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La Chiesa Ortodossa Ucraina dichiara l’indipendenza da Mosca?

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Persino i grandi giornali, solitamente per nulla avvezzi a trattare di questioni ecclesiastiche ortodosse, hanno presentato stamane titoli relativi a una presunta separazione della Chiesa Ortodossa Ucraina dal Patriarcato di Mosca.

 

Poco importa se questi stessi giornali fino a ieri cianciavano insistentemente di un inesistente «Patriarcato ucraino autocefalo» (e noi avevamo contestato qui questa baggianata): per i giornalisti oggi era importante rilanciare questa notizia.

 

Cosa c’è di vero? Mettiamo un po’ di ordine.

 

 

La risoluzione del Concilio della Chiesa Ucraina del 27 maggio

Nella mattinata di ieri, venerdì 27 maggio, presso la Chiesa di S. Pantaleone nel parco di Feofanija a Kiev, dopo un breve incontro del Santo Sinodo, si è riunito il Concilio locale della Chiesa Ortodossa Ucraina.

 

Il Concilio locale è una prerogativa di diritto della Chiesa Ucraina, in quanto dotata di una speciale forma di larga autonomia all’interno della Chiesa Russa, garantita dal Patriarca Alessio II di Mosca con un tomos speciale nel 1990, e include la partecipazione di tutti i vescovi canonici dell’Ucraina.

 

Alla conclusione dei lavori, in serata, segnata dalla celebrazione di un servizio commemorativo per i caduti della guerra, è stata pubblicata una risoluzione conciliare, con i seguenti punti:

 

1)

Il Concilio condanna la guerra come una violazione del comandamento di Dio Non uccidere (Es. 20, 13), ed esprime le proprie condoglianze a tutti quelli che han sofferto a causa della guerra.

 

2)

Il Concilio si appella alle autorità dell’Ucraina e alle autorità della Federazione Russa perché continuino i processi negoziali e ricerchino un forte e ragionevole accordo che possa metter fine allo spargimento di sangue.

 

3)

Il Concilio esprime il proprio disaccordo con la posizione del Patriarca Cirillo di Mosca e di tutta la Rus’ riguardo la guerra in Ucraina.

 

4)

Il Concilio ha adottato importanti emendamenti e addizioni allo Statuto dell’amministrazione della Chiesa Ortodossa Ucraina, indicando la completa autosufficienza e indipendenza della Chiesa Ortodossa Ucraina.

 

5)

Il Concilio ha approvato le risoluzioni del Concilio dei Vescovi della Chiesa Ortodossa Ucraina e le decisioni del Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Ucraina che si è riunito nel periodo intercorso dall’ultimo Concilio (8 luglio 2011).

 

Il Concilio approva le attività della Cancelleria e delle istituzioni sinodali della Chiesa Ortodossa Ucraina.

 

6)

Il Concilio ha considerato di restaurare la pratica di consacrare il Crisma nella Chiesa Ortodossa Ucraina.

 

7)

Per il periodo della legge marziale, quando i rapporti tra le eparchie e il centro di governo della Chiesa sono complicati o assenti, il Concilio ritiene opportuno conferire ai vescovi diocesani il potere di prendere decisioni autonome su diverse questioni della vita diocesana, che rientrano nella competenza del Santo Sinodo o del primate della Chiesa ortodossa ucraina, informandone il clero, se possibile.

 

8)

Di recente, la Chiesa ortodossa ucraina ha dovuto affrontare una nuova sfida pastorale. Durante i tre mesi di guerra, oltre 6 milioni di cittadini ucraini sono stati costretti a lasciare il Paese. Si tratta principalmente di ucraini delle regioni meridionali, orientali e centrali dell’Ucraina. Sono in gran numero fedeli della Chiesa ortodossa ucraina.

 

Pertanto, la metropolia di Kiev della Chiesa ortodossa ucraina sta ricevendo da vari Paesi richieste di aprire parrocchie ortodosse ucraine. Ovviamente molti dei nostri compatrioti torneranno in patria, ma molti rimarranno in residenza permanente all’estero.

