Spirito
«Ubi Spiritus Domini, ibi Libertas»: resistere all’obbligo vaccinale legge iniqua
Renovatio 21 pubblica l‘omelia di Don Daniele Di Sorco, FSSPX, alla Santa Messa di domenica 5 dicembre presso il Priorato di Rimini della Fraternità San Pio X.
Cari fratelli,
Perché le folle accorrevano a vedere San Giovanni Battista?
Di certo non erano interessati al fatto che lui seguisse le ultime opinioni di moda. Perché San Giovanni Battista non era una canna sbattuta dal vento, non era qualcuno che cambiava idea secondo quello che gli è più comodo o secondo quello che le persone pensano.
E San Giovanni Battista non era neppure qualcuno vestito di vesti lussuose, perché ci dice Gesù, Ecce, qui mollibus vestibus vestiuntur, in domibus regum sunt – in quelli che si vestono di morbide vesti, di vesti lussuose, stanno nei palazzi dei re.
Qual è la ragione, cari fedeli, per la quale in certi casi non si può, o addirittura non si deve ubbidire all’autorità legittimamente costituita?
Ci potremmo chiedere perché questa folla invece appunto di rivolgersi alle persone costituite a un’autorità, ai loro sovrani ai loro capi religiosi vanno da San Giovanni Battista?
Perché?
Ebbene perché questi ebrei non avevano più fiducia nelle loro autorità. Non avevano più fiducia nell’autorità politica: lo sappiamo bene all’epoca la Palestina apparteneva ai romani, che praticavano una falsa religione e che opprimevano il popolo giudaico.
Ma non avevano neppure fiducia nella loro autorità religiosa: all’epoca i sacerdoti erano reclutati per la maggior parte nella classe dei sadducei, e i sadducei, pur dicendosi fedeli di Abramo negavano l’immortalità dell’anima, negavano la Provvidenza, negavano l’esistenza degli angeli.
Ecco perché queste folle non sapendo più a chi rivolgersi vanno da San Giovani Battista che come dice Gesù è veramente un profeta, e anzi è più che un profeta perché appunto è colui che prepara più direttamente la Sua via.
Questa autorità certamente va ubbidita, ma questa autorità al tempo stesso ha dei limiti
Eppure cari fedeli questa mancanza di fiducia nell’autorità e questo ricorrere, per così dire, ad un’autorità alternativa è qualcosa che ci pone delle domande.
È veramente legittimo fare così?
Del resto noi ricordiamo le parole di San Paolo che ci dice che colui che resiste al potere dell’autorità costituita resiste al comandamento di Dio e ancora di più lo stesso santo afferma e coloro che quindi resistono al comandamento di Dio preparano la propria dannazione.
Quindi San Paolo, come del resto anche San Pietro in un altro passo, inculca il rispetto dovuto e l’obbedienza all’autorità legittima.
Epperò, se noi leggiamo quel passo degli Atti degli apostoli in cui gli apostoli sono interrogati dal Sinedrio, i sacerdoti impongono lordi non parlare più di Nostro Signore Gesù Cristo, vediamo che essi rispondono: bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.
Quindi questa autorità certamente va ubbidita, ma questa autorità al tempo stesso ha dei limiti.
Questa autorità, sia l’autorità ecclesiastica sia anche l’autorità civile e politica, è stata stabilita da Dio non per agire arbitrariamente, secondo i gusti e gli interessi di colui che la detiene, ma è stata stabilita in vista del bene comune
Il nostro signore Gesù Cristo nel Vangelo di oggi ce lo conferma perché non distoglie le folle dall’andare da San Giovanni Battista. Non dice a queste persone tornate, chiedete ai vostri sacerdoti, ma dice: sì, Giovani Battista è un profeta e voi dovete ascoltarlo anche se non è l’autorità legittimamente costituita.
Qual è la ragione, cari fedeli, per la quale in certi casi non si può, o addirittura non si deve ubbidire all’autorità legittimamente costituita?
Ebbene, perché questa autorità, sia l’autorità ecclesiastica sia anche l’autorità civile e politica, è stata stabilita da Dio non per agire arbitrariamente, secondo i gusti e gli interessi di colui che la detiene, ma è stata stabilita in vista del bene comune.
