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Scoprire la Liturgia delle Consacrazioni Episcopali

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A pochi giorni dalle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026 a Écône, questo video presenta la liturgia tradizionale della consacrazione dei vescovi. Attraverso i principali riti della cerimonia, scoprite il significato delle preghiere, dei gesti liturgici e dei simboli che manifestano la pienezza del sacerdozio.

 

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Capitoli

00:00 — Introduzione
00:43 — Una liturgia antichissima, radicata nella Tradizione
01:58 — La materia e la forma della consacrazione episcopale
02:35 — Svolgimento generale della cerimonia
03:57 — Processione d’ingresso ed esame degli eletti
05:12 — Inizio della Messa
06:12 — Litanie dei Santi
07:50 — Imposizione delle mani
08:27 — Prefazio consacratorio
09:28 — Unzione del capo
10:15 — Fine del prefazio consacratorio
11:04 — Unzione delle mani
12:23 — Presentazione delle insegne
13:23 — Offerte
13:48 — Proseguimento e conclusione della Messa
14:24 — Intronizzazione e Acclamazione

 

Trascrizione

Introduzione

Il 1° luglio a Écône si terrà la consacrazione episcopale di quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Mentre i sacerdoti Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel de Sivry e Marc Hanappier riceveranno la pienezza del sacramento dell’Ordine sacro. In questo video non ripercorreremo le complesse ragioni che autorizzano tale atto. Su questo argomento sono già stati pubblicati numerosi studi.

 

Il nostro obiettivo è più semplice: cercare di comprendere meglio la cerimonia in sé, coglierne la ricchezza e, di conseguenza, capire meglio cosa la Chiesa si aspetta da un vescovo e trarre maggior beneficio spirituale da questa grande liturgia.

 

Vediamo quindi insieme come si svolge una consacrazione episcopale secondo la Tradizione della Chiesa.

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Una liturgia antichissima, radicata nella Tradizione

La cerimonia di consacrazione episcopale è descritta in un libro liturgico chiamato Pontificale. Questo libro contiene tutti i sacramenti, le consacrazioni e le benedizioni riservate al vescovo.

 

La liturgia che conosciamo oggi, almeno nella tradizione pontificale, è frutto di un lunghissimo periodo di sviluppo. Come tutta la liturgia cattolica, si è evoluta gradualmente nel corso dei secoli sotto la guida dello Spirito Santo e della sapienza della Chiesa.

 

L’elemento essenziale della consacrazione, l’imposizione delle mani accompagnata dalla preghiera, risale direttamente agli Apostoli.

 

Negli Atti degli Apostoli, capitolo 13, troviamo probabilmente un’allusione a questa consacrazione: «mettete da parte per me Barnaba e Paolo per l’opera che sto per affidare loro. Poi, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li mandarono».

 

Anche San Paolo ricorda a Timoteo e Tito la grazia ricevuta attraverso l’imposizione delle mani.

 

Poi, dall’antichità in poi, e ancor più nel Medioevo, la Chiesa ha arricchito questo rito essenziale con numerose cerimonie secondarie. Gradualmente, queste cerimonie si svilupparono e si organizzarono sempre più fino al XIII secolo, quando un Pontificale Romano descrisse una cerimonia molto simile a quella che conosciamo oggi.

 

Materia e Forma della Consacrazione Episcopale

Nel 1947, Papa Pio XII cercò di chiarire alcuni dubbi sorti riguardo alla materia e alla forma del sacramento dell’Ordine sacro.

 

Ricordiamo che ogni sacramento ha sia materia che forma. La materia è il gesto o l’elemento concreto del sacramento, ad esempio l’acqua versata per il battesimo. La forma sono le parole pronunciate.

 

Pio XII ricordò quindi a tutti che, per la consacrazione episcopale, la materia è l’imposizione delle mani da parte del vescovo consacrante, e la forma è una frase specifica del prefazio consacratorio, che vedremo a breve.

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Svolgimento generale della cerimonia

Come tutte le ordinazioni, la consacrazione dei vescovi avviene durante la Messa. Ciò manifesta il profondo legame tra il sacerdozio e il Santo Sacrificio. L’intera Messa è concelebrata dal consacrante e dal consacrato.

 

Nella cerimonia di ordinazione sacerdotale, la concelebrazione inizia solo dopo l’ordinazione vera e propria, cioè quando i candidati sono a tutti gli effetti sacerdoti. In questo caso, poiché i futuri vescovi sono già sacerdoti, concelebrano fin dall’inizio della Messa.

