Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Sarete anche voi nella «lista Zelens’kyj»?

Pubblicato

il

L’Italia dovrebbe revocare «i visti» alle persone con opinioni «pro-Putin» per assicurarsi che non interrompano la consegna degli aiuti militari occidentali a Kiev, ha detto domenica il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj in una conferenza stampa.

 

Si tratta di affermazioni di portata immane, che vengono riportate dalla stampa nazionale come notizie neutre, come se una Nazione straniera che compila liste di proscrizione fosse qualcosa di assolutamente normale.

 

Le dichiarazioni, fatte ad una conferenza stampa e riportate da varie testate come il Corriere della Sera, arrivano il giorno dopo aver firmato un accordo di sicurezza con il primo ministro italiano Giorgia Meloni durante la sua visita nella capitale ucraina.

 

Il giornalista del quotidiano di Via Solferino ha domandato a Zelens’kyj se le persone in Europa che sono solidali con il presidente russo Vladimir Putin potrebbero «complicare» il flusso di armi verso l’Ucraina.

 

«La premier Giorgia Meloni senza dubbio sostiene l’Ucraina, l’ho appena incontrata in veste di presidente del G7 e abbiamo anche firmato l’accordo di cooperazione bilaterale. Le siamo immensamente grati», ha risposto Zelens’kyj in inglese, esortando l’Italia a fornire più armi, compresi sistemi missilistici antiaerei.

 

Sostieni Renovatio 21

«Sappiamo però che in Italia ci sono tanti filo-putiniani e in Europa anche. Stiamo preparando una loro lista» ha detto il presidente ucraino.

 

In Italia «ci sono molti pro-Putin, e prima di tutto dovreste cancellare loro i visti» e «mandarli via».

 

«Stiamo preparando una lista – non solo riguardo all’Italia – sui propagandisti russi. È una lunga lista e vogliamo presentarla alla Commissione europea, al Parlamento europeo, ai leader dell’Ue e degli Stati Uniti» ha detto Zelens’kyj riportato dall’ANSA.

 

«Riuscirete a zittirli? Riuscirete a fare capire alle vostre opinioni pubbliche che la Russia non è solo una minaccia per l’Ucraina, ma per tutti voi? Le società europee sono pronte a questa sfida? Vedo che non lo siete ancora, voi italiani i tedeschi e gli altri».

 

Si resta sconvolti davanti non solo alle dichiarazioni dello Zelens’kyj, ma anche a come vengono riportate: in pratica è annunciata una lista di proscrizione, e la cosa non sembra scandalizzare nessuno.

 

Non è chiaro, innanzitutto, a cosa si riferisca l’uomo di Kiev: se parla di «visti» da negare (ma che con che autorità si permette di chiederlo? Su quali basi legali e costituzionali), forse sta riferendosi a persone straniere sul nostro territorio?

 

Ebbene: stranieri che producono contenuti filorussi in Italia pare non ve ne siano proprio, a meno che non stia parlando del personale diplomatico, che nel magico mondo di Zelens’kyj forse può essere «zittito» ed espulso in barba ai principi della civiltà che prevede quella strana cosa chiamata diplomazia.

 

In rete, la maggior parte degli osservatori ha recepito le parole di Zelens’kyj come un invito a sistemare, dietro ordini del regime di Kiev, quei cittadini italiani colpevoli di non essersi bevuti la narrazione ucro-NATO propalata dai media mainstream.

 

La domanda che si deve fare il lettore, a questo punto, è una sola: sarò anche io nella lista Zelens’kyj?

 

Alcuni già dicono che vorrebbero iscriversi preventivamente. Qualcuno cita pure l’indimenticato Mario Magnotta: «io m’iscrivo ai terroristi!»

 

La questione del finire in un elenco ucraino, tuttavia, non è da prendersi a cuor leggero. Ricordiamo, en passant, che altre liste di proscrizione ucraine di «sostenitori della Russia» hanno prodotto anche morti, anche prima della guerra. Non c’è solo solo Al Bano finito insieme a Kissinger, Roger Waters e Toto Cutugno. Non c’è solo Berlusconi che alla morte viene segnalato come «liqvidirovan», «liquidato» – lo stesso timbro capitato a Darja Dugina dopo che è stata trucidata con un’autobomba a Mosca.