In altre parole l’autorità proprio come lo indica il suo nome che viene dal latino augesco, «aumentare», «crescere», è fatta per il bene dei sudditi. Chi comanda lo deve fare in vista del bene di coloro che sono comandati.
Questo però vuol dire che se l’autorità prendere delle decisioni che vadano contro il bene comune, l’autorità abusa del suo, va contro la sua finalità è di conseguenza non può e non deve essere obbedita perché appunto si oppone a una verità superiore che è quella di Dio sia nella legge naturale sia nella legge rivelata.
Ora, cari fedeli, esistono due modi con cui una legge una decisione dell’autorità può essere ingiusta:
Esistono dei diritti che sono antecedenti all’autorità dello Stato dei diritti che ci sono garantiti la natura stessa e da Dio. Per esempio il diritto di sposarsi se non si hanno impedimenti. Per esempio il diritto di spostarsi liberamente. Per esempio il diritto di mantenere convenientemente la propria famiglia. Il diritto ad esercitare una professione
La prima e quando l’autorità ci comanda un peccato: era il caso, lo sapete, nell’impero romano quando ad esempio gli imperatori comandavano a tutti di sacrificare ai falsi dèi. Questo è un peccato e di conseguenza questo ordine era ingiusto ed anche quello che succede oggi per esempio quando la legge impone a un farmacista di vendere dei prodotti contraccettivi. In questo caso si parla di legge disonesta ed è chiaro che un fedele non può mai seguirla, perché seguendola commetterebbe un peccato andrebbe contro la legge di Dio.
Però cari fratelli esiste anche un secondo caso in cui la legge è ingiusta, cioè quando l’autorità comanda qualcosa che non è necessariamente un peccato, ma qualcosa che in ogni modo va contro i diritti dei sudditi.
Perché sì, cari fedeli, esistono dei diritti che sono antecedenti all’autorità dello Stato dei diritti che ci sono garantiti la natura stessa e da Dio. Per esempio il diritto di sposarsi se non si hanno impedimenti. Per esempio il diritto di spostarsi liberamente. Per esempio il diritto di mantenere convenientemente la propria famiglia. Il diritto ad esercitare una professione.
Ebbene, se lo Stato se non è per punire un delitto, si oppone a questo, emana una legge che è iniqua e vessatoria.
Certo seguire questa legge non sarebbe un peccato, però questa legge essendo iniqua, è legittimo opporsi a questa legge. Perché appunto questa legge va contro i legittimi diritti garantitici da Dio e dalla natura. L’autorità abusa emanando una tale legge.
Questa legge essendo iniqua, è legittimo opporsi a questa legge. Perché appunto questa legge va contro i legittimi diritti garantitici da Dio e dalla natura. L’autorità abusa emanando una tale legge
Queste cose che vi dico, non sono una mia invenzione e non sono neppure la posizione della Fraternità San Pio X. Le ho citate, quasi alla lettera, da un libro scritto da un ufficiale del Sant’Uffizio, monsignor De Magistris negli anni Sessanta – il Sant’Uffizio che, come voi sapete bene, è questa autorità preposta alla salvaguardia della Fede – e questa del resto è anche la comune Dottrina cattolica.
La dottrina cattolica non ci insegna un’obbedienza cieca o incondizionata all’autorità qualunque cosa essa faccia. ma riconosce nell’autorità dei limiti che sono intrinseci e conseguenti alla natura stessa dell’autorità.
Ora, cari fedeli, non sono obbligato a ricordarvi che cosa accadrà domani. Lo sapete fin troppo bene. Non voglio neppure affrontare la questione del vaccino sotto il profilo della morale individuale: di questo l’affare la Fraternità si è già occupata e si potrebbero certo dire molte cose.
Non voglio neppure affrontare il vaccino sotto il profilo della questione medica: non solo perché non sono competente, ma perché anche qui esorbiteremo i limiti di questa predica.
E non voglio neppure, da ultimo, cercare di indovinare le intenzioni nascoste di chi ci impone tutto questo, per quale motivo lo fa.
La dottrina cattolica non ci insegna un’obbedienza cieca o incondizionata all’autorità qualunque cosa essa faccia. ma riconosce nell’autorità dei limiti che sono intrinseci e conseguenti alla natura stessa dell’autorità
Con questo non voglio dire che sono argomenti non interessanti, ma voglio dire che sono argomenti complicati su cui adesso non possiamo dilungarci e su cui, entro certi limiti, sono anche legittime opinioni diverse.
