Geopolitica
La Spagna potrebbe riconoscere unilateralmente la Palestina
La Spagna è disposta ad andare avanti da sola sulla questione del riconoscimento dello Stato palestinese, anche se preferirebbe agire insieme ad altri membri dell’UE, ha detto venerdì il primo ministro Pedro Sanchez.
La Spagna detiene attualmente la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, che il Belgio assumerà a gennaio. Sanchez e il suo omologo belga, Alexander De Croo, hanno parlato con i giornalisti al valico di frontiera di Rafah tra Egitto e Gaza, poco prima della «pausa umanitaria» mediata dal Qatar e del rilascio di 13 ostaggi israeliani.
Alla domanda se sarebbe favorevole al riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese, Sanchez ha dichiarato che «è giunto il momento» per l’UE e il resto della «comunità internazionale» di farlo.
«Sarebbe importante se molti Stati membri dell’Ue lo facessero tutti insieme», ha detto il primo ministro spagnolo. «Se così non fosse, ovviamente, la Spagna prenderà le proprie decisioni».
Giovedì, Sanchez e DeCroo hanno incontrato sia il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, come parte della loro missione regionale per fermare il conflitto a Gaza.
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Dopo l’incontro con Netanyahu, Sanchez ha detto ai giornalisti che «oggi, pace significa la creazione di uno Stato palestinese vitale che includa la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite».
Alla conferenza stampa di Rafah, Sanchez ha chiesto una conferenza di pace «per attuare una soluzione a due Stati», nella quale sarebbero rappresentati sia Israele che i palestinesi.
«Dobbiamo sostituire la violenza con la speranza, con la pace», ha sostenuto Sanchez. «Dobbiamo offrire al popolo palestinese un futuro di speranza».
Anche se Israele ha il diritto di difendersi, deve restare entro i confini del diritto umanitario internazionale, «e non è questo il caso», ha osservato Sanchez, descrivendo l’offensiva delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) contro Gaza come «uccisione indiscriminata di civili innocenti» e «completamente inaccettabile».
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso il ministro spagnolo per i diritti sociali Ione Belarra ha esortato i leader europei a intraprendere azioni immediate contro Israele, paventando la possibilità che altrimenti la UE diventi «complice del genocidio».
After this hellish night in Gaza I have a very simple but very important message for European leaders. Do not make us complicit in genocide. Act. Not in our name. pic.twitter.com/6YxdxaLDW9
— Ione Belarra (@ionebelarra) October 28, 2023
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«Dopo questa notte infernale a Gaza, ho un messaggio molto semplice ma molto importante per i leader europei. Non renderci complici del genocidio. Atto. Non nel nostro nome», aveva detto il ministro Belarra sabato in un appassionato videomessaggio su Twitter.
Parimenti voci estremamente critiche allo Stato Ebraico sono arrivate dal governo belga di De Croo. Il vice primo ministro belga Petra De Sutter ha dichiarato che Israele dovrebbe affrontare le ripercussioni per il massiccio numero di vittime civili derivanti dalla sua operazione anti-Hamas a Gaza.
«Non possiamo distogliere lo sguardo mentre i bambini vengono uccisi ogni giorno a Gaza», aveva dichiarato al politico al quotidiano Nieuwsblad. «È tempo di sanzioni contro Israele. La pioggia di bombe è disumana. È chiaro che Israele non si preoccupa delle richieste internazionali di cessate il fuoco».
«Bisogna avviare un’indagine sugli attentati agli ospedali e ai campi profughi. Questa è violenza di guerra che non è mai accettabile», ha affermato la vicepremier belgica, suggerendo finanziamenti aggiuntivi per la Corte penale internazionale con sede all’Aia, la cui giurisdizione Israele non riconosce.
Come riportato da Renovatio 21, dopo il massacro del 7 ottobre la UE si è prodotta in un vero un balletto sugli aiuti alla Palestina, prima dicendo che li avrebbe levàti, poi, per bocca del rappresentante alle relazioni esterne Josep Borrell, assicurando che invece i milioni di euro elargiti da Bruxelles palestinesi rimangono attivi.