 

Concretamente, la cerimonia si articola in diverse fasi principali.

 

Innanzitutto, ancor prima dell’inizio della Messa, si svolge l’esame dei futuri vescovi, ancora chiamati vescovi eletti. Poi, dopo il Graduale, segue la consacrazione episcopale vera e propria, preceduta dalle Litanie dei Santi, come in tutte le ordinazioni dal suddiaconato in poi. La Messa prosegue quindi fino all’offertorio, dove i nuovi vescovi portano le offerte. Infine, dopo la benedizione finale, si svolgono diverse cerimonie aggiuntive.

 

Tradizionalmente, i vescovi eletti sono assistiti da altri due vescovi che fungono da co-consacranti e padrini liturgici. Questa consuetudine risale almeno al Concilio di Nicea del 325. Tuttavia, Pio XII ricordò alla consacrazione che non era necessaria per la validità del sacramento e che in determinate circostanze particolari se ne poteva fare a meno.

 

La processione d’ingresso e l’esame degli eletti

Dopo la processione d’ingresso inizia un rito antichissimo: l’esame degli eletti per verificarne l’idoneità. Per lungo tempo, questo rito fu addirittura separato dalla consacrazione stessa. Nell’Alto Medioevo, quando in Italia, dove le diocesi mantenevano una forte dipendenza dalla Sede Apostolica, veniva eletto un vescovo, il sacerdote eletto dal clero e dal popolo della sua diocesi doveva recarsi a Roma accompagnato da alcune personalità di spicco.

 

Questa delegazione presentava al papa il verbale ufficiale dell’elezione e ne richiedeva l’approvazione e l’ordinazione del candidato. Il papa esaminava quindi il caso, valutava le qualità del vescovo eletto e, di norma, lo consacrava la domenica successiva.

 

È da questa antica pratica che trae origine il rito conservato oggi. Nel coro, i vescovi eletti prendono posto, rivestiti di piviale, rivolti verso l’altare maggiore. Su richiesta del consacratore, viene letto il mandato papale. I vescovi eletti prestano quindi giuramento di fedeltà alla Santa Sede.

 

Il consacratore pone loro alcune domande per verificare la loro ortodossia dottrinale, la loro retta intenzione e la loro volontà di vivere secondo le virtù proprie dell’episcopato.

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Inizio della Messa

Una volta completata questa cerimonia, la Messa inizia con le preghiere ai piedi dell’altare maggiore, che il consacratore e i vescovi recitano all’altare maggiore.

 

Successivamente, i vescovi eletti si recano a un altare laterale predisposto per loro. Lì reciteranno le preghiere della Messa fino alla loro ordinazione ufficiale, dopodiché saliranno all’altare maggiore per concelebrare. Si tolgono il piviale e ricevono la croce pettorale.

 

Cambiano anche la posizione delle loro stole. Precedentemente indossate incrociate come i sacerdoti, ora vengono lasciate pendenti ai lati, come i vescovi.

 

In seguito, indossano le tuniche, semplici paramenti che ricordano quelli indossati dai diaconi e dai suddiaconi. Questo simboleggia la pienezza del sacramento dell’Ordine sacro che stanno per ricevere.

 

Recitano quindi le preghiere iniziali della Messa, fino al Graduale, al loro altare laterale.

 

Litanie dei Santi

Dopo il Graduale, il consacratore pronuncia l’omelia. Quindi i vescovi eletti si siedono rivolti verso l’altare.

 

Il consacratore ricorda loro brevemente il loro ruolo: «Il vescovo deve giudicare, interpretare, consacrare, ordinare, offrire, battezzare e confermare».

 

Invita poi tutti i fedeli alla preghiera. I vescovi si prostrano mentre vengono cantate le Litanie dei Santi.

 

Questo gesto esprime profonda adorazione e totale dipendenza da Dio. Questa consuetudine risale almeno al VII secolo.

 

Al termine delle litanie, il consacratore benedice gli eletti, che rimangono prostrati.

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Imposizione delle Mani

Giungiamo ora al cuore della cerimonia. Secondo un rito originario dell’Oriente e risalente almeno al V secolo, il Libro dei Vangeli viene posto sulle spalle degli eletti. Questo richiama le parole di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me». Il libro rimarrà sulle loro spalle fino a dopo l’unzione delle mani.