Quello di cui mi voglio occupare qui è la questione politica, cioè la questione dell’autorità rispetto al bene comune. In altre parole, l’avete capito, voglio occuparmi qui dell’obbligo vaccinale, perché l’obbligo vaccinale è una legge che lo Stato ci impone.
Ora, la legge impone l’obbligo vaccinale punendo chi non lo rispetta con pene molto gravi, per esempio con la perdita del lavoro, per esempio col divieto di spostarsi, e poi la punisce con uno stigma sociale, perché le persone che la pensano diversamente su questo punto sono censurate, sono trattate come untori, sono oggetto veramente di disprezzo e di odio.
Tutte cose, lo capite bene cari fedeli, che sarebbero legittime soltanto come pene di un delitto grave e certo. È evidente se qualcuno avesse commesso un furto o un omicidio dovrebbe essere punito e queste potrebbero essere delle pene legittime.
Ora, non farsi il vaccino costituisce un delitto grave è certo? Di sicuro non costituisce un delitto grave, perché noi sappiamo ed oramai è palese che questa malattia è pericolosa per un numero infinitesimale di persone: si parla dell’1%.
In secondo luogo questo delitto non è certo perché circa l’efficacia e la sicurezza di questo vaccino sono stati sollevati dubbi più che legittimi da persone competenti, confermati dai dati statistici, e per di più dubbi che trovano riscontro nell’atteggiamento stesso del governo, perché se il governo fosse sicuro dell’efficacia e della sicurezza dei vaccini, ebbene si prenderebbe la responsabilità di imporlo come un obbligo palese e non surrettizio.
Questo provvedimento dell’obbligo vaccinale e delle pene che ne conseguono è un provvedimento sproporzionato rispetto al risultato che vuole ottenere e di conseguenza essendo sproporzionato, è una legge iniqua, è una legge e vessatoria
La conseguenza si impone. Questo provvedimento dell’obbligo vaccinale e delle pene che ne conseguono è un provvedimento sproporzionato rispetto al risultato che vuole ottenere e, ripeto, e senza volerci pronunciare sulla legittimità morale del vaccino direttamente, e di conseguenza essendo sproporzionato, è una legge iniqua, è una legge e vessatoria.
Ora, di fronte alla legge e vessatoria, noi l’abbiamo visto, di fronte all’abuso che l’autorità fa del suo potere, noi possiamo e dobbiamo resistere.
E come resistiamo? Ebbene in due modi: il primo tipo di resistenza e la resistenza che si chiama passiva, cioè molto semplicemente non ubbidire alla legge.
Noi non siamo tenuti ad obbedire questa legge se dubitiamo. Non dobbiamo crearci nessun scrupolo di coscienza, ma attenzione: spesso la disobbedienza passiva non basta, ci vuole anche una disobbedienza attiva.
È evidente non siamo nelle condizioni di fare di più ma possiamo almeno usare i canali a nostra disposizione per manifestare la nostra contrarietà a quest’obbligo, per sottolineare l’ingiustizia ed anche ricorrere alle vie legali per opporsi alle pene che il governo infligge arbitrariamente e ingiustamente a chi non si sottopone a quest’obbligo iniquo.
Noi non siamo tenuti ad obbedire questa legge se dubitiamo. Non dobbiamo crearci nessun scrupolo di coscienza, ma attenzione: spesso la disobbedienza passiva non basta, ci vuole anche una disobbedienza attiva
Voi capite bene, cari fedeli, che questo è veramente l’atteggiamento del cristiano, cioè un atteggiamento che rispetta le autorità e le obbedisce quando questa autorità si dirige nella direzione del bene comune, ma che invece sa resistere a questa autorità quando questa abusa del potere che le è stato conferito da Dio.
Qualcuno dirà, ed è già stato detto: è strano voi cattolici siete contro la libertà di coscienza, siete contro la libertà di espressione e adesso invece la sostenete sulla questione dei vaccini… Ebbene significa non capire la dottrina cattolica che certo è contro la libertà di parola quando questa libertà è usata permettere in questione delle cose certe: se uno usa la propria libertà di parola per dire che è legittimo rubare che è legittimo uccidere, è evidente che questa libertà lo Stato può e deve impedirla.
