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La dottrina Rumsfeld/Cebrowski

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21

 

 

 

Da due decenni il Pentagono applica al «Medio Oriente Allargato» la dottrina Rumsfeld/Cebrowski. Ha più volte valutato se estenderla al «Bacino dei Caraibi», ma vi ha sempre rinunciato, concentrandosi sul primo obiettivo. Il Pentagono agisce come centro decisionale autonomo che di fatto sfugge al potere del presidente. È un’amministrazione civile-militare che impone i suoi obiettivi agli altri settori militari.

Le cose si chiarirono solo nel 2005, quando il colonnello Ralph Peters  pubblicò la famosa carta del Consiglio dei capi di stato-maggiore: la carta del «rimodellamento» del Medio Oriente Allargato

 

 

 

A marzo 2002, nel libro L’incredibile menzogna (1) (2) scrivevo che gli attentati dell’11 Settembre avevano l’obiettivo di far accettare agli statunitensi:

 

  • all’interno, un sistema di sorveglianza di massa (il Patriot Act);
  • all’estero, la ripresa della politica imperiale, su cui all’epoca non esistevano documenti.

 

Le cose si chiarirono solo nel 2005, quando il colonnello Ralph Peters − allora commentatore di Fox News − pubblicò la famosa carta del Consiglio dei capi di stato-maggiore: la carta del «rimodellamento» del Medio Oriente Allargato (3). Fu uno choc per tutte le cancellerie: il Pentagono prevedeva di ridisegnare le frontiere ereditate dalla colonizzazione franco-britannica (gli Accordi di Sykes-Picot-Sazonov del 1916) senza riguardo verso alcuno Stato, nemico o alleato che fosse.

Fu uno choc per tutte le cancellerie: il Pentagono prevedeva di ridisegnare le frontiere ereditate dalla colonizzazione franco-britannica (gli Accordi di Sykes-Picot-Sazonov del 1916) senza riguardo verso alcuno Stato, nemico o alleato che fosse

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Da allora ogni Stato della regione cercò con ogni mezzo di evitare che la tempesta si abbattesse sulla propria popolazione. Invece di allearsi con i Paesi limitrofi per fronteggiare il comune nemico, ogni Paese tentò di spostare le grinfie del Pentagono sui vicini. Il caso più emblematico fu la Turchia, che più volte cambiò di spalla al fucile, dando di sé la fuorviante immagine di cane impazzito.

 

La carta rivelata dal colonnello Peters − che detestava il segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld − non permetteva di cogliere l’insieme del progetto. Subito dopo gli attentati dell’11 Settembre, Peters pubblicò un articolo sulla rivista dell’esercito USA, Parameters (4), ove alludeva alla mappa − che tuttavia pubblicherà quattro anni più tardi − facendo intendere che il Comitato dei capi di stato-maggiore s’apprestava a realizzarla per mezzo di crimini atroci, che avrebbe appaltato per non sporcarsi le mani. Sul momento si pensò a eserciti privati, ma la storia dimostrò che nemmeno questi potevano imbarcarsi in crimini contro l’umanità.

Peters pubblicò un articolo sulla rivista dell’esercito USA, Parameters (4), ove alludeva alla mappa − che tuttavia pubblicherà quattro anni più tardi − facendo intendere che il Comitato dei capi di stato-maggiore s’apprestava a realizzarla per mezzo di crimini atroci, che avrebbe appaltato per non sporcarsi le mani. Sul momento si pensò a eserciti privati

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La chiave di volta del progetto era nell’Ufficio di Trasformazione della Forza (Office of Force Transformation) del Pentagono, creato da Rumsfeld nel periodo successivo all’11 Settembre. Lo dirigeva l’ammiraglio Arthur Cebrowski, celebre stratega, ideatore dell’informatizzazione delle forze armate (5). Si pensò che questo nuovo Ufficio fosse uno strumento per portare a compimento il progetto, benché nessuno più contestasse la riorganizzazione. Ebbene no, Cebrowski era lì per trasformare la missione delle forze armate USA, come attestano alcune registrazioni delle conferenze da lui tenute nelle accademie militari.

