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La Francia e il jihadismo dell’alleato turco

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21

 

 

 

La Francia si rende conto un po’ in ritardo che gli jihadisti che hanno compiuto attentati sul suo territorio, nonché gli altri che ne stanno preparando di nuovi, hanno il sostegno di Stati stranieri, alleati militari all’interno della NATO. Il rifiuto di trarne le conseguenze in politica estera rende poco efficace il progetto di legge per contrastare l’islamismo.

 

 

Per contrastare la strumentalizzazione politica della fede mussulmana il presidente Emmanuel Macron e il governo di Jean Castex hanno redatto un disegno di legge, ora in discussione in parlamento.

La Francia si rende conto un po’ in ritardo che gli jihadisti che hanno compiuto attentati sul suo territorio, nonché gli altri che ne stanno preparando di nuovi, hanno il sostegno di Stati stranieri, alleati militari all’interno della NATO

 

Il testo si articola attorno a quattro idee forti, tra cui il divieto di finanziamento delle associazioni di culto da parte di Stati stranieri. Tutti sono consapevoli che ci si riferisce agli Stati a capo dell’islamismo, ma nessuno osa nominarli: Turchia e Qatar, telecomandati da Regno Unito e Stati Uniti. Combattere l’islamismo in Francia implica infatti molte e pesanti conseguenze in politica estera. Nessun partito osa affrontare il problema, vanificando così l’impegno profuso nella battaglia.

 

La Francia ha già affrontato con atteggiamento esitante l’islamismo della metà degli anni Novanta, quando Regno Unito e Stati Uniti sostenevano in Algeria gli jihadisti che si opponevano all’influenza francese. Londra offrì anche asilo politico a questi «democratici» che combattevano un regime militare. L’allora ministro dell’Interno, Charles Pasqua, si lanciò in una prova di forza che lo indusse a far abbattere i membri di un commando del Gruppo Islamico Armato (GIA), che avevano dirottato un aereo dell’Air France, nonché a espellere il capo della sede CIA di Parigi (peraltro coinvolto in una vicenda di spionaggio economico). La questione fu così regolata per i successivi vent’anni.

 

La Direzione Generale della Sicurezza Interna (DGSI) ha ispirato un dossier, pubblicato sul Journal du Dimanche del 7 febbraio 2021, su come «Erdoğan infiltra la Francia». Si noti che il giornale non chiama in causa la Turchia, ma soltanto il presidente Erdoğan. Lo stesso, almeno per ora, per Qatar, Regno Unito e Stati Uniti, che non vengono citati. In particolare, il settimanale accusa la Millî Görüş, senza dire che fu la milizia del presidente Necmettin Erbakan e che il presidente Erdoğan ne fu a capo. Infine, omette di affrontare il presunto ruolo avuto dai servizi segreti turchi negli attentati del 13 novembre 2015 (Bataclan).

Tutti sono consapevoli che ci si riferisce agli Stati a capo dell’islamismo, ma nessuno osa nominarli: Turchia e Qatar, telecomandati da Regno Unito e Stati Uniti. Combattere l’islamismo in Francia implica infatti molte e pesanti conseguenze in politica estera

 

È questo il tema che affronterò, rettificando parecchi pregiudizi.

 

 

Islam: fede e politica

Maometto fu un profeta, ma al tempo stesso un capo militare e un principe. L’islam da lui fondato era un particolare rito del cristianesimo (1), ma anche la formulazione della sua politica nei confronti delle tribù della penisola arabica, nonché l’insieme di norme giuridiche da lui promulgate. Alla sua morte nessuno fu capace di distinguere l’eredità spirituale dall’azione politica e militare. I suoi successori politici (in arabo «califfi») ne ereditarono anche l’autorità religiosa, sebbene non avessero preparazione teologica e, in alcuni casi, addirittura non credessero in Dio.