 

E quindi: i putiniani italiani devono cominciare a tremare?

 

E non dimentichiamo che, oltre all’incolumità fisica – il nostro Paese, causa immigrazione da badanza e non solo, è pieno di cittadini ucraini, e, come ha scritto ancora due anni fa Renovatio 21, potrebbe esserlo ancora di più in futuro – potrebbero registrarsi altri effetti, come la loro depiattaformazione: account social revocati, pagine cancellate, siti internet attaccati da hacker.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Purtroppo Renovatio 21 conosce già per esperienza diretta la questione, che abbiamo capito, grazie a recenti ricostruzioni, essere pilotata da organi dello Stato profondo americano e dalla NATO, cioè le stesse entità che hanno voluto accendere la guerra ucraina, bruciandovi dentro già centinaia di migliaia di ragazzi ucraini e russi.

 

(Notiamo che ieri lo Zelens’kyj ha dato altri numeri: secondo lui «in due anni 31.000 soldati ucraini avrebbero perso la vita, contro circa 180.000 russi»: si tratta della forza militare con la difesa migliore della storia umana, epperò la controffensiva della scorsa primavera è fallita lo stesso).

 

Dinanzi a simili dichiarazioni, la nostra stampa e la nostra politica non abbia nulla da ribattere.

 

Chi nutre pensieri filorussi sarà privato del diritto di libera espressione? È questo il nuovo modo in cui l’Ordine Mondiale vuole umiliare la Costituzione facendoci capire quanto, dopo il COVID, essa sia inutile nella meccanica schiavistica dello Stato moderno?

 

Il mese scorso, l’ambasciata ucraina a Roma ha protestato contro diversi eventi dedicati al conflitto in corso con la Russia. In un caso, una scuola del Lazio ha organizzato una conferenza online con una scuola della Repubblica Popolare Russa di Lugansk, che l’Ucraina considera «territorio occupato».

 

I diplomatici ucraini si sono lamentati anche della prevista mostra e conferenza a Modena dedicata alla ricostruzione e al recupero della città di Mariupol’, nel Donbass, conquistata dalla Russia nel 2022 dopo mesi di aspri combattimenti. A protestare, immediatamente, sono stati i Radicali Italiani.

 

Abbiamo visto, in questi due anni, di cosa è capace l’influenza dell’Ucraina – il Paese più povero e corrotto d’Europa, secondo le cronache di prima del 24 febbraio 2022.

 

Abbiamo visto, in Italia, spettacoli di danza classica cancellati – perché Il lago dei cigni l’ha scritto Tchaikovsky, quindi è irrimediabilmente un’opera russa.

 

Abbiamo visto, in Australia, murales cancellati.

 

Abbiamo visto Zelens’kyj insultare la Polonia all’ONU, e continuare anche dopo.

 

Abbiamo visto l’ambasciatore ucraino a Berlino insultare il cancelliere, e lo Scholz incassare stile Fracchia («com’è umano lei»).

 

Abbiamo visto l’ambasciatore ucraina in Kazakistan invitare all’uccisione dei russi.

 

Abbiamo visto un consigliere di Zelens’kyj insultare il papa e la religione cattolica tutta, e lo Zelens’kyj stesso, con maglioncino e stemma ucronazista e disprezzo per ogni protocollo, sedersi prima che lo faccia il romano pontefice quando è suo ospite nel Sacro Palazzo.

 

Abbiamo visto la principale chiesa cristiana d’Ucraina perseguitata e cancellata manu militari, tra raid e sacerdoti arrestati; abbiamo visto preti cattolici ucraini piegati per aver osato pregare per la pace; abbiamo visto Kiev respingere sdegnosamente la proposta di una tregua di Natale, per poi, anzi, attaccare subito e bombardare alla vigilia del Natale ortodosso e pure la notte di Pasqua – il tutto nel silenzio assordante della comunità politica e religiosa internazionale.

 

Nessun capriccio, nessuna folle richiesta russofoba pare essere fuori dalla portata della banda Zelens’kyj.

 

Lo vediamo anche ora: nel servizio del TG1 riportato qui sopra Zelens’kyj, parlando delle liste di proscrizione in arrivo, riesce ad infilarci una richiesta diretta di armi antiaeree, specificando che lui sa che ne abbiamo ancora tante, e dovremmo darle a lui.

