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Epidemie

L’impatto economico del Coronavirus: intervista a Valerio Malvezzi

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La pandemia di Coronavirus avrà dei risvolti probabilmente devastanti sull’economia mondiale. Essa graverà sul PIL di tutti gli Stati, in particolare su quello italiano, dove il virus ha attecchito principalmente nelle tre regioni più produttive, mettendo in ginocchio imprese di ogni tipo.

 

 Il governo Conte-bis sembrerebbe però volerci nascondere l’impatto inquietante del virus, sminuendo la situazione e probabilmente non dicendola propria tutta sugli effetti finali di questa vicenda.

 

Riguardo a questo tema delicatissimo, e urgentissimo, Cristiano Lugli, cofondatore e portavoce di Renovatio 21  intervista un economista noto a livello nazionale, il Prof. Valerio Malvezzi, già Deputato al Parlamento Italiano, membro della Commissione Finanze con delega di gruppo in materia bancaria.

 

«Noi pagheremo 35 miliardi di euro, ovvero il prezzo dell’ideologia antirazzismo: quando avremmo dovuto intervenire subito per bloccare l’epidemia, esattamente come ora fanno i cinesi con noi, noi lo avremmo dovuto fare con loro»

Già consulente dell’Amministratore Delegato di Invitalia, società partecipata dal MEF, poi Presidente di Garanzia Italia, società del Gruppo. Imprenditore, cofondatore di Win The Bank e Direttore del Corso MasterBANK e Docente Universitario. 

 

Il suo è a nostro giudizio un parere illuminante volto per mostrare risvolti che forse nessuno ancora, fino ad oggi, ha preso in considerazione con così tanta competenza e precisione. 

 

Prof. Malvezzi, secondo il Financial Times l’impatto del Coronavirus potrebbe causare una recessione tecnica per l’Italia. Crede che queste considerazioni siano corrette e il rischio di recessione per il nostro Paese, quindi, reale?

«Il governo sta cercando di minimizzare sostenendo che si tratta di una situazione circoscritta, dal punto di vista economico, a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna»

 

Sì, e penso che sia una previsione ottimistica quella del Financial Times, assolutamente centrata. Per una ragione molto semplice: il governo sta cercando di minimizzare sostenendo che si tratta di una situazione circoscritta, dal punto di vista economico, a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Stando in contatto costante con i commercialisti della mia rete professionale e parlando quindi con tutte le regioni italiane, le posso assicurare che la situazione mi viene descritta come seriamente tragica.

 

È stata affrontata un’emergenza sanitaria con i parametri dell’ideologia, quando palesemente non credo si possa parlare di razzismo

Del resto, anche se la situazione fosse circoscritta alle tre regioni sopracitate come il Governo dice – e sappiamo comunque che le cose non stanno esattamente così – non sarebbe ugualmente grave dal momento che stiamo parlando di tre delle regioni più ricche d’Italia?

 

Difficilmente posso credere che questo Governo comprenda la reale situazione.  Tuttavia, anche entrando nel campo delle ipotesi per assurdo, dobbiamo renderci conto che la Lombardia fa circa 390 miliardi, il Veneto circa 163 miliardi, l’Emilia-Romagna circa 161 miliardi, poi il Piemonte con circa 137 miliardi. Stando solo alle prime tre, vuole dire che siamo circa al 40% del Prodotto Interno Lordo del nostro Paese.

 

«Difficilmente posso credere che questo Governo comprenda la reale situazione»

Perciò, sulla base di queste previsioni, stimo che il danno di un 10% – ipotesi largamente ottimistica – significa parlare di 35 miliardi a livello italiano. Naturalmente ipotizzando, sempre per assurdo come abbiamo visto, che tutte le altre regioni facciano gli stessi numeri di fatturato precedenti. Per questo motivo io credo che la crisi sarà almeno legata a 35 miliardi di danno economico, cioè 10 volte superiore a quello che il Governo ha stanziato per far fronte a questa emergenza.

 

Il nostro Paese ora bussa all’UE per chiedere aiuto, inginocchiandosi per 3,5 miliardi di euro. Quale pensa sarà la risposta e quale, alla fine di tutto, il prezzo da pagare?