 

Oggi i mussulmani che vivono in Europa vorrebbero sceverare questo islam per conservarne solo il versante spirituale e abbandonare gli aspetti inattuali, in particolare la Sharia. Il presidente Erdoğan – che aspira a essere ufficialmente riconosciuto il 29 ottobre 2023 (centenario della Repubblica turca) Califfo dei mussulmani – cerca in tutti i modi di opporsi.

Oggi i mussulmani che vivono in Europa vorrebbero sceverare questo islam per conservarne solo il versante spirituale e abbandonare gli aspetti inattuali, in particolare la Sharia. Il presidente Erdoğan – che aspira a essere ufficialmente riconosciuto il 29 ottobre 2023 (centenario della Repubblica turca) Califfo dei mussulmani – cerca in tutti i modi di opporsi

 

Si tratta di uno scontro fra due civiltà. Non tra la cultura europea e quella turca, ma tra la civiltà contemporanea e una civiltà scomparsa da oltre un secolo.

 

 

Erdoğan: un teppista diventato presidente

Il presidente Erdoğan non è un politico come gli altri. Ha iniziato la carriera come teppista che faceva a cazzotti nelle strade della capitale. È entrato in politica negli anni Settanta, aderendo a una milizia islamista, l’Akıncılar, per unirsi poi alla milizia creata nel 1997, alla caduta del primo ministro Necmettin Erbakan, la Millî Görüş. Quest’organizzazione di sicari era finanziata dall’Iraq del presidente Saddam Hussein e controllata dal Grande Maestro dell’Ordine sufi dei Naqshbandi, generale Ezzat Ibrahim al-Douri, futuro vicepresidente iracheno.

 

L’anglo-tunisino Rashid Ghannushi, una delle grandi figure della Fratellanza Mussulmana, ha dichiarato: «Nel mondo arabo della mia generazione, quando le persone parlavano del movimento islamico, parlavano di Erbakan. Quando parlavano di Erbakan lo facevano al modo in cui parlavano di Hasan al-Banna e di Sayyid Qutb». Così, benché il movimento islamista sia diviso organizzativamente tra Fratellanza Mussulmana da un lato e Naqshbandi dall’altro, questi movimenti formano senza alcun dubbio una sola e unica ideologia.

 

Erdogan oggi è il leader sia della Fratellanza Mussulmana (radicata in Medio Oriente Allargato e in Europa) sia dei Naqshbandi (radicati soprattutto in Bosnia Erzegovina, nel Daghestan russo, in Asia del Sud e nello Xinjiang cinese)

Ed è a nome della Millî Görüş che Erdoğan ha svolto un ruolo efficace nelle guerre in Afghanistan, a fianco di Gulbuddin Hekmatyar, e nelle guerre in Cecenia, a fianco di Chamil Nassaïev. Divenuto presidente, durante la guerra della NATO in Siria s’è imposto in quanto capo di questa corrente. Oggi è il leader sia della Fratellanza Mussulmana (radicata in Medio Oriente Allargato e in Europa) sia dei Naqshbandi (radicati soprattutto in Bosnia Erzegovina, nel Daghestan russo, in Asia del Sud e nello Xinjiang cinese).

 

 

Le reti islamiste

La trasformazione dell’Ordine dei Naqshbandi e la creazione della Fratellanza Mussulmana sul modello della Grande Loggia Unita d’Inghilterra sono state pilotate dal Regno Unito, nel contesto del «Grande Gioco», che opponeva l’Impero britannico all’Impero russo, e della conquista coloniale del Sudan. Ancora oggi l’MI6 controlla direttamente entrambe le organizzazioni. I finanziatori si avvicendano (dapprima Arabia Saudita, poi Qatar e Turchia) ma non chi impartisce gli ordini.

 

Anteriormente alla prima guerra mondiale i britannici utilizzarono l’università al-Azhar del Cairo per unificare il mondo mussulmano attorno a un’unica versione del Corano (all’epoca erano una quarantina). Bisognava eliminare i passaggi utilizzati dalla crudele setta sudanese del Mahdi contro l’Impero britannico. Il Grande imam di al-Ahzar fu mandato a convertire i mussulmani sudanesi al «vero» islam recentemente nato.

