Spirito
Cosa c’è nel libro del cardinale Müller?
In un libro-intervista pubblicato in italiano da Solferino, il 27 gennaio 2023, intitolato In buona fede, scritto a quattro mani con la giornalista del quotidiano italiano Il Messaggero Franca Giansoldati, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto di la Congregazione per la dottrina della fede, critica il modo in cui papa Francesco affronta alcuni temi delicati, ed è preoccupato per la «confusione dottrinale» che regna intorno al sinodo sulla sinodalità.
L’agenzia romana I.Media ripresa da cath.ch il 29 gennaio, cita diversi estratti del libro. Innanzitutto il cardinale Müller nega di essere un «avversario» di Francesco: «Chi fa critiche costruttive è accusato […] di essere un nemico di Francesco».
Tuttavia, «se ci sono cose da segnalare per migliorare la situazione generale, l’unico modo è parlare chiaro», dice, prendendo l’esempio di santa Caterina da Siena che ebbe «parole durissime contro i papi, ma mai contro il papato».
Certo, l’ex prefetto della Congregazione della Fede riviene sul suo brutale licenziamento avvenuto il 30 giugno 2017, come un «fulmine a cielo sereno», ma le sue critiche più aspre prendono di mira i più stretti consiglieri del Papa. Deplora l’esistenza di un «cerchio magico che gravita attorno a Santa Marta, formato da persone […] non preparate dal punto di vista teologico».
Ritiene che in Vaticano «sembra che ormai le informazioni circolino in modo parallelo, da una parte sono attivi i canali istituzionali purtroppo sempre meno consultati dal pontefice, e dall’altra quelli personali utilizzati persino per le nomine dei vescovi o dei cardinali».
Il cardinale Müller indica il caso di mons. Gustavo Zanchetta, «controverso, perché godeva di uno status privilegiato di amico del Papa». Quest’ultimo, condannato per abusi ai danni di seminaristi nel suo Paese, era stato impiegato per diversi anni dal Papa nella banca vaticana.
Più in generale, il porporato tedesco denuncia il trattamento di favore riservato ai sacerdoti italiani condannati per abusi. Questi, afferma, beneficiano dell’intercessione di «amici influenti» a Santa Marta che «i chierici di nazionalità polacca, americana o di altra nazionalità non hanno», e che sono condannati dalla giustizia della Chiesa.
Autoritarismo e clientelismo
Non è certo, ci sembra, che questa influenza ufficiosa sia all’origine di tutte le disgrazie e le decisioni arbitrarie che il cardinale Müller denuncia.
Dice così di non comprendere l’intervento del Papa nella diocesi di Tolone: il Papa ha vietato a mons. Dominique Rey di ordinare quattro futuri sacerdoti «perché appartenevano alla categoria dei conservatori».
Pur riconoscendo di non sapere se ci siano altri problemi dietro questa vicenda, ritiene che il Papa abbia usurpato le prerogative del vescovo in carica. Anche la diocesi di Tolone sarà oggetto di una visita canonica nei prossimi mesi.
Il cardinale Müller cita anche il caso di un vescovo del centro Italia che sarebbe stato «licenziato» perché aveva espresso il suo disaccordo con «alcune misure anti-COVID» prese dal Governo. «Il Papa non avrebbe dovuto poterlo mettere sotto accusa», insiste, ricordando che può farlo solo se il vescovo mette a rischio la fede cattolica o l’unità della Chiesa.
Infine, il presule tedesco deplora la sostituzione, per ragioni ideologiche, di mons. Livio Melina alla guida del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia. Quest’ultimo è stato sostituito da mons. Vincenzo Paglia «che non ha competenze specifiche in questo campo», un affronto – secondo lui – al principio della «libertà accademica».
Fallimento della riforma della Curia
Quanto alla riforma della Curia romana, l’ex prefetto è molto severo contro la nuova costituzione apostolica Prædicate Evangelium. Secondo lui, questa riforma ridurrebbe la Curia romana «a una corporazione che lavora per fornire assistenza ai “clienti”, le conferenze episcopali».
Sottolinea anche il paradosso dell’annunciato «decentramento», visto che al contrario «si sono rafforzate le maglie dell’accentramento». Attribuisce il «difetto di fabbrica» di questa riforma al «sentimento antiromano» del conclave che ha eletto papa Francesco nel 2013. La riforma, sostiene, sarebbe stata chiesta dai «cardinali latinoamericani» che intendono «costruire una Chiesa a loro immagine».
Al tempo stesso, rileva che l’Annuario pontificio ora cita «Vicario di Cristo e successore di Pietro» come titoli «storici» (e quindi più effettivi) del Papa, segno per lui di «una forma latente di negazione del fondamento petrino del papato».
Deplora, inoltre, una Curia dove «i controlli esterni, le verifiche» prendono il sopravvento sull’aspetto spirituale. Sul tema dell’evangelizzazione, si allarma per la mancata reazione alla scristianizzazione in Europa, considerando che il «nichilismo strisciante» che sta colpendo oggi il Vecchio Continente ne mette in pericolo la sopravvivenza.
