Sport e Marzialistica
Lotta a cavallo e caccia con l’aquila: ecco i Giochi Mondiali dei nomadi
Sono in corso presso il lago Issyk-Kul, in Kirghizistan, i Giochi Mondiali dei Nomadi, arrivati alla loro VI edizione.
Atleti di 90 Paesi si sfidano in 43 discipline nate dalle usanze nomadi, dalla caccia con l’aquila alla lotta a cavallo e al tiro con l’arco, fino al tiro alla fune e ai giochi intellettuali della tradizione.
I cavalli sono al centro di molte prove; le competizioni si chiuderanno il 6 settembre.
Nell’«er enish» («lotta a cavallo») due lottatori a cavallo cercano – come in una sorta di judo equestre – di sbalzarsi a vicenda dalla sella, mentre nel «tyiyn enmei» («raccolta di monete») i cavalieri, al galoppo, devono piegarsi quasi a terra per raccogliere un oggetto, e chissà a cosa serve questa abilità.
Another gold for Kyrgyzstan in Er Enish (horseback wrestling) at the World Nomad Games! 🇰🇬🥇 pic.twitter.com/WO5uglfgtX
— Samat (@samat_awa) September 3, 2026
Ancient traditions come alive at World Nomad Games (VIDEOS)
Thousands of participants have gathered in Kyrgyzstan for competitions ranging from horseback wrestling to eagle huntinghttps://t.co/W1egFQKD64 (FULL)
Horsemen, wrestlers, and archers are testing their strength and… pic.twitter.com/FZnlXiRr2H— rbg4lif 🟥⬛🟩 (@rbg4lif) September 4, 2026
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Havvi quindi il «kok-boru» («lupo grigio»), forse lo spettacolo più noto: due squadre a cavallo si contendono la carcassa di una capra e tentano di portarla nella porta avversaria: tipo un polo ma nella versione più barbara possibile – un polo debritishizzato, in fondo non può non piacerci, come del resto bisogna apprezzare le botte da orbi del calcio fiorentino, infinitamente migliore della versione filtrata dagli inglesi che ce l’hanno rigurgitata addosso come football.
Highlights from Day 1 of the VI World Nomad Games.
The Kyrgyz Kök Börü team defeated Team USA in a very intense game.
🇺🇸 Lad Howell won the hearts of the Kyrgyz crowd with his true warrior spirit. pic.twitter.com/FzwAmJQjJ3
— Samat (@samat_awa) September 2, 2026
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Evvi poi la caccia tradizionale, la quale è rappresentata dal «salbuurun», con aquile reali, altri rapaci e cani da caccia. Il programma comprende anche tiro con l’arco da cavallo (la nobile disciplina che in Giappone si chiama yabusame), corse di cavalli e numerose forme di lotta tradizionale.
Horseback archers showcase Kyrgyz nomad traditions at World Nomad Games pic.twitter.com/4GJJMvAcjS
— Bizna Kenya (@biznakenya) September 4, 2026
Team GB’s female riders took on horseback archery at the World Nomad Games in Kyrchyn Gorge, firing from the saddle against a dramatic mountain backdrop https://t.co/ad3MEBkNH6 @StephenMBland pic.twitter.com/JwpFF2Fi7r
— The Times of Central Asia (@thetimesoca) September 3, 2026
People coming to the World Nomad Games also get to try traditional Turkic sports themselves.
Like this one.
Two people, one wooden board, one stick. Basically, whoever can’t pull the other guy over loses. pic.twitter.com/cCVvPBNYQl
— Daily Turkic (@DailyTurkic) September 2, 2026
Iran’s four-member tug-of-war team finished runner-up at the Nomad Games in Kyrgyzstan. pic.twitter.com/eAe83P3qhV
— Alireza Akbari (@itsalireza_akb) September 3, 2026
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I Giochi vanno oltre lo sport. Yurte, costumi tradizionali, artigianato, musica e cibo hanno trasformato i luoghi in una vetrina della cultura nomade, cioè cultura della steppa e del Centrasia, dove le ex repubbliche sovietiche respirano ancora ampli influssi dell’impero mongolo del Genghis Khane.
