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Persecuzioni

Violenze contro i cristiani indiani: la fede più forte del negazionismo del governo

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Proprio nei giorni in cui ricorrono i 14 anni dai pogrom in Orissa il ministero degli Interni ha presentato alla Corte Suprema un memorandum in cui definisce «falsità per ottenere intromissioni negli affari interni» le denunce sulle persecuzioni per mano dei fondamentalisti indù. La testimonianza di suor Meena che nel distretto di Kandhamal fu personalmente vittima: «Dio mi ha permesso di vedere la morte e vivere di nuovo. Sono accanto a chi soffre ancora oggi».

 

 

 

Il 23 agosto per i cristiani dell’Orissa è la Giornata di Kandhamal, in memoria delle drammatiche violenze subite nell’agosto del 2008, che provocarono oltre 100 morti e migliaia di sfollati.

 

La ricorrenza cade quest’anno in un contesto che – da mesi e da più parti in India – vede denunciare un nuovo preoccupante aumento degli attacchi da parte dei fondamentalisti indù. Una situazione talmente grave da aver portato l’arcivescovo di Bangalore mons. Peter Machado – insieme al National Solidarity Forum e alla Evangelical Fellowship of India – a presentare qualche settimana fa un’istanza alla Corte Suprema di New Delhi, affinché intervenga per fermare la «propaganda dell’odio» che alimenta gli attacchi ai luoghi di culto.

 

La petizione è in discussione e proprio in questi giorni ha visto il ministero degli Interni replicare con un proprio memoriale in cui nega del tutto il fenomeno, sostenendo che i ricorrenti «fanno ricorso a falsità e a documenti autocelebrativi» insieme a notizie di stampa che riportano in modo errato tali incidenti.

 

«L’appello – replica il governo Modi – denuncia attacchi ai cristiani basati su mere congetture. Sembra che ci sia un’agenda nascosta e obliqua nel presentare disordini in tutto il Paese, forse per ottenere assistenza dall’esterno e intromettersi negli affari interni della nazione».

 

La Corte Suprema ha rinviato la questione a una nuova udienza, in programma il 25 agosto. Ma il negazionismo del ministero degli Interni ha suscitato reazioni sdegnate tra i cristiani indiani.

 

«Questa risposta del governo centrale è a dir poco sconcertante – commenta ad AsiaNews il verbita padre Babu Joseph, già portavoce della Conferenza episcopale indiana (CBCI) – Uno sguardo anche solo superficiale non lascia alcun dubbio sull’ondata di attacchi ai cristiani e alle loro istituzioni in corso in tutto il Paese. E affermare che quanto riportato dai giornali e da altre fonti non è vero equivale a negare l’ovvio. Può darsi che alla base di alcuni singoli casi selezionati di atrocità ci possano essere ragioni diverse da quelle religiose, ma trattarli tutti come falsi significa chiudere gli occhi. Speriamo che la magistratura, nonostante le smentite ufficiali, vada alla radice di questi attacchi e rechi sollievo a quanti vedono i propri diritti costituzionali minacciati».

 

In questo contesto assume un significato ancora più importante la testimonianza che pubblichiamo qui sotto di suorMeena Barwa, la religiosa dell’Orissa personalmente vittima di uno stupro e delle violenze di 14 anni fa nel distretto di Kandhamal. Da allora instancabilmente racconta come sia stato possibile sopravvivere a quell’orrore, offrendo un perdono inseparabile dalla battaglia per la giustizia, affinché altri non si trovino a vivere ancora quanto lei ha patito.

 

 

Ho prestato servizio nel distretto di Kandhamal per due anni, condividendo la vita con la popolazione locale, aiutandola nella crescita, nello sviluppo e nell’autosufficienza.

 

A partire dal 23 agosto 2008, per quattro giorni, ho visto persone, tra cui bambini e donne, scappare nella foresta. Ho visto case cristiane nei villaggi date alle fiamme. C’ero anch’io tra coloro che hanno sofferto durante gli attacchi di violenza anticristiana senza precedenti del 2008 nel distretto di Kandhamal, in Orissa, che sono durati per mesi. Più di 100 persone sono state uccise, mentre migliaia hanno abbandonato le loro terre e le loro case per proteggere le loro vite.

 

Sono stata violata e fatta sfilare seminuda per strada da forze ostili ai cristiani. È stato un miracolo che io sia sopravvissuta a questa prova. Sono scampata alla morte e sono riuscita a sporgere una denuncia, il primo passo per aprire un’inchiesta alla polizia.