Ben lungi dall’essere un tradizionalista, il porporato non si oppone comunque ad alcuna riforma. Prevede anche la nomina di laici e donne a posti importanti della Curia. Cita in particolare quelle del segretario di Stato, del sostituto, del presidente del Governatorato della Città del Vaticano o anche dei nunzi.
Vicino alla teologia della liberazione
Il magistero di papa Francesco è criticato in modo più sfumato: il Documento sulla fratellanza umana [cofirmato con il Grande Imam di Al-Azhar, 4 febbraio 2019] manifesta ai suoi occhi una «buona intenzione», ma sembra anche a lui «elitario», il che gli fa dubitare di poter «penetrare nella massa dei fedeli musulmani». Sottolinea anche l’attualità della Laudato si’ [24 maggio 2015], ma invita a difendere la vita umana dal suo inizio alla sua fine, tanto quanto la natura.
Sul piano economico e sociale, il cardinale tedesco, che ricorda la sua vicinanza alla teologia della liberazione del suo «caro amico» Gustavo Gutiérrez, deplora le conseguenze del «supercapitalismo» e difende la sovratassazione dei più ricchi.
Denuncia la tentazione antidemocratica che spinge i ricchi, accusandoli di incoraggiare un Grande Reset – grande ripristino –, a controllare ancora di più le masse, soprattutto dopo la crisi pandemica. A differenza di Francesco, si dice contrario all’idea di un salario universale, ma giustifica la posizione del Papa con le situazioni di estrema povertà che esistono in America Latina.
Timori sulla sinodalità
A proposito di sinodalità, il teologo tedesco ritiene che il termine sinodo promosso dal Pontefice sia diventato «un termine generico». Vede nel suo impiego il segno che una «democratizzazione, una protestantizzazione de facto» sarebbe «in corso» nella Chiesa cattolica. Critica in particolare le proposte «teologicamente insostenibili» del Cammino sinodale tedesco aperto nel 2019, di fronte alle quali, secondo lui, la Santa Sede si è mostrata compiaciuta.
In Germania, a suo avviso, la Chiesa sta affrontando una situazione «molto peggiore di uno scisma» perché la Chiesa locale si sta volontariamente separando da Roma, abbandonando le fondamenta del cristianesimo. «Si tratta dunque di apostasia», assicura, attaccando in particolare la promozione dell’intercomunione che «cambia il senso dell’Eucaristia». Afferma che «il rischio è la fine del cristianesimo in Germania».
Inoltre, il cardinale Müller si rammarica dell’ambiguità di papa Francesco sulla questione dell’omosessualità o del suo «sostanziale silenzio» su quella dell’indissolubilità del matrimonio. Deplora anche le contraddizioni sull’aborto, soprattutto quando il Papa ha riconosciuto al presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il diritto di fare la comunione.
La questione liturgica
Il porporato tedesco denuncia gli «effetti negativi» del Traditionis custodes, contro la liberalizzazione della messa tridentina voluta da Benedetto XVI. Per lui dietro questa decisione ci sono i membri della Pontificia Università Benedettina Sant’Anselmo di Roma, «più ideologi che teologi», che hanno «manipolato» il Papa.
Ritenendo questa decisione non solo «ingiusta» ma «fonte di inutili tensioni», afferma che il problema principale resta la difesa del sacramento dell’Eucaristia, che a suo dire è sempre meno vissuto o compreso dai cristiani.
Sulla questione dell’ordinazione sacerdotale delle donne, il cardinale Müller si dice contrario, affermando che non c’è bisogno di parlarne. D’altra parte, riferisce di aver scritto diversi libri sulla possibilità del diaconato femminile, e si dice aperto alla discussione su questo punto.
Critiche alla diplomazia vaticana con la Cina
Il cardinale tedesco si dice particolarmente preoccupato per il pericolo rappresentato dalla Cina nella società odierna, paragonando Xi Jinping a Benito Mussolini, Adolf Hitler e Stalin. «Con il diavolo non si può scendere a patti», ha detto a proposito dell’accordo segreto firmato nel 2018 tra Santa Sede e Pechino sulla nomina dei vescovi.
Secondo lui, il Vaticano ha facilitato il lavoro della Cina, che vuole che i sacerdoti cinesi diventino agenti della sua propaganda. Afferma di aver consultato «una lettera inviata dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, che autorizzava i sacerdoti cinesi a firmare una carta che impone [dei] corsi di indottrinamento».
«La Chiesa cattolica cinese non deve diventare una sorta di chierichetto dello Stato», dice l’alto presule, riferendosi alle analoghe critiche mosse da Francesco al Patriarca Cirillo al quale ha rimproverato di aver benedetto la guerra di Vladimir Putin contro l’Ucraina.
Il porporato deplora il trattamento riservato dalla Santa Sede e dal Papa al cardinale Joseph Zen, grande oppositore di Pechino.
Si rammarica in particolare che il Vaticano non abbia preso una posizione chiara per difenderlo durante il suo arresto lo scorso maggio, e critica aspramente il silenzio della Santa Sede su Taiwan e Hong Kong. «Con i regimi illiberali [come quello di Pechino] la Chiesa non deve scendere a compromessi», insiste.