 

Per tre anni Cebrowski tenne lezioni a tutti gli ufficiali superiori USA, dunque a tutti coloro che oggi sono generali.

 

L’insegnamento impartito da Cebrowski nelle accademie militari era piuttosto semplice: l’economia mondiale si stava globalizzando; per rimanere la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti dovevano adattarsi al capitalismo finanziario

L’insegnamento impartito da Cebrowski nelle accademie militari era piuttosto semplice: l’economia mondiale si stava globalizzando; per rimanere la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti dovevano adattarsi al capitalismo finanziario.

 

Il mezzo migliore era garantire ai Paesi sviluppati lo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi poveri, senza dover affrontare ostacoli politici. Partendo da questo presupposto, divise il mondo in due: da un lato le economie globalizzate (incluse Russia e Cina), destinate a essere mercati stabili e, dall’altro, i Paesi rimanenti, che avrebbero dovuto essere privati delle strutture statali e fatti precipitare nel caos, in modo che le multinazionali potessero sfruttarne le ricchezze senza incontrare resistenze. Per conseguire il risultato, i popoli non-globalizzati devono essere divisi secondo criteri etnici e manovrati ideologicamente.

 

Il primo obiettivo avrebbe dovuto essere la zona arabo-mussulmana che si estende dal Marocco al Pakistan, a eccezione di Israele, nonché di due micro-Stati contermini, la Giordania e il Libano; questi tre Stati avrebbero dovuto far da barriera alla propagazione dell’incendio. È la zona che il Pentagono ha denominato Medio Oriente Allargato. Una zona definita non in funzione delle riserve petrolifere, bensì dei comuni elementi culturali degli abitanti.

 

Il mezzo migliore era garantire ai Paesi sviluppati lo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi poveri, senza dover affrontare ostacoli politici. Partendo da questo presupposto, divise il mondo in due: da un lato le economie globalizzate (incluse Russia e Cina), destinate a essere mercati stabili e, dall’altro, i Paesi rimanenti, che avrebbero dovuto essere privati delle strutture statali e fatti precipitare nel caos, in modo che le multinazionali potessero sfruttarne le ricchezze senza incontrare resistenze

La guerra immaginata dall’ammiraglio Cebrowski avrebbe dovuto riguardare in prima battuta l’intera regione. Non si dovevano più fare i conti con le divisioni della guerra fredda. Ormai gli Stati Uniti non avevano più gli amici o i nemici di un tempo. Non era più l’ideologia (i comunisti) o la religione (scontro di civiltà) che identificava i nemici, ma solo la loro non-integrazione nell’economia globalizzata del capitalismo finanziario. Niente poteva più proteggere coloro che avevano la sfortuna di non essere pecoroni, ossia di essere indipendenti.

 

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Questa guerra non doveva ottenere lo sfruttamento delle risorse naturali soltanto per gli Stati Uniti − com’era accaduto nelle guerre precedenti − ma per tutti gli Stati globalizzati. Del resto, gli Stati Uniti non erano più prioritariamente interessati all’appropriazione delle risorse naturali; volevano soprattutto dividere il lavoro su scala planetaria e fare lavorare gli altri per loro.

 

Ciò comportava cambiamenti tattici nel modo di condurre la guerra, visto che non si trattava, come in precedenza, di ottenere la vittoria, ma di portare avanti una «guerra senza fine», secondo l’espressione del presidente George W. Bush. In effetti, le guerre iniziate dopo l’11 Settembre su cinque fronti sono tutt’ora in corso: in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen.

 

Poco importa che i governi alleati interpretino queste guerre come vuole la propaganda statunitense; la realtà è che non sono guerre civili, ma tappe di un piano prefissato del Pentagono.