L’evento nasce dagli sforzi compiuti in Kirghizistan negli anni Duemila per salvare i giochi tradizionali le cui regole rischiavano di scomparire con la scomparsa delle generazioni più anziane. L’iniziativa è stata poi riconosciuta dall’UNESCO come buona pratica per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (o ICH, Intangible cultural heritage).
Dopo il debutto in Kirghizistan nel 2014, i Giochi Mondiali dei Nomadi sono approdati in Turchia e in Kazakistan, prima di tornare quest’anno nel Paese d’origine. Quella che era un’iniziativa regionale per tenere vive le antiche tradizioni è diventata una celebrazione internazionale della cultura nomade.
Una parola a parte andrebbe spesa per la cerimonia di apertura dei Giochi, specie dopo lo spettacolo devastante di fondamentalismo massonico-esoterico preparato a Parigi per le Olimpiadi 2024.
Ebbene, i kirghisi, che sono tipo sei milioni (meno della Lombardia), hanno prodotto una vera e propria festa per gli occhi. Come ha notato un osservatore su X guardando queste immagini , i «Giochi Nomadi sono quello che le Olimpiadi credono di essere».
🇰🇬 Kyrgyzstan, I owe you an apology, I was not familiar with your game. The Kyrgyz put on an impressive Olympics-level ceremony for the opening of the 2026 World Nomad Games. Beautiful display of traditional Central Asian culture with modern elements and 100s of horses. Central… https://t.co/kaetmsYRvP pic.twitter.com/Z8M2clYR5P
— Alexander Lacherbauer (@lacherbauer) September 1, 2026
World Nomad Games is what the Olympics thinks it is. pic.twitter.com/xCZMuIdC0r
— Daily Turkic (@DailyTurkic) September 2, 2026
Incredible scenes at Bishkek Arena during the opening ceremony of the 6th World Nomad Games on Kyrgyz Republic Independence Day, with SCO heads of state in attendance—including Xi Jinping, Vladimir Putin, Narendra Modi, Masoud Pezeshkian, and host President Sadyr Japarov.
The… pic.twitter.com/NhJyYeM4qP
— 🅰pocalypsis 🅰pocalypseos 🇷🇺 🇨🇳 🅉 (@apocalypseos) August 31, 2026
This is how Kyrgyzstan opened the World Nomad Games 2026 yesterday.
Pure Creativity 💫 #NomadGames #Kyrgyzstan pic.twitter.com/fJHrd87uIo
— PIN-UP Bet Nigeria 🇳🇬 (@Pinup_NG) September 2, 2026
E l’Italia, con tutti i campi nomadi, avrà mandato una delegazione? O i nomadi nostrani non fanno sport?
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Immagine screenshot da Twitter
Gender
Lottatrice liceale chiede alla Giustizia di poter evitare di competere con ragazzi transgenderri
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Sport e Marzialistica
Origini del codice del Bushido
Il Bushido, il codice etico e l’insieme di ideali di vita dei samurai, è stato nei secoli elevato a modello educativo e culturale per l’intero popolo giapponese, al punto che è opinione comune che il Giappone sia diventato una nazione forte proprio grazie a questi principi. In origine riservato esclusivamente alla casta guerriera, il Bushido influenzò solo in un secondo momento anche la vita quotidiana della gente comune. Va notato che i samurai poterono portare liberamente le spade in pubblico solo fino all’editto Meiji del 1872, che pose fine a questa consuetudine e segnò l’inizio di un nuovo sistema educativo.
Pur presentando numerosi punti in comune, spesso dibattuti dagli storici, con la cavalleria europea del Medioevo, il Bushido conserva caratteri distintivi. Uno dei più significativi riguarda la considerazione sociale riservata al guerriero: mentre nell’antica Cina il combattente non occupava una posizione di vertice nella scala sociale (un rispetto che i guerrieri cinesi conquistarono solo più tardi, attraverso guerre continue), nel Giappone feudale i bushi, futura casta dei samurai, erano tra i pochi considerati degni di essere presi a modello dalla gioventù, un’influenza che è arrivata fino ai giorni nostri. Anche la poesia ebbe un ruolo importante nella trasmissione dello spirito del Bushido, poiché l’amore per la bellezza espresso attraverso i versi costituiva parte integrante del codice cavalleresco giapponese.