 

La Confraternita Mussulmana nella sua forma originaria fu fondata dall’egiziano Hasan al-Banna. Fu immaginata come prolungamento dell’investimento britannico nell’islam. La Fratellanza fu poi organizzata in altra forma direttamente dall’MI6, dopo la seconda guerra mondiale, e successivamente all’esecuzione di Hasan al-Banna, gli Stati Uniti v’introdussero prontamente un intellettuale massone, nonché ateo, Sayyid Qutb, che si convertì all’islam, da lui concepito come arma per conquistare il potere. Creò un’ideologia binaria (noi e loro, ciò che è vietato e ciò che è autorizzato) e predicò la jihad.

La Fratellanza Musulmana fu poi organizzata in altra forma direttamente dall’MI6, dopo la seconda guerra mondiale, e successivamente all’esecuzione di Hasan al-Banna, gli Stati Uniti v’introdussero prontamente un intellettuale massone, nonché ateo, Sayyid Qutb, che si convertì all’islam, da lui concepito come arma per conquistare il potere

 

Sotto il controllo dei britannici e con il finanziamento dell’Arabia Saudita (Lega Islamica Mondiale), la Fratellanza si estese progressivamente a tutta la regione che oggi chiamiamo il Medio Oriente Allargato. Conquistarono il potere in Pakistan, consentendo così alla CIA di fare guerra ai sovietici in Afghanistan. Si trasformarono poi in un vero e proprio esercito e combatterono in Bosnia-Erzegovina a fianco del Pentagono. Oggi sono presenti in molti conflitti, in particolare in Sahel, Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan (2).

 

Anche l’Iran di Ruhollah Khomeini si fonda su una concezione politica dell’islam. L’ayatollah incontrò Hasan al-Banna al Cairo, non già per associarglisi, ma per spartirsi con lui il mondo mussulmano. L’attuale Guida della Rivoluzione, Ali Khamenei, ha tradotto due libri di Sayyid Qutb, che dice di ammirare; invita sistematicamente i Fratelli Mussulmani ai congressi sull’islam, ma, in privato, le due correnti non perdono occasione di sparlare l’una dell’altra. Tra loro si è stabilita una sorta di pace armata.

 

Gli europei in generale e i francesi in particolare cominciano solo ora a interessarsi all’islam politico, che non riescono a distinguere dalla spiritualità mussulmana, a dispetto dei lavori di Louis Massignon.

 

 

La Turchia e la NATO

Ritorniamo alla Turchia. Gli Stati Uniti l’hanno ammessa nella NATO perché confinante con l’Unione Sovietica. Durante la guerra di Corea, gli americani poterono apprezzare il valore dei soldati turchi, grazie ai quali evitarono una vergognosa sconfitta. Sono gli americani che hanno organizzato una migrazione in Germania Ovest di cittadini turchi, a scopo lavorativo, al fine di consolidare la popolazione in campo atlantista dei tedeschi. Inoltre, dato che i turchi kurdi avevano creato il PKK con l’aiuto dei sovietici, le autorità di occupazione USA in Germania avrebbero potuto sorvegliarli direttamente.

Sono gli americani che hanno organizzato una migrazione in Germania Ovest di cittadini turchi, a scopo lavorativo, al fine di consolidare la popolazione in campo atlantista dei tedeschi

 

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la pressione degli Stati Uniti s’è allentata. I lavoratori turchi hanno cominciato a passare dalla Germania Ovest ad altri Paesi frontalieri, tra cui la Francia.

 

Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti istallarono il quartier generale europeo della Fratellanza Mussulmana prima a Monaco di Baviera poi a Ginevra, attorno a Saïd Ramadan (marito della figlia di Hasan al-Banna e padre di Tariq e Hanni Ramadan). Dopo ogni colpo di Stato fallito in Medio Oriente, la NATO fa concedere dalla Germania o dalla Francia l’asilo politico ai Fratelli Mussulmani. Sicché questi due Paesi hanno storicamente nutrito i nemici al proprio seno. Charles Pasqua fu il primo a opporsi a quest’alleanza d’imbroglioni. I dossier a suo tempo accumulati dall’intelligence francese sono stati recentemente riordinati da Jean-Loup Izambert (3).