 

A questo proposito, il Concilio esprime la sua profonda convinzione che la Chiesa ortodossa ucraina non può lasciare i suoi fedeli senza cure spirituali, e che deve stare al loro fianco nelle loro prove e fondare comunità ecclesiali nella diaspora.

 

9)

Consapevole della sua speciale responsabilità dinanzi a Dio, il Concilio si rammarica profondamente per la mancanza d’unità nell’Ortodossia ucraina. L’esistenza dello scisma è vista dal Concilio come una ferita profonda e dolorosa nel corpo della Chiesa.

 

È particolarmente deplorevole che le recenti azioni del patriarca di Costantinopoli in Ucraina, che hanno portato alla formazione della «Chiesa ortodossa dell’Ucraina», abbiano solo approfondito l’equivoco e portato allo scontro fisico. Ma anche in tali circostanze di crisi, il Concilio non perde la speranza di riprendere il dialogo.

 

Affinché il dialogo abbia luogo, i rappresentanti della «Chiesa ortodossa dell’Ucraina» devono:


a) Fermare il sequestro di chiese e il trasferimento forzato delle parrocchie della Chiesa ortodossa ucraina.


b) Rendersi conto che il loro status canonico, come sancito dallo «Statuto della Chiesa ortodossa in Ucraina», è in realtà non autocefalo e di gran lunga inferiore alle libertà e alle opportunità per le attività ecclesiastiche previste dallo Statuto di governo della Chiesa ortodossa ucraina.


c) Risolvere la questione della canonicità della gerarchia della «Chiesa ortodossa dell’Ucraina», perché per la Chiesa ortodossa ucraina, così come per la maggior parte delle Chiese ortodosse locali, è abbastanza chiaro che per il riconoscimento della canonicità della gerarchia della «Chiesa ortodossa dell’Ucraina» è necessario ripristinare la successione apostolica dei suoi vescovi.


Il Concilio esprime la sua profonda convinzione che la chiave del successo del dialogo deve essere non solo il desiderio di restaurare l’unità ecclesiale, ma anche una sincera aspirazione a costruire la propria vita sulla base della coscienza cristiana e della purezza morale.

 

10)

Riassumendo il lavoro svolto, il Concilio offre una preghiera di ringraziamento al Signore misericordioso per la possibilità della comunione fraterna ed esprime l’auspicio per la fine della guerra e la riconciliazione delle parti belligeranti. Nelle parole del santo apostolo ed evangelista Giovanni Teologo, «grazia, misericordia e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nella carità» (2 Giovanni 1, 3) siano con tutti noi, specialmente con i fratelli e le sorelle in Cristo risorto.

 

 

Interpretazione, commenti e conseguenze delle decisioni conciliari

Se i punti 1-3, che esprimono in modo chiaro la posizione della Chiesa Ucraina sulle questioni belliche, hanno un valore del tutto relativo a livello ecclesiologico, ben più rilevanti appaiono altri punti del documento conciliare.

 

Anzitutto il punto 4, da leggere in associazione al punto 6, che ha fatto scatenare i giornalisti nostrani: il documento parla di emendamenti allo Statuto che ne rafforzano l’indipendenza, ma non menziona quali siano questi emendamenti.

 

Inoltre, il documento conciliare non usa esplicitamente la parola «autocefalia». L’Arciprete Nikolaj Danilevich, rappresentante della Chiesa Ucraina per le relazioni esterne, ha commentato a riguardo con queste parole:

 

«L’UOC si è disassociata dal Patriarcato di Mosca e ha confermato il suo stato d’indipendenza, e ha operato adeguati cambiamenti al proprio statuto. Ogni riferimento alla connessione dell’UOC con la Chiesa Ortodossa Russa sono stati rimossi dagli statuti. Di fatto, gli statuti dell’UOC sono ora quelli di una Chiesa autocefala».

 

Non sappiamo se le parole di padre Danilevich debbano essere prese alla lettera; infatti, il Santo Sinodo della Chiesa Ucraina, riunitosi qualche settimana fa, rispondendo alle richieste provenienti da alcuni vescovi che chiedevano a gran voce l’autocefalia, aveva insistito che le decisioni del futuro Concilio non avrebbero dovuto travalicare il campo canonico, né introdurre ulteriore divisione nella Chiesa di Cristo.

