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«Sotto il regno infernale dell’Anticristo, tacerà il sacrificio perenne»: omelia di mons. Viganò per il Giovedì Santo

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Caro Maria Viganò per il Giovedì Santo 2024.

 

 

 

Et ego dispono vobis sicut disposuit mihi Pater meus regnum.
Io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me.

Lc 22, 29

 

La solenne Liturgia del Giovedì Santo ci introduce nel cuore dei Misteri pasquali e costituisce una sorta di parentesi tra il lungo itinerario quaresimale – culminato nelle due ultime Domeniche – e la celebrazione della Passione e Morte del Signore, che avrà luogo domani. Due sono i grandi momenti che ci riuniscono intorno all’altare: il primo, la Messa Crismale; il secondo, la Messa in Cœna Domini.

 

In entrambi, la Chiesa richiama la nostra attenzione sull’Ordine Sacro, sicché a giusto titolo possiamo considerare il Giovedì Santo come una festa in onore di Cristo Sommo Sacerdote e di riflesso di tutti i sacri Ministri, che all’unico Sacerdozio di Cristo attingono il proprio Ministero. 

 

Nella Messa Crismale il Vescovo – che possiede la plenitudo Sacerdotii – raccoglie intorno a sé il proprio Presbiterio per consacrare gli Olii Santi, necessari all’amministrazione dei Sacramenti: Consecrare tu dignare, Rex perennis patriæ, hoc olivum, signum vivum, jura contra dæmonum (Hymn. O Redemptor).

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Nella Messa in Cœna Domini celebriamo l’istituzione del Santo Sacrificio, della Santissima Eucaristia e dello stesso Sacerdozio, la cui sacra Unzione richiama Cristo, l’Unto del Signore.

 

La composta solennità di questi riti – che un susseguirsi compulsivo di riforme bugniniane, portate avanti tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta dai fautori del Novus Ordo, ha in gran parte stravolto e sfigurato – ci riporta al Cenacolo e a quelle parole che il Redentore rivolge ai Suoi Discepoli, in un momento di grande oppressione e paura. Sono le ore in cui incombe sui Dodici quel senso di assedio e di pericolo imminente che anche noi oggi sperimentiamo; le ore in cui i ripetuti tentativi dei Giudei di catturare e uccidere il Signore – sino ad allora falliti – stanno per avere successo, a causa del tradimento di Giuda; le ore in cui sembra inevitabile il trionfo dei malvagi, riusciti a corrompere un Apostolo per imprigionare, processare e mettere a morte il Figlio di Dio, pochi giorni prima accolto in Gerusalemme dalla folla festante come Re d’Israele.

 

Tacciono gli Osanna dei fanciulli, la folla è scomparsa, nessuno pare ricordarsi dei miracoli compiuti dal Maestro negli ultimi tre anni e i rami di palme giacciono abbandonati ai lati della via che conduce al Tempio.

 

Non è difficile, in questa nostra fase cruciale della Storia dell’umanità e della Chiesa, immedesimarci negli Apostoli, oppressi da quella sensazione di ineluttabilità del Male che cerca di strappare dai cuori la speranza e instilla lo sconforto e la delusione, dopo la gioia e l’entusiasmo dell’entrata nella Città Santa.

 

Anche il Corpo Mistico di Cristo, che nel corso dei secoli ripercorre le tappe del Ministero pubblico del suo Capo divino, ha vissuto quegli entusiasmi dei Discepoli per la predicazione e i miracoli compiuti, oggi quasi eclissati nell’abbandono delle folle, nella cospirazione del Sinedrio pronto a mandare le proprie guardie, nel tradimento di nuovi Giuda.

 

Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre (Lc 22, 53), dirà fra qualche ora Nostro Signore ai sommi sacerdoti e alle guardie del tempio venuti a catturarLo.