Denuncia del rapporto CIASE
Interrogato sulla crisi degli abusi nel clero, il porporato denuncia i «grossolani errori» commessi dal CIASE in Francia, mettendo in discussione il metodo utilizzato che ha portato a un «numero di vittime anomalo, esagerato, manifestamente gonfiato».
Si è anche detto sfavorevole alle commissioni d’inchiesta istituite dai governi, che gli sembravano avere «l’unico scopo di paralizzare la Chiesa e non quello di analizzare un fenomeno aberrante da schiacciare».
Il cardinale Müller sostiene che il rapporto dell’arcidiocesi di Monaco sugli abusi del gennaio 2022 sia stato «uno strumento di propaganda per indebolire la figura del papa emerito in Germania», dove ha rappresentato un freno al cammino sinodale tedesco. Il presule tedesco, però, disapprova la scelta del defunto papa di dimettersi nel 2013. Per lui l’esistenza di un papa emerito ha creato confusione e diviso la Chiesa cattolica in due fazioni.
La missione del prossimo Papa
Contrario a una rinuncia di Francesco, il cardinale Müller ritiene che alcuni incoraggino l’attuale Papa a dimettersi «per orientare meglio il prossimo conclave e individuare, chissà, un giovane candidato vicino alle riforme che nel frattempo sono state avviate».
Critica i «tentativi di tanti gruppi di pressione» che mirano a influenzare i voti, citando la Comunità di Sant’Egidio, i gesuiti, i salesiani o anche i cardinali africani. Farlo, dice, è «ontologicamente proibito».
«Il prossimo conclave dovrà necessariamente riportare la Chiesa alla sua essenza», ha detto. Il successore di Francesco dovrà fare i conti in particolare con il fatto che ci sono «sempre più vescovi nel mondo che agiscono come se avessero dimenticato di essere pastori interessati alla vita eterna e alla difesa dei principi morali».
Secondo l’alto presule, il futuro pontefice dovrà anche difendere i «valori non negoziabili» della Chiesa sulla sessualità oltre ad affrontare i rischi che comporta l’apparizione di un’ideologia «post-umana». In quanto tale, si dice particolarmente preoccupato «dalla corrente transumanista».
In definitiva, l’opera appare come un’accusa a tutto campo, ma il cardinale Müller rimane ancora legato al Concilio e alle riforme postconciliari. Deplora energicamente gli eccessi – fin troppo visibili sotto il governo di Francesco – senza però risalire alle cause profonde.
Attacca vigorosamente i sintomi, senza toccare la fonte del male. Non vuole una Chiesa allineata servilmente allo spirito del mondo moderno, senza mettere in discussione il Concilio che ha promosso questa apertura.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Immagine di michael_swan via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0)
Spirito
Mons. Viganò: papato e katéchon, «chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo»
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo.

SUBTER QUERCUM, QUAE ERAT IN SANCTUARIO DOMINI
nella Festa della Madonna della Quercia, Custode di Viterbo
Quasi terebinthus extendi ramos meos,
et rami mei honoris et gratiæ.
Eccli 24, 22
Ecce lapis iste erit vobis in testimonium,
quod audierit omnia verba Domini.
Jos 24, 27
Diletti Fratelli e Sorelle,
carissimi Claudio, Mauro e Antonio,
carissimi Silvio e Francesco,
Quando Giosuè, giunto al termine dei suoi giorni, radunò le tribù d’Israele a Sichem per rinnovare l’Alleanza, non le condusse in un palazzo, né entro le mura di una fortezza. Le condusse sotto una quercia. E là, dopo che il popolo ebbe gridato Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus, egli prese una grande pietra e la pose subter quercum, quae erat in sanctuario Domini, e disse: «Ecco, questa pietra sarà per voi testimone, perché ha udito tutte le parole del Signore».
Un patto, un popolo, una quercia. La Scrittura ce lo mostra tremila anni prima che accadesse qui in Viterbo, sul Campo Graziano, nel settembre del 1467. Perché anche Viterbo, liberata dalla peste dopo una settimana di preghiera e penitenza, si legò alla sua Signora con un patto d’amore — così lo chiamarono i nostri padri, e così lo chiamiamo ancora — e anche Viterbo lo strinse sotto una quercia. Non la pietra fu il testimone, ma un povero coppo di terracotta, dipinto da un pittore che si chiamava Monetto e appeso a un ramo da un artigiano che si chiamava Battista. Quel coppo ha udito il voto della Città; quel coppo, da cinque secoli e mezzo, ne è il testimone.
Ed è di questo patto che oggi, festa patronale, dobbiamo parlare: perché un patto ha due contraenti, ed è lecito chiederci se entrambi lo abbiano mantenuto.
La Provvidenza ha voluto che questa festa fosse anche, per cinque giovani, il giorno in cui essi sottoscrivono personalmente quel patto. Ieri sera, ai primi Vespri della vigilia, Silvio e Francesco hanno rivestito la cappa ed hanno iniziato ufficialmente l’anno propedeutico che li prepara al Seminario; fra pochi istanti Mauro e Antonio riceveranno l’Ostiariato, e Claudio il Lettorato. Cinque nomi in più, dunque, sotto la quercia. Di loro parlerò dopo; ma tenete presente fin d’ora che tutto ciò che dirò della Madonna della Quercia vale, in modo eminente, per chi oggi si consacra al Suo servizio.