Un altro pilastro era l’addestramento mentale alla quiete interiore, ritenuto tanto vitale quanto l’abilità fisica nel maneggiare la spada in combattimento — un concetto affine allo stato di «vuoto della mente» ( 無心, mushin, letteralmente «senza mente») elaborato dai maestri zen, capace di donare ai grandi spadaccini l’istantaneità dell’azione. Si racconta che il samuraio, per mantenere questa disposizione mentale anche sotto tensione, allenasse la propria capacità di attesa fredda e determinata, per poi portare l’attacco per primo quando la pressione diventava insostenibile per l’avversario.
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I valori fondamentali insegnati ai giovani destinati a diventare difensori del clan e, più tardi, del Paese, erano la frugalità e la cavalleria. I samurai erano descritti come uomini d’azione, rigorosi e austeri, che agivano secondo ciò che ritenevano giusto senza sentire il bisogno di fornire spiegazioni, ed erano attenti ai dettagli pur restando sempre pronti al momento dell’azione. Il codice imponeva inoltre di non versare il sangue di un avversario più debole o di rango inferiore, a meno che ciò non fosse necessario per il proprio signore o per i propri doveri.
Nonostante l’austerità, i samurai non erano indifferenti alla vita: la amavano con passione, erano inclini a riconoscere ciò che era onesto e buono e nutrivano un forte desiderio di apprendimento, ponendo l’onore della parola data al di sopra di ogni altra cosa. La povertà, frequente nelle loro case, non era motivo di vergogna. Il Bushido condannava inoltre qualsiasi azione ripetuta senza la volontà di correggerla e migliorarla: i samurai erano tenuti a cercare costantemente occasioni di perfezionamento, agendo senza rimandare.
Da un punto di vista storico e sociale, i samurai si formarono come nuova casta all’interno del gruppo che aveva servito l’aristocrazia durante i periodi di pace di Nara (710-794 d.C.) ed Heian (794–1185), l’ultima grande epoca della storia classica giapponese, celebre per la fioritura artistica, la letteratura e la raffinata vita di corte. Fu a Kamakura, a partire dalla prima metà del periodo feudale (dal XII secolo in poi), che questa casta cominciò ad affermarsi, tanto che questa città è considerata il luogo di nascita del movimento samuraijo. I samurai provenivano dalla classe rurale e ascesero la scala sociale servendo l’aristocrazia sia come burocrati sia come ufficiali di polizia o amministrativi al servizio del governo centrale; non appartennero mai, invece, alla classe mercantile.
Il significato del termine Bushido è stato, nel corso dei secoli, oggetto di interpretazioni divergenti e talvolta strumentalizzate. Il codice, va ricordato, non esisteva come corpus scritto e unitario prima del periodo Edo: fu solo con opere come lo Hagakure di Yamamoto Tsunetomo (inizio XVIII secolo) e, più tardi, con il celebre saggio Bushido. L’anima del giappone uscito nel 1900 e scritto in inglese per un pubblico occidentale, che si tentò di sistematizzare in forma organica valori che per secoli erano rimasti pratiche orali, consuetudini di clan e insegnamenti trasmessi da maestro ad allievo.
Questo spiega perché, storicamente, sia difficile parlare di «il» Bushido come se fosse un codice unico e immutabile: più correttamente, si dovrebbe parlare di un insieme di ideali condivisi, declinati diversamente da clan a clan e da epoca a epoca.
Il paragone con la cavalleria europea, per quanto suggestivo, va maneggiato con cautela proprio per le differenze strutturali che il testo evidenzia: mentre il cavaliere medievale europeo agiva all’interno di un sistema in cui il rapporto vassallatico era spesso mediato da un giuramento religioso cristiano e da un ordine feudale relativamente più fluido socialmente, il rapporto samuraio-signore in Giappone si radicava in un concetto di lealtà quasi assoluta (il chu, in kanki 忠), che sopravvive nella cultura giapponese ben oltre la fine del sistema feudale — se ne trovano tracce persino nella cultura aziendale giapponese del Novecento.