 

Con la svolta islamista imposta da Erdoğan alla Turchia, l’Agenzia per gli Affari Religiosi (Diyanet) ha considerevolmente aumentato l’influenza sulla diaspora. Ha moltiplicato il numero degli imam e si è appoggiata alla Millî Görüş, nonché, più recentemente, ai Lupi Grigi (altra milizia turca, anch’essa legata alla NATO, ora vietata in Francia). (4)

Dopo ogni colpo di Stato fallito in Medio Oriente, la NATO fa concedere dalla Germania o dalla Francia l’asilo politico ai Fratelli Mussulmani. Sicché questi due Paesi hanno storicamente nutrito i nemici al proprio seno

 

 

Erdoğan e gli attentati del 2015 e 2016 a Parigi e Bruxelles

Le inchieste sugli attentati di Parigi-Saint Denis e di Bruxelles-Zaventem del 2015 e 2016 hanno stabilito che non sono state azioni isolate. Secondo gl’inquirenti francesi e belgi, si è trattato di operazioni di tipo militare. La domanda è: quale esercito li ha organizzati?

 

Gl’inquirenti hanno dimostrato che i due gruppi erano fra loro strettamente collegati. Gli ordini sono stati perciò impartiti da un’unica fonte.

 

Quattro giorni prima degli attentati di Bruxelles-Zaventem, il presidente Erdoğan ha esplicitamente minacciato l’Unione Europea in generale e il Belgio in particolare, preannunciando un attentato (5). E all’indomani di questo bagno di sangue, la stampa turca favorevole al presidente non ha nascosto il proprio entusiasmo. (6)

Quattro giorni prima degli attentati di Bruxelles-Zaventem, il presidente Erdoğan ha esplicitamente minacciato l’Unione Europea in generale e il Belgio in particolare, preannunciando un attentato. E all’indomani di questo bagno di sangue, la stampa turca favorevole al presidente non ha nascosto il proprio entusiasmo

 

Non ci sono quindi dubbi che il presidente turco abbia auspicato anche gli attentati di Parigi-Saint Denis, poiché riteneva che la Francia avesse tradito gl’impegni presi a favore della Turchia in Siria (7).

 

Come sempre, l’unico jihadista riconosciuto come componente del commando di Parigi e di Bruxelles (Mohammed Abrini, «l’uomo dal cappello») è stato identificato come informatore dei servizi segreti britannici (8).

 

Direste «finanziamento di jihadisti che operano sul territorio francese»?

 

 

Thierry Meyssan

Come sempre, l’unico jihadista riconosciuto come componente del commando di Parigi e di Bruxelles (Mohammed Abrini, «l’uomo dal cappello») è stato identificato come informatore dei servizi segreti britannici

 

 

 

NOTE

(1) Fu presentato così quando gli Omayyadi arrivarono a Damasco, prima che il Corano fosse messo in forma scritta.

(2) Si veda la storia mondiale dei Fratelli Mussulmani in sei parti, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 21 giugno 2019.

(3) 56— tome I : L’État français complice de groupes criminels, 56 — tome II : Mensonges et crimes d’État, IS édition (2015 et 2017).

(4) «In Francia i Lupi Grigi cercano di organizzare pogrom anti-armeni», «La Francia sta per mettere fuorilegge i Lupi Grigi», Rete Voltaire, 2 e 3 novembre 2020.

(5) «Erdoğan minaccia l’Unione Europea», di Recep Tayyip Erdoğan, Traduzione Matzu Yagi, Rete Voltaire, 18 marzo 2016.

(6) «La Turquie revendique le bain de sang de Bruxelles», par Savvas Kalèndéridès, Traduction Christian Haccuria, Réseau Voltaire, 24 mars 2016.