 

In effetti, benché la Chiesa Ucraina abbia uno stato di ampia autonomia, non può ovviamente proclamare se stessa autocefala, ma deve ricevere un riconoscimento da parte del Patriarcato di Mosca che ne detiene la giurisdizione canonica.

 

Ad esempio, per dare un’idea di come si dovrebbero svolgere le procedure canoniche, durante la riunione di ieri del Santo Sinodo della Chiesa Russail metropolita Innocenzo di Vilnius ha portato all’attenzione del Sinodo la richiesta di indipendenza della Chiesa Lituana: i vescovi riuniti hanno preso nota della richiesta e istituito una commissione, presieduta dal Patriarca Cirillo, che valuterà la fondatezza delle richieste lituane e prenderà le adeguate decisioni. La Chiesa Ucraina non ha fatto nulla di tutto ciò.

 

Inoltre, la questione della consacrazione del Crisma non è necessariamente un’indicazione di autocefalia, benché negli ultimi 100 anni nella mentalità russa la possibilità di consacrare il Crisma sia stata intesa come il segno maggiore dell’autocefalia di una Chiesa.

 

Le Chiese di tradizione ellenica, ad esempio, benché autocefale o addirittura Patriarcati antichi, non consacrano il loro Crisma ma lo ricevono da Costantinopoli; nella Chiesa Russa, fino alla Rivoluzione, il Crisma veniva consacrato in quattro o cinque luoghi diversi in tutto il territorio imperiale, inclusa anche Kiev, ove fu consacrato per l’ultima volta nel 1913.

 

Vladimir Legoida, capo del servizio stampa della Chiesa Ortodossa Russa, ha dichiarato che Mosca non rilascerà alcun commento finché non saranno presentati dei documenti ufficiali che illustrano quali siano gli emendamenti adottati dalla Chiesa Ucraina.

 

Intanto, il metropolita Ilarion, capo del dipartimento delle relazioni estere della Chiesa Russa, ha rilasciato un breve video in cui spiega che, a quanto gli risulta, la Chiesa Ucraina ha soltanto reso più esplicite le indicazioni dello stato di autonomia (e non autocefalia) che già possiede dal 1990.

 

Ad ogni modo, alla Liturgia di questa mattina al Monastero delle Grotte di Kiev, sede del metropolita Onofrio di Kiev e di tutta l’Ucraina, è stato regolarmente commemorato il Patriarca Cirillo (nel video sotto, al minuto 1:08:20).

 

 

La situazione resta ingarbugliata, e non manca chi ha pensato di leggere in questa decisione conciliare una mossa astuta dettata da Mosca stessa, in un periodo in cui le autorità civili nazionaliste spingono per una campagna contro la Chiesa Ortodossa Ucraina e – addirittura – in alcuni luoghi essa è stata bandita come organizzazione antinazionale; agitare uno spettro di autonomia da Mosca, sebbene indefinito, potrebbe essere un modo di garantire una relativa tranquillità alla Chiesa Ucraina nel periodo bellico, per poi ripristinare lo stato canonico al termine dell’operazione militare speciale.

 

Infine, merita assolutamente una nota il punto 9, in cui la pseudo-Chiesa nazionalista guidata da Epifanio Dumenko e riconosciuta da Costantinopoli è identificata nella sua non-canonicità, segnalandone peraltro la condizione di inaccettabile subordinazione a Costantinopoli (b) e la mancanza di valida successione apostolica (c).

 

Un colpo netto a Bartolomeo e ai suoi amici d’oltreatlantico. 

 

 

Nicolò Ghigi

 

 

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Mons. Viganò: contro la FSSPX Prevost rivela la frode sinodale

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X le recenti minacce di Leone XIV alla Fraternità San Pio X (FSSPX), che consacrerà il prossimo 1° luglio 4 nuovi vescovi, rischiando una scomunica da Roma che è stata di fatto già annunciata dai vertici vaticani.