 

Ma proprio mentre incombe l’impero delle tenebre – che stoltamente, ma umanamente gli Apostoli credono vittoriose – il Signore fa preparare il Cenacolo in una grande sala sontuosamente addobbata, per celebrarvi la Pasqua. Un luogo nel quale, dopo la Crocifissione del Maestro, vedremo riunirsi nuovamente i Discepoli assieme alla Vergine Madre, con le porte sprangate e le imposte chiuse per paura dei Giudei.

 

E sui quali cinquanta giorni dopo, januis clausis, lo Spirito Santo discenderà, compiendo ciò che era stato prefigurato nella consacrazione del tempio da parte del re Salomone (2 Par 7, 1).

 

La serenità e la dignità con cui il Salvatore affronta le ultime ore prima della Passione disorienta gli Apostoli, che non solo non comprendono cosa si vada preparando, ma sono talmente confusi da chiedersi chi di loro doveva essere considerato il maggiore (Lc 22, 24), mentre Pietro si dice pronto ad affrontare il carcere e la morte (ibid., 33), inconsapevole del triplice rinnegamento che di lì a poco avrebbe compiuto: Non cantabit hodie gallus, donec ter abneges nosse me, abbiamo sentito ieri nel Passio.

 

Voi dunque, rinchiusi come gli Apostoli in questa cappella attorno al vostro Vescovo per celebrare la Pasqua, vi sentite assediati e in pericolo, ricercati come discepoli dello stesso Gesù Nazareno che le guardie stanno per arrestare. E forse siete stupiti anche voi, carissimi fratelli, per la serenità con cui vi esorto ad affrontare gli eventi con lo stesso spirito di umile ed obbediente abbandono alla volontà di Dio.

 

Ecce Satanas expetivit vos ut cribraret sicut triticum: Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano (Lc 22, 31).

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La prova si avvicina, perché senza cimentarsi nell’agone non è possibile conseguire il bravio – il premio della vittoria – e senza passare per l’ignominia della Croce non vi può essere gloria della Resurrezione. Ed è prova forse meno cruenta di quella che dovettero attraversare gli Apostoli, ma dinanzi alla quale occorre lo stesso stato d’animo che il Signore intima loro di avere: Vigilate et orate, ut non intretis in tentationem (Lc 22, 46). Rimanete svegli e pregate.

 

In un mondo ostile a Cristo – ieri come oggi – l’umiltà del sacerdote è l’unico presidio per non cedere alla tentazione: l’umiltà di riconoscersi fragili e incapaci di fronteggiare gli eventi avversi, se non grazie all’aiuto di Dio che possiamo ottenere solo con la vigilanza e con la preghiera.

 

Ce lo dice Nostro Signore: Il più grande fra di voi sia come il minore e chi governa come colui che serve (Lc 22, 26). Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13, 13-15).

 

La Liturgia del Giovedì Santo prevede la ripetizione di quel gesto antico e solenne, nella consapevolezza tanto della nostra umana fragilità, quanto dell’incommensurabile dignità del Sacerdozio che ci è stato conferito da Cristo.

 

Nos autem gloriari oportet in cruce Domini Nostri Jesu Christi, canteremo questa sera nell’Introito della Messa in Cœna Domini, e nella luce sfolgorante del Sacerdozio di Cristo intoneremo al suono delle campane, dopo il silenzio quaresimale, il Gloria in excelsis che tacerà ancora fino alla Veglia pasquale. Piccoli squarci di cielo che riescono a riportarci al cospetto della Maestà divina e a farci contemplare le cose del mondo sub specie æternitatis, e quindi a vederle nella loro dimensione transeunte.

 

Le Messe di oggi ci ricordano, ciascuna con i suoi riti antichissimi, l’importanza e l’indispensabilità del Sacerdozio, che potremmo considerare come una sorta di καθῆκον (2 Tess 2, 6), che trattiene ed impedisce che si manifesti l’Anticristo. Nel corso della Storia esso fu identificato con la Chiesa, con il Papato, con il Sacro Romano Impero. Ma se San Paolo ci dice che il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene (ibid., 7), possiamo comprendere perché il Sacerdozio cattolico è fatto oggetto della furia di Satana: senza sacerdoti non vi è Messa, e senza Messa non vi è offerta del Santo Sacrificio.