 

Segue poi l’imposizione delle mani da parte dei consacratori. Questo costituisce la sostanza del sacramento. Si noti, tuttavia, che le parole pronunciate in questo momento non costituiscono ancora la forma sacramentale, che verrà pronunciata in seguito.

 

Prefazio consacratorio

Il vescovo consacrante canta quindi questa grande preghiera del prefazio consacratorio, una preghiera molto antica, probabilmente risalente al V secolo. Inizia con il solenne dialogo noto a coloro che assistono alla Messa prima del Canone. Nella sua prima parte, paragona le vesti del Sommo Sacerdote nell’Antico Testamento alle virtù che un vescovo dovrebbe possedere.

 

Segue quindi la frase essenziale del sacramento, recitata da tutti i vescovi consacranti:

 

Comple in sacerdote tuo ministerii tui summam, et ornamentis totius glorificationis instructum, caelestis unguenti rore sanctifica.

 

«Riempi il tuo sacerdote della pienezza del tuo ministero e, rivestito di tutti gli ornamenti della tua gloria, santificalo con la rugiada della tua unzione celeste».

 

È proprio in questo momento che gli eletti diventano vescovi.

 

Unzione del capo

Mentre la schola canta il Veni Creator, il consacrante unge il capo dei nuovi vescovi con il Santo Crisma. Questa unzione rappresenta l’effusione dello Spirito Santo.

 

Il consacrante dice: «per benedizione celeste, il vostro capo sia consacrato e unto nell’ordine dei pontefici».

 

Questo rito sembra risalire all’VIII secolo e ricorda l’incoronazione dei re. Per evitare che il Santo Crisma goccioli, il capo dei nuovi vescovi viene avvolto in un panno chiamato purificatore.

 

Fine del Prefazio Consacratorio

Dopo l’unzione del capo, il consacratore prosegue con il prefazio consacratorio. È un testo magnifico in cui la Chiesa presenta l’immagine del santo vescovo come lo desidera e come chiede a Dio.

 

Chiede: «Che egli sia quel servo fedele e prudente da te stabilito, Signore, sulla tua famiglia, per distribuire loro il cibo a tempo debito e per rendere perfetti tutti gli uomini».

 

«Che sia instancabile nelle sue azioni esteriori e nella sua vita interiore. Possa il fervore dello spirito servirlo; possa odiare la superbia, amare l’umiltà e la verità, senza mai tradirle, né sotto l’influenza della lode né sotto quella della paura».

 

«Possa non fare luce dalle tenebre, né luce dalle tenebre. Possa non chiamare il male bene, né il bene male».

 

«Possa servire i saggi e gli stolti, i dotti e gli ignoranti, affinché porti frutto attraverso il progresso di tutti».

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Unzione delle mani

Dopo un’antifona gregoriana che evoca l’olio che scorre sulla barba di Aronne, il consacratore unge le mani dei nuovi vescovi con il Santo Crisma.

 

«Il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che vi ha benignamente elevato alla dignità episcopale, vi imbeva del suo crisma e del liquido della sua misteriosa unzione».

 

Possa concedervi la fecondità spirituale attraverso l’abbondanza delle sue benedizioni. Possa tutto ciò che benedirete essere benedetto.

 

Possa tutto ciò che santificate essere santificato, e possa l’imposizione delle vostre mani consacrate contribuire alla salvezza di tutti.

 

Poiché le loro mani devono rimanere unite e piatte durante i riti successivi, vengono sostenute da una striscia di stoffa.

 

Presentazione delle Insegne

Successivamente, i nuovi vescovi ricevono le prime insegne del loro ufficio.

 

Secondo un rito attestato fin dal X secolo, il consacratore presenta quindi il pastorale, simbolo di autorità e di sostegno alla debolezza umana.

 

Un’antica preghiera, un tempo utilizzata durante la trasmissione del pastorale, recitava: «Ricevi il pastorale, segno di sacro governo, affinché tu possa rafforzare i deboli, confermare coloro che vacillano, correggere i malvagi e guidare i giusti sulla via della salvezza eterna, e affinché tu possa avere il potere di elevare i meritevoli e correggere gli indegni con l’aiuto del Signore».

 

Il consacratore presenta quindi l’anello episcopale, simbolo di inviolabile fedeltà alla Chiesa, Sposa di Dio.

 

Infine, prende il Libro dei Vangeli, posto aperto sulle spalle dei nuovi vescovi, li invita a toccarlo con le mani e poi dà loro il bacio della pace.