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Immagine di Pool Moncloa / Borja Puig de la Bellacasa / Ministry of the Presidency Government of Spain del 23 novembre 2023 via Wikimedia pubblicata secondo i termini.
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Geopolitica
Rubio: Trump non ha ancora deciso se effettuare nuovi attacchi contro l’Iran
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha ancora deciso se colpire nuovamente l’Iran, nonostante i colloqui di pace siano ancora in una fase di stallo, ha dichiarato sabato il segretario di Stato americano Marco Rubio.
«Possiamo raggiungere gli obiettivi militari se ci impegniamo», ha dichiarato Rubio ai giornalisti durante una conferenza stampa ad Atlanta, in Georgia, dove ospitava i ministri degli esteri del G20 per una riunione di due giorni.
Tuttavia, ha sottolineato che Trump «non ha preso una decisione» su ulteriori azioni militari, in un contesto di notizie secondo cui Washington potrebbe riprendere gli attacchi dopo le elezioni di metà mandato statunitensi di martedì.
«Non ho alcun annuncio da farvi oggi a riguardo, e non prendiamo la questione alla leggera», ha detto Rubio.
Il segretario ha accusato Teheran di prendere di mira «attivamente e apertamente» navi mercantili, ma ha sottolineato che Trump preferisce una soluzione diplomatica. Si è rifiutato di valutare lo stato di avanzamento dei negoziati o di fornire una tempistica per un possibile accordo.
«Non intendo descrivere i progressi di questi colloqui né le tempistiche previste, se non per dire che, qualora si giungesse a una soluzione diplomatica, saremmo aperti ad essa», ha affermato Rubio.
Le sue dichiarazioni sono giunte mentre i negoziatori iraniani tenevano colloqui con i mediatori del Qatar a Doha sabato, nel tentativo di prevenire una ripresa delle ostilità, ha riferito Reuters, citando una fonte a conoscenza delle discussioni.
L’incontro ha fatto seguito a oltre 12 ore di negoziati tra funzionari iraniani e qatariani a Teheran, venerdì. Secondo la fonte, gli sforzi diplomatici sono stati coordinati attraverso contatti regolari con Washington.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato sabato ad Al Jazeera che Teheran ha esaminato una lettera del vicepresidente statunitense JD Vance e ha descritto il tentativo di Washington di riaprire il dialogo come un «passo positivo».
«Il mio collaboratore si trova attualmente in Qatar per proseguire le consultazioni», ha dichiarato Araghchi, confermando la partecipazione di una delegazione iraniana agli sforzi di mediazione.
La lettera, presumibilmente inviata a un alto funzionario della sicurezza iraniana all’inizio di questa settimana, è stata interpretata come un tentativo di esplorare la possibilità di riavviare i negoziati. Trump, tuttavia, ne ha minimizzato l’importanza, affermando di aver autorizzato discussioni riguardanti la fornitura di materiale medico all’Iran.
Secondo Reuters, il Qatar ha proposto un piano di sette giorni che prevede misure reciproche di rafforzamento della fiducia tra Washington e Teheran in vista di negoziati di pace più ampi. I funzionari iraniani avrebbero ritenuto la proposta insoddisfacente.
Teheran ha invece proposto un proprio piano, che richiederebbe a Washington di revocare il blocco dei porti iraniani, sbloccare i beni congelati e approvare un accordo di navigazione sostenuto dall’Iran attraverso lo Stretto di Hormuz prima che la strategica via navigabile possa essere riaperta.
Nel frattempo, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha messo in guardia Washington e Israele dal lanciare ulteriori attacchi, ordinando alle forze armate del Paese di prepararsi a una risposta immediata.
In una dichiarazione pubblicata sabato dal suo ufficio, Khamenei ha richiesto la «massima deterrenza» attraverso la preparazione a «una risposta immediata ed efficace, senza limitazioni geografiche» qualora il Paese venisse nuovamente attaccato.
Trump, che insieme a Israele ha lanciato la campagna militare contro l’Iran a febbraio, ha ripetutamente suggerito che Washington potrebbe riprendere gli attacchi. Di recente ha affermato di stare valutando se «dare il colpo di grazia», alimentando le speculazioni su una ripresa delle azioni militari dopo le elezioni di metà mandato statunitensi.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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