida del Magistero, una cultura cristiana veramente universale, che ha integrato i migliori elementi delle culture greca e latina. Autentico frutto del Vangelo, ha contribuito a educare i popoli e ad aiutarli a crescere nella fede e nelle virtù cristiane. Anche se non è mai stata perfetta, poiché l’umanità rimane per sempre peccatrice, questa civiltà ha rappresentato nondimeno la più alta realizzazione dell’ordine sociale cristiano nella storia.

 

109. Al contrario, il rifiuto moderno della regalità sociale di Cristo ha portato a un declino della civiltà, attraverso la secolarizzazione delle istituzioni, lo scioglimento del matrimonio, l’erosione dell’autorità, un’educazione atea, la tirannia delle passioni e la graduale scomparsa dello spirito di sacrificio nelle nazioni un tempo cattoliche. Contro questa pubblica apostasia, professiamo che tutto deve essere ricondotto a Cristo, che è l’unico Santo e, attraverso il suo Corpo Mistico, l’unico santificatore di anime e popoli.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Wistula via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 

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Spirito

Stati Uniti: alcuni vescovi si pentono della preghiera con Donald Trump

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La diffusione di un video che mostra dodici vescovi cattolici in preghiera attorno al presidente statunitense, il 22 ottobre 2026, ha scatenato una polemica a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato. Diversi prelati denunciano una strumentalizzazione politica del loro incontro alla Casa Bianca.   Donald Trump, seduto dietro la sua scrivania, circondato da vescovi cattolici, alcuni dei quali posano la mano su di lui: le immagini diffuse il 22 ottobre dalla Casa Bianca hanno rapidamente fatto il giro dei social network. La preghiera è guidata da mons. James Golka, arcivescovo di Denver, che chiede la benedizione divina sul presidente e sugli Stati Uniti.   La scena avviene a dodici giorni dalle elezioni legislative del 3 novembre. Pubblicato da Margo Martin, consigliera per la comunicazione del presidente, poi rilanciato dall’account della campagna di Donald Trump, il video provoca subito reazioni. Diversi vescovi presenti denunciano un uso politico della loro preghiera.   Eppure intendevano approfittare della loro trasferta a Washington per affrontare con l’amministrazione americana diversi dossier: la politica migratoria, i visti dei sacerdoti e dei religiosi stranieri, la libertà religiosa, la difesa della vita e l’educazione.   Secondo mons. Jeffrey Grob, arcivescovo di Milwaukee, i prelati si sono dapprima confrontati per circa novanta minuti con dei consiglieri della Casa Bianca, prima di essere condotti nello Studio Ovale. Donald Trump li ha accolti, ha consegnato loro dei ricordi, poi li ha invitati a pregare attorno a lui. L’incontro sarebbe stato preparato con il concorso di Mario Enzler, collaboratore della Heritage Foundation, influente think tank conservatore associato al Project 2025.   La fondazione contesta tuttavia di averne curato l’organizzazione. Quanto alla Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB), ha precisato di non aver né organizzato né patrocinato questa riunione.

Delle scuse pubbliche

Il 25 ottobre, mons. Jeffrey Grob pubblica una lettera intitolata A Public Apology («Scuse pubbliche»). L’arcivescovo di Milwaukee afferma che i vescovi non avevano autorizzato la diffusione delle fotografie e ignoravano che un video fosse in corso di registrazione. Si dice profondamente rattristato che una preghiera rivolta a Dio sia stata utilizzata in questo modo. «L’incontro non costituiva in alcun modo un sostegno al presidente, alla sua politica o al suo partito», insiste.   Mons. Grob riconosce di aver esitato prima di accettare l’invito. «Avrei desiderato aver ascoltato le mie reticenze», scrive, dopo aver ricevuto numerosi messaggi di fedeli turbati dalla sua partecipazione. Alcuni gli hanno in particolare manifestato la loro sofferenza di fronte alle misure adottate dall’amministrazione Trump. L’arcivescovo chiede perdono per il danno che la sua presenza può aver causato.   Mons. William Joensen, vescovo di Des Moines, ha anch’egli espresso il proprio rammarico, riconoscendo di aver peccato di ingenuità di fronte al rischio di una strumentalizzazione partitica dell’incontro.