 

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La «dottrina Cebrowski» causò uno scossone nelle forze armate USA. L’assistente di Cebrowski, Thomas Barnett, fece un articolo per Esquire Magazine (5) e in seguito pubblicò un libro per meglio illustrare al grande pubblico la sua teoria: La Nuova carta del Pentagono (6).

Per conseguire il risultato, i popoli non-globalizzati devono essere divisi secondo criteri etnici e manovrati ideologicamente

 

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Il fatto che nel libro, pubblicato dopo la morte dell’ammiraglio Cebrowski, Barnett si sia attribuito la paternità della dottrina non deve trarre in inganno. È solo un mezzo del Pentagono per disconoscerne la paternità. Lo stesso accadde, per esempio, con lo «scontro di civiltà». All’inizio si trattava della «dottrina Lewis», uno stratagemma comunicativo studiato all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale per vendere nuove guerre all’opinione pubblica. La dottrina fu poi esposta al grande pubblico dall’assistente di Bernard Lewis, Samuel Huntington, che la presentò come dissertazione universitaria su una realtà ineluttabile.

 

Non era più l’ideologia (i comunisti) o la religione (scontro di civiltà) che identificava i nemici, ma solo la loro non-integrazione nell’economia globalizzata del capitalismo finanziario

L’attuazione della dottrina Rumsfeld/Cebrowski è incorsa in innumerevoli disavventure, alcune esito dell’azione del Pentagono stesso, altre per merito dei popoli che il Pentagono voleva annientare.

 

Così le dimissioni del comandante del Central Command, ammiraglio William Fallon, furono orchestrate per punirlo, perché aveva negoziato di propria iniziativa una pace ragionata con l’Iran di Mahmud Ahmadinejad. Furono provocate da… Barnett stesso, con la pubblicazione di un articolo in cui accusava Fallon di discorsi ingiuriosi nei confronti del presidente Bush.

 

Oppure il fallimento della disorganizzazione della Siria, imputabile al popolo siriano e all’entrata in gioco dell’esercito russo. Il Pentagono è arrivato a incendiare i raccolti e a organizzare un embargo per affamare il Paese: azioni di ritorsione che ne dimostrano l’incapacità di distruggere le strutture statali siriane.

 

Durante la campagna elettorale, Donald Trump si era schierato contro la guerra senza fine e per il rientro dei GI’s in patria. Durante il mandato è riuscito a evitare di aprire nuovi fronti e a rimpatriare qualche soldato, ma non è riuscito a domare il Pentagono

Durante la campagna elettorale, Donald Trump si era schierato contro la guerra senza fine e per il rientro dei GI’s in patria. Durante il mandato è riuscito a evitare di aprire nuovi fronti e a rimpatriare qualche soldato, ma non è riuscito a domare il Pentagono. Quest’ultimo ha ampliato le Forze speciali senza «semiclandestine» ed è riuscito a distruggere lo Stato libanese senza far ricorso a uomini in uniforme. È la stessa strategia che sta mettendo in atto anche in Israele, ove organizza pogrom anti-arabi e anti-ebrei sfruttando lo scontro fra Hamas e Israele.

 

Il Pentagono ha più volte tentato di allargare la «dottrina Rumsfeld/Cebrowski» al Bacino dei Caraibi. Ha pianificato il rovesciamento, non già del regime di Nicolás Maduro, bensì della Repubblica bolivariana del Venezuela, ma è stato costretto alla fine a rinviarlo.

 

Si deve prendere atto che il Pentagono è diventato un potere autonomo. Dispone di un budget annuale gigantesco, quasi il doppio di quello dell’intero Stato francese (escluse collettività territoriali e sicurezza sociale).