Ma quando si tratta invece di cose che sono opinabili, o quando si tratta di cose che si oppongono al giusto uso e l’autorità, allora il cristiano non soltanto può, ma deve alzare la voce con tutti i mezzi che sono a sua disposizione.
Ed è per questo che, come dice San Gerolamo nella frase che ho citato all’inizio di questa predica, ubi Spiritus Dei, ibi Libertas. Dove è lo spirito di dio, li c’è la vera libertà. Non la libertà che consiste nella possibilità di fare il male, ma la libertà che consiste nello scegliere fra beni legittimi senza essere impediti dall’abuso dell’autorità.
Nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo e così sia.
Sia lodato Gesù Cristo.
Don Daniele Di Sorco
Spirito
Mons. Viganò: contro la FSSPX Prevost rivela la frode sinodale
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X le recenti minacce di Leone XIV alla Fraternità San Pio X (FSSPX), che consacrerà il prossimo 1° luglio 4 nuovi vescovi, rischiando una scomunica da Roma che è stata di fatto già annunciata dai vertici vaticani.
«Prevost svela (involontariamente?) la frode sinodale» scrive monsignore. «Il vero motivo della minacciata scomunica alla FSSPX non è la Consacrazione di nuovi Vescovi senza il mandato pontificio, ma il rifiuto del Concilio Vaticano II (come nel mio caso). Prevost sposta il focus della questione, confermando di utilizzare strumentalmente le sanzioni canoniche. Le consacrazioni episcopali sono solo il pretesto».
«Da quale entità si viene “scomunicati”, quando la “scomunica” è comminata dal capo di una “chiesa post-conciliare ” che cerca solo di legittimare se stessa canonizzando i propri papi e dogmatizzando i propri errori? una “chiesa” che si qualifica proprio per non essere “preconciliare”, ossia Cattolica, Apostolica, Romana?»
«È come se Ario pretendesse di scomunicare Sant’Atanasio…» scrive Sua Eccellenza.
Prevost svela (involontariamente?) la frode sinodale.
Il vero motivo della minacciata scomunica alla FSSPX non è la Consacrazione di nuovi Vescovi senza il mandato pontificio, ma il rifiuto del Concilio Vaticano II (come nel mio caso). Prevost sposta il focus della questione,…
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) June 18, 2026
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«Queste esternazioni ai giornalisti a Castel Gandolfo confermano che essere scomunicati dalla chiesa conciliare e sinodale è una patente di ortodossia cattolica» ragiona l’arcivescovo.
«Se Prevost fosse il capo della chiesa d’Inghilterra, o di una setta calvinista, o di un movimento pentecostale o di un culto amazzonico, parlerebbe diversamente? No».
«L’unica voce che non può fare propria è quella della Chiesa “preconciliare”, cioè l’unica vera Chiesa Cattolica Apostolica Romana, alla quale non ritiene di appartenere. E allo stesso tempo Prevost afferma che chi si dichiara Cattolico e rifiuta il Vaticano II è in scisma con lui. Più chiaro di così…»
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L’arcivescovo Lefebvre a Mont Saint-Michel
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Pensiero
Il cardinale Ruini muore. La devastazione neodemocristiana resta
È morto il cardinale Camillo Ruini, il grande architetto dell’evanescente presenza cattolica in politica dopo Tangentopoli. Parce sepulto: noi però non faremo il coccodrillo. Perché la catastrofe provocata dai suoi disegni è qui dinanzi a noi, e colpisce che siano così pochi a vederla.
Ruini era piena espressione del potere wojtylano: è il papa polacco che nel 1986 lo nomina segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana; mentre la politica italiana è in subbuglio a causa di una maxioperazione giudiziaria (probabilmente diretta dall’estero…) contro i maggiori partiti, in primis quella Democrazia Cristiana sponda del Vaticano almeno da Paolo VI, don Camillo viene creato cardinale: era evidente che il vertice del Sacro Palazzo aveva una missione precisa.