 

«Prevost svela (involontariamente?) la frode sinodale» scrive monsignore. «Il vero motivo della minacciata scomunica alla FSSPX non è la Consacrazione di nuovi Vescovi senza il mandato pontificio, ma il rifiuto del Concilio Vaticano II (come nel mio caso). Prevost sposta il focus della questione, confermando di utilizzare strumentalmente le sanzioni canoniche. Le consacrazioni episcopali sono solo il pretesto».

 

«Da quale entità si viene “scomunicati”, quando la “scomunica” è comminata dal capo di una “chiesa post-conciliare ” che cerca solo di legittimare se stessa canonizzando i propri papi e dogmatizzando i propri errori? una “chiesa” che si qualifica proprio per non essere “preconciliare”, ossia Cattolica, Apostolica, Romana?»

 

«È come se Ario pretendesse di scomunicare Sant’Atanasio…» scrive Sua Eccellenza.

 

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«Queste esternazioni ai giornalisti a Castel Gandolfo confermano che essere scomunicati dalla chiesa conciliare e sinodale è una patente di ortodossia cattolica» ragiona l’arcivescovo.

 

«Se Prevost fosse il capo della chiesa d’Inghilterra, o di una setta calvinista, o di un movimento pentecostale o di un culto amazzonico, parlerebbe diversamente? No».

 

«L’unica voce che non può fare propria è quella della Chiesa “preconciliare”, cioè l’unica vera Chiesa Cattolica Apostolica Romana, alla quale non ritiene di appartenere. E allo stesso tempo Prevost afferma che chi si dichiara Cattolico e rifiuta il Vaticano II è in scisma con lui. Più chiaro di così…»

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L’arcivescovo Lefebvre a Mont Saint-Michel

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Attraverso questo ricordo inedito dei primi anni Ottanta, l’arcivescovo Lefebvre emerge in tutta la sua semplicità e umanità. Questa testimonianza rivela un vescovo paterno, pieno di gentilezza, fede e umorismo, così come lo conoscevano coloro che hanno avuto il privilegio di lavorare con lui quotidianamente.   Fine primavera del 1981 o del 1982, non ricordo la data esatta. Mi trovavo al priorato di Sainte-Anne per un breve soggiorno. Il vescovo era atteso al priorato, dove si sarebbe fermato per alcuni giorni; doveva amministrare le cresime a Lanvallay, Rennes e Brest. Tutto doveva essere impeccabile: i giardini, la casa, la sacrestia e le due cappelle di quel periodo. Lavoravamo sodo, ma l’atmosfera era serena.   Il vescovo arrivò in prima serata con il suo autista, il signor Pedroni. Iniziò quindi il tour delle cresime e delle visite ai sacerdoti amici della Fraternità (alcuni in Bretagna avevano ancora un ministero «ufficiale»: padre Bouchet, ad esempio, a Dinan, che celebrava la Messa nella cappella del vecchio ospedale). Io alloggiai al priorato; servii la Messa per i sacerdoti e partecipai alla Messa del Vescovo. Consumavamo i pasti nella sala da pranzo del priorato con il Vescovo: l’atmosfera era rilassata.