(7) «Il movente degli attentati di Parigi e di Bruxelles», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 28 marzo 2016.

(8) «First Isis supergrass helps UK terror police», Tom Harper, The Times, June 26th, 2016. « Terror suspect dubbed “the man in the hat” after Paris and Brussels attacks becomes British police’s first ISIS Supergrass», Anthony Joseph, Daily Mail, June 26th, 2016.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «La Francia e lo jihadismo dell’alleato turco», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 9 febbraio 2021

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Geopolitica

Putin: la politica bellicista europea è «schizofrenia politica»

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Le ripetute affermazioni dei funzionari europei secondo cui la Russia rappresenterebbe una minaccia di guerra per i loro paesi equivalgono a una «schizofrenia politica», ha dichiarato il presidente russo Vladimiro Putin.

 

Il vertice della Federazione Russa ha rilasciato queste dichiarazioni giovedì, parlando con il giornalista russo Pavel Zarubin dopo aver partecipato al congresso dell’Unione dei Lavoratori Teatrali al Teatro Bolshoi di Mosca.

 

Putin ha fermamente negato le ripetute accuse secondo cui Mosca si starebbe preparando a una guerra con l’Europa, liquidandole come parte della continua «campagna anti-russa» nel continente.

 

«Ormai arrivano a parlare costantemente di una “minaccia russa” e persino a discutere di preparativi per una guerra con la Russia, il che, a mio avviso, equivale a una sorta di schizofrenia politica. Ma spero che passi», ha dichiarato Putin.

Il conflitto in Ucraina ha chiaramente dimostrato che la Russia non può essere sconfitta sul campo di battaglia, ha affermato il presidente, aggiungendo che l’idea di infliggere una «sconfitta strategica» al Paese è «semplicemente irrealistica». Putin ha espresso la speranza che coloro che ancora contemplano un simile scenario «giungano a riconoscere la realtà della vita moderna».

 

«Spero che si rendano conto che è meglio vivere in armonia con la Russia, una strada che serve veramente gli interessi dei loro popoli. Se si osservano i processi politici attualmente in corso in Europa, risulta evidente che i popoli europei non desiderano entrare in guerra con la Russia», ha affermato il presidente.

 

In realtà, nemmeno la Russia vuole combattere contro l’Ucraina, ha affermato Putin, sottolineando il passato comune e i legami di lunga data tra russi e ucraini. Tuttavia, Kiev stessa ha scelto la guerra nel 2014, quando ha optato per combattere contro la popolazione dell’allora Donbass ucraino, che aveva respinto il colpo di stato di Maidan, ha detto il presidente, aggiungendo che l’Ucraina ha anche respinto i ripetuti tentativi di Mosca di mediare in quel conflitto.

 

«Se l’attuale leadership ucraina vuole combattere, che combatta. Ma perché si aspettano che siano tutti gli altri a pagare il conto e a fornirgli le armi? Immagino che abbiano le loro ragioni, probabilmente radicate in promesse di aiuto fatte in passato. Ma sembra che quell’“aiuto” fosse destinato a durare fino all’ultimo ucraino», ha detto Putin.

 

Il presidente russo ha inoltre toccato la questione delle controversie territoriali tra Mosca e Kiev, sottolineando che la perdita di regioni precedentemente ucraine non dovrebbe essere considerata tale, poiché in realtà non sono mai state ucraine.

 

«Non è il loro territorio, è parte della Russia storica», ha sottolineato, aggiungendo che i residenti locali hanno votato per la secessione dall’Ucraina e la riunificazione con la Russia.

 

La Russia resta pronta a risolvere il conflitto in Ucraina attraverso la diplomazia, ha affermato Putin, ribadendo la disponibilità di Mosca a riprendere i colloqui trilaterali con Washington e Kiev.

