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La Russia si prepara ad alzare il sipario

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire

 

 

La Russia avanza a grandi passi per rendere operativi gli accordi di Ginevra dello scorso giugno. Fa rientrare la Siria nel consesso delle nazioni; si prepara a espellerne la Turchia, nonché a riconciliare Israele e Iran; consolida la propria presenza in Africa e distribuisce armi assolute in Asia. Gli Stati Uniti non sono più i padroni del mondo. Chi non sta al passo degli attuali scombussolamenti farà parte della schiera dei perdenti nell’èra che si sta preparando.

 

 

L’attuazione delle conclusioni del summit USA-Russia di Ginevra del 16 giugno 2021, la cosiddetta Yalta II, continua. Sembra che le concessioni di Washington a Mosca siano molto più rilevanti di quanto immaginato.

 

Il presidente Vladimir Putin continua il riordino del mondo, non solo nel Medio Oriente Allargato, ma anche in Africa e Asia. In quattro mesi si sono potuti osservare cambiamenti sostanziali.

 

Come da tradizione, la Russia non fa annunci, ma svelerà tutto in blocco, quando le cose saranno ormai irreversibili.

 

 

Gli anglosassoni hanno accettato la sconfitta

A inizio settembre gli Stati Uniti avevano lasciato intendere di autorizzare di fatto lo Hezbollah a violare l’embargo USA di Siria e Iran per procurarsi combustibile iraniano attraverso la Siria. In seguito la Giordania ha riaperto le frontiere con la Siria.

 

Infine la stampa anglosassone ha dato il via a una serie di articoli che sdoganano il presidente Bashar al-Assad dai crimini di cui era accusato e lo riabilitano. Tutto è iniziato con un articolo su The Observer – edizione domenicale di The Guardian – intitolato «Il reietto Assad spacciato in Occidente come chiave della pace in Medio Oriente». (1)

 

Passo dopo passo, si è arrivati a Newsweek, che ha pubblicato in copertina la foto del presidente siriano, con il titolo «Rieccolo», seguito dal sottotitolo esplicito «Sull’onda del trionfo sugli Stati Uniti, il leader siriano Bashar al-Assad reclama un posto sulla scena mondiale». (2)

 

La versione on-line del settimanale rincara la dose con la didascalia a una foto ove si parla del «presunto» attacco della Gutha, che i presidenti statunitense e francese, Barack Obama e François Hollande, avevano imputato al «regime criminale», accusandolo di aver oltrepassato «la linea rossa». Addio quindi alla retorica decennale del «Bashar deve andarsene!».

 

La stampa anglosassone ha ormai digerito la disfatta militare, ammessa a giugno a Ginevra dallo stesso presidente Joe Biden. Il resto dell’Occidente non potrà che allinearsi

La stampa anglosassone ha ormai digerito la disfatta militare, ammessa a giugno a Ginevra dallo stesso presidente Joe Biden. Il resto dell’Occidente non potrà che allinearsi.

 

La riabilitazione della Siria sul piano internazionale è in corso: Interpol ha preso misure correttive per mettere fine all’emarginazione di Damasco; re Abdallah II di Giordania e sceicco Mohamed bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti hanno fatto sapere che si sono incontrati con il presidente Assad.

 

L’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati, Filippo Grandi, si è con discrezione recato a Damasco per discutere finalmente del rientro degli espatriati, cui gli Occidentali si sono opposti per decenni, pagando profumatamente i Paesi ospitanti, soprattutto allo scopo di non consentirne il rientro in patria.

 

 

La Turchia vittima del proprio doppiogioco

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha presentato al parlamento il prolungamento della missione delle forze armate turche contro i terroristi del PKK in Siria e Iraq, Paesi che Ankara occupa illegalmente.

 

Erdoğan fa il doppiogioco: membro della NATO, negozia con Washington l’acquisto di 80 aerei da combattimento e di 60 kit per modernizzare la flotta; al tempo stesso però negozia con Mosca, da cui ha già comperato gli S-400; un gioco pericoloso che volge al termine.