 

Prima di riprendere la Messa, le mani e il capo dei nuovi vescovi vengono purificati ed essi prendono posto presso i rispettivi altari laterali.

 

Offerte

Dopo che il diacono ha cantato il Vangelo e il Credo, i nuovi vescovi offrono al consacratore due candele accese, due pani e due botti di vino. Questo rito risale al XII secolo.

 

Il pane e il vino richiamano ovviamente la materia del sacrificio eucaristico. Il nuovo vescovo si offre così come illuminatore e sacerdote del popolo cristiano.

 

Proseguimento e conclusione della Messa

Durante la parte restante della Messa, i nuovi vescovi concelebrano con il loro consacratore a lato dell’altare maggiore. Insieme, recitano tutte le preghiere della Messa, in particolare quelle di consacrazione.

 

La preghiera dell’Hanc Igitur, immediatamente prima della consacrazione, viene modificata per indirizzare specificamente la preghiera della Chiesa verso i nuovi vescovi.

 

Dopo l’Agnus Dei, ricevono il segno della pace dal loro consacratore e lo trasmettono poi ai vescovi ausiliari.

 

Al momento della Comunione, il consacratore riceve solo metà dell’ostia e condivide l’altra metà, donandola ai nuovi vescovi. Allo stesso modo, tutti ricevono la Comunione dallo stesso calice.

 

Intronizzazione e Acclamazione

Dopo la benedizione finale della Messa, si svolgono gli ultimi riti secondari della cerimonia. Questi sono anche i più recenti, risalenti al XIII secolo.

 

Il consacratore pone innanzitutto la mitra sui nuovi vescovi. Chiede quindi a Dio che possano apparire intimidatori agli avversari della verità grazie alla potenza dei due Testamenti.

 

Poi consegna loro i guanti episcopali. Poiché le mani simboleggiano l’azione, questi guanti rappresentano la purezza d’intenti che il vescovo deve mantenere in tutte le sue azioni.

 

Segue l’insediamento. Il consacratore e i vescovi assistenti conducono i nuovi vescovi per mano e li fanno sedere sulla cattedra davanti all’altare.

 

Il consacratore intona quindi il grande inno di ringraziamento, il Te Deum. Durante l’inno, i nuovi vescovi si aggirano tra i fedeli, impartendo le loro benedizioni. Infine, rientrati nel presbiterio, impartiscono la loro prima benedizione papale.

 

La cerimonia si conclude con un gesto di gratitudine. I nuovi vescovi salutano il loro consacratore tre volte con tre genuflessioni, augurandogli una lunga vita.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine da FSSPX.News

 

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Un esorcista racconta: l’anticristo si presenterà come la soluzione ai problemi dell’umanità

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L’esorcista padre Chad Ripperger ha dichiarato all’ex Navy SEAL statunitense Shawn Ryan che l’Anticristo «si presenterà come la soluzione ai problemi degli esseri umani».   Nel corso di un’intervista di quasi tre ore, pubblicata giovedì, Ryan ha chiesto a don Ripperger come si presenta la «battaglia finale».   Il sacerdote esorcista ha richiamato gli indicatori della fine dei tempi descritti nelle Sacre Scritture, tra cui il deterioramento della morale umana e «guerre e voci di guerre». Ripperger aveva già spiegato a Ryan che il mondo ha conosciuto un’«implosione» della moralità almeno dagli anni Cinquanta e che, di fatto, si è assistito a una diffusa ribellione alle leggi di Dio e alla legge naturale.   «A quel punto l’Anticristo si manifesta e si presenta come la soluzione ai problemi dell’umanità, ottenendo così un controllo significativo sulla popolazione», ha affermato don Chad.   In precedenza aveva anche indicato a Ryan che una delle condizioni per il regno dell’Anticristo è «l’unificazione dell’economia mondiale», poiché è proprio attraverso l’economia che l’Anticristo eserciterà il proprio controllo sulle persone, anche se «avrà il controllo anche dei governi».

