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La Francia e il jihadismo dell’alleato turco

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21

 

 

 

La Francia si rende conto un po’ in ritardo che gli jihadisti che hanno compiuto attentati sul suo territorio, nonché gli altri che ne stanno preparando di nuovi, hanno il sostegno di Stati stranieri, alleati militari all’interno della NATO. Il rifiuto di trarne le conseguenze in politica estera rende poco efficace il progetto di legge per contrastare l’islamismo.

 

 

Per contrastare la strumentalizzazione politica della fede mussulmana il presidente Emmanuel Macron e il governo di Jean Castex hanno redatto un disegno di legge, ora in discussione in parlamento.

La Francia si rende conto un po’ in ritardo che gli jihadisti che hanno compiuto attentati sul suo territorio, nonché gli altri che ne stanno preparando di nuovi, hanno il sostegno di Stati stranieri, alleati militari all’interno della NATO

 

Il testo si articola attorno a quattro idee forti, tra cui il divieto di finanziamento delle associazioni di culto da parte di Stati stranieri. Tutti sono consapevoli che ci si riferisce agli Stati a capo dell’islamismo, ma nessuno osa nominarli: Turchia e Qatar, telecomandati da Regno Unito e Stati Uniti. Combattere l’islamismo in Francia implica infatti molte e pesanti conseguenze in politica estera. Nessun partito osa affrontare il problema, vanificando così l’impegno profuso nella battaglia.

 

La Francia ha già affrontato con atteggiamento esitante l’islamismo della metà degli anni Novanta, quando Regno Unito e Stati Uniti sostenevano in Algeria gli jihadisti che si opponevano all’influenza francese. Londra offrì anche asilo politico a questi «democratici» che combattevano un regime militare. L’allora ministro dell’Interno, Charles Pasqua, si lanciò in una prova di forza che lo indusse a far abbattere i membri di un commando del Gruppo Islamico Armato (GIA), che avevano dirottato un aereo dell’Air France, nonché a espellere il capo della sede CIA di Parigi (peraltro coinvolto in una vicenda di spionaggio economico). La questione fu così regolata per i successivi vent’anni.

 

La Direzione Generale della Sicurezza Interna (DGSI) ha ispirato un dossier, pubblicato sul Journal du Dimanche del 7 febbraio 2021, su come «Erdoğan infiltra la Francia». Si noti che il giornale non chiama in causa la Turchia, ma soltanto il presidente Erdoğan. Lo stesso, almeno per ora, per Qatar, Regno Unito e Stati Uniti, che non vengono citati. In particolare, il settimanale accusa la Millî Görüş, senza dire che fu la milizia del presidente Necmettin Erbakan e che il presidente Erdoğan ne fu a capo. Infine, omette di affrontare il presunto ruolo avuto dai servizi segreti turchi negli attentati del 13 novembre 2015 (Bataclan).

Tutti sono consapevoli che ci si riferisce agli Stati a capo dell’islamismo, ma nessuno osa nominarli: Turchia e Qatar, telecomandati da Regno Unito e Stati Uniti. Combattere l’islamismo in Francia implica infatti molte e pesanti conseguenze in politica estera

 

È questo il tema che affronterò, rettificando parecchi pregiudizi.

 

 

Islam: fede e politica

Maometto fu un profeta, ma al tempo stesso un capo militare e un principe. L’islam da lui fondato era un particolare rito del cristianesimo (1), ma anche la formulazione della sua politica nei confronti delle tribù della penisola arabica, nonché l’insieme di norme giuridiche da lui promulgate. Alla sua morte nessuno fu capace di distinguere l’eredità spirituale dall’azione politica e militare. I suoi successori politici (in arabo «califfi») ne ereditarono anche l’autorità religiosa, sebbene non avessero preparazione teologica e, in alcuni casi, addirittura non credessero in Dio.

 

Oggi i mussulmani che vivono in Europa vorrebbero sceverare questo islam per conservarne solo il versante spirituale e abbandonare gli aspetti inattuali, in particolare la Sharia. Il presidente Erdoğan – che aspira a essere ufficialmente riconosciuto il 29 ottobre 2023 (centenario della Repubblica turca) Califfo dei mussulmani – cerca in tutti i modi di opporsi.