 

Washington e Mosca mandano armi in Siria e potrebbero coalizzarsi per rimettere Ankara al proprio posto, come fecero nel 1956, durante la spedizione di Suez, con Londra, Tel Aviv e Parigi

Washington e Mosca mandano armi in Siria e potrebbero coalizzarsi per rimettere Ankara al proprio posto, come fecero nel 1956, durante la spedizione di Suez, con Londra, Tel Aviv e Parigi.

 

La Russia è consapevole che, nonostante le apparenze, non riuscirà a separare la Turchia dagli USA. Infatti Mosca combatte l’esercito turco in Libia e Siria, non si è dimenticata dell’impegno personale del presidente Erdoğan in Cecenia e, più in generale, del contrasto tra la Russia e gli ottomani.

 

La battaglia di Deraa, nel sud della Siria, si è conclusa a favore dell’esercito siriano, consentendo alla Giordania di riaprire le frontiere. Gli jihadisti di stanza a Deraa hanno preferito deporre le armi piuttosto che rifugiarsi a Idlib e mettersi sotto protezione turca. Ora le truppe siriane si stanno ammassando attorno al governatorato occupato di Idlib, pronte a liberare il territorio.

 

La stampa occidentale non ha fornito notizie sulla terribile battaglia di Deraa, dando per scontato che la città non avrebbe potuto essere liberata senza il discreto ritiro d’Israele e Stati Uniti. La popolazione, stremata dalle sofferenze, sembra al momento odiare sia i connazionali sia gli alleati di ieri che l’hanno abbandonata.

 

La Turchia si sta via via inimicando tutti i partner. In Africa compete con Stati Uniti e Francia. Il suo esercito combatte in Libia. In Somalia dispone di una base militare. Accoglie militari del Mali e li addestra, vende armi all’Etiopia e al Burkina Faso, ha firmato un accordo di cooperazione con il Niger; per tacere della sua base militare in Qatar e dell’impegno in Azerbaijan.

 

La vicenda Osman Kavala – dal nome dell’affarista di sinistra diventato uomo di George Soros in Turchia, arrestato nel 2017 – è foriera di guai. Una decina di Stati – fra cui Stati Uniti, Francia e Germania – hanno diffuso sui social network una lettera per chiedere la liberazione immediata dell’imputato, accusato di essere implicato nel tentativo di colpo di Stato militare del 15 luglio 2016. Il 22 ottobre il presidente Erdoğan ha reagito apostrofando con la solita arroganza gli ambasciatori dei Paesi coinvolti: «Tocca a voi dare lezioni alla Turchia? Ma chi vi credete di essere?».

 

La posizione personale del presidente Erdoğan sembra diventare sempre più delicata. Nel suo stesso partito tira aria di fronda. I suoi potrebbero dargli il benservito se le cose a Idlib volgessero al peggio.

 

 

Il Libano in bilico tra un futuro radioso e la guerra civile

Il presidente Joe Biden sembra intenzionato a lasciare il Libano alla Russia e a sfruttare le riserve di gas e petrolio a cavallo fra Libano e Israele. Ha mandato l’israeliano-statunitense Amos Hochstein, suo consigliere di lunga data, a fare la spola fra Beirut e Tel Aviv.

 

Il ricorso a questo personaggio attesta l’estrema importanza di quanto c’è in gioco. Hochstein, ex ufficiale dello Tsahal, è stato consigliere dell’allora vicepresidente Biden e in tale veste già nel 2015 gestì lo stesso dossier, sfiorando l’accordo. Oggi quest’uomo d’affari amorale può riuscirvi perché conosce bene sia il versante politico della vicenda sia i vincoli tecnici che implica lo sfruttamento degli idrocarburi. Hochstein spinge per lo sfruttamento dei giacimenti senza tuttavia risolvere la spinosa questione delle frontiere. Attraverso una convenzione preliminare, Libano e Israele potrebbero optare per una gestione condivisa e una ripartizione dei benefici.