Di fatto, il cardinale sembra investito del compito di riformulare la presenza cattolica (cioè, legata alla Conferenza Episcopale Italiana) in politica dopo la morte della Balena Bianca; nasce così quella che si può chiamare la «dottrina Ruini». L’ex presidente della CEI reagì alla dissoluzione della DC immaginando di orchestrare la diaspora dei superstiti come un’operazione di infiltrazione capillare in tutti i partiti. Ex democristiani si ritrovarono così nel PPI, CCD, UDR, UDEUR, CDU, e poi in Forza Italia, in AN, Margherita, PDS, DS, PD, PDL, Scelta Civica, insomma in tutte le metamorfosi dell’italico teatrino politico.
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Dobbiamo alla dottrina Ruini la meteorica visione di figure non sempre memorabilissime della diaspora DC come Franco Marini, Pierluigi Castagnetti, Dario Franceschini, Enrico Letta, Rosy Bindi, Sergio Mattarella, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Roberto Formigoni, Bruno Tabacci, Angelino Alfano, Clemente Mastella, Romano Prodi. I «cattolici» sono ovunque, ma c’è da chiedersi, viste le scelte su aborto, omotransessualismo e provetta, se siano ancora cattolici.
Poco importa: il progetto politico ruiniano dà ben presto segni di fallimento: i profughi democristiani che avevano rifiutato berlusconi, anche solo in un secondo tempo, finiscono accorpati sempre più nel partito-contenitore della sinistra, con addentellati profondi nello Stato permanente, il PD. Sarebbe ingiusto dire che il PD è sempre stato a trazione dei figli del PCI: perché nel frattempo esso era divenuto quello che il filosofo Augusto del Noce chiamava il «Partito Radicale di Massa», una formazione che, privata della sua ideologia socialista, in apparenza sembra interessarsi solo della perversione dei costumi: ecco l’omotransessualizzazione legalizzata, ecco l’immigrazionismo calergista più sfacciato, ecco l’aborto come grande sacramento della repubblica. Il partito, ricordiamo, nasce con Togliatti e finisce ora con Elly Schlein.
In pratica, la dottrina Ruini ha preso una parte dei politici cristiani e l’ha omotransessualizzata, calergizzata, abortificata. Ma anche a destra le cose, per la grande architettura del cardinale, si mettevano maluccio.
Con l’irreversibile tramonto di Berlusconi, Ruini corre ai ripari. Nel 2012 attraverso l’operazione denominata «Convegno di Todi,» la CEI suggellò un patto con i banchieri e certi potentati industriali, oltre che con il demi-monde catto-umanitario di Riccardi (poi ministro della cooperazione) e di Sant’Egidio. Ne emerse il partito di Monti – dove il più cattolico era Lorenzo Dellai che importò la pillola abortiva RU486 nel Trentino – che però alle elezioni nessuno votò. Scelta Civica è un partito di plastica biodegradabile – Sciolta Civica, dicevan i maligni: i suoi membri, alcuni più «laici» (cioè, avete capito) che cattolici, finiscono riassorbiti altrove, a partire dal PD. Bel lavoro.
È stato a questo punto che Ruini deve aver compreso che la reversione della sua dottrina (i cattolici annacquati in tutti i partiti) doveva essere totale: tutti i «cattolici» (parimenti annacquati, «adulti») in un solo partito. Per questa nuova realtà politica di agglutinazione neodemocristiana serviva una base di partenza: fu preparata facendo scindere il PDL e ottenendo il NCD, che già dalla sigla pareva una delle tante sigle citate sopra. Era la grande ammucchiata di centro risucchia tutto, tanto che rispuntò persino il Pierferdi Casini (torna la vecchia satira di Neri Marcorè: «vieni anche tu nel grande centro. La politica è una cosa sporca, facciamola insieme»). Insomma, sono le prove generali per il ritorno di un unico «partito dei cattolici». Il ritorno della DC, con tutta la serqua di compromessi assassini del caso.
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Anche il NCD non sopravvive al voto popolare: con la tornata 2018 gli elettori spazzano via l’ennesimo disegno neodemocristiano, al punto che, per poco, abbiamo esultato pensando che non avremmo mai più rivisto in politica figure come quella di Eugenia Roccella. E invece: nel 2022, come niente fosse, ritorna dalla porta principale con il partito della Meloni, e viene fatta subito ministro della famiglia. Perché?