Oggi i mussulmani che vivono in Europa vorrebbero sceverare questo islam per conservarne solo il versante spirituale e abbandonare gli aspetti inattuali, in particolare la Sharia. Il presidente Erdoğan – che aspira a essere ufficialmente riconosciuto il 29 ottobre 2023 (centenario della Repubblica turca) Califfo dei mussulmani – cerca in tutti i modi di opporsi

 

Si tratta di uno scontro fra due civiltà. Non tra la cultura europea e quella turca, ma tra la civiltà contemporanea e una civiltà scomparsa da oltre un secolo.

 

 

Erdoğan: un teppista diventato presidente

Il presidente Erdoğan non è un politico come gli altri. Ha iniziato la carriera come teppista che faceva a cazzotti nelle strade della capitale. È entrato in politica negli anni Settanta, aderendo a una milizia islamista, l’Akıncılar, per unirsi poi alla milizia creata nel 1997, alla caduta del primo ministro Necmettin Erbakan, la Millî Görüş. Quest’organizzazione di sicari era finanziata dall’Iraq del presidente Saddam Hussein e controllata dal Grande Maestro dell’Ordine sufi dei Naqshbandi, generale Ezzat Ibrahim al-Douri, futuro vicepresidente iracheno.

 

L’anglo-tunisino Rashid Ghannushi, una delle grandi figure della Fratellanza Mussulmana, ha dichiarato: «Nel mondo arabo della mia generazione, quando le persone parlavano del movimento islamico, parlavano di Erbakan. Quando parlavano di Erbakan lo facevano al modo in cui parlavano di Hasan al-Banna e di Sayyid Qutb». Così, benché il movimento islamista sia diviso organizzativamente tra Fratellanza Mussulmana da un lato e Naqshbandi dall’altro, questi movimenti formano senza alcun dubbio una sola e unica ideologia.

 

Erdogan oggi è il leader sia della Fratellanza Mussulmana (radicata in Medio Oriente Allargato e in Europa) sia dei Naqshbandi (radicati soprattutto in Bosnia Erzegovina, nel Daghestan russo, in Asia del Sud e nello Xinjiang cinese)

Ed è a nome della Millî Görüş che Erdoğan ha svolto un ruolo efficace nelle guerre in Afghanistan, a fianco di Gulbuddin Hekmatyar, e nelle guerre in Cecenia, a fianco di Chamil Nassaïev. Divenuto presidente, durante la guerra della NATO in Siria s’è imposto in quanto capo di questa corrente. Oggi è il leader sia della Fratellanza Mussulmana (radicata in Medio Oriente Allargato e in Europa) sia dei Naqshbandi (radicati soprattutto in Bosnia Erzegovina, nel Daghestan russo, in Asia del Sud e nello Xinjiang cinese).

 

 

Le reti islamiste

La trasformazione dell’Ordine dei Naqshbandi e la creazione della Fratellanza Mussulmana sul modello della Grande Loggia Unita d’Inghilterra sono state pilotate dal Regno Unito, nel contesto del «Grande Gioco», che opponeva l’Impero britannico all’Impero russo, e della conquista coloniale del Sudan. Ancora oggi l’MI6 controlla direttamente entrambe le organizzazioni. I finanziatori si avvicendano (dapprima Arabia Saudita, poi Qatar e Turchia) ma non chi impartisce gli ordini.

 

Anteriormente alla prima guerra mondiale i britannici utilizzarono l’università al-Azhar del Cairo per unificare il mondo mussulmano attorno a un’unica versione del Corano (all’epoca erano una quarantina). Bisognava eliminare i passaggi utilizzati dalla crudele setta sudanese del Mahdi contro l’Impero britannico. Il Grande imam di al-Ahzar fu mandato a convertire i mussulmani sudanesi al «vero» islam recentemente nato.

 

La Confraternita Mussulmana nella sua forma originaria fu fondata dall’egiziano Hasan al-Banna. Fu immaginata come prolungamento dell’investimento britannico nell’islam. La Fratellanza fu poi organizzata in altra forma direttamente dall’MI6, dopo la seconda guerra mondiale, e successivamente all’esecuzione di Hasan al-Banna, gli Stati Uniti v’introdussero prontamente un intellettuale massone, nonché ateo, Sayyid Qutb, che si convertì all’islam, da lui concepito come arma per conquistare il potere. Creò un’ideologia binaria (noi e loro, ciò che è vietato e ciò che è autorizzato) e predicò la jihad.