Il tema della «quiete interiore» — che nel testo originale inglese del Nitobe compariva come «patience» apre una finestra importante sul legame profondo tra arti marziali e buddhismo zen in Giappone. Non è un caso che molti dei più celebri maestri di spada, da Bokuden Tsukahara (1489-1571) a Musashi Miyamoto (1584-1645), abbiano intrecciato la pratica del combattimento con una ricerca spirituale che andava ben oltre la tecnica: il concetto di mushin, la «mente senza mente» o «vuoto mentale», teorizzato dai maestri zen, descrive uno stato in cui l’azione scaturisce senza la mediazione del pensiero cosciente, permettendo una reattività istantanea — un’idea che, non a caso, ha affascinato anche pensatori e artisti marziali occidentali nel secondo Novecento, contribuendo non poco alla diffusione internazionale di queste discipline.
Anche l’osservazione sulla provenienza sociale dei samurai merita un approfondimento: il fatto che non provenissero mai dalla classe mercantile riflette una gerarchia sociale confuciana (importata anch’essa, in parte, dalla Cina) che poneva i mercanti all’ultimo gradino della scala sociale, nonostante la loro spesso notevole ricchezza — un paradosso che caratterizzerà tutto il periodo Edo, con mercanti economicamente potenti ma socialmente subordinati a samurai talvolta impoveriti ma formalmente superiori per rango.
Un punto che meriterebbe attenzione in un articolo divulgativo è la distinzione tra il Bushido come è stato effettivamente vissuto nei secoli feudali e il Bushido come è stato reinterpretato, e in parte reinventato, nell’epoca moderna. Dopo la Restaurazione Meiji (1868) e la conseguente abolizione della classe samuraia come ceto giuridicamente riconosciuto, il Giappone attraversò un periodo di intensa ricerca di un’identità nazionale che potesse competere, anche simbolicamente, con le potenze occidentali.
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In questo clima, intellettuali come Nitobe Inazo presentarono il Bushido come l’equivalente giapponese del codice cavalleresco europeo, un «codice d’onore nazionale» che avrebbe caratterizzato l’intero popolo giapponese e non solo l’antica casta guerriera. È un’operazione culturale che ha avuto un impatto enorme sulla percezione, anche occidentale, del Giappone, ma che gli storici contemporanei tendono a guardare con maggiore cautela, distinguendo tra il Bushido storico — frammentato, plurale, spesso pragmatico — e il Bushido come mito nazionale costruito a posteriori.
Un secondo filone di approfondimento riguarda il rapporto tra Bushido e istituzioni religiose. Oltre al legame con il buddhismo zen, già toccato in precedenza, è significativo il ruolo dello shintoismo, la religione autoctona giapponese legata al culto degli antenati e delle divinità della natura: molte scuole di spada, come si è visto, nacquero in prossimità di santuari dedicati a divinità guerriere (Kashima e Katori, ad esempio), e l’idea stessa della spada come oggetto sacro — non semplice strumento di offesa, ma quasi un’estensione spirituale del suo possessore — affonda le radici proprio in questa tradizione religiosa sincretica, che mescola elementi shinto, buddhisti e, più tardi, anche confuciani.
Proprio l’influsso confuciano merita un cenno a parte: il confucianesimo, importato dalla Cina insieme a gran parte dell’apparato burocratico e culturale giapponese, fornì ai teorici del Bushido un vocabolario etico fondamentale — concetti come la lealtà (chu), la pietà filiale, il rispetto della gerarchia e il valore della rettitudine morale (義, gi) sono tutti mutuati, almeno in parte, dal pensiero confuciano, e vennero integrati nel codice guerriero soprattutto a partire dal periodo Edo (1603-1868), quando il governo dello shogunato Tokugawa promosse attivamente lo studio dei classici confuciani come strumento di stabilità sociale e politica.
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Immagine: Kusakabe Kimbei (1841–) Samurai in armatura (circa 1860), stampa all’albumina colorata a mano di Kusakabe Kimbei. Impero del Giappone. La figura a sinistra impugna uno yumi (arco giapponese), quella al centro una katana e quella a destra uno yari (lancia a punta dritta).
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Concluso il torneo autunnale di Sumo
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