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I. La Madonna che non si lascia spostare
Consentitemi anzitutto di ricordare un particolare della storia della Quercia che si tace troppo spesso, e che invece mi pare quello che più ci riguarda in quest’ora.
Prima dei prodigi del 1467 ve ne furono altri, più silenziosi, e di un genere singolare. Intorno al 1450 un eremita, tal Pier Domenico Alberti, ritenne che quell’immagine fosse troppo esposta, troppo povera, troppo abbandonata: la staccò dall’albero per portarla nel suo romitorio, dove le avrebbe assicurato un culto più decoroso. Il mattino seguente il coppo era di nuovo sulla quercia. Qualche anno più tardi una pia donna, Bartolomea, fece lo stesso, con la stessa buona intenzione, e più di una volta: e più di una volta l’immagine tornò da sé al ramo dal quale era stata tolta.
Riflettete, carissimi. Nessuno dei due voleva profanare la sacra immagine; entrambi volevano migliorarne la collocazione. Erano persone devote, e credevano di comportarsi in modo ragionevolissimo. Perché lasciare l’effige della Madre di Dio in un campo, tra il vento e la pioggia, quando si può darle un tetto e una lampada votiva? E la Vergine, con dolcezza e con fermezza, rispose tornando dov’era. Non dove Le pareva più comodo, ma dove Dio l’aveva posta.
Vi è qui un ammaestramento che oso dire profetico. Da sessant’anni si è tentato di spostare la Chiesa dal luogo in cui Nostro Signore l’ha collocata: dalla sua dottrina immutabile, dal suo Sacrificio, dalla sua disciplina, dalla sua costituzione gerarchica. E lo si è fatto, quasi sempre, con le ragioni dell’eremita e di Bartolomea: rendere la Fede più accessibile, più vicina all’uomo, più adatta ai tempi. Si è chiamato aggiornamento ciò che era un trasloco.
Ma la Chiesa, come l’immagine della Quercia, non appartiene a chi la vorrebbe sistemare altrove; e ogni volta che la si stacca dal suo albero, cioè dalla Tradizione, essa torna là dove è stata posta, nelle mani di poveri fedeli che non hanno cambiato di una virgola ciò che hanno ricevuto. Guardate dove fioriscono oggi le vocazioni, le famiglie numerose, i giovani in ginocchio: non nelle sale conferenze in cui si discute di sinodalità, ma sotto la vecchia quercia.
Il coppo che torna al ramo è il segno che Dio non ratifica gli spostamenti degli uomini, per quanto pii essi si credano. Ne transgrediaris terminos antiquos, quos posuerunt patres tui (Prov 22, 28) — non varcare i confini antichi, che i tuoi padri hanno posto. Colei che conservabat omnia verba hæc non poteva darci lezione più chiara.
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II. Gedeone sotto la quercia
Vi è nella Sacra Scrittura un’altra quercia, e sotto di essa siede un uomo che ci somiglia. Venit Angelus Domini, et sedit sub quercu quæ erat in Ephra; mentre Gedeone, il più piccolo della più piccola famiglia di Manasse, stava battendo il grano di nascosto, nel torchio, per sottrarlo ai Madianiti che avevano invaso e devastato Israele. E l’Angelo gli disse: Dominus tecum, virorum fortissime. Il Signore è con te, o uomo fortissimo.
Sono le stesse parole che l’Angelo dirà, tredici secoli dopo, a una Vergine di Nazareth: Dominus tecum. La Chiesa non le ha unite per caso nella sua liturgia. Sotto la quercia di Ofra, Dio saluta la propria forza nell’uomo più debole; a Nazareth, saluta la propria forza nella creatura più umile. E in entrambi i casi la forza non sta nel saluto, ma in Colui che lo pronunzia: Dominus tecum.
Che cosa fece Gedeone, salutato così? Tre cose, che sono il programma di ogni cattolico in tempo di occupazione. La prima: di notte, con dieci servi, Gedeone abbatté l’altare di Baal che suo padre aveva innalzato, e tagliò il palo sacro. Non dialogò con Baal, non ne valorizzò gli elementi positivi, non cercò con esso un cammino comune: lo abbatté, e offrì al Signore un olocausto sopra la sua rovina.
La seconda: Gedeone chiese a Dio un segno, e Dio glielo diede nel vello — il vello asciutto mentre tutta la terra era bagnata, e poi il vello bagnato mentre tutta la terra era asciutta. I Padri della Chiesa hanno visto in quel vello la Vergine, sulla quale scese la rugiada del Verbo mentre il mondo restava arido.
La terza: Gedeone si presentò alla battaglia con trentaduemila uomini, e il Signore gliene lasciò trecento. Ne glorietur contra me Israël, et dicat: Meis viribus liberatus sum (Jd 7, 2) — perché Israele non si vanti dicendo: mi sono liberato con le mie forze.