 

«Lo scopo di questi negoziati sarà quello di discutere come garantire la sicurezza sia dell’Ucraina che della Russia in seguito alla conclusione di accordi di pace, nello specifico accordi definitivi e a lungo termine, piuttosto che una semplice cessazione temporanea delle ostilità», ha affermato il presidente, aggiungendo che le discussioni dovrebbero coinvolgere un’architettura di sicurezza paneuropea più ampia.

 

Mosca ha annunciato di essere pronta a riprendere i colloqui trilaterali dopo l’incontro di Putin con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo mercoledì. Il collaboratore del Cremlino Yurij Ushakov ha poi affermato che il prossimo round potrebbe tenersi ad Abu Dhabi verso la metà di novembre.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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Geopolitica

L’Arabia Saudita giustizia una coppia bengalese per essersi baciata all’interno di una moschea

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Le autorità bengalesi chiedono chiarimenti dopo che il Regno dell’Arabia Saudita ha giustiziato due cittadini del Bangladesh per un «atto indecente» non meglio precisato all’interno di una moschea della Mecca.   Secondo quanto riportato da The Week, Nazrul Islam Basir, addetto alla manutenzione della Masjid al-Haram a Mecca, e Siti Akhtar sono stati giustiziati il 14 ottobre in seguito a una condanna lasciata alla discrezionalità del giudice. La famiglia di Basir sostiene che l’uomo fosse stato arrestato otto mesi dopo il suo arrivo in Arabia Saudita, avvenuto quattro anni fa.   L’«atto indecente» non è stato specificato, ma le prime indiscrezioni indicavano che la coppia sarebbe stata sorpresa a baciarsi all’interno della moschea. In ogni caso la BBC ha riferito che il tribunale ha ritenuto che l’atto violasse la «sacralità» della moschea.   Il padre di Basir ha detto della donna: «Non la conosciamo nemmeno. Ho sentito dire che lavoravano nello stesso posto», sebbene un altro membro della famiglia, rimasto anonimo, abbia affermato che il figlio avesse ammesso di aver avuto una «relazione» con lei. La famiglia sostiene che il figlio «abbia avuto una lite con una collega pakistana, che hanno accusato di aver complottato contro di lui». Per quanto riguarda Akhtar, l’Indian Express ha riportato che suo padre ha affermato che era stata incastrata e imprigionata dopo una lite con altre colleghe, circa tre anni e mezzo fa. Dopo aver perso i contatti per un anno, aveva iniziato a chiamare i familiari mensilmente, ma senza fornire molti dettagli sulla sua situazione legale. «Durante una delle sue ultime telefonate, ha detto che forse sarebbe stata rilasciata dal carcere entro due mesi. Ci ha chiamato dal carcere anche solo 15 giorni fa. Anche in quell’occasione, non ha detto nulla sulla sua condanna», ha affermato il padre.   Né i funzionari del Bangladesh né i familiari delle vittime erano stati informati in anticipo dell’esecuzione. «A tal proposito, abbiamo presentato una nota verbale al Ministero degli Affari Esteri saudita, chiedendo un riconoscimento formale della vicenda», ha dichiarato il Consolato Generale del Bangladesh a Gedda. L’agenzia Reuters ha riferito che, al 20 ottobre, i sauditi non avevano ancora risposto.   In Arabia Saudita, monarchia islamica sunnita in cui la giustizia è definita dai dettami onnicomprensivi della legge della sharia, la libertà personale, politica, civile e religiosa è in gran parte inesistente.   L’Arabia Saudita ospita anche circa 3,5 milioni di lavoratori bengalesi (oltre a milioni di altri provenienti da altri Paesi) che inviano ingenti rimesse finanziarie ai loro Paesi d’origine. Tuttavia il trattamento umano di questi lavoratori è da tempo un grave problema.   «È innegabile che molti stranieri impiegati nel regno, in lavori che vanno dai più umili ai più qualificati, siano tornati a casa senza lamentarsi», si legge in un rapporto del 2004 di Human Rights Watch. «Ma per le donne e gli uomini che sono stati sottoposti a condizioni di lavoro pessime e sfruttatrici, violenze sessuali e violazioni dei diritti umani nel sistema giudiziario penale, l’Arabia Saudita ha rappresentato un vero e proprio incubo».   Il rapporto ha intervistato numerosi lavoratori e le loro famiglie provenienti da diversi Paesi, riguardo a una vasta gamma di esperienze traumatiche, la più estrema delle quali è rappresentata da «cinque casi di lavoratori migranti decapitati in Arabia Saudita all’insaputa delle loro ambasciate o dei loro parenti più stretti».   Più recentemente l’Organizzazione Europea Saudita per i Diritti Umani (ESOHR) ha riferito lo scorso dicembre che il regno saudita ha eseguito 347 condanne a morte nel 2025, «segnando un nuovo record per la nazione» dopo aver stabilito il precedente primato l’anno prima. Il 69% delle esecuzioni riguardava reati di droga, che in genere non sono punibili con la pena di morte in Occidente, e il 79% «riguardava crimini che non raggiungevano la soglia giuridica internazionale di ‘crimine gravissimo’», secondo l’organizzazione.   Inoltre il 57% di queste esecuzioni riguardava cittadini stranieri e «spesso» includevano violazioni del giusto processo e la mancata informazione delle famiglie fino a dopo l’accaduto.   Tra il 2020 e il 2022, l’Arabia Saudita aveva sospeso le esecuzioni per reati di droga. Tuttavia, sono riprese a dicembre 2022, provocando le proteste degli attivisti. Come riportato da Renovatio 21, nel marzo 2023 un immigrato giordano fu giustiziato per narcotraffico. Secondo quanto riportato, avrebbe offerto una confessione forzata.   Nel 2023, un rapporto congiunto di ESOHR e Reprieve ha rivelato che il tasso di esecuzioni di Riyadh è quasi raddoppiato da quando re Salman e suo figlio, Mohammed bin Salman, sono saliti al potere nel 2015. Tra il 2015 e il 2022, le esecuzioni sono aumentate dell’82 percento.