 

Nel Libano i leader dei gruppi confessionali tentano qualsiasi manovra pur di prolungare il proprio declinante potere, anche a costo di compromettere il futuro del Paese

Nel Libano i leader dei gruppi confessionali tentano qualsiasi manovra pur di prolungare il proprio declinante potere, anche a costo di compromettere il futuro del Paese.

 

Il parlamento libanese ha approvato nottetempo due emendamenti alla legge elettorale. Il primo, per anticipare al 27 marzo le elezioni legislative, inizialmente previste per l’8 maggio. I mussulmani chiedevano infatti di poter svolgere una campagna elettorale efficace, dal momento che la data prevista cadeva in pieno Ramadan.

 

La nuova data sembra però un modo per impedire al generale Abbas Ibrahim, capo del controspionaggio, di essere eletto e succedere al presidente del parlamento Nabbi Berry. La Costituzione prevede infatti che gli alti funzionari possano entrare in politica non prima di sei mesi dalla cessazione dell’incarico.

 

Il presidente Emmanuel Macron ha previsto di dispiegare truppe francesi per «garantire la sicurezza» dei seggi elettorali. L’8 maggio però Macron probabilmente non sarà più presidente e il successore potrebbe non approvarne la decisione. Il 27 marzo invece Macron sarà ancora alle leve del comando.

 

Il secondo emendamento modifica la modalità di voto dei libanesi all’estero. Non eleggeranno candidati esteri, ma voteranno i candidati della circoscrizione di origine. Alcuni sperano che la riforma modificherà sostanzialmente i risultati. Per la verità il cambiamento è poco rilevante giacché il sistema elettorale libanese fissa in anticipo il numero di deputati per gruppo confessionale, senza alcun rapporto con il peso demografico. Il Libano è un istruttivo esempio di elezioni non-democratiche.

 

L’altra grande diatriba riguarda l’inchiesta sull’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020.

 

Il giudice Tarek Bitar si scontra con tantissime immunità, cominciando da quella dell’ex primo ministro Hassan Diab, che al termine dell’incarico è fuggito negli Stati Uniti ed è oggetto di mandato di cattura.

 

Lo Hezbollah – che già ha pagato lo scotto dell’inchiesta sull’assassinio di Rafic Hariri – non vuole che l’istruttoria in corso segua lo stesso binario, ma deve fare i conti con il segreto istruttorio. Alla fine ha chiesto con veemenza una dichiarazione d’incompetenza del giudice e organizzato una manifestazione a sostegno. Arrivato al quartiere cristiano il corteo se l’è presa con membri delle Forze Libanesi di Samir Geagea, che hanno ucciso sette sciiti e ne hanno ferito una trentina. Si riaffaccia lo spettro della guerra civile.

 

Non si sa se le Forze Libanesi abbiano agito di propria iniziativa oppure su istigazione dell’Arabia Saudita, di cui il cristiano Samir Geagea è diventato ardente sostenitore.

 

 

Il lento avvicinamento di fratelli nemici, Israele e Iranì

Mosca affronta a tutto tondo la questione del conflitto fra Israele e Iran. Questi due Stati si scambiano discorsi ultra-bellicosi, ma quel che mettono in pratica è cosa diversa. In realtà agiscono di concerto per contrastare determinate tendenze politiche in casa propria. La caduta di Benjamin Netanyahu (discepolo del teorico colonialista Vladimir Jabotinsky) apre la via alla riconciliazione.

 

Mentre gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Teheran per costringerla ad abbandonare il programma nucleare militare, la Russia non ha mai creduto che l’Iran l’abbia portato avanti dopo il 1988

Mentre gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Teheran per costringerla ad abbandonare il programma nucleare militare, la Russia non ha mai creduto che l’Iran l’abbia portato avanti dopo il 1988.