Fratelli carissimi, i Madianiti di quest’ora non arrivano sui cammelli. Occupano cattedre, dicasteri, redazioni, parlamenti; occupano il Vaticano, gli atenei, i seminari e le curie vescovili. E il popolo di Dio batte il grano di nascosto, nel torchio: celebra la Messa di sempre in cappelle di fortuna, insegna il Catechismo in casa, battezza i figli in una Fede che i pastori ufficiali dichiarano superata. Non è la prima volta; e forse non sarà l’ultima. Ma a chi, in questa condizione, si sente il più piccolo della più piccola famiglia, la quercia di Ofra risponde: Dominus tecum.
E quanto ai numeri, Dio ha già detto con Gedeone ciò che pensa della preponderanza numerica.
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III. L’albero maestro di Lepanto
Chi entra nella Basilica della Quercia e alza gli occhi, vede tra le sue reliquie più singolari un albero di nave: l’albero maestro di una galea turca, catturata a Lepanto il 7 ottobre 1571, e donato al nostro Santuario da San Pio V. Un papa santo volle che il trofeo della vittoria cristiana stesse qui, presso la Madonna della Quercia, e non è difficile intuirne il motivo: quel legno spezzato accanto al legno che regge l’immagine della Vergine dice, senza parole, quale albero vinca e quale albero affondi.
San Pio V non vinse Lepanto con la diplomazia; la vinse con il Rosario. Mentre le galee si urtavano nel golfo di patrasso, Roma pregava, e il papa — ce lo narrano i suoi biografi — si alzò dal tavolo di lavoro, aprì la finestra e disse ai presenti: «Non è ora di affari; andate a ringraziare Dio, perché la nostra flotta ha vinto». Istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, aggiunse alle Litanie l’invocazione Auxilium Christianorum. Ed è lo stesso San Pio V che, un anno prima, con la Bolla Quo Primum, aveva fissato in perpetuo il Rito della Santa Messa che oggi si celebra a questo altare, e che nessun suo Successore aveva il diritto di proscrivere.
Ecco allora, dilettissimi, che questa festa unisce ciò che gli uomini vorrebbero separare: la Madonna, il Rosario, la Messa di sempre, e la vittoria sui nemici della Cristianità. San Pio V le teneva insieme, e per questo fu santo e vinse. Chi oggi le separa — chi recita il Rosario ma tollera che si abolisca la Messa, chi vuole la Messa ma si vergogna di parlare di nemici della Fede, chi parla dei nemici ma non prega — non vincerà nulla. L’albero maestro turco ci ricorda che la Cristianità è stata salvata, in un giorno d’ottobre, da un papa che sapeva ancora chi fosse il nemico e Chi fosse l’Aiuto.
Ho detto un papa. Perché il papato è stato per secoli il katéchon, ciò che trattiene il mistero d’iniquità. E noi viviamo in un tempo in cui chi dovrebbe trattenere il mistero d’iniquità ha scelto di assecondarlo; in cui la Sede di Pietro dialoga con chi avversa la Fede e la dissacra, e tace con chi Le chiede di essere confermato nella Fede. Non lo dico con compiacimento, ma con il dolore di un Vescovo. Nel frattempo, noi facciamo ciò che fece Roma nel 1571: preghiamo il Rosario, offriamo il Santo Sacrificio e non abbandoniamo la nave.
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IV. I dieci servi di Gedeone
Vengo ora a voi, carissimi Claudio, Mauro, Antonio, e a voi, Silvio e Francesco.
Quando Gedeone abbatté di notte l’altare di Baal, la Scrittura annota un particolare che pare secondario: assumptis decem viris de servis suis. Prese con sé dieci dei suoi servi. Non i notabili di Ofra, non i sacerdoti, non i capi delle tribù: dieci servi, di cui non conosciamo il nome, che nel buio portarono la scure, la fune, la legna per l’olocausto. Senza di essi Gedeone non avrebbe potuto fare nulla; e senza Gedeone essi non avrebbero saputo che cosa fare.
Questo è il ministero che oggi la Santa Chiesa vi conferisce: essere i servi del Sacrificio dell’altare, coloro che portano gli strumenti del culto sotto la quercia, nell’ora in cui il culto del vero Dio si celebra quasi di nascosto e al suo posto si adorano gli idoli.
A voi, Mauro e Antonio, tra poco consegnerò le chiavi, dicendovi: Sic agite, quasi reddituri Deo rationem pro iis rebus quae his clavibus recluduntur. Comportatevi come chi dovrà rendere conto a Dio di ciò che con queste chiavi si apre e si chiude. Giosuè pose la pietra del patto subter quercum, quae erat in sanctuario Domini (Jos 24, 26): sotto la quercia che stava nel santuario del Signore. Un santuario ha una soglia, e la soglia ha un custode. Voi sarete custodi della soglia di questa Chiesa, che è la soglia del patto: aprirete a chiunque venga per rinnovarlo, per pentirsi, per adorare — e non v’è peccatore al mondo per il quale quella porta sia troppo stretta — ma non aprirete a chi viene per riscriverne le clausole.