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Come riportato da Renovatio 21, ad inizio marzo 2022 furono giustiziate 81 persone condannate per crimini che vanno dall’omicidio all’appartenenza a gruppi militanti, in quella che si ricorda come la più grande esecuzione di massa conosciuta nel regno nella sua storia moderna: il numero di giustiziati ha superato persino il bilancio di un’esecuzione di massa del gennaio 1980 per i 63 militanti condannati per aver sequestrato la Grande Moschea della Mecca nel 1979, il peggior attacco di sempre contro il regno e il luogo più sacro dell’Islam. Tra i giustiziati c’erano 73 sauditi, sette yemeniti e un siriano.   Nel 2019, il regno ha decapitato 37 cittadini sauditi, la maggior parte dei quali minoranze sciite, in un’esecuzione di massa in tutto il Paese per presunti crimini legati al terrorismo. Ha anche inchiodato pubblicamente a un palo il corpo mozzato e la testa di un condannato come avvertimento per gli altri. Tali crocifissioni dopo l’esecuzione, sebbene rare, si verificano nel regno.   Piazza Deera, nel centro di Riyadh, conosciuta localmente come «piazza Chop-chop», è il luogo delle decapitazioni pubbliche.   Come scriveva nel 2015 un intervento sul New York Times: «Arabia Saudita, un ISIS che ce l’ha fatta».

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Geopolitica

Hegseth e Netanyahu hanno colloqui segreti

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Il segretario alla Guerra statunitense Pete Hegseth ha effettuato una visita a sorpresa in Israele per colloqui con il primo ministro Benjamin Netanyahu, a pochi giorni dalle elezioni parlamentari del Paese. Lo riporta Axios.

 

L’incontro, di cui si è parlato, si svolge mentre Washington e Israele discutono di una possibile ripresa delle operazioni militari su larga scala contro l’Iran, e proseguono i negoziati indiretti sulla guerra iniziata a febbraio. Israele, uno dei principali beneficiari dei finanziamenti e delle forniture militari statunitensi, ha giustificato le sue offensive con motivazioni di sicurezza, nonostante il conflitto si sia esteso a tutta la regione, abbia interrotto la navigazione nello Stretto di Hormuz e fatto impennare i prezzi globali dell’energia.