La Fratellanza Musulmana fu poi organizzata in altra forma direttamente dall’MI6, dopo la seconda guerra mondiale, e successivamente all’esecuzione di Hasan al-Banna, gli Stati Uniti v’introdussero prontamente un intellettuale massone, nonché ateo, Sayyid Qutb, che si convertì all’islam, da lui concepito come arma per conquistare il potere

 

Sotto il controllo dei britannici e con il finanziamento dell’Arabia Saudita (Lega Islamica Mondiale), la Fratellanza si estese progressivamente a tutta la regione che oggi chiamiamo il Medio Oriente Allargato. Conquistarono il potere in Pakistan, consentendo così alla CIA di fare guerra ai sovietici in Afghanistan. Si trasformarono poi in un vero e proprio esercito e combatterono in Bosnia-Erzegovina a fianco del Pentagono. Oggi sono presenti in molti conflitti, in particolare in Sahel, Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan (2).

 

Anche l’Iran di Ruhollah Khomeini si fonda su una concezione politica dell’islam. L’ayatollah incontrò Hasan al-Banna al Cairo, non già per associarglisi, ma per spartirsi con lui il mondo mussulmano. L’attuale Guida della Rivoluzione, Ali Khamenei, ha tradotto due libri di Sayyid Qutb, che dice di ammirare; invita sistematicamente i Fratelli Mussulmani ai congressi sull’islam, ma, in privato, le due correnti non perdono occasione di sparlare l’una dell’altra. Tra loro si è stabilita una sorta di pace armata.

 

Gli europei in generale e i francesi in particolare cominciano solo ora a interessarsi all’islam politico, che non riescono a distinguere dalla spiritualità mussulmana, a dispetto dei lavori di Louis Massignon.

 

 

La Turchia e la NATO

Ritorniamo alla Turchia. Gli Stati Uniti l’hanno ammessa nella NATO perché confinante con l’Unione Sovietica. Durante la guerra di Corea, gli americani poterono apprezzare il valore dei soldati turchi, grazie ai quali evitarono una vergognosa sconfitta. Sono gli americani che hanno organizzato una migrazione in Germania Ovest di cittadini turchi, a scopo lavorativo, al fine di consolidare la popolazione in campo atlantista dei tedeschi. Inoltre, dato che i turchi kurdi avevano creato il PKK con l’aiuto dei sovietici, le autorità di occupazione USA in Germania avrebbero potuto sorvegliarli direttamente.

Sono gli americani che hanno organizzato una migrazione in Germania Ovest di cittadini turchi, a scopo lavorativo, al fine di consolidare la popolazione in campo atlantista dei tedeschi

 

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la pressione degli Stati Uniti s’è allentata. I lavoratori turchi hanno cominciato a passare dalla Germania Ovest ad altri Paesi frontalieri, tra cui la Francia.

 

Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti istallarono il quartier generale europeo della Fratellanza Mussulmana prima a Monaco di Baviera poi a Ginevra, attorno a Saïd Ramadan (marito della figlia di Hasan al-Banna e padre di Tariq e Hanni Ramadan). Dopo ogni colpo di Stato fallito in Medio Oriente, la NATO fa concedere dalla Germania o dalla Francia l’asilo politico ai Fratelli Mussulmani. Sicché questi due Paesi hanno storicamente nutrito i nemici al proprio seno. Charles Pasqua fu il primo a opporsi a quest’alleanza d’imbroglioni. I dossier a suo tempo accumulati dall’intelligence francese sono stati recentemente riordinati da Jean-Loup Izambert (3).

 

Con la svolta islamista imposta da Erdoğan alla Turchia, l’Agenzia per gli Affari Religiosi (Diyanet) ha considerevolmente aumentato l’influenza sulla diaspora. Ha moltiplicato il numero degli imam e si è appoggiata alla Millî Görüş, nonché, più recentemente, ai Lupi Grigi (altra milizia turca, anch’essa legata alla NATO, ora vietata in Francia). (4)

Dopo ogni colpo di Stato fallito in Medio Oriente, la NATO fa concedere dalla Germania o dalla Francia l’asilo politico ai Fratelli Mussulmani. Sicché questi due Paesi hanno storicamente nutrito i nemici al proprio seno

 

 

Erdoğan e gli attentati del 2015 e 2016 a Parigi e Bruxelles

Le inchieste sugli attentati di Parigi-Saint Denis e di Bruxelles-Zaventem del 2015 e 2016 hanno stabilito che non sono state azioni isolate. Secondo gl’inquirenti francesi e belgi, si è trattato di operazioni di tipo militare. La domanda è: quale esercito li ha organizzati?

