Famiglia
Padre di famiglia, pompiere, ha fatto scudo con il suo corpo per salvare la famiglia: ecco la vittima dell’attentato a Trump
L’unica vittima del tentato assassinio di Donald Trump di sabato scorso, a parte l’attentatore, è un cinquantenne di nome Corey Imperatore.
Comperatore stava partecipando al raduno elettorale dell’ex presidente a Butler, Pennsylvania, con la sua famiglia, insieme a migliaia di altri fan riuniti in una serata afosa.
Quando l’attentatore ha sparato dal tetto di un edificio vicino, il signor Comperatore si è gettato sui suoi familiari per proteggerli, secondo il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, che pareva leggermente commosso quando ha parlato del caso alla stampa.
A different angle from the shooting yesterday, at former President Donald Trumps rally in Pennsylvania.
The individual who was killed, has been identified as Corey Comperatore. He was a fire chief, and got shot by the gunman while shielding his daughter and wife at the rally. pic.twitter.com/tqyvygo5zM
— Emily (@emilyshar1) July 14, 2024
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Comperatore è stato colpito alla testa ed è morto sul posto, hanno detto le autorità.
La figlia Allyson, 27 anni, ha scritto sui social che «i media non vi diranno che è morto da supereroe della vita reale. Non vi diranno quanto rapidamente ha gettato a terra mia madre e me. Non vi diranno che lui ha fatto scudo al mio corpo contro la pallottola che veniva contro di noi».
BREAKING: The Trump rally attendee who was murdered yesterday by Matthew Crooks has been identified as Corey Comperatore.
A family member has released a statement on their Facebook page about the situation.
Prayers up for Corey and his family. pic.twitter.com/WAK9p4xuUw
— Tayler Hansen (@TaylerUSA) July 14, 2024
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«Amava veramente la sua famiglia. Lui davvero ci amava abbastanza da prendere una vera pallottola per noi. E non voglio altro che piangere e dirgli grazie (…) Papà, ti voglio così bene che non ci sono abbastanza parole per esprimere quanto profondo è il mio amore (…) Lo so che Dio è orgoglioso dell’uomo che è arrivato ai suoi cancelli ieri».
Pray for the daughters of Corey Comperatore. It is so, so hard to lose your dad at this age. pic.twitter.com/UFB8qKiCpG
— Caroline Downey (@carolinedowney_) July 14, 2024
Nella sparatoria sono rimasti gravemente feriti altri due partecipanti alla manifestazione.
Uno, David Dutch, 27 anni, è un veterano del Corpo dei Marine che lavorava alla Siemens. Ora è in ospedale in cura per danni al fegato e costole rotte. L’altro ferito sarebbe stato identificato in James Copenhaver, che sarebbe registrato come elettore del Partito Democratico. Una terza persona ferita nell’attacco è il nipote del deputato Ronny Jackson, un repubblicano del Texas che ha servito come medico della Casa Bianca di Trump. Il dottor Jackson ha scritto in un post su X che un proiettile ha sfiorato il collo di suo nipote.
My nephew was injured at the Trump rally in Butler, Pennsylvania. Thankfully his injury was not serious and he is doing well. My family was sitting in the front, near where the President was speaking. They heard shots ringing out — my nephew then realized he had blood on his neck…
— Ronny Jackson (@RonnyJacksonTX) July 14, 2024
Alla manifestazione, il dottor James Sweetland, un medico del pronto soccorso che era presente all’evento, si è precipitato ad aiutare Comperatore dopo che gli avevano sparato. Ha detto che Comperatore giaceva in una pozza di sangue e due persone lo hanno aiutato a sollevarlo su una panchina in modo che potesse eseguire la respirazione cardiopolmonare, scrive il New York Times. Un’altra persona ha fatto pressione sulla ferita di Comperatore sopra l’orecchio. Tuttavia il dottor Sweetland ha detto che non c’era polso. Due agenti della Pennsylvania State hanno aiutato a sollevare il signor Comperatore su una barella.
This brave doctor tried in vain to save the life of hero Corey Comperatore. In the midst of shooting, screaming and chaos, this extraordinary American had no way to know the assassin had been neutralized. He ignored the danger and did his best. https://t.co/Yg0skZGoQH
— James Woods (@RealJamesWoods) July 14, 2024
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Di chiare origini italiane, il Comperatore è stato ricordato dal governatore Shapiro come una persona che andava in chiesa tutte le domeniche ed era un «accanito sostenitore» del presidente Trump. «Corey era il migliore di noi» ha detto il governatore, che è democratico.
Comperatore, due figlie di 27 e 24 anni, lavorava in un’azienda di plastica ed era un pompiere volontario, arrivando al grado di capo pompiere a in una caserma fuori Pittsburgh, era così appassionato di pesca che rifiutava di comprare il pesce al supermercato.
My deepest condolences to the family and loved ones of Corey Comperatore, a former fire chief who was tragically killed at yesterday’s Trump rally in Pennsylvania. This morning, his daughter Allyson shared a deeply moving tribute to her father on Facebook, describing how he died… pic.twitter.com/o1Lu0DXQ7U
— Robert F. Kennedy Jr (@RobertKennedyJr) July 14, 2024
Era fedele di una chiesa metodista, la Cabot Church. I vicini lo definiscono come una colonna portante della comunità, ed era visto spesso sul suo tagliaerbe o in compagnia dei suoi dobermann addestrati.
In rete compaiono vari commenti che attaccano il defunto per le sue posizioni antipalestinesi. Gli osservatori goscisti lo attaccano anche per il fatto che in casa sua, diceva, si beve solo latte non pastorizzato. Comperatore è ora attaccato anche perché sospettato di avere in simpatia Vladimir Putin, o meglio, di averne di più dovendo scegliere tra il presidente russo, quello americano Biden, Hillary Clinton e la deputata Alexandra Ocasio-Cortezza.
La sua ultima interazione online sembra essere stata con Catturd, popolarissimo personaggio del Twitter trumpista.
His last post. He died shielding his family from bullets. His whole life he protected others, working as a firefighter. This man is a hero.
Here’s the gofundme to help his family. https://t.co/1Qsd6rIZxW pic.twitter.com/DWJ3vLjRsR
— Libs of TikTok (@libsoftiktok) July 14, 2024
«Cosa fate questo fine settimana» aveva chiesto Catturd. «Comizio di Trump!» aveva risposto Corey.
La pagina Gofundme per aiutare la famiglia ha raggiunto nel momento in cui scriviamo 830 mila dollari in donazioni su un obiettivo iniziale di 7000 dollari.
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Immagine da Twitter
Famiglia
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Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.
Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».
È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.
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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.
Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.
A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.
Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.
Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.
Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.
Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.
Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.
E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.
Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.
La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.
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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.
Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.
Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.
La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.
Elisabetta Frezza
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Immagine generata artificialmente
Famiglia
Putin: «tutta la nostra politica è incentrata sulla famiglia»
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