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Nella sua più recente conversazione con Ryan, Ripperger ha spiegato che questo periodo, in cui l’Anticristo farà la sua comparsa, sarà articolato in «fasi». Tra queste figurano la presenza di Enoch ed Elia e lo scontro tra l’arcangelo Michele e l’Anticristo.   «Alla fine è Cristo che si manifesta e mette a morte l’Anticristo», ha dichiarato Ripperger. Questo è quanto affermato in nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi (2, 8): «Allora l’iniquo si manifesterà, e il Signore Gesù lo distruggerà col fiato della sua bocca e lo annichilirà con lo splendore di sua venuta».   Riguardo al Marchio della Bestia, don Rippergerro aveva detto a Ryan in un’ulteriore intervista uscita a marzo che «ci siamo quasi».   «Potrebbero letteralmente decidere che, a meno che tu non accetti determinate condizioni, non avrai accesso alla valuta digitale che [loro] intendono introdurre a livello globale», ha affermato l’esorcista. «Credo che questo sia uno dei modi in cui intende controllare le persone, attraverso le valute digitali», ha proseguito, evidenziando che queste valute possono essere utilizzate per precludere alle persone l’accesso a beni e servizi.   «Ed è così che, in pratica, faranno morire di fame le persone che non sono disposte ad accettare il regno dell’Anticristo», ha detto Ripperger, confermando a Ryan che ciò potrebbe essere realizzato come un sistema di punteggio di credito sociale.   Il Ryan ha quindi chiesto a Ripperger cosa dovrebbero fare le persone una volta che il Marchio della Bestia fosse stato impresso. «Cosa dovremmo fare se non potessimo mangiare, prenderci cura di noi stessi, provvedere alle nostre famiglie?»   Il sacerdote ha evidenziato la natura del marchio, che a suo giudizio sarà «qualcosa impiantato nei nostri corpi che ci darà accesso» ai beni, come un chip RFID scansionabile oppure un dispositivo simile a Neuralink.   «I Padri della Chiesa affermano che non sarà possibile ottenere quel chip senza una qualche forma di rinuncia a Cristo», ha detto Ripperger. Ciò implica che le persone dovranno accettare qualcosa che «sanno essere contrario alla volontà di Dio e alla volontà di Cristo». In ultima analisi, per rifiutare il marchio è necessario essere disposti a sacrificare il bene minore in favore del bene maggiore.   Tuttavia, ha sottolineato che Dio può sostenere le persone anche senza il segno. «Dio molto spesso provvede alle persone. Se è sua volontà che le persone sopravvivano a quel periodo di tempo, Lui lo renderà possibile», ha detto il sacerdote.   L’esorcista ha consigliato alle persone di «essere intelligenti, di imparare le tecniche di sopravvivenza di base e di sapersela cavare da sole», aggiungendo che «sarà straordinariamente difficile anche solo riuscire a eludere il rilevamento», considerato l’attuale livello tecnologico.   Sulla questione del segno della Bestia, e ancora prima del «filtro» dell’Anticristo di cui parla l’Apocalisse, Renovatio 21 aveva rilevato la riflessione di un sacerdote tradizionista ancora anni fa, tra green pass e obbligo di vaccino genico («È il Nuovo Ordine dell’Anticristo. E il vaccino è il suo filtro magico»).  

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Immagine: Luca Signorelli (1450–1523), Sermone e opere dell’Anticristo (tra il 1499 e il 1502), dettaglio, Cappella di San Brizio, Orvieto. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Spirito

Le riforme liturgiche post-Vaticano II hanno trasformato le messe in una «parodia»: parla il cardinale Rouco Varela

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Il cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo emerito di Madrid, ha dichiarato questa settimana in un’intervista che i dilaganti abusi liturgici successivi al Concilio Vaticano II hanno trasformato il Santo Sacrificio della Messa in una «parodia». Lo riporta LifeSite.

 

Nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano spagnuolo El Debate e pubblicata il 21 luglio, in cui discuteva della sacra liturgia e del suo recente appello per il ripristino del Summorum Pontificum, il prelato ottantanovenne ha sottolineato come l’attuazione delle «riforme liturgiche» del Concilio abbia portato a diffusi abusi.

 

Il cardinale Rouco Varela ha inoltre evidenziato che la «parodia» ha raggiunto un «livello così profondo» da ledere «la verità stessa del sacramento, la coscienza dei fedeli e persino la sensibilità estetica dell’umanità».

 

«Con il Concilio Vaticano II è stata attuata una riforma liturgica che, in molti e diffusi casi, si è trasformata in una parodia della liturgia», ha dichiarato al giornale.

 

«E, naturalmente, quando la parodia raggiunge un livello così profondo da intaccare la verità stessa del sacramento, la coscienza dei fedeli e persino la sensibilità estetica dell’umanità – di fronte all’indisciplina quasi anarchica della liturgia in molti casi e in molte parti della Chiesa durante gli anni Settanta – ha indotto gruppi di fedeli a tornare ancora una volta alla tradizione che precedeva la riforma del Concilio Vaticano II», ha aggiunto.