 

Gl’inquirenti hanno dimostrato che i due gruppi erano fra loro strettamente collegati. Gli ordini sono stati perciò impartiti da un’unica fonte.

 

Quattro giorni prima degli attentati di Bruxelles-Zaventem, il presidente Erdoğan ha esplicitamente minacciato l’Unione Europea in generale e il Belgio in particolare, preannunciando un attentato (5). E all’indomani di questo bagno di sangue, la stampa turca favorevole al presidente non ha nascosto il proprio entusiasmo. (6)

Quattro giorni prima degli attentati di Bruxelles-Zaventem, il presidente Erdoğan ha esplicitamente minacciato l’Unione Europea in generale e il Belgio in particolare, preannunciando un attentato. E all’indomani di questo bagno di sangue, la stampa turca favorevole al presidente non ha nascosto il proprio entusiasmo

 

Non ci sono quindi dubbi che il presidente turco abbia auspicato anche gli attentati di Parigi-Saint Denis, poiché riteneva che la Francia avesse tradito gl’impegni presi a favore della Turchia in Siria (7).

 

Come sempre, l’unico jihadista riconosciuto come componente del commando di Parigi e di Bruxelles (Mohammed Abrini, «l’uomo dal cappello») è stato identificato come informatore dei servizi segreti britannici (8).

 

Direste «finanziamento di jihadisti che operano sul territorio francese»?

 

 

Thierry Meyssan

Come sempre, l’unico jihadista riconosciuto come componente del commando di Parigi e di Bruxelles (Mohammed Abrini, «l’uomo dal cappello») è stato identificato come informatore dei servizi segreti britannici

 

 

 

NOTE

(1) Fu presentato così quando gli Omayyadi arrivarono a Damasco, prima che il Corano fosse messo in forma scritta.

(2) Si veda la storia mondiale dei Fratelli Mussulmani in sei parti, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 21 giugno 2019.

(3) 56— tome I : L’État français complice de groupes criminels56 — tome II : Mensonges et crimes d’État, IS édition (2015 et 2017).

(4) «In Francia i Lupi Grigi cercano di organizzare pogrom anti-armeni», «La Francia sta per mettere fuorilegge i Lupi Grigi», Rete Voltaire, 2 e 3 novembre 2020.

(5) «Erdoğan minaccia l’Unione Europea», di Recep Tayyip Erdoğan, Traduzione Matzu Yagi, Rete Voltaire, 18 marzo 2016.

(6) «La Turquie revendique le bain de sang de Bruxelles», par Savvas Kalèndéridès, Traduction Christian Haccuria, Réseau Voltaire, 24 mars 2016.

(7) «Il movente degli attentati di Parigi e di Bruxelles», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 28 marzo 2016.

(8) «First Isis supergrass helps UK terror police», Tom Harper, The Times, June 26th, 2016. « Terror suspect dubbed “the man in the hat” after Paris and Brussels attacks becomes British police’s first ISIS Supergrass», Anthony Joseph, Daily Mail, June 26th, 2016.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «La Francia e lo jihadismo dell’alleato turco», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 9 febbraio 2021

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Geopolitica

Bardella: la Francia non può finanziare l’Ucraina per sempre

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La Francia non dispone di risorse proprie e non può finanziare l’Ucraina all’infinito, ha dichiarato Jordan Bardella, presidente del partito di destra Rassemblement National (NR) di Marine Le Pen.

 

Il principale partito di opposizione francese è stato oggetto di dure critiche da parte dei rivali all’inizio di questa settimana, dopo che il vicepresidente Louis Aliot ha affermato che NR «chiuderebbe i rubinetti» per Kiev qualora salisse al potere dopo le elezioni presidenziali del 2027. Si ritiene che Le Pen abbia ottime possibilità di successo alle elezioni del prossimo anno, indipendentemente da chi sarà il suo avversario al secondo turno.

 

Sabato, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, Bardella è tornato sulla questione, sostenendo che l’Ucraina ha bisogno del sostegno della Francia e delle altre nazioni occidentali nel conflitto con la Russia, ma che «il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di finanziare la guerra ad vitam æternam», espressione latina che significa «per sempre».