 

Durante i negoziati 5+1 del 2013-15, sfociati nell’Accordo di Vienna sul nucleare iraniano, Mosca non esigeva la fine del programma nucleare, ma che fosse messo sotto controllo per evitare la trasformazione in programma militare. Oggi la Russia è ancora su questa posizione. Le discussioni attuali riguardano dettagli tecnici, per esempio l’installazione di videocamere di controllo nelle centrali iraniane.

 

La lentezza di Teheran nel trattare il problema gioca a suo sfavore. Certamente il governo Raisi nel frattempo negozia con l’Arabia Saudita, che a sua volta tira per le lunghe la normalizzazione delle relazioni con Israele.

 

Il presidente Ebrahim Raisi spera di ottenere una partizione dei ruoli con Riad e di darne l’annuncio quando cederà sulla sorveglianza nucleare. Ma i sauditi sono impazienti e possono anche causare fastidi, come s’è visto con l’attacco ai manifestanti dello Hezbollah a Beirut.

 

Quanto agli israeliani, sottolineano che Teheran, diversamente da quanto afferma, non si appoggia semplicemente sulle comunità sciite straniere, bensì su ogni forza anti-israeliana, sciita o non sciita. Infatti l’Iran fornisce armi ad Hamas, sunnita. Si tratta di un’alleanza assai pericolosa, perché Hamas è il ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, sostenuto da Turchia e Qatar, ma non dall’Arabia Saudita.

 

Ora nella comunità mussulmana non ci sono più due campi (sciiti e sunniti), bensì tre: Iran, Arabia Saudita, nonché Turchia-Qatar.

 

Mosca agisce con pazienza con Tel Aviv. Vuole portare Israele alla restituzione del Golan sottratto alla Siria, fornendo garanzie sulla non-aggressività dell’Iran e sul suo ritiro dalla Siria.

 

 

Il Mali teme la Francia e cerca la protezione della Russia

La disfatta occidentale in Siria ha conseguenze impreviste in Africa, ove tutti hanno compreso che l’ordine che governava il mondo è stato rovesciato e che è più vantaggioso allearsi con Mosca piuttosto che con gli Occidentali. Se taluni Stati africani cercano di diversificare i sostegni militari rivolgendosi alla Turchia, la Repubblica Centrafricana e il Mali sono stati i primi ad aver rimesso in discussione l’aiuto dell’Occidente.

 

Dal 2018 la Russia affianca il governo della Repubblica Centrafricana nella risoluzione dei conflitti tribali – alimentati dalla Francia – che hanno fatto piombare il Paese nella guerra civile

Dal 2018 la Russia affianca il governo della Repubblica Centrafricana nella risoluzione dei conflitti tribali – alimentati dalla Francia – che hanno fatto piombare il Paese nella guerra civile. Ma Mosca si è rifiutata di far intervenire le proprie truppe fintanto che la situazione è instabile; ha perciò preferito inviare un’agenzia militare privata, il Gruppo Wagner di Evguenij Prigozhin.

 

Nel 2019 il governo ha sottoscritto un accordo di pace con i 14 principali gruppi armati del Paese. Il Paese si è stabilizzato, ma il governo ne controlla soltanto una minima parte.

 

Il Mali è vittima diretta del rovesciamento nel 2011 della Jamahiriya Araba Libica. Muammar Gheddafi agiva per la riconciliazione fra arabi e neri, sicché il suo assassinio ha risvegliato conflitti di secoli, causando in Libia il ripristino della schiavitù e ridestando in Mali la volontà di dominio degli arabi sulle popolazioni di colore. Un conflitto che si manifesta attraverso la spinta jihadista araba nel nord del Paese.

 

Al momento, le forze francesi dell’operazione Barkhane tentano d’impedire la formazione di un Emirato islamico nel Sahel. Ciò in pratica significa scongiurare la conquista di una zona a popolazione nera stanziale da parte di jihadisti arabi nomadi, senza però combatterne le organizzazioni.