 

Le conseguenze della violenza sono state più terribili e difficili da affrontare.

 

Non ho parole per spiegare il trauma, il dolore fisico e i disturbi mentali che ho subito. Ho dovuto spostarmi da un posto all’altro per la mia sicurezza. Ho dovuto vivere sotto mentite spoglie, spostandomi da un luogo all’altro, nascondendo la mia identità. Ho perso il sonno, gli incubi mi perseguitavano ogni notte, la brutale violenza mi perseguitava di notte, ho cercato rifugio in 15 luoghi diversi in quell’anno. Sono stata costretta a rivivere il trauma durante il processo in tribunale, ho dovuto subire ripetutamente umiliazioni, intimidazioni, calunnie e torture mentali.

 

Negli ultimi 14 anni sono cambiate molte cose: ora sono laureata in legge e sono membro del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati dell’Orissa.

 

I miei superiori, la mia comunità, i miei genitori e la mia famiglia mi hanno aiutato a lasciarmi alle spalle il dolore e le ferite e ad accettare la vita, dono di Dio, con gratitudine. Li annovero tra le numerose benedizioni ricevute da Dio. Sono stati angeli mandati ad aiutarmi affinché non mi crogiolassi nella miseria, ma risorgessi dal mio trauma e portassi speranza a molti. Vivo con gratitudine verso Dio che mi ha permesso di vedere la morte ma di vivere di nuovo. Dio mi ha dato un senso, mi ha riempito di ottimismo e di un atteggiamento positivo. Sono diventata grata.

 

Ho sperimentato la protezione di Dio in tutti questi 14 anni. Mi ha aiutato ad abbandonare completamente la mia vita nelle sue mani. Dio è totalmente buono. Sì, è la mia forza (Isaia 12:2). Ho vissuto 14 anni di fedeltà e amore di Dio.

 

Per molti a Kandhamal questi 14 anni continuano a essere segnati da ingiustizia, dolore e rottura.

 

Tuttavia, come cristiana ancora una volta parlo di perdono a coloro che ci hanno inflitto dolore. Guardiamo a Gesù, il nostro Maestro eterno, che dalla croce ci ha mostrato la via del perdono. Perdoniamo e siamo diventati liberi da ferite, paure, vergogna, umiliazioni, rabbia, insicurezza, frustrazione. Non rimuginiamo più sul male. Lottiamo per la giustizia perché vogliamo fermare tutti gli episodi di violenza nella nostra società e promuovere la giustizia.

 

Ci rallegriamo di aver compreso meglio il significato della vita, di avere coraggio, di vivere con dignità, di vivere questa vita con amore e rispetto, di aver capito che siamo figli di Dio e uguali davanti a Lui, di vivere la vita con compassione e misericordia.

 

In occasione della Giornata di Kandhamal rendo omaggio a quanti hanno sacrificato la loro vita durante la violenza.

 

La mi vicinanza va a quanti stanno ancora lottando a causa della violenza; sì, sono con loro e per loro. Lo dico con convinzione oggi: la mia esperienza è che l’amore di Gesù è più grande dell’odio che ho sperimentato. La pace di Gesù è più grande dell’ansia e della paura.

 

L’armonia che sperimento in Gesù è più grande della mia amarezza. Gesù è la mia speranza nella disperazione. Il conforto di Gesù è più grande dei miei dolori. Gesù rispetta la mia vergogna, Gesù onora la mia umiliazione.

 

La sua guarigione è più grande delle mie ferite e dei miei traumi. La sua giustizia è più grande di ogni ingiustizia che devo affrontare.

 

 

 

 

 

(Ha collaborato Nirmala Carvalho)

 

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

Immagine da YouTube; modificata

 

 

 

 

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Persecuzioni

Islamabad, la tragedia dei rifugiati cristiani afghani

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La ripresa del conflitto tra Pakistan e talebani indebolisce ulteriormente la situazione delle famiglie registrate come rifugiati presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che spesso vivono nell’anonimato per motivi di sicurezza, temendo di essere rimandate a Kabul da un governo che le perseguita.

 

Per i convertiti e le altre minoranze religiose, l’ascesa al potere dei talebani rappresentò un pericolo immediato, poiché l’abbandono dell’Islam è considerato un grave crimine secondo la legge della sharia. Molti fuggirono impreparati, abbandonando le proprie case, i propri averi e, in alcuni casi, i familiari impossibilitati a mettersi in salvo.