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La penultima mattina del soggiorno di Sua Grazia doveva essere una giornata tranquilla prima del suo ritorno in Svizzera il mattino seguente. Il signor Pedroni aveva espresso il desiderio di riposare. Dopo la messa solenne di Sua Grazia, ci riunimmo nella sala da pranzo per la colazione, alla presenza del Priore di allora e di Padre Fernandez.   Il vescovo espresse il desiderio di fare un breve pellegrinaggio a Mont-Saint-Michel. Il signor Pedroni declinò, ma offrì prontamente l’auto a chiunque volesse guidarla. Il priore doveva recarsi a Saint-Brieuc per il catechismo e la messa, e padre Fernandez doveva rimanere al priorato per gli incontri con i parrocchiani e per ascoltare le confessioni.   Non mi aspettavo affatto quello che stava per accadere. Il vescovo si voltò verso di me e, con la sua voce gentile e il suo sorriso paterno:   — Mi ci porti?   Balbetto un sì e, cinque minuti dopo, eccomi qui davanti all’imponente auto dell’«autista» di Sua Eccellenza, che mi spiega brevemente alcune precauzioni da prendere e il comportamento che devo adottare, poi mi consegna le chiavi.   Monsignor Lefebvre arriva, breviario in mano, coperta sottobraccio, e si accomoda sul sedile posteriore del veicolo.   Il viaggio è piacevole e il vescovo suggerisce di recitare il rosario. Proseguiamo, alternando momenti di silenzio a una breve sosta presso la cattedrale di Dol-de-Bretagne.   All’epoca, il parcheggio di Mont-Saint-Michel era molto vicino all’ingresso. Monsignore non ha ancora ottant’anni e mi assicura di essere in grado di salire fino alla chiesa abbaziale. Facciamo una breve sosta nella chiesa parrocchiale e poi proseguiamo la salita.   E la vera avventura ha inizio!   Vicino alla biglietteria, intento a chiacchierare con l’impiegato, se ne stava un bell’uomo, vestito in modo insolito: pantaloni di velluto a coste neri e una specie di camice blu con un ampio cappuccio, una croce di legno al collo. Si voltò e salutò gentilmente l’arcivescovo Lefebvre, presentandosi come padre Bruno de Senneville, priore dell’abbazia. Ci guidò quindi in un’affascinante visita della chiesa abbaziale, del chiostro e di diverse aree normalmente chiuse al pubblico.   Al termine della visita, entriamo in un piccolo oratorio e il priore offre un momento di preghiera; al momento del Padre Nostro si crea una leggera cacofonia.   Ci salutiamo e ci dirigiamo verso il parcheggio. Il vescovo sorride ed è molto rilassato. Si ferma un attimo, si gira verso di me e dice:   — Andiamo a pranzare da Mère Poulard?   — Sua Eccellenza, ciò non sarà possibile; è necessaria la prenotazione ed è molto costoso.   — Andiamo a vedere.

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Ed eccoci qui, in questa locanda leggendaria. Il capo cameriere ci fa accomodare e gustiamo la frittata. La tonaca vescovile non passa inosservata. Non so se gli altri ospiti notino la croce pettorale e l’anello.   Sua Eccellenza chiese il conto e, mentre lo apriva, emise una piccola esclamazione di sorpresa e mi disse:   – Aspetto.   Ho letto: «siamo lieti di offrire questo pranzo a Sua Eccellenza l’arcivescovo Lefebvre. La Direzione».   Proprio in quel momento, arrivarono il direttore e sua moglie e consegnarono all’ospite il libro degli ospiti. Sua Eccellenza scrisse qualche parola, li ringraziò, poi ci congedammo e tornammo alla macchina.   Tra Mont-Saint-Michel e Pontorson, lancio un’occhiata a monsignore nello specchietto retrovisore e percepisco un luccichio malizioso nei suoi occhi. Scoprirò presto il perché:   — Tua madre non abita molto lontano dal priorato?   — Sì, Vostra Grazia, a L…   — Bene, andiamo a salutarla.   Monsignore sa che la mamma è rimasta vedova di recente e gli avevo confidato che la morte di papà, a cinquantasei anni, era stata una dura prova per la famiglia, e in particolare per la mamma.   All’epoca non esistevano i telefoni cellulari, il che rendeva difficile avvertire gli altri.   L’auto si fermò davanti alla casa di famiglia. La mamma era dietro al suo tosaerba, su un leggero pendio, e fu completamente sorpresa quando vide l’arcivescovo Lefebvre che le si avvicinava. Il motore del tosaerba si spense e la mamma tentò una genuflessione alquanto azzardata sul pendio. Intuendo il pericolo, l’arcivescovo la fermò e entrammo in casa per una mezz’ora di conversazione davanti a una tazza di tè.   In poche semplici parole, il Vescovo parla della virtù della speranza.   Dobbiamo tornare al priorato.   Prima di riprendere il rosario, Sua Signoria mi disse con quella voce dolce, maliziosa e leggermente sorridente che era il suo segreto:   — Tua madre è molto più gentile di te.   Anche su quello aveva assolutamente ragione!   Michel G.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di Lynx1211 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Il cardinale Ruini muore. La devastazione neodemocristiana resta

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È morto il cardinale Camillo Ruini, il grande architetto dell’evanescente presenza cattolica in politica dopo Tangentopoli. Parce sepulto: noi però non faremo il coccodrillo. Perché la catastrofe provocata dai suoi disegni è qui dinanzi a noi, e colpisce che siano così pochi a vederla.