 

L’8 ottobre il primo ministro maliano, Choguel Kokalla Maïga, ha sputato il rospo dichiarando a RIA Novosti che la Francia addestra gli jihadisti nel campo di Kidal, il cui accesso è vietato alle forze maliane (3).

 

L’intervista è stata ripresa ampiamente dalle televisioni russe, ma non ha raggiunto le onde francesi. Le Monde si è limitato a pubblicare una precisazione di Choguel Kokala Maïga, che smentisce i negoziati con il Gruppo Wagner, ma al tempo stesso conferma i colloqui con Mosca… a proposito del Gruppo Wagner.

 

L’accusa di strumentalizzazione degli jihadisti è molto plausibile: all’inizio della missione la Francia trattenne i propri soldati per lasciare tempo agli addestratori qatarioti degli jihadisti di ritirarsi.

 

Altri jihadisti, questa volta in Siria, organizzarono manifestazioni per denunciare il doppiogioco della Francia, che da un lato li sosteneva in Medio Oriente e dall’altro proclamava di volerli combattere in Africa. Quando il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, espresse il proprio stupore all’omologo francese dell’epoca, Laurent Fabius, questi rispose ridendo che si trattava di realpolitik.

 

La giunta del colonnello Assimi Goïta (discepolo del rivoluzionario terzomondista Thomas Sankara) sta negoziando con la Russia per difendere il Paese dagli jihadisti inquadrati dalla Francia. Mosca dovrebbe agire come nella Repubblica Centrafricana: inviare un migliaio di uomini del Gruppo Wagner per ristabilire la pace civile. Il servizio reso dalla società militare russa dovrebbe essere pagato dall’Algeria.

 

 

L’equilibrio delle forze rimesso in discussione

Una appresso l’altra, Cina (4) e Corea del Nord avrebbero lanciato missili ipersonici. La Cina smentisce, la Corea invece lo proclama a gran voce.

 

Gli esperti, i parlamentari, nonché i generali americani sono terrorizzati perché gli USA non riescono a controllare questa tecnologia che li rende vulnerabili.

 

Si tratta di un tipo di missile che nasce dalla tecnologia sovietica. Nel 2019 il presidente Vladimir Putin aveva annunciato all’Assemblea Federale che la Russia sarebbe stata presto in grado di governare questi missili con cariche atomiche, capaci di colpire ovunque sulla terra, senza essere intercettati (6). Dal momento che è impossibile che Cina e, a maggior ragione, Corea del Nord abbiano raggiunto improvvisamente un livello tecnico così elevato, gli esperti sono unanimemente concordi nel ritenere che la Russia abbia fornito loro una versione della propria arma.

Gli Occidentali non solo hanno subito in Siria una terribile disfatta, che li obbliga ad accettare un nuovo ordine mondiale, ma si ritrovano con uno scudo antimissili impotente e altre armi obsolete

 

Un trasferimento di tecnologia che sarebbe avvenuto prima dell’annuncio dell’Alleanza Australia/Regno Unito/USA (AUKUS) e che annulla gli sforzi di Washington di fronte a Beijing e Pyongyang.

 

Gli Occidentali non solo hanno subito in Siria una terribile disfatta, che li obbliga ad accettare un nuovo ordine mondiale, ma si ritrovano con uno scudo antimissili impotente e altre armi obsolete.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «Assad the outcast being sold to the west as key to peace in Middle East», Martin Chulot, The Observer, 26 settembre 2021.

2) «Bashar is Back», Tom O’Connor, Newsweek, 22 ottobre 2021.

4)  «China’s leap in hypersonic missile technology shakes US intellligence», Demetri Sevastopoulo & Kathlin Hille, Financial Times,  18 ottobre 2021.

5) «Vladimir Putin Address to Russian Federal Assembly», Voltaire Network, 20 febbraio 2019.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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Geopolitica

Missili Hezbollah contro basi israeliane

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Hezbollah ha preso di mira diverse installazioni militari israeliane, inclusa una base critica di sorveglianza aerea sul Monte Meron, con una raffica di razzi e droni sabato, dopo che una serie di attacchi aerei israeliani avevano colpito il Libano meridionale all’inizio della giornata.