 

D’altra parte, è lo stesso profeta Daniele che ci spiega come, sotto il regno infernale dell’Anticristo, tacerà il sacrificio perenne. Se dunque il Sacerdozio non costituisce il καθῆκον, di sicuro lo è la Santa Messa, intrinsecamente legata ad esso. 

 

Sant’Agostino spiega: La prima persecuzione (quella dei Cesari), fu violenta: per costringere i cristiani a sacrificare agli idoli, si proscrivevano, si tormentavano, si scannavano. La seconda, quella attuale, è insidiosa e ipocrita: gli eretici ed i fratelli sleali ne sono gli autori. Più tardi ne succederà un’altra, più funesta delle precedenti; perché aggiungerà la seduzione alla violenza, e questa sarà la persecuzione dell’Anticristo.

 

Nel corso dei secoli i fedeli del Signore hanno subìto la persecuzione dei pagani, poi quella degli eretici e dei modernisti, infine quella sottile e seducente dell’apostasia: prima il culto dei falsi dèi, poi quello di un Dio del Quale si è adulterata l’essenza e infine quello di Satana. E quel che è inflitto ai battezzati sarà a maggior ragione fatto subire ai sacerdoti, mediante la seduzione dell’Anticristo: affascinante nell’aspetto e nell’eloquio, socialmente affermato, capace di indurre a seguirne il potere e il prestigio fino ad accettare le sue bestemmie e i suoi orrendi crimini.

 

E la Bestia aprì la sua bocca in bestemmie contro Dio, a bestemmiare il suo nome e il suo tabernacolo e gli abitatori del cielo (Ap 13, 6). E questo nel silenzio dell’autorità: Tutte le nazioni si accordarono per obbedire (1Mac 1, 44). Tre anni e mezzo di inferno in terra: un tempo che ci sembrerà non finire mai, ma che sarà certamente limitato e durante il quale dovremo fronteggiare – se già non lo stiamo facendo – quella stessa sensazione di oppressione e assedio che fu degli Apostoli nei tre giorni della Passione, e che dopo la discesa del Paraclito si mutò in eroica testimonianza portandoli ad affrontare i tormenti del Martirio. 

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Vigilate et orate, cari fratelli. Vigilate rimanendo saldi nella fede e pregate il Signore di non lasciarvi sedurre dal fascino dell’uomo iniquo e doloso, del leone che vaga cercando la preda da sbranare. Attingete la vostra forza da Cristo e dal Suo eterno Sacerdozio del quale il vostro è perpetuazione: Tu es sacerdos in æternum (Sal 109, 4).

 

È Cristo Pontefice che celebra la liturgia celeste, e che dall’altare della Croce intona l’antifona che dà inizio al rito: Deus, Deus meus: quare me dereliquisti? Sono le stesse parole che leggiamo nell’Ufficio di questi giorni benedetti, che riecheggiano con Geremia il dolore e lo sconforto dell’Eterno Padre nei riguardi di Gerusalemme infedele, e con Ezechiele l’ira per il tradimento dei Suoi ministri: Figlio dell’uomo, vedi che cosa fanno costoro? Guarda i grandi abomini che la casa d’Israele commette qui per allontanarmi dal mio santuario! Ne vedrai altri ancora peggiori (Ez 8, 6).

 

In questa terribile visione di Ezechiele i sacerdoti del Signore adorano Baal, demone cui sono offerti i bambini in sacrificio: difficile non scorgere negli orrori del mondo d’oggi la stessa abominazione, gli stessi tradimenti, la stessa apostasia, le stesse offese alla Maestà di Dio e la medesima collera dell’Altissimo. 

 

Quando guardiamo lo stato della Chiesa, dei nostri seminari, dei conventi, delle comunità religiose e le conseguenze delle infedeltà della Gerarchia, non possiamo ignorare le parole terribili del Signore indignato: Profanate pure il tempio, riempite di cadaveri i cortili (Ez 9, 7).