Aiuta Renovatio 21

Prima che diplomaticamente, è qualcosa di sconcertante da un punto umano. Ma del resto, lo aveva scritto TIME quattro mesi fa fa: alcuni collaboratori del personaggio ritengono che sia divenuto «delusional», cioè «delirante», uno che vive in un mondo suo – senza fare illazioni su cosa alimenti queste fantasie.

 

Tuttavia, se guardiamo bene i segni, c’è la possibilità che gli USA, infine, stiano decidendo di sbaraccare da Kiev. L’articolo del New York Times che rivela che la CIA ha impiantato basi di Intelligence in Ucraina negli ultimi 10 anni – dando, cioè, anche esplicitamente ragione a Putin e alle sue reazioni – va in questa direzione, così come la sorprendente dichiarazione del capo dell’Intelligence militare ucraina Budanov che dice che Navalnij è morto di cause naturali, in aperto contrasto con quanto raccontano Zelens’kyj e la sua pupara Victoria Nuland.

 

C’è un ulteriore segno del possibile sbaraccamento americano: l’arrivo di Giorgia Meloni a Kiev, che fa una passerella inutile, firma un qualche accordo militare che non si capisce cosa è, anche se su queste cose dovrebbe esprimersi il Parlamento con ratifica del Capo dello Stato.

 

Che abbiano mandato Giorgia per tenere in piedi, ancora per qualche settimana, il teatro di cartone attorno a Zelens’kyj, così da alimentare l’allucinazione dentro alla quale vive il boss ex comico – che ha annunziato, anche ieri, la partenza di una nuova controffensiva primaverile, quando non è chiaro se esista ancora la demografia necessaria per sostenere qualsiasi manovra militare?

 

Massì, manda Giorgina a fare un po’ di pantomina per prendere tempo, mentre quell’altro pare minacciare gli italiani che non la pensano come lui. Nell’universo dell’Occidente terminale, tutto è possibile, oltre ogni pudore, oltre ogni hybris. Finché i servi obbediscono, facciamoli lavorare.

 

È una teoria. La certezza, invece, è che il governo «nazionalista» e «sovranista» fa spallucce mentre non solo distruggono gli interessi dei suoi cittadini, ma li minacciano propriamente.

 

Del resto, questo è lo Stato moderno: un sistema fatto non per nutrirvi e difendervi, ma per offendervi e sterminarvi.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21



Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

Geopolitica

Netanyahu attacca Londra con una frecciata definendola una «Gran Bretagna islamica»

Pubblicato

il

Da

Il primo m inistro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito il Regno di Gran Bretagna la «Repubblica Islamica di Gran Bretagna», mentre il nuovo governo laburista del Paese sta valutando l’adozione di misure contro Israele.   Intervenendo venerdì a un podcast della Radio dell’Esercito israeliano, Netanyahu ha criticato la copertura mediatica britannica su Israele, paragonandola a quella della Guerra dei Sei Giorni del 1967.   «Andate a cercare qualcosa di simile in Gran Bretagna oggi, che potreste definire la Repubblica Islamica di Gran Bretagna», ha affermato, secondo quanto riportato dai media israeliani.

Sostieni Renovatio 21

Netanyahu ha poi ripreso una battuta fatta nel 2024 dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, secondo cui la Gran Bretagna potrebbe diventare la prima «Repubblica Islamica con armi nucleari».   Secondo gli ultimi dati del censimento, i musulmani rappresentano circa il 6 % della popolazione del Regno Unito, mentre il Pakistan, ufficialmente Repubblica Islamica del Pakistan, possiede armi nucleari dagli anni Novanta.   Il ministero degli Esteri britannico ha definito i commenti «completamente inaccettabili», sottolineando che la questione era già stata sollevata con il governo israeliano.   Le relazioni tra Londra e Israele si sono deteriorate da quando Londra ha formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina nel settembre 2025, una mossa respinta dal governo di Netanyahu.   Lo scambio di battute avviene poche settimane dopo l’insediamento di Andy Burnham come primo ministro. Prima di entrare in carica, Burnham aveva affermato che il Partito Laburista «non aveva agito correttamente» sulla questione di Gaza, sostenendo che la Gran Bretagna doveva esercitare maggiore pressione sul governo israeliano, anche attraverso l’uso di sanzioni e misure volte a colpire il commercio con gli insediamenti israeliani.   Ciononostante, la Gran Bretagna ha mantenuto legami commerciali con Israele nel settore delle esportazioni militari. Sebbene Londra abbia sospeso alcune licenze per la fornitura di armi nel 2024 a causa del timore che le attrezzature potessero essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, ha esentato i componenti forniti attraverso il programma multinazionale F-35.   La Gran Bretagna ha anche fornito supporto militare durante il conflitto di quest’anno con l’Iran. Londra ha schierato aerei per intercettare gli attacchi iraniani e ha autorizzato le forze statunitensi a utilizzare basi britanniche per operazioni contro i lanciatori missilistici iraniani e siti correlati. La cooperazione in materia di sicurezza tra Gran Bretagna e Israele ha incluso voli di sorveglianza su Gaza e la condivisione di informazioni di intelligence.