 

Decine di missili hanno colpito il Monte Meron, la vetta più alta del territorio israeliano al di fuori delle alture di Golan, nella tarda notte di sabato, secondo i video che circolano online. I quotidiani Times of Israel e Jerusalem Post scrivono tuttavia che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno affermato che tutti i razzi sono stati «intercettati o caduti in aree aperte», senza che siano stati segnalati danni o vittime.

 

Il gruppo militante sciita libanese ha rivendicato l’attacco, affermando in una dichiarazione all’inizio di domenica che «in risposta agli attacchi del nemico israeliano contro i villaggi meridionali e le case civili» ha preso di mira «l’insediamento di Meron e gli insediamenti circostanti con dozzine di razzi Katyusha».

 

Il gruppo paramilitare islamico ha affermato di aver anche «lanciato un attacco complesso utilizzando droni esplosivi e missili guidati contro il quartier generale del comando militare di Al Manara e un raduno di forze del 51° battaglione della Brigata Golani», sabato scorso. L’IDF ha affermato di aver intercettato i proiettili in arrivo e di «aver colpito le fonti di fuoco» nell’area di confine libanese.

 

 

Ieri l’aeronautica israeliana ha condotto una serie di attacchi aerei nei villaggi di Al-Quzah, Markaba e Sarbin, nel Libano meridionale, presumibilmente prendendo di mira le «infrastrutture terroristiche e militari» di Hezbollah. Venerdì l’IDF ha colpito anche diverse strutture a Kfarkela e Kfarchouba.

 

Secondo quanto riferito, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno tre persone, tra cui due combattenti di Hezbollah. I media libanesi hanno riferito che altre 11 persone, tra cui cittadini siriani, sono rimaste ferite negli attacchi.

 

Il gruppo armato sciita ha ripetutamente bombardato il suo vicino meridionale da quando è scoppiato il conflitto militare tra Israele e Hamas lo scorso ottobre. Anche la fondamentale base israeliana di sorveglianza aerea sul Monte Meron è stata attaccata in diverse occasioni. Hezbollah aveva precedentemente descritto la base come «l’unico centro amministrativo, di monitoraggio e di controllo aereo nel nord dell’entità usurpatrice [Israele]», senza il quale Israele non ha «alcuna alternativa praticabile».

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Geopolitica

Hamas deporrà le armi se uno Stato di Palestina verrà riconosciuto in una soluzione a due Stati

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Il funzionario di Hamas Khalil al-Hayya ha dichiarato il 24 aprile che Hamas deporrà le armi se ci fosse uno Stato palestinese in una soluzione a due Stati al conflitto.   In un’intervista di ieri con l’agenzia Associated Press, al-Hayya ha detto che sono disposti ad accettare una tregua di cinque anni o più con Israele e che Hamas si convertirebbe in un partito politico, se si creasse uno Stato palestinese indipendente «in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e vi fosse un ritorno dei profughi palestinesi in conformità con le risoluzioni internazionali».   Al-Hayya è considerato un funzionario di alto rango di Hamas e ha rappresentato Hamas nei negoziati per il cessate il fuoco e lo scambio di ostaggi.