L’ostiario, dice l’antica disciplina, percutit cymbalum et campanam, suona le campane: fate che le vostre campane siano quelle che chiamarono i trentamila del 1467 che si radunarono a Viterbo per implorare la fine della peste, e non quelle che tacciono per non disturbare il mondo. E ricordate l’eremita e Bartolomea: la Madonna non si lascia spostare, e neppure la Chiesa. Il vostro ufficio è il più umile e per questo il più esposto: il portinaio è il primo che il nemico incontra, e il primo che può tradire. Ma voi non tradirete.
A te, Claudio, consegnerò il libro: Accipe, et esto verbi Dei relator. E ti dirò di proclamare le divine letture distincte et aperte, absque omni mendacio falsitatis — chiaramente, apertamente, senza alcuna menzogna di falsità. Considera che cosa disse Giosuè della pietra: audivit omnia verba Domini — la pietra ha udito tutte le parole del Signore. Tutte: non quelle gradite, non quelle pastoralmente corrette, non quelle che l’uditorio è disposto ad accogliere. Il lettore è una pietra che ha udito tutte le parole e le restituisce tutte, intere, senza togliere e senza aggiungere.
Oggi si è fatto della Parola di Dio un cammino, un ideale, un discernimento: tu ne farai ciò che ne fece la Vergine, che conservabat omnia verba hæc e ne visse fino al Calvario. Con la Parola non si negozia; si proclama, e si obbedisce. Quod ore legis, corde credas, atque opere compleas. E poiché al lettore la Chiesa affida di benedicere panem et fructus novos, ricordati che il primo frutto della terra che tu benedirai è quello che pende da un albero del Campo Graziano.
E a voi, Silvio e Francesco, che ieri sera, ai primi Vespri, avete rivestito la cappa, dico una parola sola, perché all’inizio del cammino le parole devono essere poche. La cappa che portate non è un abito da cerimonia: è un manto, ed è il primo segno che voi vi ponete sub tuum præsidium, sotto la protezione di Colei che noi qui veneriamo. Ieri il mondo vi ha visti entrare in chiesa vestiti come tutti; oggi vi vede vestiti diversamente, e già vi giudica.
Bene: cominciate ad abituarvi. L’anno propedeutico non serve a imparare il latino — quello verrà — ma a imparare a essere coppi di terracotta, cioè a lasciarvi dipingere il volto di Cristo senza pretendere di scegliere il pennello. Gedeone chiese un segno, e Dio glielo diede nel vello: chiedete anche voi il vostro, con umiltà, e la Madonna ve lo darà; ma non chiedete di essere in molti. Trecento bastarono, e voi siete due.
Cinque servi in più sotto la quercia. Non è poco: è precisamente ciò con cui Dio ha sempre cominciato.
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V. Il patto: chi lo ha rotto?
Torniamo dunque al patto d’amore, e alla domanda che ho posto all’inizio: i contraenti l’hanno mantenuto?
La Madonna, certamente. Dal 1467 a oggi non vi è generazione viterbese che non abbia potuto testimoniare la Sua protezione: il cavaliere Spiriti che nel 1506, inseguito dai nemici, passò a cavallo un precipizio che nessun cavallo può passare; la giovane Barbara Moscaroli, che nel 1625 restò un’ora a galla nel pozzo profondo in cui era caduta; le mille grazie che coprono le pareti del Santuario della Quercia. La Signora della Quercia ha tenuto fede al Suo impegno con una puntualità che dovrebbe farci arrossire.
E noi? Non parlo di Viterbo soltanto, ma della Cristianità intera, della quale Viterbo è un frammento e uno specchio. Un patto con la Madre di Dio è un patto con Suo Figlio, e un patto con Suo Figlio ha delle clausole che non si possono riscrivere: Domino Deo nostro serviemus, et obedientes erimus præceptis ejus (Jos 24, 24). Serviremo il Signore; obbediremo ai Suoi comandamenti. Non ai comandamenti di questa o quella agenda, non alla morale riscritta dei sinodi, non alla religione universale della fratellanza senza Cristo: ai Suoi Comandamenti, tutti, e sempre.
Ora, dilettissimi, guardiamo con onestà a ciò che è accaduto. Il patto d’amore è stato spezzato non dal popolo, che ha continuato a salire alla Quercia, ma dai Pastori che avrebbero dovuto custodirlo in nome del popolo. Si è insegnato che i comandamenti sono un ideale, che il peccato è una fragilità, che la Verità è un cammino; si è consegnata la Città di Dio alla città dell’uomo, e si è chiamata questa resa apertura. Chi ha rotto il patto non è chi ha resistito a questo tradimento: è chi lo ha compiuto e chi, per quieto vivere, lo ha subito. E oggi chi resta fedele viene colpito con censure che non si osano applicare a chi apertamente nega la Fede.
Ma la pietra sotto la quercia di Sichem ha udito le parole del Signore; e il coppo sotto la quercia di Viterbo ha udito le parole di Viterbo. Testimoni entrambi: e nel giorno del giudizio parleranno.