 

«Stimo che il danno di un 10% – ipotesi largamente ottimistica – significa parlare di 35 miliardi a livello italiano»

La domanda vera è quanto è il prezzo della ideologia anti-razzismo. Noi pagheremo 35 miliardi di euro, ovvero il prezzo dell’ideologia antirazzismo: quando avremmo dovuto intervenire subito per bloccare l’epidemia, esattamente come ora fanno i cinesi con noi, noi lo avremmo dovuto fare con loro, e il costo, cioè il prezzo da pagare, sarebbe stato enormemente più basso. Invece è stata affrontata un’emergenza sanitaria con i parametri dell’ideologia, quando palesemente non credo si possa parlare di razzismo laddove viene fermata una persona contagiata, indipendentemente dal colore della pelle o dalla sua provenienza.

 

Quanto poi questo sarà condiviso a livello europeo dipenderà da cosa deciderà l’Europa, la quale ci ha sostanzialmente appena detto, molto candidamente, che quelle migliaia di influenze presenti in Germania probabilmente erano Coronavirus. Quindi se l’Europa deciderà di dare contributi li darà perché li vorrà dare a Francia e Germania, non certo per l’Italia. Del resto, la prima operazione fatta da tedeschi e francesi – tanto amici nostri –  è stata quella di bloccare l’esportazione di settore sanitario.

«Io credo che la crisi sarà almeno legata a 35 miliardi di danno economico, cioè 10 volte superiore a quello che il Governo ha stanziato per far fronte a questa emergenza»

 

Quale panorama prevede post-Coronavirus a proposito degli assetti geo-politici ed economici?

 

Posso fare una previsione nazionale a proposito dell’Italia. L’immagine azzeccata credo sia quella delle macerie dopo una guerra: ne usciremo così. Il 2020 sarà un anno catastrofico per l’economia italiana, in tutte le regioni italiane e non solo in quelle tre colpite dal contagio più forte.

Se l’Europa deciderà di dare contributi li darà perché li vorrà dare a Francia e Germania, non certo per l’Italia

 

Tutto questo a causa di una totale miopia del governo attuale nel capire il problema. Quando ho chiesto alla mia rete professionale di commercialisti cosa ne pensassero del provvedimento del ministro Gualtieri, che prevede la dilazioni di proroghe fiscali, la risposta è stata un corollario variopinto ed articolato di insulti.

 

Cosa avrebbe potuto fare il Governo italiano per evitare eventualmente il collasso economico?

 

La prima operazione fatta da tedeschi e francesi è stata quella di bloccare l’esportazione di settore sanitario

Ora che le vacche sono uscite dalla stalla e i tori sono fuggiti, quello che serve non è una manovra di dilazione fiscale – questa è pura follia – ma quello che serve è piuttosto un intervento sulle accise della benzina, un abbassamento sulle accise del carburante per gli autotrasportatori, un taglio dei contributi a fondo perduto alle imprese.

 

Il problema è che questo tipo di strumenti non ci sono consentiti dall’Unione Europea. Quindi, la vera analisi è questa: salviamo l’Euro o salviamo l’Italia? Io purtroppo non ho dubbi sul fatto che questo Governo propenderà ovviamente per la prima opzione.

 

Il 2020 sarà un anno catastrofico per l’economia italiana, in tutte le regioni italiane e non solo in quelle tre colpite dal contagio più forte

Dopo il Coronavirus prevede un ritorno alla sovranità degli Stati o una pressione ancora maggiore verso gli Stati Uniti di Europa?

 

La mia previsione è molto semplice. Questa storia finirà con un bel “chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato ha dato, ha dato, scurdámmoce ‘o ppassato”.

 

Questo per dire che a mio avviso non succederà assolutamente niente sotto il profilo geopolitico perché vedo ancora milioni di italiani che quando io critico il governo Conte ne fanno una questione politica.

 

Le ragioni della critica a questo Governo sono di natura economica, ben esplicitate dagli imprenditori, dai liberi professionisti e dai commercialisti che sono, per usare un eufemismo, incazzati neri. 

 

La vera analisi è questa: salviamo l’Euro o salviamo l’Italia? Io purtroppo non ho dubbi sul fatto che questo Governo propenderà ovviamente per la prima opzione

In Italia però continueremo ad avere milioni di persone che per ragioni ideologiche continueranno a dire che Conte ha fatto bene e che il Governo ha lavorato bene e, quindi, avanti tutta con l’Europa.