 

La loro registrazione presso l’UNHCR in Pakistan ha portato solo un sollievo parziale. Molti rifugiati vivono in una condizione di limbo prolungato, dipendenti da aiuti limitati e dalla buona volontà delle comunità locali. Questa situazione è resa ancora più precaria dalla recente recrudescenza del conflitto al confine tra Pakistan e Afghanistan.

 

A differenza di altre popolazioni di rifugiati, le famiglie cristiane spesso restano nascoste per motivi di sicurezza. La visibilità pubblica potrebbe esporle a minacce, stigmatizzazione o attenzioni indesiderate, sia da parte di soggetti ostili sia a causa del precario contesto giuridico che circonda i migranti senza documenti o con documenti incompleti.

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Molti rimangono traumatizzati dopo aver ricevuto minacce o aver affrontato viaggi pericolosi. I genitori vivono nella costante preoccupazione per la sicurezza e il futuro dei propri figli, soprattutto quando l’accesso all’istruzione è incerto. Le famiglie spesso condividono alloggi angusti per ridurre le spese e gli adulti faticano a trovare un lavoro regolare. La pressione economica può spingerli verso l’indebitamento, la tossicodipendenza o condizioni di lavoro abusive.

 

La paura di persecuzioni è aggravata dall’ansia legata all’incertezza del loro status giuridico in Pakistan. Le recenti campagne per espellere i migranti senza documenti hanno suscitato diffusa preoccupazione tra i rifugiati afghani, compresi quelli registrati presso l’UNHCR. Molti vivono nel costante timore di essere arrestati, detenuti o rimpatriati con la forza.

 

Per i cristiani afghani, l’espulsione avrebbe conseguenze esistenziali: il loro ritorno in Afghanistan li esporrebbe a gravi persecuzioni, alla prigione o a un destino peggiore, a causa della loro fede. Le famiglie riferiscono di limitare i propri spostamenti, di tenere i figli a casa e di evitare ospedali, scuole e uffici pubblici per ridurre il rischio di essere identificate.

 

Donne e ragazze affrontano ulteriori vulnerabilità. In alcuni casi, vedove o donne separate dai parenti maschi devono cavarsela da sole in ambienti urbani sconosciuti, prendendosi cura dei propri figli. L’assenza di una rete familiare allargata, pilastro del sostegno sociale nella società afghana, aggrava il loro senso di spaesamento.

 

Gli operatori umanitari segnalano sintomi di ansia cronica, insonnia e depressione tra i rifugiati perseguitati e che affrontano un futuro incerto. L’impossibilità di fare progetti, anche solo per i mesi a venire, crea un senso di incertezza. In questi momenti difficili, le comunità religiose diventano spesso una rete informale di supporto.

 

Storicamente, le istituzioni religiose in Pakistan hanno svolto un ruolo discreto ma importante nell’assistenza ai migranti vulnerabili, fornendo loro cibo, consigli e sostegno spirituale laddove le strutture ufficiali non riescono a intervenire.

 

Il Pakistan ospita milioni di afghani da oltre quarant’anni. Gli osservatori sottolineano che i gruppi più piccoli, in particolare le minoranze religiose, necessitano di un sostegno mirato e di procedure di reinsediamento accelerate, poiché il ritorno in Afghanistan – che Islamabad continua a promuovere – non è né un’opzione sicura né praticabile.

 

Per questi cristiani, la sicurezza non è semplicemente l’assenza di violenza. È riconoscimento, protezione legale e la possibilità di un futuro che vada oltre la mera sopravvivenza. Per ora, queste famiglie continuano ad aspettare, sperando che il mondo le veda prima che la loro resilienza ceda il passo alla disperazione.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Persecuzioni

Cardinale concede segretamente al governo socialista spagnuolo il potere di riprogettare una basilica madrilena

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Il cardinale madrileno José Cobo Cano avrebbe firmato un accordo segreto che permette al governo spagnolo di trasformare parti della basilica della Valle de los Caídos di Madrid per finalità politiche e ideologiche. Lo riporta il quotidiano spagnolo El Débate.   Secondo la testata, il 4 e 5 marzo 2025 il cardinale José Cobo Cano avrebbe sottoscritto un accordo riservato con il ministro Félix Bolaños sul futuro della Valle de los Caídos a Madrid, senza coinvolgere la comunità benedettina responsabile della basilica, la Conferenza Episcopale Spagnola né la Santa Sede.   «All’interno della Basilica, solo l’area occupata dall’altare e dai banchi adiacenti sarà conservata come spazio di culto», si legge nell’accordo recentemente rinvenuto. «Il resto degli spazi interni della basilica (il vestibolo, l’atrio, la navata non occupata e la cupola) non sono destinati al culto e possono essere oggetto di interventi artistici e museografici a scopo di reinterpretazione», inclusa la Cappella del Santissimo Sacramento.