Iscriviti al canale Telegram

Queste dichiarazioni giungono dopo le notizie di una crescente frustrazione nei confronti di Netanyahu negli Stati Uniti. Venerdì, Axios ha riportato che il presidente Donald Trump si è rifiutato di appoggiare Netanyahu in vista delle elezioni israeliane di ottobre, nonostante le ripetute richieste in merito.   All’inizio di questo mese, il primo ministro israeliano ha respinto un piano in 15 punti per Gaza, sostenuto da Trump, ribadendo che le forze israeliane non si sarebbero ritirate fino al completo disarmo di Hamas.   I rapporti recenti tra il Netanyahu e il governo britannico sono stati complessi fino al grottesco.   Come riportato da Renovatio 21, è riportato nel libro di memorie dell’ex premier Boris Johnson che nel 2017 una squadra di sicurezza britannica ha trovato un dispositivo di intercettazione nel bagno personale dell’allora ministro Johnson, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva chiesto di accedervi per espletare i suo bisogni fisiologici.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Foreign, Commonwealth & Development Office via Wikimedia pubblicata su licenza  Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine tagliata    
 
Continua a leggere

Geopolitica

Madrid respinge la rivendicazione di sovranità del Marocco su Ceuta e Melilla

Pubblicato

il

Da

La Spagna non discuterà con il Marocco della sovranità su Ceuta e Melilla, ha dichiarato il ministro della Difesa spagnola Margarita Robles, dopo che Rabat ha rinnovato pubblicamente le sue rivendicazioni sulle enclavi nordafricane.

 

Lo scambio avviene quasi due settimane dopo che decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine di Ceuta in un afflusso senza precedenti che ha travolto la città. Almeno 100 persone sarebbero morte, molte nel tentativo di attraversare il confine via mare, mentre Madrid ha schierato truppe e accelerato i rimpatri. La maggior parte di coloro che sono entrati è stata da allora rimandata indietro, ma tra 3.000 e 5.000 persone rimangono in territorio spagnolo, secondo le autorità locali.

 

Il ministro della Giustizia marocchino Abdellatif Ouahbi ha dichiarato martedì alla televisione Asharq che Rabat solleva regolarmente la questione di Ceuta e Melilla nei negoziati con Madrid e cerca una soluzione a lungo termine attraverso il dialogo.

 

«Questa questione rimane irrisolta e la solleviamo ogni volta che incontriamo gli spagnoli. Rimaniamo fedeli ai nostri territori. Ciò richiede pazienza e desideriamo risolvere la questione attraverso il dialogo», ha affermato l’Ouahbi.

Sostieni Renovatio 21

In risposta, la ministra della Difesa spagnola Margarita Robles ha dichiarato ai giornalisti durante una visita a Ceuta mercoledì che le due città sono «completamente spagnole» e «intoccabili». Ha descritto qualsiasi sfida alle città come un attacco alla Spagna e ha avvertito che la crisi di confine «non deve mai più ripetersi».
Il Ministero degli Esteri spagnolo ha rilasciato una dichiarazione separata affermando che l’integrità territoriale del Paese «non è stata, e non sarà mai, discussa con nessuno».

 

Ceuta e Melilla sono gli unici territori spagnoli in Africa e costituiscono gli unici confini terrestri dell’Unione Europea con il continente. Il Marocco considera le enclavi territori occupati sin dall’indipendenza ottenuta nel 1956 e sostiene che la sovranità debba essere trasferita a Rabat. La Spagna le considera parte integrante del proprio territorio, avendo controllato Melilla fin dal XV secolo e Ceuta dal XVII.