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VI. Nisi Dominus custodierit civitatem
Da pochi anni questa Città ha voluto proclamare ufficialmente la Vergine della Quercia sua Custode. È un titolo che merita di essere preso sul serio, perché il Salmo ci ammonisce: Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam (Ps 126, 1) — se il Signore non custodisce la città, invano vigila chi la custodisce. Invano vigilano i sistemi di sicurezza, le assicurazioni, i piani sanitari, le reti digitali di sorveglianza che il potere mondiale stende sulle nostre vite in nome della nostra protezione. Invano: perché la città che si è affidata a se stessa ha già perduto ciò che voleva custodire.
Viterbo, nel 1467, non chiese soccorso a un’agenzia né si precipitò a farsi vaccinare: salì in ginocchio a una quercia. E la peste cessò. Vi è nella semplicità di quel gesto una sapienza politica che i nostri governanti, e purtroppo anche i nostri pastori, hanno smarrito: la salvezza pubblica si ottiene con la pubblica penitenza. Non lo dico io: lo dice la storia di questa Diocesi.
Una Città che ha una Custode in Cielo può permettersi di non temere gli uomini; una Città che si vergogna della sua Custode sarà preda del primo Madianita che passa.
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VII. Rinnoviamo il patto
Rinnoviamo dunque oggi il patto d’amore, ma rinnoviamolo intero, con tutte le sue clausole, e non come una cerimonia civica.
Rinnoviamolo come l’immagine che torna al ramo: promettendo di non lasciarci spostare, con tutte le buone ragioni del mondo, dalla Fede dei nostri padri.
Rinnoviamolo come Gedeone sotto la quercia di Ofra: abbattendo di notte, se occorre, gli altari di Baal che le nostre Diocesi e le nostre parrocchie hanno lasciato innalzare. Rinnoviamolo chiedendo il segno del vello, cioè la Vergine; accettando di essere trecento.
Rinnoviamolo come San Pio V: con il Rosario in mano, la Messa di sempre all’altare, e senza alcuna vergogna di sapere chi è il nemico e Chi è l’Auxilium Christianorum.
Rinnoviamolo come i dieci servi di Gedeone: voi, Mauro e Antonio, alla soglia con le chiavi; tu, Claudio, con il libro che ha udito tutte le parole; voi, Silvio e Francesco, sotto il manto della cappa; e ciascuno di noi, nel posto che la Provvidenza gli ha assegnato, senza chiedere un posto migliore.
E rinnoviamolo, infine, come i trentamila del 1467: in ginocchio. Perché il patto non lo scriviamo noi; lo scrive la Vergine Madre nel Suo Cuore Immacolato, che ha promesso di trionfare, e che trionferà anche su questa peste, come sull’altra, quando i figli di questa Città e di questa Chiesa avranno di nuovo imparato la strada del Campo Graziano.
Quasi terebinthus extendi ramos meos, et rami mei honoris et gratiæ. Sotto quei rami vi sia rifugio; sotto quei rami vi sia il testimone del vostro voto; sotto quei rami, dilettissimi, vi trovi sempre la Madonna della Quercia, Custode di Viterbo e Regina del Santissimo Rosario. E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 13 Settembre MMXXVI
Beatæ Mariæ Virginis a Quercu, Diœcesis Viterbii Patronæ, et Viterbii Custodis
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Immagine: Filippo Caparozzi (circa 1588-1644), Madonna e Santi, particolare, Santa Maria della Quercia, Viterbo.
Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
Spirito
Cristo è anche Re delle nazioni
XII. La regalità sociale di Cristo e la civiltà cristiana
96. Professo che la Santissima Trinità può e deve essere riconosciuta e adorata non solo da ogni singolo individuo, ma anche dalle famiglie, dalle istituzioni e dalla società civile. Nessuna autorità umana è indipendente da Dio, poiché ogni autorità proviene da Lui e deve essere esercitata secondo la legge eterna. 97. Professo che le società civili, al pari degli individui, hanno il dovere di riconoscere e onorare l’unico vero Dio, Gesù Cristo, il Verbo incarnato, la seconda Persona della Santissima Trinità, e di rendergli l’adorazione dovuta, nella vera religione da Lui rivelata e istituita. 98. Professo che le autorità che governano queste società debbano garantire il bene comune conformandosi alla duplice legge divina, sia naturale che rivelata. L’esercizio della libertà non consiste nel dare libero sfogo a tutti i capricci della concupiscenza, ma nello scegliere il modo migliore di utilizzare i beni di questo mondo in vista della salvezza eterna.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Spirito
Mons. Schneider: la sinodalità è una «parola in codice per minare la dottrina cattolica»
In un’intervista pubblicata giovedì sul sito AdVaticanum, dedicata al titolo di Corredentrice della Madonna, alla soppressione della Messa tradizionale in latino e al dialogo interreligioso, il vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha illustrato il proprio giudizio sul significato di «sinodalità».
Schneider ha sostenuto che il senso di «sinodalità» sia stato lasciato volutamente indefinito e ambiguo, così che ciascuno possa interpretarlo secondo i propri fini.
In questo concetto di sinodalità sarebbe implicito un «piano concreto per adattare gradualmente la dottrina e la struttura della Chiesa cattolica alle chiese protestanti e persino allo spirito di questo mondo in materia di sessualità e moralità», ha aggiunto il prelato.