 

In pratica, il suo potere si estende ben al di là degli Stati Uniti, dal momento che controlla l’insieme degli Stati membri dell’Alleanza Atlantica. Dovrebbe rendere conto della propria attività al presidente degli Stati Uniti, ma le esperienze dei presidenti Barack Obama e Donald Trump dimostrano il contrario. Il primo non è riuscito a imporre al generale John Allen la propria politica nei confronti di Daesh, il secondo si è lasciato trarre in inganno dal Central Command. Niente fa supporre che andrà diversamente con il presidente Joe Biden.

Il Pentagono ha più volte tentato di allargare la «dottrina Rumsfeld/Cebrowski» al Bacino dei Caraibi. Ha pianificato il rovesciamento, non già del regime di Nicolás Maduro, bensì della Repubblica bolivariana del Venezuela, ma è stato costretto alla fine a rinviarlo

 

La recente lettera aperta di ex generali USA (7) dimostra che più nessuno sa chi dirige le forze armate USA. Quel che conta non è la loro analisi politica − degna della guerra fredda − che non inficia la loro presa d’atto: amministrazione federale e generali non sono sulla stessa lunghezza d’onda.

 

Le analisi di William Arkin, pubblicate sullo Wasghington Post, hanno dimostrato che, dopo gli attentati dell’11 Settembre, lo Stato federale ha organizzato una nebulosa di agenzie, sottoposte alla supervisione del dipartimento per la Sicurezza della Patria (8).

 

Nel segreto più assoluto, esse intercettano e archiviano le comunicazioni di tutte le persone che vivono negli Stati Uniti. Arkin ha ora rivelato su Newsweek che il Dipartimento della Difesa ha creato forze speciali segrete, distinte da quelle in uniforme (9). Sono queste ad avere in carico la dottrina Rumsfeld/Cebrowski, quali che siano l’inquilino della Casa Bianca e la sua politica estera.

Si deve prendere atto che il Pentagono è diventato un potere autonomo. Dispone di un budget annuale gigantesco, quasi il doppio di quello dell’intero Stato francese

 

Quando nel 2001 il Pentagono attaccò l’Afghanistan e poi l’Iraq ricorse alle proprie forze armate classiche − non ne aveva altre a disposizione− e a quelle dell’alleato britannico.

 

Durante la «guerra senza fine» in Iraq, ha però costituito forze jihadiste irachene − sunnite e sciite − per far precipitare il Paese nella guerra civile (10). Una di queste forze, costola di Al Qaeda, fu utilizzata in Libia nel 2011; un’altra in Iraq nel 2014, sotto il nome di Daesh. Questi gruppi si sono progressivamente sostituiti alle forze armate USA per fare il lavoro sporco di cui parlava il colonnello Ralph Peters nel 2001.

 

Oggi nessuno vede soldati USA in uniforme in Yemen, Libano o Israele. Lo stesso Pentagono s’è fatto vanto del loro ritiro. In realtà, 60 mila uomini delle Forze speciali USA clandestine, ossia senza uniforme, attraverso la guerra civile seminano caos in questi Paesi.

La recente lettera aperta di ex generali USA (7) dimostra che più nessuno sa chi dirige le forze armate USA

 

 

Thierry Meyssan

 

NOTE

1) L’incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto sul Pentagono, Thierry Meyssan, Fandango (2002).

2) Diversamente da quanto generalmente si crede, questo libro non riguarda gli attentati dell’11 Settembre. Soltanto la prima parte («Sanguinosa messinscena») dimostra l’impossibilità materiale della versione dominante. Le due parti successive riguardano la politica di controllo di massa («Morte della democrazia in America») e sul progetto imperiale futuro («L’impero attacca»)

3) «Blood borders. How a better Middle East would look», Ralph Peters, Armed Forces Journal, 1 giugno, 2006.

4) «Stability. America’s ennemy», Ralph Peters, Parameters, #31-4, Inverno 2001.

5) Transforming Military Force. The Legacy of Arthur Cebrowski and Network Centric Warfare, James R. Blaker, Praeger Security International (2007).

6) The Pentagon’s New Map: War and Peace in the Twenty-first Century, Thomas P. M. Barnett, Paw Prints (2004).