 

È Dio stesso, nella Sua santa ira, che ordina ai Suoi nemici di compiere le Sue vendette sulle membra infedeli della Chiesa, che nel segreto delle stanze del tempio adorano gli idoli del mondo. Riempite di cadaveri i cortili: i chiostri dei monasteri, le navate delle chiese sono cosparsi dei cadaveri di vocazioni perdute, di religiosi mancati, di fedeli fuggiti. 

 

Rimane il pusillus grex, il καθῆκον del Sacerdozio cattolico, che nessuna potenza terrena né infernale potrà mai cancellare dalla faccia della terra. Voi custodite in voi stessi, nelle vostre stesse carni, il pignus, il tesoro dato in pegno alla Chiesa da Cristo Sommo Sacerdote: finché avrete la forza di tenere un’ostia e un calice tra le mani e di pronunziare le parole della Consacrazione, voi avrete il potere di rinnovare il Sacrificio di Cristo che ha distrutto per sempre la tirannide di Satana sulle anime. Finché potrete levare la vostra mano a benedire, a santificare, ad assolvere, l’opera del demonio potrà apparire vittoriosa, ma non riuscirà mai a prevalere. 

 

Sappiamo che l’Anticristo – e tutti i suoi precursori con lui – sono maestri di seduzione. Ma seduzione è anche corruzione, capacità di trascinare comprandoci, come fu comprato l’Iscariota. Hai visto, figlio dell’uomo, quello che fanno gli anziani della casa d’Israele nelle tenebre, ciascuno nella stanza recondita del proprio idolo? Vanno dicendo: «Il Signore non ci vede, il Signore ha abbandonato il paese» (Ez 8, 12). Ma il Signore vede le loro colpe e non abbandona la Chiesa, perché essa è Suo Corpo Mistico, parte di Lui, Sue membra vive e sante. Tutto ciò che cadrà, tutto ciò che apparirà dietro il muro crollato nella sua corruzione e nei suoi tradimenti non impedirà la vittoria finale, ed anzi sarà di sprone a tutti noi per rimanere fedeli al nostro Dio e Signore proprio quando il tempio sembrerà vuoto e l’altare deserto.

 

Mentre i traditori e i malvagi cercano di nascondersi allo sguardo di Dio nei recessi delle loro conventicole, i Discepoli si rifugiano nel Cenacolo per sfuggire ai Giudei.

 

I primi confidano nelle creature e nel mondo di cui è principe Satana; i secondi nel Creatore e nel Redentore, vincitore del mondo. Rimaniamo dunque in questo mistico Cenacolo, in fraterna concordia, vigilando e pregando assieme alla Vergine Santissima, Madre della Chiesa e Madre del Sacerdozio, mentre passa l’Angelo sterminatore.

 

Passerà l’ora delle tenebre.

 

E così sia. 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

28 Marzo 2024
Feria V in Cœna Domini

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Immagine: Daniele Crespi (1598-1630), L’ultima Cena (1624), Pinacoteca di Brera, Milano. 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.

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Spirito

«Assunzione, rigenerazione, garanzia della nostra stessa risurrezione»: Omelia di mons. Viganò nella festa dell’Assunta

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria

 

TU HONORIFICENTIA POPULI NOSTRI

Omelia nell’Assunzione della Beatissima Vergine Maria

   

Signum magnum apparuit in cælo:

mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus.

Un segno grande apparve nel cielo:

una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.

Ap 12, 1

In questo giorno santo in cui la Chiesa — quella di sempre, non quella schiava del mondo, che ha creduto di poter riscrivere anche la lode dovuta alla Madre di Dio — innalza il suo canto dinanzi al mistero dell’Assunzione, permettetemi di condurvi non a una pia commozione passeggera, ma a quella roccia di dottrina sicura su cui i Padri, i Dottori e i Sommi Pontefici hanno edificato, per secoli, la nostra certezza.
 