 

Ruini era piena espressione del potere wojtylano: è il papa polacco che nel 1986 lo nomina segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; mentre la politica italiana è in subbuglio a causa di una maxioperazione giudiziaria (probabilmente diretta dall’estero…) contro i maggiori partiti, in primis quella Democrazia Cristiana sponda del Vaticano almeno da Paolo VI, don Camillo viene creato cardinale: era evidente che il vertice del Sacro Palazzo aveva una missione precisa.

 

Di fatto, il cardinale sembra investito del compito di riformulare la presenza cattolica (cioè, legata alla Conferenza Episcopale Italiana) in politica dopo la morte della Balena Bianca; nasce così quella che si può chiamare la «dottrina Ruini». L’ex presidente della CEI reagì alla dissoluzione della DC immaginando di orchestrare la diaspora dei superstiti come un’operazione di infiltrazione capillare in tutti i partiti. Ex democristiani si ritrovarono così nel PPI, CCD, UDR, UDEUR, CDU, e poi in Forza Italia, in AN, Margherita, PDS, DS, PD, PDL, Scelta Civica, insomma in tutte le metamorfosi dell’italico teatrino politico.

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Dobbiamo alla dottrina Ruini la meteorica visione di figure non sempre memorabilissime della diaspora DC come Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Sergio Mattarella, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Roberto Formigoni, Bruno Tabacci, Angelino Alfano, Clemente Mastella, Romano Prodi. I «cattolici» sono ovunque, ma c’è da chiedersi, viste le scelte su aborto, omotransessualismo e provetta, se siano ancora cattolici.

 

Poco importa: il progetto politico ruiniano dà ben presto segni di fallimento: i profughi democristiani che avevano rifiutato berlusconi, anche solo in un secondo tempo, finiscono accorpati sempre più nel partito-contenitore della sinistra, con addentellati profondi nello Stato permanente, il PD. Sarebbe ingiusto dire che il PD è sempre stato a trazione dei figli del PCI: perché nel frattempo esso era divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «Partito Radicale di Massa», una formazione che, privata della sua ideologia socialista, in apparenza sembra interessarsi solo della perversione dei costumi: ecco l’omotransessualizzazione legalizzata, ecco l’immigrazionismo calergista più sfacciato, ecco l’aborto come grande sacramento della repubblica. Il partito, ricordiamo, nasce con Togliatti e finisce ora con Elly Schlein.

 

In pratica, la dottrina Ruini ha preso una parte dei politici cristiani e l’ha omotransessualizzata, calergizzata, abortificata. Ma anche a destra le cose, per la grande architettura del cardinale, si mettevano maluccio.

 

Con l’irreversibile tramonto di Berlusconi, Ruini corre ai ripari. Nel 2012 attraverso l’operazione denominata «Convegno di Todi,» la CEI suggellò un patto con i banchieri e certi potentati industriali, oltre che con il demi-monde catto-umanitario di Riccardi (poi ministro della cooperazione) e di Sant’Egidio. Ne emerse il partito di Monti – dove il più cattolico era Lorenzo Dellai che importò la pillola abortiva RU486 nel Trentino – che però alle elezioni nessuno votò. Scelta Civica è un partito di plastica biodegradabile – Sciolta Civica, dicevan i maligni: i suoi membri, alcuni più «laici» (cioè, avete capito) che cattolici, finiscono riassorbiti altrove, a partire dal PD. Bel lavoro.

 

È stato a questo punto che Ruini deve aver compreso che la reversione della sua dottrina (i cattolici annacquati in tutti i partiti) doveva essere totale: tutti i «cattolici» (parimenti annacquati, «adulti») in un solo partito. Per questa nuova realtà politica di agglutinazione neodemocristiana serviva una base di partenza: fu preparata facendo scindere il PDL e ottenendo il NCD, che già dalla sigla pareva una delle tante sigle citate sopra. Era la grande ammucchiata di centro risucchia tutto, tanto che rispuntò persino il Pierferdi Casini (torna la vecchia satira di Neri Marcorè: «vieni anche tu nel grande centro. La politica è una cosa sporca, facciamola insieme»). Insomma, sono le prove generali per il ritorno di un unico «partito dei cattolici». Il ritorno della DC, con tutta la serqua di compromessi assassini del caso.