 

Del resto in questi giorni io continuo a sentire politici italiani – naturalmente parlamentari della attuale maggioranza – che vanno dicendo «meno male che abbiamo l’Europa, questo è il momento di unirci ancora di più». Quindi, paradossalmente, il Coronavirus sarà un incentivo ad un’Europa ancora più unita, invece che essere un incentivo ad uscire come dovrebbe essere. 

 

Aver distrutto la nostra Sanità negli ultimi dieci anni oggi ci mette in ginocchio. E chi ce le ha fatte fare queste cose? L’Europa

Del resto mi perdoni: sono vent’anni che ci dicono che se fossimo usciti dall’Euro sarebbero arrivate le cavallette e la recessione economica. Adesso che le cavallette le abbiamo in casa, come la mettiamo? Le aziende chiudono, le imprese stanno licenziando i lavoratori dipendenti, ci sono persone che stanno vendendo la casa per andare in affitto ed avere così i soldi per mangiare. E in questa situazione hanno il coraggio di parlare di Europa Unita? Tutto questo è scandaloso.

 

La realtà, per concludere, è che il Coronavirus verrà usato per fare ancora una volta propaganda politica a favore di una sempre più marcata globalizzazione, quando l’insegnamento che invece dovremmo trarre è che aver distrutto e continuare a distruggere la domanda interna al nostro Paese ci mette oggi in ginocchio.

 

Aver distrutto la nostra Sanità negli ultimi dieci anni oggi ci mette in ginocchio. E chi ce le ha fatte fare queste cose? L’Europa. Chiudo allora dicendo: Viva l’Europa e chi l’ha voluta!

 

 

Cristiano Lugli

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Alimentazione

Epidemia di diarrea negli USA, la lattuga sotto accusa

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Le autorità sanitarie statunitensi hanno identificato la lattuga iceberg tritata servita nella più grande catena di fast food di ispirazione messicana del Paese come la fonte di un’epidemia di ciclosporiasi, una malattia parassitaria che causa diarrea grave ed esplosiva.

 

Dall’inizio di maggio, a livello nazionale sono stati segnalati oltre 1.600 casi di ciclosporiasi confermati in laboratorio, con 94 persone ricoverate in ospedale. Non sono stati segnalati decessi, sebbene i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) abbiano avvertito che il numero effettivo di infezioni è probabilmente molto più elevato, poiché molti casi non vengono diagnosticati.

 

Venerdì scorso il CDC ha identificato la catena come Taco Bell e ha affermato che un’indagine di tracciabilità ha collegato i prodotti contaminati a un unico fornitore nel Messico centrale. L’ente epidemico ha esortato le persone a non consumare la lattuga iceberg tritata servita nei ristoranti Taco Bell in Indiana, Kentucky, Michigan, Ohio e West Virginia.

 

L’agenzia ha dichiarato che il fornitore coinvolto, Taylor Farms de Mexico, ha ritirato volontariamente tutta la lattuga iceberg dal mercato statunitense. Le autorità stanno continuando a indagare per accertare se i prodotti contaminati siano stati distribuiti ad altri ristoranti o rivenditori.

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La ciclosporiasi è causata dal parassita microscopico Cyclospora cayetanensis. La malattia si manifesta tipicamente con diarrea acquosa esplosiva, accompagnata da gonfiore, flatulenza, crampi addominali, nausea e vomito. Alcune persone presentano anche affaticamento e febbre, mentre altre non sviluppano alcun sintomo.

 

Secondo il CDC, l’infezione si contrae solitamente consumando cibo o acqua contaminati da feci, e i sintomi compaiono in genere circa una settimana dopo l’esposizione.

 

Sebbene la malattia possa essere curata con antibiotici, non viene rilevata dalla maggior parte degli esami di laboratorio di routine, il che rende difficile la diagnosi. Se non trattata, l’infezione può durare più di un mese, con episodi ricorrenti di diarrea come sintomo più caratteristico.

 

Il parassita è endemico nei Paesi tropicali e subtropicali. Non vi sono prove che sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo.

 

Precedenti focolai di ciclosporiasi negli Stati Uniti sono stati collegati a coriandolo, lamponi, piselli, lattuga e basilico importati dal Messico.

 

La crescente popolarità del cibo messicano presso la popolazione americana, che con Trump ha di fatto espresso la volontà di tenere i messicani fuori dagli USA, rimane un mistero.

 

La catena Taco Bell gode di un successo straordinario  che supera l’andamento generale del settore dei ristoranti a servizio rapido (QSR). La catena domina capillarmente il mercato statunitense della cucina di ispirazione messicana, controllando oltre il 26% dei ristoranti di categoria organizzati in catene.