7) «Open Letter from Retired Generals and Admirals», Voltaire Network, 9 maggio 2021.

8) Top Secret America: The Rise of the New American Security State, William M. Arkin & Dana Priest, Back Bay Books (2012).

9) «Exclusive: Inside the Military’s Secret Undercover Army», William M. Arkin, Newsweek, May 17, 2021.

10) Sotto i nostri occhi, Capitolo «La fusione dei due Gladio e la preparazione di Daesh», Thierry Meyssan, edizioni La Vela (2018).

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Geopolitica

L’UE respinge il Canada come membro «associato»

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La maggior parte dei membri dell’Unione Europea (UE) ha respinto la proposta del Primo Ministro canadese Mark Carney di rendere il Canada un membro «associato», ma sembra che una qualche forma di «alleanza» sia ancora in fase di elaborazione.

 

Una bozza di accordo mostra che Germania, Italia, Grecia, Francia e altri paesi hanno guidato l’opposizione all’ottenimento da parte del Canada di un nuovo tipo di status speciale nell’UE. Questa bozza è stata presentata prima del vertice UE-Canada conclusosi il 30 ottobre a Montreal.

 

Invece di un’adesione associata, il Canada avrà un «legame sempre più stretto» con l’UE, ha affermato il Carney.

All’inizio dell’anno, il Carney aveva affermato di voler instaurare un rapporto più stretto con l’UE, dichiarando: «Non puntiamo a diventare membri dell’Unione Europea. Quello che cerchiamo e a cui adotteremo è un’alleanza unica tra il Canada e l’Unione Europea».

 

Tale annuncio è stato duramente criticato dal leader del Partito Conservatore del Canada, Pierre Poilievre, il quale ha affermato che una cosa del genere «non accadrà mai».

 

Al termine del vertice di due giorni di Montreal, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato: «Vogliamo definire insieme un numero maggiore di politiche, con un allineamento molto più stretto». «Vogliamo consultarci a vicenda in tutte le fasi, dall’ideazione all’attuazione», ha aggiunto l’Ursula.

 

È importante sottolineare che il governo Carney intende allinearsi alle politiche e alla sicurezza climatica ed energetica dell’UE. La Von der Leyen ha affermato che «il concetto di membro associato è un territorio inesplorato, ma abbiamo l’ambizione, la fiducia e la creatività per plasmarlo insieme e, per essere chiari, questa è una partnership non contro nessuno, ma per la nostra forza comune».

 

Carney ha dichiarato ai giornalisti che il nuovo rapporto con l’UE è una «collaborazione positiva» che creerà un «nucleo per una più ampia alleanza positiva per il futuro, che genererà opportunità e metterà in comune le risorse per ottenere risultati migliori».

 

Le ambizioni di Carney in merito all’adesione all’UE si manifestano in un momento in cui gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, hanno raddoppiato la dose imponendo dazi doganali severi al Canada.

 

Per quanto riguarda i legami di Carney con l’UE, non sorprendono, viste le sue posizioni a favore dei diritti LGBT, le sue conoscenze personali e i suoi legami con i movimenti mondialisti, tanto che il Poilievre lo definisce il «golden boy» del World Economic Forum. Il primo ministro di Ottawa ha anche ammesso di essere un «elitario» e un «globalista».

 

Il Carney appoggia pienamente la cosiddetta identità «multiculturale» del paese, che in realtà spesso minimizza l’eredità cristiana europea di coloro che hanno fondato ospedali, scuole e infrastrutture. Ciò ha portato anche in Canada ad un’immigrazione di massa a livelli insostenibili.

 

Come riportato da Renovatio 21, quando Carney è stato nel fulcro finanziario statale di Londra, la Bank of England, è stato pioniere della questione della CBDC, la moneta elettronica emessa da banca centrale. Nel 2019, prima di pandemia, dedollarizzazione superinflazione e crash bancari che stiamo vedendo, l’allora governatore della Banca d’Inghilterra Carney ne aveva parlato all’annuale incontro dei banchieri centrali di Jackson Hole, nel Wyoming nel 2019.