 

La Francia ha un debito pubblico di 3.500 miliardi di euro e non può «dare soldi che non abbiamo più» al governo di Volodymyr Zelens’kyj, ha sostenuto.

 

«La situazione estremamente grave e preoccupante delle finanze pubbliche francesi significa che non possiamo erogare denaro senza garanzie o assicurazioni che questo denaro verrà un giorno restituito», ha affermato il presidente del Rassemblement National.

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Parigi è stata uno dei più convinti sostenitori di Kiev nell’UE dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, erogando miliardi in aiuti militari e diverse armi sofisticate, tra cui obici semoventi CAESAR e aerei da combattimento Mirage.

 

Secondo il Bardella, gli americani erano «molto più furbi» degli europei nel fornire assistenza a Kiev, «perché i fondi che hanno dato all’Ucraina sono garantiti contro l’estrazione di terre rare». Si riferiva all’accordo raggiunto lo scorso anno tra Washington e Kiev, che assicura agli Stati Uniti un accesso preferenziale alle risorse minerarie ucraine.

 

Durante il secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Washington ha inoltre ridotto in misura significativa gli aiuti all’Ucraina, costringendo i membri europei della NATO a pagare le armi di fabbricazione americana destinate al Paese.

 

All’inizio di questa settimana Trump ha avvertito che intende presentare all’Europa un conto, seppur tardivo, per i miliardi di dollari che Washington ha speso per armare l’Ucraina sotto la presidenza del predecessore Joe Biden. In precedenza aveva stimato che Biden avesse fornito a Kiev armi per un valore di oltre 300 miliardi di dollari «gratuitamente».

 

Giovedì Le Pen ha dichiarato che il Rassemblement National è scettico su ulteriori aiuti all’Ucraina perché ritiene che il conflitto con la Russia richieda una soluzione diplomatica.

 

Un sondaggio Harris Interactive di fine agosto indicava che Le Pen godeva del sostegno del 34% dell’opinione pubblica francese, risultato che dovrebbe garantirle l’accesso al secondo turno delle presidenziali, dove avrebbe probabilmente una vittoria agevole contro il rivale di sinistra Jean-Luc Mélenchon o il candidato centrista, l’ex primo ministro Édouard Philippe.

 

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Immagine di Thomas Bresson via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

 

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Geopolitica

La Bulgaria rifiuta di puntare il dito contro la Russia per l’incidente del drone tedesco

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Il primo ministro bulgaro Rumen Radev ha evitato di addossare esclusivamente alla Russia la responsabilità dell’incidente con i droni verificatosi il mese scorso in Germania, richiamando le consegne «sconsiderate» di armi occidentali a Kiev.   All’inizio di questa settimana il governo tedesco ha dichiarato di avere motivi per ritenere che Mosca fosse all’origine dell’episodio, in cui un drone carico di esplosivo è stato trovato tra aerei cargo Antonov ucraini all’aeroporto di Lipsia-Halle il 4 agosto.   Successivamente Berlino ha annunciato la chiusura del Consolato Generale russo a Bonn e della Casa Russa a Berlino, oltre a controlli alle frontiere più severi per i cittadini russi. Mosca ha risposto chiudendo i centri del Goethe-Institut di Mosca, San Pietroburgo ed Ekaterinburg, che promuovono la lingua e la cultura tedesca.