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Anche il NCD non sopravvive al voto popolare: con la tornata 2018 gli elettori spazzano via l’ennesimo disegno neodemocristiano, al punto che, per poco, abbiamo esultato pensando che non avremmo mai più rivisto in politica figure come quella di Eugenia Roccella. E invece: nel 2022, come niente fosse, ritorna dalla porta principale con il partito della Meloni, e viene fatta subito ministro della famiglia. Perché?

 

Per anni abbiamo avuto la chiara impressione che nell’invenzione del fenomeno Roccella abbia avuto un suo ruolo il Ruini. Dopo la fase giovanile di attivista del Partito Radicale in cui scriveva manuali per l’aborto domestico (Aborto facciamolo da noi, Napoleone editore, 1975), l’unico picco di carriera degno di nota fu il referendum del 2005 sulla legge 40, per il quale scrisse vari articoli in linea col cardinale Ruini e dei vescovi italiani, che era quello di disertare il referendum, che infatti non raggiunse il quorum: vinse l’astensione. Con un certo contorto paternalismo, il cardinale si lasciò scappare «sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano».

 

Pochi anni dopo, ci ritroviamo la Roccella portavoce del Family Day con il catto-sindacalista Savino Pezzotta, per poi essere eletta per la prima volta tra le fila berlusconiane nel 2008. È facile chiedersi quali poteri potesse portare la Roccella all’interno del partito del Cavaliere, non ancora caduto in disgrazia.

 

A livello popolare seguì, negli anni 2010, un periodo in cui la massa cattolica venne addomesticata da una serqua di sigle ed eventoni che all’ingenuo potevano pure apparire come «organiche». La Manif pour Tous (versione italiana, ma che per qualche ragione mantiene la lingua francese dell’originale copincollato), le Sentinelle in Piedi (anche queste roba francese, qui però con il nome tradotto, ma non bene), la bozza di ulteriori Family Day ci parvero tutte trappole sottese dal Grande Gioco ruiniano. I vescovi, allora più che oggi, volevano addomesticare il dissenso cattolico, perché, in effetti, loro un’Ecclesia Militans non sanno né come funzioni né cosa sia.

 

Infine, eccoci agli anni 2020, e il piano Ruini sembra ancora vivo: l’inclusione della Roccella e di spezzoni del mondo del dissenso apparente cooptato dai vescovi nella compagine meloniana lo può testimoniare: lo abbiamo chiamato, in un articolo di quattro anni fa di Renovatio 21, il «network democristiano», dove l’impronta ruiniana era ancora visibilissima. E che c’è di male, dice il cattolico benpensante e sincero-democratico (democristiano), in una parola papaboys: Ruini è l’uomo di Wojtyla, GP2 santo subito!

 

Il problema è che non è chiaro a tutti quanto il papato di Giovanni Paolo II rappresenti con evidenza il cedimento spirituale e politico della chiesa del Concilio. Quando Wojtyla nel 1981 appoggiò il referendum sul cosiddetto «aborto minimale» già faceva capire l’attitudine al compromesso del suo papato (per inciso: compromessi con tutti, tranne che con monsignor Lefebvre). E non parliamo solo di bioetica: i disastri sulle coperture dei preti pedofili sono cominciati proprio col papa polacco.

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È frustrante vedere come goscisti, abortisti, omosessualisti praticanti ed attivisti abbiano fatto del cardinale un bersaglio per le loro proteste (come quando nel 2005, un collettivo studentesco irruppe ad una cerimonia privata con parlamentari di Forza Italia dove veniva premiato Ruini gridando ed esponendo striscioni: «Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»). Per la stampa di sinistra (cioè quella che allora era guidata dal miliardario giudeo De Benedetti) era il mostro catto-retrogrado, il diabolico Richelieu che impediva il progresso sociale in Italia. Il popolo della sinistra, con i suoi giornali, era sufficientemente sciocco da abboccare al giochetto, e credere che Ruini fosse un avversario.