Non fu un sentimento pio, non fu un’immaginazione consolatoria a generare questa festa che l’Oriente conosceva già come Dormizione fin dal V secolo, e che Roma stessa solennizzò per mano dei Pontefici Sergio I e Leone IV. Fu la logica stessa della Fede, quella logica che San Giovanni Damasceno seppe esprimere con vigore ineguagliato:
 
«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza corruzione il suo corpo dopo la morte». (1)
 
Oportebat: era necessario, era conveniente. Non capriccio della pietà, ma necessità della ragione illuminata dalla Fede, la medesima che oggi taluni, gonfi di scienza e vuoti di sapienza, vorrebbero degradare a mito o a simbolo.

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A questa voce si uniscono, concordi attraverso i secoli, San Germano di Costantinopoli e l’antica tradizione attribuita a San Modesto di Gerusalemme; e poi, nel pieno della Scolastica, Sant’Alberto Magno nel suo Mariale, e l’Angelico Dottore stesso, San Tommaso, che nel commento alle Sentenze non esita ad applicare alla Θεοτόκος quello stesso principio di convenienza teologica che i Modernisti, innamorati del dubbio più che della certezza, hanno voluto bandire dalla teologia come se fosse un’onta e non, invece, un dono della grazia alla ragione.
 
San Bonaventura, San Bernardino da Siena, San Roberto Bellarmino, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: una catena ininterrotta di santità e di dottrina, che nessun Concilio pastorale, nessuna riforma liturgica, nessuna «nuova» teologia potrà mai spezzare, perché non è opera di uomini, ma custodia dello Spirito Santo sopra la sua Chiesa.
 
Quando, il 1 Novembre 1950, il Venerabile Pio XII pronunciò la definizione dogmatica con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, egli non inventò una dottrina nuova: raccolse, come in un’urna preziosa, ciò che la Tradizione aveva custodito da sempre, e lo consegnò solennemente, con l’autorità che Nostro Signore ha posto nel Successore di Pietro, alla Fede irrevocabile di tutti i secoli a venire. Fu, quello, uno degli ultimi grandi atti di un Magistero che ancora sapeva insegnare senza tremare, definire senza negoziare, custodire senza disperdere — prima che la tempesta, che già covava nelle stanze romane, si abbattesse sulla vigna del Signore.
 
La Santa Chiesa, secondo la liturgia promulgata da Pio XII, pone oggi sulle labbra dei suoi ministri le parole che l’antico Israele rivolse a Giuditta, figura anticipatrice della Vergine vincitrice, dopo che ella ebbe schiacciato la testa del nemico del popolo di Dio.
 
«Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha ridotto al nulla i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo, più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore che ha creato il cielo e la terra, che ti ha guidata a colpire la testa del capo dei nostri nemici; perché oggi ha reso il tuo nome così glorioso, che la tua lode non si allontanerà dalla bocca degli uomini… Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia d’Israele, tu l’onore del nostro popolo». (2)
 
Non sfugge la profondità di questa scelta da parte della Chiesa: Giuditta che recide il capo di Oloferne è figura di Colei che, Immacolata fin dal primo istante, schiaccia sotto il suo piede la testa dell’antico serpente; e come a Giuditta fu detto che il suo nome non sarebbe mai più uscito dalla bocca degli uomini, così il nome di Maria è benedetto in ogni generazione, ed è gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del popolo cristiano.

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Chi oggi vorrebbe espungere queste tipologie dalla pubblica preghiera della Chiesa, giudicandole troppo «guerriere» o troppo «medievali» per un culto reso timido e accomodante, tradisce il senso stesso della battaglia soprannaturale in cui la Santa Chiesa è tuttora impegnata.
 