Per anni abbiamo avuto la chiara impressione che nell’invenzione del fenomeno Roccella abbia avuto un suo ruolo il Ruini. Dopo la fase giovanile di attivista del Partito Radicale in cui scriveva manuali per l’aborto domestico (Aborto facciamolo da noi, Napoleone editore, 1975), l’unico picco di carriera degno di nota fu il referendum del 2005 sulla legge 40, per il quale scrisse vari articoli in linea col cardinale Ruini e dei vescovi italiani, che era quello di disertare il referendum, che infatti non raggiunse il quorum: vinse l’astensione. Con un certo contorto paternalismo, il cardinale si lasciò scappare «sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo italiano».
Pochi anni dopo, ci ritroviamo la Roccella portavoce del Family Day con il catto-sindacalista Savino Pezzotta, per poi essere eletta per la prima volta tra le fila berlusconiane nel 2008. È facile chiedersi quali poteri potesse portare la Roccella all’interno del partito del Cavaliere, non ancora caduto in disgrazia.
A livello popolare seguì, negli anni 2010, un periodo in cui la massa cattolica venne addomesticata da una serqua di sigle ed eventoni che all’ingenuo potevano pure apparire come «organiche». La Manif pour Tous (versione italiana, ma che per qualche ragione mantiene la lingua francese dell’originale copincollato), le Sentinelle in Piedi (anche queste roba francese, qui però con il nome tradotto, ma non bene), la bozza di ulteriori Family Day ci parvero tutte trappole sottese dal Grande Gioco ruiniano. I vescovi, allora più che oggi, volevano addomesticare il dissenso cattolico, perché, in effetti, loro un’Ecclesia Militans non sanno né come funzioni né cosa sia.
Infine, eccoci agli anni 2020, e il piano Ruini sembra ancora vivo: l’inclusione della Roccella e di spezzoni del mondo del dissenso apparente cooptato dai vescovi nella compagine meloniana lo può testimoniare: lo abbiamo chiamato, in un articolo di quattro anni fa di Renovatio 21, il «network democristiano», dove l’impronta ruiniana era ancora visibilissima. E che c’è di male, dice il cattolico benpensante e sincero-democratico (democristiano), in una parola papaboys: Ruini è l’uomo di Wojtyla, GP2 santo subito!
Il problema è che non è chiaro a tutti quanto il papato di Giovanni Paolo II rappresenti con evidenza il cedimento spirituale e politico della chiesa del Concilio. Quando Wojtyla nel 1981 appoggiò il referendum sul cosiddetto «aborto minimale» già faceva capire l’attitudine al compromesso del suo papato (per inciso: compromessi con tutti, tranne che con monsignor Lefebvre). E non parliamo solo di bioetica: i disastri sulle coperture dei preti pedofili sono cominciati proprio col papa polacco.
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È frustrante vedere come goscisti, abortisti, omosessualisti praticanti ed attivisti abbiano fatto del cardinale un bersaglio per le loro proteste (come quando nel 2005, un collettivo studentesco irruppe ad una cerimonia privata con parlamentari di Forza Italia dove veniva premiato Ruini gridando ed esponendo striscioni: «Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»). Per la stampa di sinistra (cioè quella che allora era guidata dal miliardario giudeo De Benedetti) era il mostro catto-retrogrado, il diabolico Richelieu che impediva il progresso sociale in Italia. Il popolo della sinistra, con i suoi giornali, era sufficientemente sciocco da abboccare al giochetto, e credere che Ruini fosse un avversario.
Cari comunisti, feticidi ed omofili: dovete sapere che è vero il contrario, Ruini era un vostro alleato, come lo sono stati i democristiani ieri, e soprattutto i neodemocristiani, di cui monsignore fu pigmalione, oggi. Il cardinale, lungo decenni, ha difeso la legge simbolo della dissoluzione radicale del Paese, la legge assassina ed autogenocida 194/1978. È la linea che Ruini ha ribadito sempre la 194 non si tocca: lo diceva apertis verbis già nel 2008 quando chiese di «non rivoltarsi» contro la 194. «L’ex presidente della CEI ha evitato, “parlando a titolo personale”, di utilizzare la parola “omicidio” per l’aborto» scriveva La Stampa, descrivendo un’intervista TV del cardinale con Giuliano Ferrara.