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L’accordo sarebbe stato siglato un mese e mezzo prima che il governo spagnolo annunciasse il bando per la presentazione di idee per la «reinterpretazione» della basilica, smentendo così le dichiarazioni del cardinale, il quale aveva assicurato che il suo ruolo si sarebbe limitato a «accompagnare» il processo. I documenti sono stati resi pubblici il 20 gennaio 2026 da El Débate e sono diventati centrali nelle controversie legali legate al concorso di architettura indetto dal governo per la «riprogettazione» del sito.   La Valle de los Caídos è un vasto complesso monumentale eretto durante il regime di Francisco Franco, situato poco fuori Madrid. Concepito come memoriale della «pacificazione» successiva alla guerra civile spagnola, è da tempo considerato un simbolo del franchismo. Il complesso comprende una basilica scavata nella roccia e affidata ai benedettini, una croce monumentale e un cimitero che accoglie i resti dei soldati caduti di entrambi gli schieramenti del conflitto.   La basilica della Valle è basilica minore di diritto pontificio, come stabilito da Papa Giovanni XXIII nella Lettera Apostolica Salutiferae Crucis del 7 aprile 1960. In tale documento, il papa afferma che «ogni atto contrario sarà considerato nullo e invalido, qualora qualcuno, con qualsiasi autorità, consapevolmente o inconsapevolmente, tenti di agire in modo contrario a quanto stabilito».   La controversia sulla riprogettazione della Valle de los Caídos nasce dal tentativo del governo goscista spagnuolo di trasformare il sito in un centro museale, in linea con la «Legge sulla Memoria Democratica», riducendone di fatto il carattere sacro. Il progetto ha generato un ampio dibattito in Spagna, poiché rappresenta un’ingerenza statale in una basilica pontificia. La disputa ruota attorno alla difesa dell’inviolabilità della Chiesa, della libertà religiosa e del rispetto degli accordi con la Santa Sede – principi ritenuti minacciati dalle interferenze politiche e ideologiche all’interno dell’edificio sacro.   Le lettere di accordo sono emerse nel corso del procedimento di appello avviato dai benedettini contro il governo socialista di Pedro Sánchez. Il governo ha presentato i documenti come prova a sostegno della tesi che la Chiesa appoggiasse il piano di riassegnazione della funzione della basilica.   Tuttavia, la pubblicazione delle lettere pone sia il governo che l’arcidiocesi di Madrid in una posizione più scomoda: l’arcivescovo di Madrid non ha giurisdizione sulla chiesa della Valle, che, in quanto basilica minore, dipende direttamente dal Papa in virtù del suo status di diritto pontificio. Firmando l’accordo, Cobo Cano avrebbe fornito al governo spagnolo una copertura legale inesistente, creando l’apparenza di un’autorizzazione che non aveva il potere di concedere.   L’accordo è considerato problematico sia sul piano delle intese tra Chiesa e Stato spagnolo, sia dal punto di vista del diritto canonico. Dal primo aspetto, il documento viola il quadro giuridico stabilito dagli Accordi del 1979, che garantiscono l’autonomia della Chiesa nella gestione dei luoghi di culto e limitano l’ingerenza dello Stato nelle questioni ecclesiali. Dal secondo aspetto, l’accordo sarebbe anche canonicamente invalido, non solo perché la basilica è soggetta al diritto pontificio, ma anche perché una chiesa destinata al culto non può essere «frammentata» in aree sacre e profane all’interno dello stesso edificio (cfr. can. 1210 e 1214). Qualsiasi eventuale riduzione all’uso profano si applica all’intero edificio, non alle singole sezioni (can. 1222).   Nell’assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola del novembre 2025, i vescovi hanno dichiarato di non essere a conoscenza del contenuto dell’accordo e hanno invitato i giornalisti a rivolgersi direttamente al cardinale Cobo Cano. «Non abbiamo partecipato, nemmeno come spettatori silenziosi, e per qualsiasi informazione vogliate avere su questa vicenda, rivolgetevi direttamente al Cardinale Cobo», ha dichiarato il loro segretario generale e portavoce, il vescovo ausiliare di Toledo César García Magán.   Il portale cattolico in lingua spagnola InfoVaticana ha apertamente messo in dubbio l’idoneità del cardinale Cobo Cano a guidare l’arcidiocesi di Madrid, alla luce del suo ruolo nella gestione della Valle dei Caduti e del modo in cui ha esercitato l’autorità ecclesiastica negli ultimi anni.