Il Padre Garrigou-Lagrange, fra gli ultimi grandi maestri della Scuola romana prima che i modernisti si impadronissero delle cattedre, insegnò che l’Assunzione non è privilegio isolato, ma frutto necessario dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina: Colei che fu preservata dal peccato doveva esserlo anche dalla corruzione che del peccato è retaggio. Vi è in questo una coerenza che sfida ogni relativismo teologico: Dio non fa nulla a metà, e la grazia concessa a Maria al principio della sua esistenza doveva necessariamente fiorire e compiersi, al termine del suo pellegrinaggio terreno, nella gloria piena del corpo risorto.
 
Il grande domenicano confessava che il teologo attraversa, dinanzi alle più alte verità mariane, tre stagioni dell’anima: dapprima l’adesione della pietà filiale, poi il turbamento dinanzi alle obiezioni che il mondo solleva, infine — se Dio concede il tempo e la grazia di approfondire — il ritorno alla medesima certezza iniziale, non più per solo sentimento, ma per scienza: perché le cose di Dio, e in particolare le grazie concesse a Maria Santissima, sono sempre più ricche di quanto la pigrizia dell’intelletto osi supporre.
 
Non fu forse questo il cammino che tanti fedeli, e tanti pastori, avrebbero dovuto percorrere in questi decenni di smarrimento, invece di abbandonarsi, dinanzi alla prima obiezione del mondo, a un silenzio colpevole sulle verità più alte della Fede?
 
Il medesimo Padre Garrigou-Lagrange insegnò ancora che la mediazione universale di Maria e la sua Regalità sui cuori non sono ornamenti retorici, ma conseguenze rigorose della sua Maternità divina: se Ella è Madre del Capo, è Madre anche delle membra; se coopera alla nostra rigenerazione nell’ordine della grazia, tanto più la sua Assunzione gloriosa è primizia e garanzia di quella medesima rigenerazione estesa, un giorno, ai corpi di tutti i redenti.
 
Cari fedeli, in un’epoca che ha smarrito il senso del corpo — che lo idolatra e insieme lo profana, che lo manipola e lo dissolve in ideologie estranee al disegno del Creatore — la festa odierna ci ricorda che il corpo dell’uomo non è un accidente da cui l’anima anelerebbe liberarsi, ma parte costitutiva di quella persona che Cristo è venuto a redimere integralmente, mediante la propria Incarnazione.

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Maria assunta in cielo, anima e corpo, è la primizia e la garanzia della nostra stessa risurrezione: pegno che nessuna filosofia moderna, nessuna teologia evanescente, nessuna nota di impresentabili porporati potrà mai cancellare dal Credo che professiamo.
 
A Lei, dunque, Regina assunta in cielo, affidiamo oggi la Chiesa che tanto soffre; a Lei chiediamo che, come schiacciò fin dal principio la testa del serpente antico, così voglia schiacciare anche l’apostasia che oggi insidia il gregge di suo Figlio.
 
Che Ella, Arca della Nuova Alleanza assunta nel santuario del Cielo, ottenga a questa povera Chiesa pellegrinante la grazia di ritornare, senza più tentennamenti, alla pienezza della Fede e del culto che i Padri ci hanno trasmesso.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 15 Agosto MMXXVI
In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis

    NOTE
1) Oportebat eam, quae in partu illaesam servaverat virginitatem, suum corpus sine ulla corruptione etiam post mortem conservare. S. Joannes Damascenus, Encomium in Dormitionem Dei Genitricis semperque Virginis Mariæ, hom. II, 14 (citato in Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950). 2) Benedixit te Dominus in virtute sua, quia per te ad nihilum redegit inimicos nostros. Benedicta es tu, filia, a Domino Deo excelso, prae omnibus mulieribus super terram. Benedictus Dominus qui creavit cælum et terram, qui te direxit in vulnera capitis principis inimicorum nostrorum; quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, tu honorificentia populi nostri. Idt 13, 22-25; 15, 10 — Epistola della Messa dell’Assunzione

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Immagine: Guercino (1591-1666), Assunzione della Vergine (1650), Detroit Museum of Arts, Detroit. Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata  
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Spirito

La Reja: 12 seminaristi FSSPX hanno preso la tonaca

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Nella festa dell’Assunzione, il 15 agosto 2026, dodici seminaristi del Seminario Internazionale di Nostra Signora Corredentrice di La Reja, in Argentina, hanno ricevuto la tonaca da padre de Lassus, direttore del seminario. Provenienti da dieci paesi diversi, hanno così compiuto un passo significativo nel loro percorso di formazione al sacerdozio.