 

Cari comunisti, feticidi ed omofili: dovete sapere che è vero il contrario, Ruini era un vostro alleato, come lo sono stati i democristiani ieri, e soprattutto i neodemocristiani, di cui monsignore fu pigmalione, oggi. Il cardinale, lungo decenni, ha difeso la legge simbolo della dissoluzione radicale del Paese, la legge assassina ed autogenocida 194/1978. È la linea che Ruini ha ribadito sempre la 194 non si tocca: lo diceva apertis verbis già nel 2008 quando chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.

 

È la posizione tenuta anche dalle new entry del Grande Gioco ruinico, come Maria Rachele Ruju, personaggio vicino alla drammatica organizzazione newsletterista Pro-vita&Famiglia, già candidata ed eletta con Fratelli d’Italia nel 2022 (avrebbe poi ceduto il seggio). La Ruju, per una bizzarra coincidenza, è, come la Roccella un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita). La ragazza aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».

 

Certo si può dire, a questo punto, che sull’aborto i politici parlano all’unisono con le gerarchie. Ecco che, a poche ore dall’ultimo voto politico, monsignor Vincenzo Paglia, capo del Pontificia Accademia per la Vita, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. In quell’occasione rispuntò fuori lo stesso cardinale Ruini, che il sincero-democraticocristiano che benpensa potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: maddeché, anche lui, sul Corriere della Sera, si mette an cantare nel coro a difesa della 194.

 

«Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» dichiara il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».

 

Vogliamo infine ricordare ai baldanzosi la realtà sulla «vittoria» di Ruini nel referendum 2005 fallito: il quesito voleva abrogare la legge 40/2004, che il cardinale voleva difendere a tutti i costi: peccato che si tratti di una legge che al momento uccide più embrioni della 194. Infatti la 40 – che ad alcuni è sembrata da subito scritta per essere smontata pezzo per pezzo dai giudici, ed infatti è stato così – consentendo la produzione di embrioni e la loro crioconservazione ha aperto quell’abisso di micromorte che ora è ben più vasto di quello degli aborti chirurgici o chimici. Il computo è, da anni, calcolabile nell’ordine sei cifre in Italia, mentre negli USA si parla di almeno 4 milioni di morti, più un milione di bambini nel limbo dell’azoto liquido.

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La neochiesa, cioè, aveva già piegato il capo davanti alla riproduzione artificiale con i suoi esseri creati in provetta. Ruini aveva semplicemente condotto l’opposizione sintetica affinché lo sdoganamento dell’umanoide avvenisse per gradi. Ora, pochi lustri dopo, abbiamo visto la Pontificia Accademia per la Vita di Paglia parlarne tranquillamente, e il papa farsi fotografare con la progenie in provetta di Elonio Musk.

 

Il compromesso, il fallimento, il cedimento costante (un paletto dopo l’altro… ): eccoci serviti. La legge che permette l’aborto va difesa, le unioni civili pure, basta che sia scritto da qualche parte che non sono matrimoni – siamo al nominalismo cattopolitico, dove i porporati si immolano per un’etichetta. Pensiamo che sapesse che l’unione civile tra omosessuali, fuor del nome, garantisce libertà maggiorate rispetto al matrimonio concordatario: ad esempio nella possibilità agghiacciante (dove è ben cisibile la manina di legislatori maschi omosessuali) di tradire il consorte.

 

Per quanto ci riguarda non si tratta solo di quisquilie politiche. Nell’inettitudine conclamata dei progetti ruiniani abbiamo veduto qualcosa di ben più oscuro del teatrino romano: un disegno, anche antico, per il disarmo spirituale degli italiani dinanzi al ritorno del sacrificio umano. Con il contorno degli esseri fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali. Non sono concetti: sono cose che stanno accadendo oggi stesso, cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.

 

Ecco, la «dottrina Ruini» non ha fallito solo politicamente. Ha prodotto una devastazione biologica i cui confini non possiamo intravedere nemmeno ora.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di Grzegorz Artur Górski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

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