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L’arcivescovo di Denver difende il suo gesto

Mons. James Golka, che ha guidato la preghiera, tiene un discorso diverso. In un’intervista concessa a Denver Catholic, il giornale della sua arcidiocesi, riconosce che la diffusione delle immagini a pochi giorni dal voto poteva dare l’impressione di un sostegno elettorale. Ma assicura che tale non è mai stata la sua intenzione. «Facevo ciò che fa un sacerdote cattolico», risponde a coloro che gli rimproverano la sua partecipazione.   L’arcivescovo spiega che avrebbe tenuto esattamente le stesse parole davanti a un presidente democratico. «Preghiamo per le persone. Benediciamo coloro che hanno bisogno di una benedizione. E tutti abbiamo bisogno di essere benedetti, assolutamente ciascuno di noi».   Mons. Golka ricorda inoltre che la Chiesa non sostiene alcun candidato né alcun partito politico. Ritiene tuttavia indispensabile che i vescovi possano dialogare con le autorità su questioni come la difesa dei bambini non ancora nati, la situazione delle famiglie immigrate e quella dei più poveri.   Mons. Scott Bullock, vescovo di Rapid City, anch’egli presente alla Casa Bianca, ha a sua volta difeso l’incontro, respingendo ogni intento elettorale. Strumentalizzazione elettorale o legittima preghiera per il capo dello Stato? Se due vescovi deplorano l’uso politico delle immagini, altri mantengono la fondatezza della loro iniziativa, ricordando l’esortazione di san Paolo a pregare «per i re e per tutti coloro che sono elevati in dignità» (1 Tm 2, 2).

Un’inquietante analogia

Tuttavia, quel che più colpisce, e che senz’altro ferisce il sentire cattolico ancor più dell’ingenuità di fronte alla strumentalizzazione politica, è l’ennesima occasione di confusione dottrinale favorita da alcuni successori degli Apostoli. È stato snaturato l’autentico significato della preghiera, che va a sovrapporsi in modo inquietante a quella di matrice protestante, con evidenti elementi di sincretismo: non passa inosservata infatti la presenza, in mezzo ai vescovi cattolici – ma tra tutti la più vicina al presidente – di Paula White-Cain la consulente evangelica dell’«Ufficio per la Fede» della Casa Bianca.   Insomma, ormai fa più scandalo che un vescovo preghi per un uomo politico, piuttosto che un vescovo preghi insieme agli eretici, uniformandosi (almeno esteriormente) ad una concezione della preghiera che niente ha a che fare col cattolicesimo.     Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Spirito

Assisi 2026: Leone XIV rivendica l’eredità di Giovanni Paolo II

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L’incontro interreligioso svoltosi ad Assisi dal 25 al 27 ottobre 2026 si è concluso con un nuovo appello comune alla pace. Ma che valore ha una pace senza Gesù Cristo, il Principe della pace?

 

La città di Assisi ha accolto di nuovo un raduno interreligioso, quarant’anni dopo quello convocato da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986. Dal 25 al 27 ottobre 2026, la Comunità di Sant’Egidio vi ha riunito più di 380 responsabili religiosi, tra i quali rappresentanti cattolici, ortodossi e protestanti, ma anche dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del buddismo, dello scintoismo, del sikhismo, del taoismo e dello zoroastrismo.

 

Posta sotto il tema «Pace disarmata e disarmante», la manifestazione si è aperta domenica 25 ottobre a Bastia Umbra, vicino ad Assisi. È proseguita con due giornate di conferenze dedicate in particolare ai conflitti armati, al disarmo, alle migrazioni, alla crisi ambientale e al dialogo tra le religioni. Ma è soprattutto la giornata di martedì 27 ottobre, che segnava il quarantesimo anniversario dell’incontro convocato da Giovanni Paolo II, a dare all’evento il suo carattere più scandaloso.

 

Preghiere separate, poi una processione comune

Alle 15.30, i rappresentanti delle diverse religioni sono stati invitati a pregare per la pace, ciascuno secondo le proprie credenze e i propri riti.

 

Nella basilica inferiore di San Francesco, dei cattolici hanno pregato accanto a rappresentanti delle Chiese ortodosse e delle comunità protestanti. Il patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli e il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, vi hanno pronunciato delle meditazioni.

 

Il patriarca ortodosso ha evocato le sofferenze provocate dai conflitti attuali e ha invitato i credenti a diventare artigiani di pace. Il cardinale Zuppi, da parte sua, ha presentato l’incontro e il dialogo come i mezzi per superare le divisioni e i conflitti.

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Nel frattempo, i rappresentanti delle religioni non cristiane compivano le proprie preghiere in diversi luoghi situati attorno al Sacro Convento, il convento francescano attiguo alla basilica. Ebrei, musulmani, indù, buddisti e rappresentanti di altri culti si sono così rivolti alle loro divinità o hanno praticato i rispettivi riti.