 

Oggi, 15 agosto, festa dell’Assunzione della Vergine Maria, il seminario La Reja è stato pervaso dalla gioia. In primo luogo per la festa che stavamo celebrando, ma anche, in stretta connessione con il mistero dell’Assunzione, in occasione dell’investitura di dodici seminaristi dell’anno di spiritualità, provenienti da diverse parti del mondo.

 

Un cileno, un peruviano, un colombiano, due messicani, tre brasiliani, un filippino, un argentino, un ecuadoriano e un cubano hanno ricevuto l’abito ecclesiastico dalle mani del reverendo padre de Lassus, direttore del seminario.

 

Questa cerimonia, che segna in modo chiaro, significativo e profondo ogni seminarista durante gli anni di formazione, manifesta e chiede a Dio la grazia di abbandonare il mondo e donarsi interamente al Signore. Come la talare ricopre tutto il corpo, così l’intera persona deve essere avvolta da Cristo per rivestirsi della vita di grazia, simboleggiata dalla cotta bianca che il seminarista indosserà sopra l’abito clericale nero.

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Questi seminaristi hanno ricevuto oggi un dono molto speciale, ma anche una grande responsabilità. Ovunque andranno, saranno d’ora in poi ambasciatori di Colui che hanno scelto. Non si tratta di un’investitura volta a mettere in risalto meriti personali o onori individuali: tutto è ordinato al Signore, alla Sua gloria e al Suo regno in mezzo al popolo. Questi seminaristi ricevono la missione di manifestare pubblicamente la loro offerta alla divina Volontà, come rivelata nella Rivelazione e nella Tradizione trasmesse dagli Apostoli.

 

Sono stati indetti tre giorni di ritiro spirituale per preparare le loro anime a ricevere questo dono; è stato un vero e proprio tempo di grazia. Santa Messa, adorazione eucaristica, preghiera liturgica e personale, silenzio, meditazione e riflessione su questa fase della loro vita da seminaristi hanno scandito questi giorni. Durante questo periodo, ciascuno ha anche beneficiato della guida e del sostegno dei professori. Infine, come grazia speciale, l’ultima conferenza è stata tenuta dal priore del priorato di Buenos Aires, padre Luiz Camargo.

 

Oggi, Nostro Signore, che si è degnato di rivestirsi della nostra umanità, ha benedetto, per mano del direttore del seminario, le tonache con cui questi seminaristi sono stati rivestiti: affinché si rivestano di povertà, innocenza e rinuncia, e muoiano a tutto ciò che si oppone al regno di Nostro Signore; affinché, con la santità della loro vita, gli uomini siano spinti a cercare le cose del Cielo e, con le loro azioni, glorifichino la grandezza, la giustizia e la bontà di Dio.

 

Nessun cattolico ben formato può negare i tempi bui che stiamo vivendo. Perciò affidiamo alle vostre preghiere la perseveranza di ciascuno dei seminaristi della nostra casa di formazione sacerdotale, e in particolare di coloro che oggi hanno compiuto questo importante primo passo. Possano rimanere sempre fedeli e trovare la loro gloria nella Croce del nostro Redentore.

 

«Mihi autem absit gloria in cruce Domini nostri Iesu Christi, per quem mihi mundus crucifixus est et ego mundo».

 

«Quanto a me, quanto a me, non sia mai che io mi vanti se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso per me e io per il mondo» (Galati 6,14).