 

La sua rete commerciale sul suolo americano conta oltre 7.600 pricipali punti vendita distribuiti in tutti gli stati, con una concentrazione record in California che supera gli 880 ristoranti, seguita dal Texas con più di 650. Questa massiccia presenza fisica consente al marchio di servire oltre due miliardi di clienti ogni anno a livello globale, la stragrande maggioranza dei quali concentrata proprio nel mercato domestico.

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I dati finanziari più recenti evidenziano una crescita straordinariamente solida e costante: nel primo trimestre del 2026, Taco Bell ha registrato un aumento dell’8% delle vendite a parità di negozi negli Stati Uniti, segnando l’ottavo trimestre consecutivo di crescita comparabile positiva. Questo incremento segue i già eccellenti risultati dell’ultimo trimestre del 2025, che si era chiuso con un +7% nelle vendite domestiche a parità di posizioni.

 

A livello di vendite complessive di sistema, il marchio ha registrato un balzo del 10% nello stesso trimestre del 2026, accompagnato da un incremento del 3% nelle transazioni totali e da una crescita dei profitti operativi pari al 39%. L’applicazione mobile di Taco Bell ha superato i 17 milioni di visitatori unici mensili negli Stati Uniti, scalzando giganti storici della ristorazione veloce e posizionandosi come la seconda app di fast food più utilizzata nel Paese.

 

I fattori chiave di questo successo poggiano sulla capacità di attrarre fasce demografiche trasversali, intercettando sia i consumatori a basso reddito sia le famiglie e i giovani della Generazione Z tra i 18 e i 24 anni.

 

Ora tutti costoro rischiano di dover correre alla toilette e starvi per lungo tempo – se va bene. Non è dato capire cosa accadrà alla finanze di Taco Bell e del suo gruppo di controllo Yum Brands, tuttavia è difficile pensare che gli americani invertano il loro crescente amore verso il cibo dello spesso diprezzato Paese limitrofo.

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Epidemie

Ebola, gli Stati Uniti impediscono ai cittadini americani residenti nella Repubblica Democratica del Congo di rientrare in patria

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Gli Stati Uniti hanno vietato ai propri cittadini residenti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) di imbarcarsi su voli commerciali per tornare in patria finché non avranno trascorso almeno 21 giorni in un altro Paese, a causa del peggioramento dell’epidemia di Ebola.   Le restrizioni, annunciate lunedì dall’amministrazione Trump, prevedono l’inserimento dei cittadini statunitensi attualmente nella Repubblica Democratica del Congo o che hanno recentemente lasciato il Paese in una lista di persone a cui è vietato l’imbarco, avvalendosi dei poteri federali in materia di trasporti, ha riferito Reuters, citando un funzionario della Casa Bianca.   Secondo quanto riferito dal funzionario, circa una ventina di americani si stavano preparando a volare negli Stati Uniti martedì, e il Dipartimento di Stato avrebbe fornito assistenza alle persone interessate durante il periodo di attesa.   Il provvedimento giunge nel contesto di una rapida diffusione dell’epidemia del ceppo Bundibugyo di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, dove, all’11 luglio, le autorità sanitarie hanno segnalato 1.926 casi confermati e 702 decessi.   Venerdì, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno annunciato che un cittadino americano che lavora per un’organizzazione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo è risultato positivo al virus Ebola. Un altro cittadino statunitense, contagiato mentre lavorava nel Paese centroafricano, è stato ricoverato all’Ospedale Universitario di Francoforte, in Germania, come ha comunicato lunedì il suo datore di lavoro, l’organizzazione cristiana evangelica Samaritan’s Purse. Anche Peter Stafford, chirurgo e leader del gruppo missionario cristiano Serge, che aveva contratto il virus all’inizio dell’epidemia, è stato trasferito in Germania per ricevere cure.