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Il cardinale Cobo Cano è noto come un leader ecclesiastico progressista e modernista, una figura fedele all’era di Francesco, e descritto da diversi analisti come persino più «progressista» del defunto papa, scrive LifeSite. È conosciuto non solo per aver mostrato «obbedienza e sostegno» alla dichiarazione Fiducia Supplicans e per aver rimproverato i sacerdoti della sua diocesi che si opponevano al documento, ma anche per il suo forte impegno a favore della «trasformazione sinodale» della Chiesa spagnola.   Come i cardinali Matteo Zuppi e Jean-Marc Aveline, Cobo Cano è vicino alla Comunità di Sant’Egidio, orientata all’ecumenismo, e, come loro, sostiene che la perdita di influenza sociale della Chiesa rappresenti un’«opportunità» e che la Chiesa non debba essere vista come un «fornitore di servizi» per i sacramenti, ma come un luogo che «offre significato».   Cobo Cano è anche tra gli autori del controverso rapporto redatto dal Gruppo di Studio 4 del Sinodo sulla Sinodalità, istituito da Papa Francesco e incentrato sulla formazione sacerdotale. Il rapporto sostiene che si dovrebbe dare maggiore peso ai laici – in particolare alle donne – non solo nella formazione, ma anche nell’ammissione dei candidati agli Ordini Sacri.

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Immagine di Fotografías Archimadrid.es via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0  
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Persecuzioni

Sacerdote cattolico ucciso da un bombardamento israeliano in Libano

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Un sacerdote cattolico è stato dichiarato morto a causa dei bombardamenti israeliani nella sua città a maggioranza cristiana di Qlayaa, in Libano, dove la stragrande maggioranza dei residenti appartiene alla comunità cattolica maronita. Lo riporta LifeSiteNews.

 

La testata The Cradle ha riferito che padre Pierre al-Rahi «è morto a causa delle ferite riportate dopo essere stato colpito da un bombardamento dell’artiglieria israeliana che ha preso di mira un quartiere residenziale della città».

 

«Dopo che Israele ha annunciato lo sfollamento forzato del villaggio, padre al-Rahi è rimasto per prendersi cura dei suoi parrocchiani», ha riferito l’agenzia di stampa. Il villaggio cristiano non era mai stato colpito dalla guerra di Israele contro Hezbollah, ma secondo la National News Agency (NNA) lunedì un’abitazione del villaggio è stata «colpita due volte di seguito da colpi di artiglieria da un carro armato nemico Merkava». Il carro armato Merkava (che in ebraico significa «carro») è il carro armato da combattimento principale israeliano utilizzato nella regione.

 

In quello che è stato definito un «double tap»(tattica militare in cui si sferrano due attacchi consecutivi nello stesso luogo per colpire chi interviene dopo il primo impatto), il primo bombardamento ha ferito il marito e la moglie, proprietari della casa, e poi, dopo che al-Rahi, altri vicini e i paramedici della Croce Rossa sono accorsi sul posto, gli israeliani hanno colpito di nuovo la casa, ferendo il sacerdote e altre tre persone.

 

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Asharq Al-Awsat, una fonte medica ha rivelato che il sacerdote maronita è morto a causa delle ferite riportate.

 

Non è rimasta alcuna indicazione sul movente dell’attacco alla casa residenziale situata alla periferia della città.

 

Venerdì, al-Rahi ha partecipato a un raduno locale tenutosi nella vicina città di Marjayoun. Durante l’evento, i partecipanti hanno espresso la loro ferma determinazione a rimanere nelle proprie case, nonostante gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano diretti a tutti i residenti che vivono a sud del fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine con Israele.