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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 Immagine fa FSSPX.News

 

 

 

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Mons. Viganò contro il rito della Pachamama in Perù prima dell’arrivo del papa

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha reagito alla notizia di un rito di idolatria della Pachamama svoltosi in Perù alla presenza di alti funzionari vaticani prima dell’arrivo di Leone XIV.   «A Cusco, nei giorni scorsi, in preparazione al prossimo viaggio di Leone in Perù, alti prelati della chiesa sinodale hanno preso parte — non come spettatori distratti, ma come partecipanti attivi — a un rito pagano di invocazione all’idolo infernale della Pachamama».   «È lo stesso culto idolatrico con il quale Bergoglio ha violato il Primo Comandamento e profanato i giardini vaticani e la Basilica di San Pietro, e che Robert Prevost aveva già praticato come giovane agostiniano. Il seme fu gettato ad Assisi, il 27 ottobre 1986; il raccolto lo vediamo oggi, quando un officiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e un vescovo ausiliare offrono, con visibile devozione, foglie di coca a un immondo idolo andino, al quale vengono ancor oggi offerti sacrifici umani» scrive l’arcivescovo.  

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«A chi ancora si domanda se vi siano ”segni di cattolicità” residui in questa struttura che porta il nome di Chiesa Cattolica ma ne ha tradito la sostanza, chiedo: come giudicherebbero i Martiri della Fede questa apostasia del clero e dei vertici della chiesa conciliare-sinodale?» tuona monsignore.   Come divenuto noto pochi mesi fa, nel 1995, quando era ancora un sacerdote agostiniano, l’allora padre Robert Prevost partecipò a un simposio teologico ufficiale a San Paolo, in Brasile, il cui programma includeva un rituale dedicato a Pachamama, la «Madre Terra». Vi sono foto del futuro papa inginocchiato durante il rito idolatrico della Pachamama.  
Nell’omelia della passata festa del Corpus Domini, Viganò aveva lamentato: «Non è chi non veda quanto grottesco e rivelatore appaia il comportamento di Pastori indegni, per i quali ogni scusa è valida se consente di negare gli onori divini al Santissimo Sacramento. Ci si prostra davanti alla Pachamama, ma guai a piegare il ginocchio — veneremur cernui — al Pane degli Angeli».   Due anni fa il prelato aveva commentato la notizia dell’inizio della «fase sperimentale» della messa in «rito amazzonico» decisa dai vertici del Sacro Palazzo dichiarando che «il “rito amazzonico” partorito dalla mente di Bergoglio rappresenta un ulteriore passo verso il culto della “madre terra” inaugurato con l’idolo della Pachamama» ha scritto il prelato.
  Il 4 ottobre 2019, durante una cerimonia tenutasi nei Giardini Vaticani prima dell’apertura del Sinodo amazzonico, Bergoglio ha benedetto l’effigie della dea pagana andino-amazzonica detta «Pachamama», un idolo pagano di divinità femminile presente nelle tremende religioni precolombiane.

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In seguito un fedele austriaco gettò nel Tevere le statue della Pachamama tenute nella chiesa della Traspontina in via della Conciliazione. Seguì il ritrovamento pressoché immediato (incredibile) da parte delle forze dell’ordine italiane, la reinstallazione degli idoli pagani nell’edificio sacro ai bordi del Vaticano e l’ancora più incredibile richiesta di perdono da parte del papa per le effigi della dea buttate nel Tevere.   Come riportato da Renovatio 21, curiosamente al World Economic Forum di Davos 2024 si è avuto un momento inquietante quando sul palco è stata chiamata a «benedire» i potenti globali lì riunitisi uno sciamano-donna dell’Amazzonia.   Nel frattempo, parallelamente al rito amazzonico che si sta sviluppando in sordina, il Vaticano sta riflettendo su un altro rito inculturato, legato al paganesimo: si tratta del rito Maya, Maya proposto dai vescovi cattolici del Messico è ora all’esame del Dicastero per il Culto Divino.   Ci troviamo ancora una volta dinanzi a quello che Renovatio 21 a più riprese ha definito catto-paganesimo papaleadulterazione idolatrica se non demoniaca del rito spinta dallo stesso vertice del papato.  

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 Immagine screenshot da YouTube  
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