È la posizione tenuta anche dalle new entry del Grande Gioco ruinico, come Maria Rachele Ruju, personaggio vicino alla drammatica organizzazione newsletterista Pro-vita&Famiglia, già candidata ed eletta con Fratelli d’Italia nel 2022 (avrebbe poi ceduto il seggio). La Ruju, per una bizzarra coincidenza, è, come la Roccella un’altra presentatrice del Family Day: il secondo, quello del 2015 contro le unioni monosessuali (e si è visto come è finita). La ragazza aveva reso poco prima del voto un’intervista al Giornale, in cui dichiarava, che una richiesta di abolizione della 194 «non avrebbe alcun senso né risultato».
Certo si può dire, a questo punto, che sull’aborto i politici parlano all’unisono con le gerarchie. Ecco che, a poche ore dall’ultimo voto politico, monsignor Vincenzo Paglia, capo del Pontificia Accademia per la Vita, parlava della 194 come «pilastro della vita sociale» del Paese. In quell’occasione rispuntò fuori lo stesso cardinale Ruini, che il sincero-democraticocristiano che benpensa potrebbero ritenere sulla carta un conservatore agli antipodi di Paglia: maddeché, anche lui, sul Corriere della Sera, si mette an cantare nel coro a difesa della 194.
«Spero che la legge 194 sia finalmente attuata anche dove dice che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio» dichiara il cardinale , che ha tenuto poi anche ad enunciare la nuova grande battaglia: «le unioni civili dovrebbero essere differenziate realmente, e non solo a parole, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso. Devono essere unioni, non matrimoni».
Vogliamo infine ricordare ai baldanzosi la realtà sulla «vittoria» di Ruini nel referendum 2005 fallito: il quesito voleva abrogare la legge 40/2004, che il cardinale voleva difendere a tutti i costi: peccato che si tratti di una legge che al momento uccide più embrioni della 194. Infatti la 40 – che ad alcuni è sembrata da subito scritta per essere smontata pezzo per pezzo dai giudici, ed infatti è stato così – consentendo la produzione di embrioni e la loro crioconservazione ha aperto quell’abisso di micromorte che ora è ben più vasto di quello degli aborti chirurgici o chimici. Il computo è, da anni, calcolabile nell’ordine sei cifre in Italia, mentre negli USA si parla di almeno 4 milioni di morti, più un milione di bambini nel limbo dell’azoto liquido.
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La neochiesa, cioè, aveva già piegato il capo davanti alla riproduzione artificiale con i suoi esseri creati in provetta. Ruini aveva semplicemente condotto l’opposizione sintetica affinché lo sdoganamento dell’umanoide avvenisse per gradi. Ora, pochi lustri dopo, abbiamo visto la Pontificia Accademia per la Vita di Paglia parlarne tranquillamente, e il papa farsi fotografare con la progenie in provetta di Elonio Musk.
Il compromesso, il fallimento, il cedimento costante (un paletto dopo l’altro… ): eccoci serviti. La legge che permette l’aborto va difesa, le unioni civili pure, basta che sia scritto da qualche parte che non sono matrimoni – siamo al nominalismo cattopolitico, dove i porporati si immolano per un’etichetta. Pensiamo che sapesse che l’unione civile tra omosessuali, fuor del nome, garantisce libertà maggiorate rispetto al matrimonio concordatario: ad esempio nella possibilità agghiacciante (dove è ben cisibile la manina di legislatori maschi omosessuali) di tradire il consorte.
Per quanto ci riguarda non si tratta solo di quisquilie politiche. Nell’inettitudine conclamata dei progetti ruiniani abbiamo veduto qualcosa di ben più oscuro del teatrino romano: un disegno, anche antico, per il disarmo spirituale degli italiani dinanzi al ritorno del sacrificio umano. Con il contorno degli esseri fabbricati in laboratorio, della sottomissione biologica via vaccino o terapie geniche sperimentali. Non sono concetti: sono cose che stanno accadendo oggi stesso, cose che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Ecco, la «dottrina Ruini» non ha fallito solo politicamente. Ha prodotto una devastazione biologica i cui confini non possiamo intravedere nemmeno ora.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Grzegorz Artur Górski via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata
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