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La sinodalità, in sostanza, «adatta la Chiesa cattolica a questo mondo» e sostituisce la costituzione divina della Chiesa con «strutture e metodi democratici di stampo protestante, inventati dall’uomo», ha affermato il vescovo. «Questo è un metodo molto pericoloso, che deve essere fermato».
Sua Eccellenza ha descritto la sinodalità come il punto più alto del «modernismo», perché incarna il «relativismo completo», in particolare il relativismo morale.
«Si tratta perlopiù di ecclesiastici che hanno perso la fede, o che non sono più interessati a evangelizzare e convertire le persone per farne veri discepoli di Cristo e membri del Corpo Mistico di Cristo», ha dichiarato monsignor Schneider. Ciò che è «vietato» nel processo sinodale è «la Messa tradizionale in latino» e l’affermazione del «costante insegnamento della Chiesa riguardo alla struttura della Chiesa», ha aggiunto.
In precedenza, nel corso dell’intervista, il vescovo ha riproposto l’idea che il Vaticano emani una costituzione apostolica – di portata ancora maggiore rispetto a un motu proprio – per sancire il diritto della Messa tradizionale in latino a essere celebrata liberamente, in un ripudio della Traditionis Custodes.
Monsinor Schneider ritiene che un documento del genere dovrebbe prevedere la «coesistenza» della Messa della Tradizione e del Novus Ordo per realizzare una «Pax Liturgica Leonina».
Il vescovo ha poi offerto ulteriori precisazioni sulla fede alla luce di dichiarazioni e prassi problematiche da parte di prelati vaticani.
In primo luogo ha affermato che i fedeli possono usare il titolo di «Corredentrice» per descrivere la Beata Vergine Maria, nonostante l’attuale Dicastero per la Dottrina della Fede sostenga che tale termine sia «sempre inappropriato».
«I fedeli possono ancora usarla, perché esistono messali approvati dai papi, anche con un formulario di Messa, con il titolo di Mediatrice di tutte le Grazie. Pertanto, dovrebbero dire: «Questa Messa deve essere eliminata da tutti i messali», il che sarebbe assurdo», ha osservato Schneider. Ha inoltre sottolineato che questi titoli erano usati dai Dottori della Chiesa.
Il vescovo ha criticato anche gli incontri di dialogo interreligioso, spesso tenuti negli ultimi decenni in un contesto religioso o politico. Il loro problema principale, ha detto, è che relativizzano la Chiesa di Cristo e la trattano come se fosse «uguale» alle altre religioni.
Il vescovo Schneider ha invece proposto «un incontro e un dialogo interreligioso nella vita quotidiana», come quello praticato in Kazakistan, dove cattolici, ortodossi e musulmani si incontrano, si congratulano a vicenda per le rispettive festività e pregano gli uni per gli altri.
«E questo ci mantiene più uniti in armonia e pace rispetto a queste enormi conferenze in cui si incontrano solo i leader e i politici le usano» per i propri fini «relativizzando il nostro Signore Gesù Cristo». «Dovremmo dire subito alla gente, ai cattolici: per favore, amate il vostro prossimo, amate anche gli altri, andate loro incontro, aiutateli nella vita di tutti i giorni. E questo contribuirà maggiormente alla pace e all’armonia interreligiosa».
Interrogato su come fosse possibile che la Conferenza Episcopale Cattolica del Kazakistan avesse «reso obbligatoria la Comunione in ginocchio e sulla lingua, vietando la Comunione sulla mano», e continuasse a escludere i ministri straordinari e le ministranti, monsignor Schneider ha ricondotto la questione alla storia del Paese, sostenendo che la sua nazione era stata forgiata dal fuoco sotto il regime bolscevico, quando i cattolici erano costretti a praticare la loro fede «in clandestinità».
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Riferendosi agli attuali vescovi del Paese, li ha definiti «gli eredi dei martiri e dei confessori del Kazakistan. E nutrivano una venerazione così profonda per la Santa Eucaristia, una venerazione così profonda. Non potevano immaginare di ricevere il Signore stando in piedi», ha affermato Schneider, che ha ricordato di aver vissuto da bambino il periodo delle persecuzioni religiose.
Si è rammaricato del fatto che Papa Paolo VI, nonostante gli «avverti dei vescovi», avesse «aperto il diluvio» permettendo la Comunione sulla mano.
«Ritengo che la Comunione sulla mano abbia causato irriverenza e sacrilegi nella Chiesa e continui a causarli. È una delle ferite più profonde nel corpo della Chiesa e deve essere sanata, naturalmente, lentamente», ha affermato il prelato, autore di un libro sull’argomento intitolato Dominus Est («È il Signore»).
Tuttavia «la prima cosa da fare per ristabilire la salute del corpo della Chiesa è fermare la Comunione sulla mano. E questo deve essere fatto di nuovo dal Papa. La Santa Sede ha aperto il diluvio, e la Santa Sede deve richiuderlo. E naturalmente, con passi graduali, ma bisogna farlo»
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Immagine screenshot da YouTube
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