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Nonostante l’importanza di una simile concessione da parte di Hamas, si ritiene improbabile che Israele prenda in considerazione uno scenario del genere, almeno sotto l’attuale governo del primo ministro Benajmin Netanyahu.   Al-Hayya ha dichiarato ad AP che Hamas vuole unirsi all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, guidata dalla fazione rivale di Fatah, per formare un governo unificato per Gaza e la Cisgiordania, spiegando che Hamas accetterebbe «uno Stato palestinese pienamente sovrano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e il ritorno dei profughi palestinesi in conformità con le risoluzioni internazionali», lungo i confini di Israele pre-1967.   L’ala militare del gruppo, quindi si scioglierebbe.   «Tutte le esperienze delle persone che hanno combattuto contro gli occupanti, quando sono diventate indipendenti e hanno ottenuto i loro diritti e il loro Stato, cosa hanno fatto queste forze? Si sono trasformati in partiti politici e le loro forze combattenti in difesa si sono trasformate nell’esercito nazionale».   Il funzionario di Hamas ha anche detto che un’offensiva a Rafah non riuscirebbe a distruggere Hamas, sottolineando che le forze israeliane «non hanno distrutto più del 20% delle capacità [di Hamas], né umane né sul campo. Se non riescono a sconfiggere [Hamas], qual è la soluzione? La soluzione è andare al consenso».   Per il resto ha confermato che Hamas non si tirerà indietro rispetto alle sue richieste di cessate il fuoco permanente e di ritiro completo delle truppe israeliane.   «Se non abbiamo la certezza che la guerra finirà, perché dovrei consegnare i prigionieri?» ha detto il leader di Hamas riguardo ai restanti ostaggi nelle mani degli islamisti palestinesi.

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«Rifiutiamo categoricamente qualsiasi presenza non palestinese a Gaza, sia in mare che via terra, e tratteremo qualsiasi forza militare presente in questi luoghi, israeliana o meno… come una potenza occupante», ha continuato   Hamas e l’OLP hanno discusso in varie capitali, tra cui Mosca, nel tentativo di raggiungere l’unità, scrive EIRN. Non è noto quale sia lo stato di questi colloqui.   L’intervista di AP è stata registrata a Istanbul, dove Al-Hayya e altri leader di Hamas si sono uniti al leader politico di Hamas Ismail Haniyeh, che ha incontrato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan il 20 aprile. Non c’è stata alcuna reazione immediata da parte di Israele o dell’autore palestinese.   Nel mondo alcune voci filo-israeliane hanno detto che le parole del funzionario di Hamas sarebbero un bluff.   Come riportato da Renovatio 21, in molti negli ultimi mesi hanno ricordato che ai suoi inizi Hamas è stata protetta e nutrita da Israele e in particolare da Netanyahu proprio come antidoto alla prospettiva della soluzione a due Stati.

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Birmania, ancora scontri al confine, il ministro degli Esteri tailandese annulla la visita al confine

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Il primo ministro Sretta Thavisin ha rinunciato alla visita, ma ha annunciato la creazione di un comitato ad hoc per gestire la situazione. Nel fine settimana, infatti, si sono verificati ulteriori combattimenti lungo la frontiera tra Myanmar e Thailandia e migliaia di rifugiati continuano a spostarsi da una parte all’altra del confine. Per evitare una nuova umiliazione l’esercito birmano ha intensificato i bombardamenti.

 

Il primo ministro della Thailandia Sretta Thavisin questa mattina ha cancellato la visita che aveva in programma a Mae Sot, città al confine con il Myanmar, e ha invece mandato al suo posto il ministro degli Esteri e vicepremier Parnpree Bahidda Nukara.

 

Nei giorni scorsi era stata annunciata la creazione di «un comitato ad hoc per gestire la situazione derivante dai disordini in Myanmar», ha aggiunto il premier. «Sarà un meccanismo di monitoraggio e valutazione» che avrà come scopo quello di «analizzare la situazione complessiva» e «dare pareri e suggerimenti per gestire in modo efficace la situazione».

 

La Thailandia, dopo i ripetuti fallimenti da parte dell’ASEAN (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) di far rispettare l’accordo di pace in Myanmar, sta cercando di evitare che un esodo di rifugiati in fuga dalla guerra civile si riversi sui propri confini proponendosi come mediatore. «Il ruolo della Thailandia è quello di fare tutto il possibile per aiutare a risolvere il conflitto nel Paese vicino, e un ruolo simile è atteso anche dalla comunità internazionale», ha dichiarato ieri il segretario generale del primo ministro Prommin Lertsuridej.