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L’Uganda ha segnalato 20 casi confermati e due decessi. Un caso legato a un viaggio nella Repubblica Democratica del Congo è stato inoltre rilevato in Francia e riguarda un medico rientrato alla fine del mese scorso da una missione umanitaria.   Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che, sebbene l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo continui a progredire più rapidamente della risposta all’emergenza, il rischio di una più ampia diffusione internazionale rimane basso.   Washington aveva già inasprito le regole di viaggio in risposta all’epidemia. A maggio, il CDC ha innalzato il livello di allerta per i viaggi in alcune zone della Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda, mentre il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha disposto che i viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Uganda e dal Sud Sudan si sottoponessero a controlli più rigorosi negli aeroporti statunitensi designati.   Lunedì, il CDC ha annunciato di aver prorogato di altri 30 giorni la precedente sospensione dell’ingresso di alcuni cittadini non statunitensi che si erano trovati nella Repubblica Democratica del Congo, in Uganda o nel Sud Sudan nei 21 giorni precedenti.   Come riportato da Renovatio 21, il Kenya ha già bloccato il progetto statunitense per la struttura di cura dell’Ebola. Dei 800 milioni di dollari che erano stati stanziati, una parte sarebbe destinata alla fornitura di materiali, medicinali e alla costruzione di una rete logistica regionale.   Secondo un Rapporto OMS, entro settembre vi sarebbe il rischio di oltre 8.000 casi di Ebola in Congo.   Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa la Francia ha confermato il suo primo caso di Ebola in un medico rientrato di recente da una missione umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo. L’India, dove si vociferava vi fossere dei casi, non ha confermato alcun caso di contagio.   Nelle scorse settimane manifestanti avevano dato fuoco a un centro di cura per l’Ebola dopo che era stato loro impedito di portare via il corpo di una presunta vittima per la sepoltura.   Come riportato da Renovatio 21, il produttore di sieri genici mRNA Moderna la scorsa settimana si è aggiudicata un contratto da 50 milioni di dollari per il vaccino Ebola.  

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Epidemie

Parassita diarroico si diffonde in America

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Le autorità sanitarie statunitensi stanno faticando a identificare la fonte di un’intossicazione alimentare che causa diarrea grave e disidratazione. Almeno 145 persone in 17 stati sono risultate positive al parassita Cyclospora cayetanensis.

 

I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno riconosciuto che è probabile che ci siano molti più casi non diagnosticati.

 

Dall’inizio di maggio, venti persone sono state ricoverate in ospedale a causa dell’epidemia, sebbene non siano stati segnalati decessi. Nuova York è emersa come uno dei principali focolai, con un numero di persone infette dal parassita che varia tra 31 e 80.

 

Casi di ciclosporiasi sono stati identificati anche in Alaska, Colorado, Connecticut, Florida, Georgia, Illinois, Louisiana, Massachusetts, Carolina del Nord, Ohio, Pennsylvania, Tennessee, Texas, Virginia e Wisconsin.

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La malattia in genere causa diarrea acquosa esplosiva, insieme a una serie di altri sintomi gastrointestinali, tra cui gonfiore, flatulenza, crampi allo stomaco, nausea e vomito. Alcune persone riferiscono anche affaticamento e febbre, mentre altre non sviluppano alcun sintomo.

 

Secondo il CDC, la ciclosporiasi si contrae solitamente consumando cibo o acqua contaminati da feci, e i sintomi compaiono in genere circa una settimana dopo l’esposizione.

 

Sebbene la malattia possa essere curata con antibiotici, non viene rilevata dalla maggior parte degli esami di laboratorio di routine, con conseguente numero considerevole di casi non diagnosticati. Se non trattata, l’infezione può durare oltre un mese, e la sua caratteristica principale è rappresentata da episodi ricorrenti di diarrea.

 

Tale microscopico parassita è endemico nei paesi tropicali e subtropicali, tra cui Guatemala, Perù e Nepal. Non vi sono prove che sia in grado di trasmettersi da uomo a uomo. Poiché la maggior parte delle persone a cui è stata diagnosticata la ciclosporiasi nel corso dell’epidemia in corso non aveva viaggiato di recente al di fuori degli Stati Uniti, le autorità sanitarie sospettano che la fonte sia da ricercarsi in prodotti ortofrutticoli distribuiti a livello nazionale.

 

Secondo quanto dichiarato dai funzionari, «le autorità sanitarie locali, statali e federali (CDC, FDA) stanno indagando su diversi focolai di casi in più di uno stato. Le indagini per identificare le potenziali fonti sono tuttora in corso».

 

Precedenti focolai di ciclosporiasi negli Stati Uniti sono stati collegati a coriandolo, lamponi, piselli, lattuga e basilico importati dal Messico.

 

Il CDC raccomanda di lavare le verdure a foglia verde con acqua corrente fredda per ridurre al minimo il rischio di esposizione.

 

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