Il Carney, sedicente cattolico, l’anno scorso aveva dichiarato che «dobbiamo unirci tutti» ai valori musulmani.

 

A Davos lo scorso gennaio il Carney aveva tenuto un discorso di tenore antitrumpiano sostenendo che, se mai è esistito, l’«ordine basato sulle regole» è finito e ci troviamo ora in un era di fantasia geopolitica imperiale. Trump aveva risposto attaccando il recente abboccamento di Ottawa con Pechino, preconizzando che la Cina «divorerà» il Canada., e rivendicando le sue mire sulla Groenlandia.

 

Tre mesi fa il Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, aveva dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che inizierà dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, solo cinque mesi fa Carney aveva menzionato ancora una volta il «nuovo ordine mondiale» durante un viaggio nella Repubblica Popolare Cinese, la cui partnership con il Canada egli ha elogiato.

 

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Geopolitica

Trump in contatto con Netanyahu: paura di altre ostilità con l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato al telefono con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sabato mattina, per fare il punto sui preparativi per possibili attacchi contro l’Iran,. Lo riporta il Wall Street Journal, che cita fonti a conoscenza della conversazione.   Secondo il WSJ, Trump aveva precedentemente tenuto un altro incontro con alti comandanti militari alla Casa Bianca per discutere le opzioni per la ripresa di importanti operazioni di combattimento. Nelle scorse settimane, diverse testate giornalistiche hanno riportato che gli Stati Uniti potrebbero riprendere gli attacchi contro l’Iran dopo le elezioni di medio termine del 3 novembre.   Trump ha ripetutamente minacciato di bombardare l’Iran, avvertendo di «un’altra piccola Furia Epica», dal nome dell’operazione precedente, qualora Teheran non rispetterà le sue condizioni di pace. Secondo quanto riferito, funzionari statunitensi avrebbero avvertito gli alleati arabi che ospitano basi militari americane di prepararsi a un’operazione breve ma intensa.   Interrogato sabato sera durante una festa di Halloween a Mar-a-Lago, in Florida, sulla possibilità di «tornare in guerra con l’Iran» nelle prossime settimane, Trump ha risposto: «Supponiamo che lo facessi, ve lo direi? Non posso dirvelo».

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Secondo quanto riferito, il Pentagono avrebbe presentato a Trump potenziali obiettivi che vanno dagli impianti nucleari e siti militari sotterranei iraniani all’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti hanno inoltre inviato ulteriori intercettori missilistici nella regione e trasferito truppe da basi vulnerabili.   Secondo un articolo del Jerusalem Post pubblicato sabato, Stati Uniti e Israele hanno già elaborato piani per una rinnovata azione militare, ma è improbabile che Trump ordini attacchi prima del voto di martedì, a meno che i servizi segreti non indichino preparativi per un attacco a sorpresa.   Una ripresa delle ostilità giungerebbe in un momento delicato per Netanyahu, il cui blocco di destra non è riuscito a ottenere la maggioranza parlamentare alle elezioni della scorsa settimana. Rimarrà in carica mentre proseguono i negoziati per la formazione di una coalizione.   Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato sabato che Trump non ha ancora deciso se lanciare nuovi attacchi contro l’Iran, ma preferisce una soluzione diplomatica. Le sue dichiarazioni sono giunte mentre i negoziatori iraniani incontravano i mediatori del Qatar a Doha, dopo oltre 12 ore di colloqui a Teheran venerdì. Una fonte a conoscenza dei colloqui ha riferito a Reuters che la diplomazia viene coordinata attraverso contatti regolari con Washington.   Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran ha esaminato una lettera del vicepresidente statunitense JD Vance volta a riaprire i negoziati, definendo l’iniziativa un «passo positivo».   Nel frattempo, la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha ordinato alle forze armate di prepararsi a «una risposta immediata ed efficace, senza limitazioni geografiche» qualora il Paese venisse attaccato di nuovo, secondo quanto riportato in una dichiarazione diffusa sabato dal suo ufficio.