 

Si dice che durante il suo discorso all’evento, al-Rahi abbia incoraggiato i suoi concittadini libanesi dicendo: «Quando difendiamo la nostra terra, la difendiamo pacificamente e portiamo con noi solo le armi della pace, della bontà, dell’amore e della preghiera».

 

 


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In seguito agli attacchi congiunti israelo-americani contro l’Iran, iniziati il 28 febbraio con l’assassinio della Guida Suprema aitollà Ali Khamenei e il bombardamento di una scuola elementare iraniana in cui sono morte oltre 150 ragazze, il gruppo militante Hezbollah in Libano ha reagito lanciando missili contro Israele.

 

Secondo Drop Site News, la rappresaglia del 2 marzo ha rappresentato la prima grave violazione dell’accordo di cessate il fuoco con Israele del novembre 2024. Nello stesso periodo, la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) e altre organizzazioni avevano registrato oltre 15.000 violazioni israeliane dell’accordo, tra cui bombardamenti quasi quotidiani, operazioni con droni, incursioni terrestri e violazioni dello spazio aereo, che hanno causato la morte di oltre 340 persone.

 

Nel corso della sua risposta di escalation, rivolta principalmente ai quartieri residenziali del Libano, mercoledì scorso Israele ha colpito un hotel in un quartiere a maggioranza cristiana di Beirut, nelle immediate vicinanze dell’ospedale del Sacro Cuore e della cattedrale cristiana caldea di San Raffaele, uccidendo almeno 11 persone.

 

Oltre agli attacchi a Beirut, l’esercito israeliano ha emesso ordini di evacuazione per praticamente l’intera regione del Libano a sud del fiume Litani, che comprende circa 50 villaggi e centinaia di migliaia di persone.

 

Secondo Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACN), con l’esercito israeliano che avanzava da sud, questi ordini hanno intasato le autostrade nel Libano meridionale, mentre migliaia di persone cercavano di fuggire verso nord, bloccando le famiglie nel traffico per molte ore.

 

A Sidone, la terza città più grande del Libano, il vescovo greco-melchita Elie Haddad ha descritto l’atmosfera tesa, affermando: «I missili volano sopra le nostre teste».

 

ACN ha spiegato come le scuole pubbliche e i centri parrocchiali cristiani siano stati aperti e utilizzati come rifugi per le popolazioni sfollate in fuga dai bombardamenti israeliani.

 

A Tiro, il vescovo greco-melchita Georges Iskandar ha stimato che circa 800 famiglie cristiane della sua diocesi potrebbero presto aver bisogno di assistenza se l’escalation dovesse continuare.

 

Deplorando il costo umano della rinnovata violenza, il prelato ha affermato che «le persone sono esauste; temono per i propri figli e per il loro futuro; desiderano una vita semplice e ordinaria: che un bambino possa andare a scuola senza paura, che un anziano possa dormire tranquillo nella sua casa, che un padre e una madre possano lavorare dignitosamente per guadagnarsi il pane quotidiano».

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«Come pastore di questa Chiesa locale, la mia preoccupazione principale è quella di restare vicino a queste persone innocenti: essere presente tra loro, ascoltare la loro sofferenza, pregare con loro e ricordare loro che la loro dignità è salvaguardata agli occhi di Dio e che la speranza cristiana non si fonda su equilibri di potere, ma sulla fede nel Signore della storia, che vuole la pace per il suo popolo».

 

E più a nord, a Deir El Ahmar, il vescovo maronita Hanna Rahme ha spiegato come stanno fornendo rifugio alle famiglie musulmane e cristiane sfollate nelle scuole pubbliche e nella chiesa di Santa Nohra.

 

Con risorse molto limitate, il vescovo ha ribadito il suo impegno a non abbandonare queste persone in queste terribili circostanze. «Sono la nostra gente; ci prenderemo cura di loro con ciò che abbiamo».

 

Mentre gli attacchi israeliani si intensificano, il bilancio delle vittime della guerra in corso contro il Libano continua a crescere rapidamente. Secondo il rapporto del ministero della Salute libanese di domenica, nell’ultima settimana sono state uccise 394 persone, tra cui almeno 83 bambini.

 

Tra questi, gli ultimi attacchi nel centro di Beirut nel fine settimana, in cui l’esercito israeliano ha bombardato un hotel che ospitava diversi civili sfollati in fuga dalle incursioni israeliane nel sud. Questo e altri attentati hanno ucciso almeno 15 persone e ne hanno ferite altre 15.

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