 

Lo Hegseth ha incontrato il Netanyahu lunedì alla base aerea di Ovda, nel sud di Israele, dove sono di stanza caccia e aerei cisterna statunitensi, secondo quanto riportato martedì da Axios, che cita fonti a conoscenza della visita. Il capo del Pentagono ha anche incontrato le truppe americane dislocate nella struttura.

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Secondo quanto riportato, i colloqui si sono svolti a porte chiuse e nessuna delle due parti ha reso pubblico il contenuto della discussione. Il Pentagono si è rifiutato di commentare l’incontro, mentre Hegseth ha confermato la visita alle truppe statunitensi operanti sotto il Comando Centrale.

 

La visita a sorpresa ha fatto seguito all’appoggio pubblico del presidente statunitense Donald Trump a Netanyahu in vista delle elezioni parlamentari del 27 ottobre, le prime in Israele dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas e la successiva devastante campagna militare israeliana a Gaza. Domenica, il presidente statunitense ha elogiato Netanyahu definendolo un «Grande Primo Ministro Guerriero» e gli ha offerto il suo «appoggio completo e totale».

 

Netanyahu ha governato Israele per oltre 18 anni, ricoprendo diversi mandati, più a lungo di qualsiasi altro primo ministro nella storia del Paese. Ora si trova ad affrontare una dura battaglia per rimanere al potere, con gli oppositori che lo incolpano dei catastrofici fallimenti in materia di sicurezza che hanno portato agli attacchi del 7 ottobre e lo accusano di aver prolungato la devastante guerra a Gaza per preservare la propria sopravvivenza politica. I sondaggi suggeriscono che la sua coalizione di destra potrebbe perdere la maggioranza parlamentare.

 

Il viaggio di Hegseth si svolgerebbe, a quanto pare, mentre Washington e lo Stato Ebraico discutono la possibilità di lanciare un’altra importante offensiva militare contro l’Iran. Trump ha paventato la prospettiva di nuovi attacchi dopo le elezioni di medio termine statunitensi di novembre.

 

Nel frattempo, Netanyahu ha chiarito che Israele è pronto ad attaccare l’Iran senza attendere l’approvazione o la partecipazione di Washington.

 

«Se dovremo agire da soli, agiremo da soli», ha dichiarato domenica, delineando una dottrina di sicurezza incentrata sull’azione militare preventiva.

 

Netanyahu ha anche chiesto il rovesciamento del governo iraniano, affermando che Teheran continuerà a ricostruire le sue capacità militari e nucleari finché l’attuale leadership rimarrà al potere. L’Iran ha ripetutamente negato di voler sviluppare armi nucleari, insistendo sul fatto che il suo programma nucleare sia a fini pacifici.

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Netanyahu sembra avere un ascendente forte non solo su Trump – che, era divenuto chiaro negli anni passati, in realtà lo disprezza – ma pure su singoli alti funzionari della Casa Bianca.

 

È il caso di Mike Waltz, il consigliere per la sicurezza nazionale che nel maggio 2025 fu rimosso dall’incarico e indicato come ambasciatore statunitense all’ONU. Le ricostruzioni giornalistiche dell’epoca, che Casa Bianca e interessati non hanno confermato, attribuivano la caduta a diversi fattori tra cui i suoi rapporti troppo diretti con Netanyahu.

 

In particolare si imputava allo Waltz di aver coordinato con l’entourage del premier israeliano le ipotesi di un attacco all’Iran, mentre Trump puntava su un negoziato. Waltz era considerato uno dei più saldi alleati di Israele nell’amministrazione.

 

Poche settimane dopo furono allontanate dal Consiglio di sicurezza nazionale anche altre figure da lui nominate, giudicate filo-israeliane.

 

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