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Mosca ha respinto le accuse; il presidente Vladimir Putin ha indicato che si trattava di una tattica diversiva per distogliere i tedeschi dai problemi economici interni.   Sebbene diversi Stati membri dell’UE abbiano espresso sostegno alla posizione tedesca, non tutti si sono uniti a chi punta il dito contro la Russia.   Un esempio calzante è la Bulgaria: venerdì il primo ministro ha dichiarato in Parlamento che le spedizioni europee di armi a lungo raggio in Ucraina sono state altrettanto «sconsiderate» quanto il fallito tentativo di sabotaggio in Germania il mese scorso. Radev, che ha vinto le elezioni pochi mesi fa ed è considerato un euroscettico, ha sottolineato che Kiev sta utilizzando armamenti di fabbricazione occidentale, con il supporto dell’intelligence e di istruttori europei, per condurre attacchi in profondità nel territorio russo.   «E cosa possiamo aspettarci quando attacchiamo in profondità nel territorio di un altro Paese con le nostre armi a lungo raggio? Resterà a guardare o reagirà?» ha chiesto retoricamente il primo ministro bulgaro.   Il Cremlino ha respinto le affermazioni sull’incidente del drone tedesco parlando di «invenzioni», avvertendo che l’insistenza dell’Occidente nel conseguire una «vittoria militare convenzionale» su una grande potenza nucleare sta aumentando drasticamente il rischio di un’escalation incontrollata.   «L’Europa può esistere senza la Russia, ma difficilmente potrà esistere a lungo contro la Russia», ha concluso Radev, esortando l’UE a «sedersi al tavolo dei negoziati il prima possibile».   Come riportato da Renovatio 21, quattro settimane fa un drone ucraino è precipitato in Bulgaria, esplodendo in prossimità di un gasdotto di rilevanza strategica, secondo quanto comunicato dal Ministero della Difesa del Paese.   Nel frattempo diverse figure politiche di spicco in Germania hanno messo in discussione la risposta del governo all’incidente del drone e, più in generale, le attuali politiche ostili di Berlino nei confronti della Russia.   In un articolo pubblicato mercoledì su X, l’ex esponente della sinistra germanica Sahra Wagenknecht, che ha un suo partito chiamato BSW, ha scritto che «anche se la Russia fosse dietro, un drone che non ha causato alcun danno non è una ragione per alimentare una pericolosissima escalation che potrebbe sfociare in una guerra con la Russia, con un costo di milioni di vite umane».

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Valutazioni simili sono state espresse anche da chi si trova all’estremità opposta dello spettro politico. Rispondendo alle domande di un quotidiano, Ulrich Siegmund, candidato di punta del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) alle elezioni regionali di domenica in Sassonia-Anhalt stravinte poche ore fa, ha affermato che una «sequenza continua di eventi» ha portato all’incidente del drone all’aeroporto di Lipsia-Halle, citando il coinvolgimento sempre più profondo del suo Paese nel conflitto in Ucraina, sostenendo che «è logico che a un certo punto ci sarà una qualche reazione».   Il Siegmund ha criticato le politiche anti-russe perseguite dai successivi governi tedeschi dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, affermando che le forniture di armi a Kiev e le sanzioni economiche contro Mosca hanno fatto ben poco per risolvere il conflitto e salvare vite umane.   Il politico dell’AfD ha insistito sul fatto che fosse giunto il momento per la Germania di impegnarsi seriamente in un percorso diplomatico con la Russia.

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Geopolitica

Putin parla dell’incontro con gli inviati di Trump Witkoff e Kushner

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Gli emissari del presidente americano Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono usciti dal Cremlino al termine dei colloqui con il leader russo Vladimir Putin. L’incontro riservato si è protratto per circa tre ore e, subito dopo, nessuna delle due parti ha reso pubbliche dichiarazioni.

 

I due sono giunti a Mosca sabato mattina per trattative finalizzate a una soluzione del conflitto in Ucraina. Prima della visita, Trump aveva dichiarato che gli inviati avevano il compito di presentare «una proposta per porre fine alla guerra» a entrambe le parti. Witkoff e Kushner dovrebbero partire a breve per Kiev.

 

Prima della sessione a porte chiuse, i giornalisti sono stati ammessi per breve tempo nella sala. Erano presenti il consigliere presidenziale Yury Ushakov e il direttore generale del Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF), Kirill Dmitriev. Nell’introduzione, Putin ha manifestato gratitudine alla parte americana per l’impegno profuso negli sforzi diplomatici tesi a risolvere le ostilità in corso.

 

«Pur essendo consapevole della difficile situazione in cui si trova» Trump «non smette di impegnarsi per risolverla e contribuire alla soluzione del conflitto russo-ucraino. Oggi discuteremo di tutte le sue componenti e di tutti i suoi aspetti e, da parte nostra, siamo pronti a illustrarvi la nostra visione della situazione», ha dichiarato Putin.

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Witkoff ha espresso a Putin la profonda gratitudine della famiglia dell’ex marine statunitense Robert Gilman, detenuto in Russia dal 2022 e liberato il mese scorso per motivi «umanitari». «Dovrebbero ringraziare il presidente Trump; è stato lui a lanciare l’appello», ha replicato Putin.