 

Il confine è diventato ripetutamente un punto di tensione tra i due Paesi. Nel 2021, il Marocco ha allentato i controlli alle frontiere durante una disputa diplomatica sulla decisione della Spagna di fornire cure mediche al leader indipendentista del Sahara Occidentale Brahim Ghali, consentendo a migliaia di persone di entrare a Ceuta.

 

Le relazioni sono migliorate dopo che Madrid ha appoggiato la proposta di autonomia del Marocco per il territorio conteso nel 2022. Rabat, tuttavia, non ha rinunciato alle sue rivendicazioni su Ceuta e Melilla.

 

Madrid ha ampiamente elogiato le autorità marocchine per aver aiutato a rimpatriare i migranti dopo l’ondata di luglio, attribuendo la responsabilità della crisi alle reti di trafficanti di esseri umani. L’aumento dei flussi migratori è avvenuto poco dopo che la Corte Suprema spagnola ha stabilito che i migranti intercettati in mare mentre tentavano di raggiungere Ceuta o Melilla non potevano essere rimpatriati immediatamente.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Continua a leggere

Geopolitica

L’Iran deride Trump: «fantasiose illusioni» su Ormuzzo

Pubblicato

il

Da

Lo Stretto di Ormuzzo rimarrà sotto il controllo di Teheran, ha dichiarato il ministero degli Esteri iraniano, invitando Washington a «smettere di illudersi». La dichiarazione giunge in risposta alle affermazioni del presidente Donald Trump, il quale aveva dichiarato che a breve avrebbe proclamato il passaggio marittimo «territorio degli Stati Uniti».   Gli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran alla fine di febbraio hanno spinto Teheran a chiudere lo stretto, con Washington che ha risposto imponendo un blocco navale dei porti iraniani. Il blocco ha interrotto il traffico attraverso uno dei corridoi energetici più importanti del mondo, facendo inizialmente schizzare alle stelle i prezzi globali del petrolio, fino a 120 dollari al barile.   «Una volta per tutte, accettate la realtà: fino ad ora avete subito pesanti sconfitte strategiche; lo Stretto di Hormuz è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano», ha dichiarato il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi in un post su X sabato, aggiungendo che il canale «sarà chiuso e aperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta e non cesserete le vostre illusioni, l’Iran continuerà a far rispettare il blocco».   Il Gharibabadi ha inoltre affermato che Hormuz «non può essere conquistata con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale», sottolineando che Teheran «non teme le minacce né si lascia intimidire dalle dimostrazioni di potere».

Sostieni Renovatio 21

Parlando venerdì a un’accademia di polizia nella contea di Nassau, nello stato di Nuova York, Trump ha affermato che la Repubblica islamica stava subendo una «pesantissima sconfitta» e ha dichiarato che, una volta assicurata la vittoria, «molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti».   All’inizio di questo mese, Teheran ha definito una serie di condizioni per la riapertura dello stretto, tra cui il risarcimento dei danni di guerra, la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei fondi iraniani congelati e la cessazione definitiva delle ostilità contro l’Iran e i suoi alleati regionali. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (i cosiddetti pasdaran) ha inoltre affermato che la riapertura di Hormuz dipenderà dalla piena accettazione da parte di Washington delle condizioni poste da Teheran.   La scorsa settimana, Trump ha affermato che la sua amministrazione non aveva fretta di raggiungere un accordo. In un’intervista con Axios, ha dichiarato che Washington stava conducendo i negoziati con discrezione, permettendo al contempo che la pressione economica su Teheran aumentasse.   I colloqui, che il presidente statunitense ha definito «semi-negoziali», hanno fatto seguito a settimane di disaccordi su un memorandum d’intesa in 14 punti che stabiliva un cessate il fuoco temporaneo, prevedeva la graduale revoca del blocco statunitense dei porti iraniani e chiedeva il ripristino del traffico commerciale attraverso lo Stretto ormusino. I combattimenti sono ripresi a luglio dopo che entrambe le parti non sono riuscite a trovare un accordo sulle modalità di attuazione dell’intesa.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Mehr News Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
 
Continua a leggere

Più popolari