 

Dopo queste cerimonie distinte, i responsabili religiosi si sono ritrovati fianco a fianco e hanno raggiunto in processione la piazza inferiore della basilica di San Francesco. È là che si è svolta la cerimonia interreligiosa di chiusura, davanti ai rappresentanti delle diverse religioni riuniti su uno stesso palco.

 

Mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi, ha preso la parola, seguito in particolare da Touch Sarith, presidente di un’associazione buddista cambogiana, e da Koko Kondo, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha poi ricordato l’eredità di Giovanni Paolo II e gli incontri interreligiosi organizzati dal 1986. A suo dire, lo “spirito di Assisi” ha permesso di mantenere il dialogo tra le religioni nonostante le guerre e le tensioni internazionali.

 

Leone XIV rivendica i frutti di quarant’anni di dialogo interreligioso

Leone XIV avrebbe dovuto inizialmente partecipare a questa giornata, ma il suo viaggio è stato annullato su raccomandazione medica, dopo un intervento di chirurgia toracica. Il papa ha tuttavia voluto associarsi alla manifestazione con un messaggio video trasmesso durante la cerimonia finale.

 

Ha dapprima espresso il rammarico di non poter essere presso la tomba di san Francesco, poi ha ringraziato il Dicastero per il dialogo interreligioso e la Comunità di Sant’Egidio per aver proseguito la via aperta dai suoi predecessori. Il papa ha espressamente rivendicato l’eredità dell’incontro del 1986. Ricordando che Giovanni Paolo II aveva invitato a continuare a vivere lo «spirito di Assisi», ha citato Francesco, secondo il quale quella prima giornata non doveva restare un evento isolato. Leone XIV ha salutato il cammino percorso in quarant’anni, affermando che ha portato molti frutti.

 

Ha poi evocato a lungo l’evoluzione della situazione internazionale dalla guerra fredda. Dopo il 1989, ha spiegato, molti avevano sperato che la globalizzazione avrebbe portato una pace duratura. Citando la sua enciclica Magnifica humanitas, ha ricordato l’eccessiva fiducia accordata ai mercati per garantire il benessere, la democrazia e la stabilità. Secondo il papa, questa globalizzazione non ha automaticamente prodotto l’unità e la pace, ma ha anche suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionaliste.

 

Ha denunciato un’inquietante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale e ha ricordato gli avvertimenti del Catechismo della Chiesa cattolica sull’accumulo degli armamenti considerato come mezzo di dissuasione. È in questo contesto che ha chiesto di far crescere lo “spirito di Assisi”, che presenta come il rifiuto di giustificare religiosamente la guerra, associato alla mediazione, al dialogo e all’azione in favore della pace.

 

Per Leone XIV, la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli e guidare le loro decisioni. «Dobbiamo ricostruire ovunque la pace, e non preparare altre guerre», ha dichiarato, prima di affermare: «La guerra non può mai essere fatta in nome di Dio! Per noi credenti, combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Non esiste alcuna guerra santa: solo la pace è santa!»

La preghiera delle religioni presentata come via verso la pace

Leone XIV ha poi giustificato il percorso religioso avviato ad Assisi. «Il cammino iniziato ad Assisi nella ricerca comune della pace è innanzitutto quello della preghiera», ha spiegato. Ha proseguito affermando che la preghiera poteva sembrare debole davanti alle potenze del mondo, ma costituiva la forza umile dei credenti. Ha chiesto che Dio tocchi il cuore di coloro che vogliono la guerra e il terrorismo, ricordando che non si prega mai invano.

 

Il papa ha inoltre presentato la preghiera come una scuola di dialogo con Dio, con gli uomini e con tutte le creature, evocando san Francesco d’Assisi, di cui quest’anno si celebra l’ottavo centenario della morte.

 

Infine, ha chiesto ai responsabili religiosi di sviluppare il dialogo tra i loro fedeli e nella società, affinché il linguaggio dell’arroganza sia sostituito da quello della pace, del negoziato e della comprensione. Il suo intervento si è concluso con un’invocazione per la pace in tutti i paesi del mondo e con la beatitudine evangelica: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9).

 

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«Le religioni offrono ciò che hanno ricevuto da Dio»

Alle 17, i partecipanti hanno proclamato l’Appello di pace 2026, documento finale dell’incontro. Il testo si apre a nome di «donne e uomini di religioni diverse» riuniti ad Assisi. Ripercorre i quarant’anni trascorsi dal 1986, affermando che i partecipanti hanno pregato e lavorato per un mondo senza guerre e che hanno fatto l’esperienza della forza storica della preghiera.