 

Durante il fine settimana si sono verificati ulteriori scontri a Myawaddy (la città birmana dirimpettaia di Mae Sot), nello Stato Karen, tra le truppe dell’esercito golpista e le forze della resistenza, che hanno strappato il controllo della città ai soldati, grazie anche al cambio di bandiera della Border Guard Force, che, trasformatasi nell’Esercito di liberazione Karen (KLA), è passata a sostenere la resistenza e sta combattendo per la creazione di uno Stato Karen autonomo.

 

Giovedì scorso, l’Esercito di Liberazione Nazionale Karen (KNLA, una milizia etnica da non confondere con il KNA) aveva annunciato di aver intercettato l’ultimo gruppo di militari rimasto, il battaglione di fanteria 275. Alla notizia, l’esercito ha risposto con pesanti bombardamenti, lanciando l’Operazione Aung Zeya (dal nome del fondatore della dinastia Konbaung che regnò in Birmania nel XVIII secolo), nel tentativo di riconquistare Myawaddy ed evitare così un’altra umiliante sconfitta.

 

The Irrawaddy scrive che l’aviazione birmana ha sganciato nei pressi del Secondo ponte dell’amicizia (uno dei collegamenti tra Mae Sot e Myawaddy) circa 150 bombe, di cui almeno sette sono cadute vicino al confine thailandese dove sono di stanza le guardie di frontiera. Si tratta di una tattica a cui l’esercito birmano sta facendo ricorso sempre più frequentemente a causa delle sconfitte registrate sul campo a partire da ottobre, quando le milizie etniche e le Forze di Difesa del Popolo (PDF, che fanno capo al Governo di unità nazionale in esilio, composto dai deputati che appartenevano al precedente esecutivo, spodestato con il colpo di Stato militare) hanno lanciato un’offensiva congiunta. Una tattica realizzabile, però, solo grazie al continuo sostegno da parte della Russia. Fonti locali hanno infatti dichiarato che gli aerei e gli elicotteri «utilizzati per bombardare i villaggi e per consegnare rifornimenti e munizioni» a «circa 10 chilometri dal confine tra Thailandia e Myanmar» erano «tutti russi».

 

Bangkok è stata presa alla sprovvista dalla situazione. Sabato un proiettile vagante ha colpito il retro di una casa sulla parte thailandese del confine, senza ferire nessuno, ma l’episodio ha costretto il Paese a rafforzare le proprie difese di confine, aumentando i controlli su coloro che attraversano i due ponti che collegano Myawaddy e Mae Sot, al momento ancora aperti.

 

La polizia thai ha anche arrestato 15 birmani e due thailandesi che stavano cercando di fuggire in Malaysia in cerca di migliori opportunità di lavoro. Il gruppo ha raccontato di aver valicato il confine a Mae Sot grazie all’aiuto di intermediari. Viaggi di questo tipo rischiano di diventare sempre più frequenti con l’esacerbarsi della violenza in Myanmar, sostengono gli esperti, i quali si aspettano un prosieguo dei combattimenti, almeno finché non comincerà la stagione delle piogge, che ogni anno pone un freno agli scontri.

 

Ma la Thailandia ha anche inviato aiuti in Myanmar (sebbene tramite enti gestiti dai generali) e attivato una risposta umanitaria a Mae Sot. Il Governo di unità nazionale in esilio ha ringraziato Bangkok per aver fornito riparo e assistenza ai rifugiati, prevedendo tuttavia ulteriori sfollamenti. Almeno 3mila persone – perlopiù anziani e bambini – hanno varcato il confine solo nel fine settimana, ha dichiarato due giorni fa il ministro degli Esteri Parnpree Bahidda Nukara, ma circa 2mila sono tornati a Myawaddy lunedì.

 

Il mese scorso Parnpree aveva annunciato che il Paese avrebbe potuto ospitare fino a 10mila rifugiati birmani a Mae Sot e dintorni.

 

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