 

Il presidente russo ha ribadito l’impegno di Mosca a sospendere gli attacchi contro Kiev per i tre giorni a partire dalla mezzanotte del 5 settembre. La pausa ha lo scopo di consentire agli inviati di Trump di recarsi in sicurezza nella capitale ucraina.

 

«Vorrei sottolineare che anche la parte ucraina ha ridotto significativamente – di un ordine di grandezza – gli attacchi sul territorio della Federazione Russa, Mosca compresa. Le autorità ucraine hanno pubblicato un appello per una tregua più ampia di tre giorni, ma non abbiamo mai raggiunto un accordo con loro», ha dichiarato Putin.

 

Dopo i colloqui, il corteo con a bordo Witkoff e Kushner si è diretto direttamente all’aeroporto di Vnukovo, nella zona Sud-Ovest della capitale russa. Dmitriev ha accompagnato personalmente gli inviati all’uscita, condividendo foto dall’aeroporto sui social media e descrivendo il loro viaggio come un «importante visita di pace».

 

L’incontro si è rivelato «sostanziale, costruttivo e caratterizzato da un alto grado di franchezza e fiducia reciproca», ha dichiarato Ushakov ai giornalisti poco dopo la partenza di Witkoff e Kushner dal Cremlino. Durante i colloqui, la parte russa ha espresso «fiducia nel raggiungimento degli obiettivi prefissati [dell’operazione contro l’Ucraina]» e ha ribadito «la necessità di affrontare tutte le cause profonde del conflitto», ha affermato il collaboratore presidenziale.

 

Gli inviati di Trump hanno preso «particolare nota» di una questione specifica sollevata dal presidente russo durante l’incontro, ovvero il fatto che «il regime di Kiev ha smesso di nascondere la sua vera natura, iniziando a seppellire nuovamente alcuni dei più noti criminali nazisti», ha affermato Ushakov. Di recente, i resti di due cofondatori dell’OUN (l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, un movimento politico e paramilitare di nazionalismo integralista fondato nel 1929 a Vienna e poi divenuto collaboratore della Germania nazionalsocialista), Andrey Melnik ed Evgeny Konovalets, sono stati riesumati in Europa e riportati in Ucraina per essere seppelliti con tutti gli onori, nell’ambito del progetto del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj di creare un presunto «Pantheon di ucraini illustri», operazione che ha scatenato proteste anche in Polonia.

 

Secondo Ushakov, i negoziati non si sono limitati esclusivamente alla crisi ucraina, ma le due parti hanno discusso in dettaglio di «questioni economiche e potenziali importanti progetti russo-americani di reciproco vantaggio».

 

È d’uopo notare che entrambe le famiglie Witkoff e Kushner hanno origini nell’ex Impero russo, in un contesto ebraico-ashkenazita — con lo stesso tipo di storia migratoria comune a molte famiglie ebraiche americane di quella generazione.

 

La famiglia di Jared Kushner discende da ebrei originari di Novogrudok, all’epoca in Polonia e oggi in Bielorussia. I nonni paterni, Joseph e Rae (Reichel) Kushner, erano sopravvissuti all’Olocausto arrivati negli Stati Uniti nel 1949 da Navahrudak.

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L’altro inviato ha legami genealogici ancora più diretti con la Russia: i nonni paterni di Steve Witkoff erano entrambi nati nell’Impero russo, ed è descritto come proveniente da una famiglia ebraica di origini russe.

 

Sul ruolo giocato dalla provenienza etno-religiosa nel conflitto ucraino si era espresso nel settembre 2023 lo stesso Putin, dichiarando che «i gestori occidentali hanno posto a capo dell’Ucraina moderna un ebreo etnico, un uomo di origine ebraica, con radici ebraiche – in questo modo, a mio avviso, nascondendo le basi antiumane dell’attuale situazione dello Stato Ucraino».

 

«Ciò rende l’intera situazione estremamente disgustosa, vedere un ebreo mascherare la glorificazione del nazismo e di coloro che all’epoca perpetrarono l’Olocausto in Ucraina, sterminando 1,5 milioni di persone», aveva aggiunto il presidente russo.

 

Riguardo alla questione degli «ebrei nazisti» suscitarono aspre polemiche internazionali le parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov alla TV italiana nel 2022. Come scritto da Renovatio 21l’idea ha tuttavia radici storico-letterarie profonde.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

 

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