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Geopolitica

Lavrov: l’Europa ha perso l’occasione di mediare nel conflitto ucraino

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I Paesi europei hanno più volte disatteso gli accordi volti a risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina, compromettendo così la loro credibilità come potenziali garanti di pace. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergejy Lavrov.

 

Mosca aveva già dichiarato che i funzionari europei non avrebbero preso parte ai prossimi colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti ad Abu Dhabi.

 

Nel corso di una conferenza stampa a margine del vertice del G20 ad Atlanta, in Georgia, venerdì, Lavrov ha dichiarato che «gli europei vogliono inserirsi nel processo negoziale».

 

«Ciò che conta non è quello che vogliono gli europei, ma il valore aggiunto che possono effettivamente apportare».

Lavrov ha accusato i governi europei di non aver rispettato gli accordi volti a risolvere la crisi, a cominciare da quello del febbraio 2014 tra l’allora presidente ucraino Viktor Yanukovich e i leader dell’opposizione. Francia, Germania e Polonia contribuirono a mediare l’accordo, che avrebbe dovuto porre fine a mesi di proteste e scontri mortali a Kiev. Yanukovich fu deposto poco dopo, un evento che, secondo Mosca, spinse la Crimea a separarsi dall’Ucraina e ad unirsi alla Russia, scatenando al contempo una rivolta nel Donbass, regione a maggioranza russofona.

 

Secondo Lavrov, Francia e Germania non sono riuscite a garantire che l’Ucraina attuasse le riforme politiche e concedesse uno status speciale al Donbass in base agli accordi di Minsk del 2014-2015, che avevano contribuito a negoziare.

 

La presenza di Lavrov al vertice del G20 negli Stati Uniti ha suscitato l’ira dei diplomatici europei, molti dei quali avrebbero minacciato di boicottare la foto di gruppo. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul si era opposto a essere fotografato accanto a Lavrov, ma alla fine è stato immortalato nella stessa foto.

 

Lavrov è arrivato ad Atlanta, in Georgia, venerdì per l’incontro di due giorni che precede il vertice dei leader del G20 previsto per metà dicembre in Florida.

 

Il presidente statunitense Donald Trump ha espresso la speranza che il presidente russo Vladimir Putin partecipi al vertice, sebbene Mosca non abbia ancora deciso se accettare l’invito, stando a quanto riferito dal Cremlino.

 

La presenza di Lavrov alla riunione ministeriale si è rivelata particolarmente controversa per diverse delegazioni europee, che si sono opposte alla decisione di Washington di invitare funzionari russi.

 

«Non ci sarà nessuna foto di gruppo che ritragga i nostri partner europei insieme al signor Lavrov», ha dichiarato il Wadephul ai giornalisti, insistendo sul fatto che «dobbiamo evitare di inviare segnali visivi sbagliati».

Secondo diverse fonti mediatiche, il Segretario di Stato americano Marco Rubio avrebbe infine rinunciato alla tradizionale foto di gruppo dopo che i ministri degli esteri europei si sarebbero rifiutati di posare accanto a Lavrov e avrebbero minacciato di abbandonare la sala. Tuttavia, il ministro tedesco non è riuscito a evitare di apparire nella stessa inquadratura del suo omologo russo.

 

Una fotografia della prima sessione plenaria del G20, pubblicata venerdì su X dal corrispondente di DW Benjamin Alvarez, mostra Wadephul che lancia un’occhiata di sottecchi a Lavrov. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha colto al volo l’occasione, suggerendo in un post su Telegram che i giornalisti occidentali avessero ignorato le obiezioni del diplomatico tedesco fotografando i due ministri insieme. La Zakharova ha inoltre sottolineato che il Wadephullo stesso aveva richiesto un incontro dell’ultimo minuto con Lavrov a margine dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite appena un mese prima.