 

L’appello chiede la fine dei conflitti armati, la riduzione delle spese militari e una de-escalation di fronte al rischio nucleare. Chiede che le risorse destinate agli armamenti siano impiegate per l’alimentazione, l’istruzione, il lavoro e le cure.

 

Ma al di là di queste rivendicazioni, il documento formula un’affermazione religiosa rivelatrice dello spirito dell’incontro: «Le religioni offrono ciò che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la saggezza, il valore della vita, la conoscenza delle debolezze umane, il perdono».

 

Così, delle religioni che negano la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, rifiutano la Santissima Trinità o professano credenze incompatibili con la Rivelazione cattolica sono presentate collettivamente come detentrici di doni ricevuti da Dio. Il testo chiede inoltre che ogni luogo di culto e di preghiera diventi una casa di pace e di solidarietà umana. Dopo la sua proclamazione, l’appello è stato consegnato a un gruppo di bambini. I responsabili religiosi hanno poi acceso dei candelabri disposti davanti alla basilica, gesto simbolico che ha segnato la fine dell’incontro.

 

Quale messaggio rivolge una simile manifestazione al mondo? Che tutte le religioni sarebbero ugualmente capaci di rivolgersi a Dio e di ottenere i suoi favori.

 

E se possono tutte condurre gli uomini a Dio, perché bisognerebbe ancora appartenere alla Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo?

 

Ponendo pubblicamente la religione cattolica sullo stesso piano delle religioni fondate dagli uomini, il Vicario di Cristo lascia intendere che queste potrebbero condurre le anime in Cielo.

 

Ciò costituisce una grave offesa a Dio, così come si è rivelato all’umanità e così come la Chiesa ha ricevuto la missione di farlo conoscere, oltre a mantenere una confusione carica di conseguenze per le anime.

 

Quando colui che ha ricevuto la missione di confermare i suoi fratelli nella fede sembra mettere la verità e l’errore sullo stesso piano, come possono ancora gli uomini riconoscere dove si trovi la via della salvezza?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Spirito

Cardinale afferma che la Chiesa «non è qui per convertire»

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L’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco, ha affermato che la Chiesa cattolica «non è una Chiesa proselitistica, non è una Chiesa che è lì per convertire», e che dovrebbe invece cercare di trovare il suo posto all’interno della società algerina. Lo riporta LifeSite.   In una recente intervista al sito di notizie cattoliche belga CathoBel, segnalata da AdVaticanum, Vesco ha affermato: «Siamo la Chiesa di questo popolo. Non una Chiesa proselitistica, non una Chiesa che è lì per convertire, ma una Chiesa che aspira a essere una componente di questo popolo». Ha inoltre affermato che «nelle religioni monoteiste, il proselitismo è veleno, perché implica considerare falsa la religione dell’altro». «Ci consideriamo una fortezza assediata? O scegliamo la fraternità?», ha chiesto Vesco. «Per me, è l’unica opzione che valga la pena».   Secondo quanto riportato da AdVaticanum, Vesco ha affermato che i cristiani non dovrebbero cercare di ripristinare un antico ordine politico cristiano come risposta ai cambiamenti demografici e culturali contemporanei. «I cristiani hanno un’altra carta da giocare, oltre a ristabilire un regime della cristianità».   L’arcivescovo di Algeri ha anche affermato che la sinodalità ha cambiato in modo permanente il funzionamento della Chiesa e ha «seppellito ogni possibilità» di un futuro Concilio Vaticano III composto esclusivamente da vescovi. I commentatori cattolici si sono scatenati in rete, parlando di tradimento del Vangelo. In particolare, è completamente negato da parole del genere quanto contenuto nel Vangelo secondo Matteo 28, 16-20: «Quanto agli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte indicato loro da Gesù. Vedendolo, l’adorarono; ma qualcuno dubitava. avvicinandosi parlò loro così: “Ogni potere è stato dato a me in cielo e in terra. Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto v’ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”».   Il comandamento è ripetuto anche in Atti 1, 8: «ma voi riceverete forza di Spirito Santo, quando verrà su di voi; e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e la Samaria, e fino alle estremità della terra».   Anche nel Vangelo secondo Marco (16, 15) sta scritto: «Poi disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura».   La Chiesa conciliare sembra aver abdicato quindi, oltre cheall’evangelizzazione, anche al Vangelo stesso. Epperò, è evidente che si tratta di un fenomeno chiaro: togli il Vangelo, togli l’evangelizzazione. Togli la Messa, togli il Vangelo. Togli Dio, togli la Messa. Togli Dio, togli tutto – essere umano compreso.  

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Immagine di Meeting Rimini via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 4.0
   
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