 

L’incontro è stato il primo tra i due dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. Lavrov ha poi definito la discussione deludente, affermando che la sua controparte tedesca si è limitata a ripetere le solite posizioni anti-russe di Berlino.

 

La controversia di Atlanta fa seguito alle precedenti obiezioni europee alla decisione di Washington di ripristinare la partecipazione della Russia ai vertici del G20. Quando il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha partecipato ai colloqui del G20 alla fine di agosto, diventando il primo ministro delle Finanze russo a farlo dal 2022, Trump ha difeso l’approccio della sua amministrazione.

 

«Ci piace andare d’accordo con tutti. Uno dei motivi del mio successo è che vado d’accordo con tutti», disse all’epoca il presidente degli Stati Uniti.

 

Lavrov ha partecipato per l’ultima volta a una riunione ministeriale del G20 nel settembre 2025, a margine dell’80ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Nonostante gli sforzi occidentali per isolare diplomaticamente Mosca, ha mantenuto un’agenda internazionale fitta di impegni, tra cui visite ufficiali in diversi paesi africani e asiatici.

 

L’ultimo incontro si svolge inoltre in vista del quarto round di negoziati trilaterali mediati dagli Stati Uniti, che coinvolgeranno Russia, Ucraina e Stati Uniti e che dovrebbe tenersi il mese prossimo.

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Yuri Ushakov, collaboratore del Cremlino, ha dichiarato mercoledì che i rappresentanti europei saranno esclusi dai colloqui, nonostante i loro sforzi per ottenere un posto al tavolo negoziale.

 

L’ex cancelliera tedesca Angela Merkel e l’ex presidente francese François Hollande hanno riconosciuto, in interviste separate rilasciate nel dicembre 2022, che gli accordi avevano dato all’Ucraina il tempo di rafforzare le proprie forze armate. Mosca ha citato le loro dichiarazioni come prova del fatto che i governi occidentali non avevano mai avuto intenzione di attuare gli accordi in buona fede.

 

Lavrov ha anche citato il vertice di Parigi del dicembre 2019, dove i leader di Russia, Ucraina, Francia e Germania hanno ribadito il loro impegno ad attuare gli accordi di Minsk. Il processo diplomatico, tuttavia, non è riuscito a produrre una soluzione duratura.

 

«Negli ultimi 12 anni hanno avuto più che sufficienti opportunità. Con i loro fatti, hanno dimostrato che il loro curriculum non può essere ignorato la prossima volta che cercheranno di agire come ‘garanti’», ha affermato Lavrov.

 

Le sue dichiarazioni sono seguite a una rara conversazione telefonica avvenuta martedì tra il presidente russo Vladimir Putin, il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store. La telefonata di 90 minuti, incentrata sul conflitto in Ucraina e sui prossimi negoziati di pace, ha suscitato critiche da parte di diversi leader europei. La prima ministra danese Mette Frederiksen ha affermato che l’iniziativa non era stata coordinata con gli altri paesi europei; il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha dichiarato di non essere stato informato in anticipo.

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Putin ha accolto con favore il contatto, descrivendolo come un passo verso l’instaurazione di «una sorta di dialogo costruttivo».

 

Lavrov ha partecipato alla riunione dei ministri degli Esteri del G20 ad Atlanta su invito degli Stati Uniti, nonostante le obiezioni di alcuni governi europei alla partecipazione della Russia. Anche il presidente statunitense Donald Trump ha invitato Putin al vertice dei leader del G20 previsto per dicembre a Miami.

 

L’opposizione europea alla partecipazione della Russia è stata evidente venerdì, quando la tradizionale foto di gruppo del G20 è stata annullata dopo che diversi diplomatici europei si sono opposti a posare accanto a Lavrov.

 

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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