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Il porporato iberico ha espresso la convinzione che gli abusi liturgici seminino divisione tra i fedeli, e che alcuni reagiscano passando all’«altro estremo» ed «esagerando» la soluzione al problema, forse riferendosi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) e ai sedevacantisti.

 

Il prelato ha poi ricordato diversi esempi di abusi della Messa e della Santa Eucaristia avvenuti negli anni Settanta dopo le riforme post-conciliari, sottolineando come tali abusi abbiano ridotto il Santo Sacrificio della Messa a un «gioco tra amici».

 

«Si assisteva a ogni sorta di comportamento, e, quel che era peggio, nelle case di formazione – per religiosi e religiose, nei seminari… Celebrare l’Eucaristia in salotto a un tavolino basso», ha detto Rouco Varela. «Seduti o accovacciati, prendendo il vino dal frigorifero, pane di chissà cosa, e poi ognuno diceva quello che gli veniva in mente… Quasi l’unica cosa che poteva essere ricondotta a una verità teologica erano le parole della consacrazione».

 

«In altre parole, siamo passati dalla celebrazione dell’Eucaristia istituita dal Signore – il sacramento della sua presenza sacrificale e sacrificata sulla croce che nutre le nostre anime; la sua carne e il suo sangue; la presenza del Divino in mezzo alla nostra vita e alla nostra storia – a una sorta di gioco tra amici, niente di più. C’è un abisso tra le due cose», ha aggiunto.

 

Non è chiaro come il cardinale, comprendendo l’estrema gravità della situazione con il sacrilegio eretto a rito, possa definire «estreme» le posizioni di coloro che non vi si sottomettono.

 

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Roma condanna canonicamente, ma rimane in silenzio dottrinalmente

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Il 2 luglio 2026, il giorno dopo le consacrazioni episcopali a Écône, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato un «decreto di scomunica latae sententiae» che colpiva automaticamente i vescovi consacranti e consacrati, minacciando la stessa sanzione a sacerdoti e fedeli che avessero aderito a questo «atto scismatico».   Alla singola cerimonia del 1° luglio erano presenti oltre 16.500 fedeli, 589 sacerdoti, frati e seminaristi e 397 suore, in rappresentanza di 68 nazionalità.   La Roma moderna scomunica molti. Ma tace sulla Dichiarazione di Fede della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 14 maggio (Nouvelles de Chrétienté n. 219, maggio-giugno 2026, pp. 3-5) e sulla Lettera Aperta al Papa e ai Cardinali e sulla Professione di Fede Cattolica del 24 giugno (DICI n. 470, luglio 2026, pp. 8-11, e questo numero di Nouvelles de Chrétienté, pp. 13-22). Questa dichiarazione e questa professione sono forse eterodosse? Non rivelano forse le vere ragioni dottrinali della lotta per la fede? Roma tace.   E Leone XIV non ha ricevuto padre Davide Pagliarani, nonostante le ripetute richieste, nel 2025 e nel 2026.

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Roma preferisce applicare la legge automaticamente, senza considerazioni dottrinali. La sanzione si applica da sola, o, meglio ancora, secondo alcuni commentatori, i vescovi si sono scomunicati da soli… «Dura lex, sed lex; la legge è dura, ma è la legge», è la scusa offerta sottovoce , perché questo legalismo preconciliare si concilia a fatica con l’accoglienza fraterna ed ecumenica riservata all’«arcivescova» anglicana Sarah Mullally, che ha benedetto i cardinali romani il 4 maggio. Meglio che la “scomunica” sia automatica, senza che le autorità debbano intervenire. Per contraddirsi.   E che dire del benessere delle anime legittimamente offese da questo ecumenismo aberrante? A chi importa a Roma? Il 2 febbraio, dopo l’annuncio delle consacrazioni, padre Davide Pagliarani ha ricordato che «l’assioma “suprema lex, salus animarum” è una massima classica della tradizione canonica, esplicitamente ribadita, inoltre, dal canone finale del Codice del 1983; nell’attuale stato di necessità, è su questo principio superiore che si fonda in ultima analisi tutta la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione verso le anime che si rivolgono a noi. Per noi è un ruolo di sostituzione, in nome di questa stessa carità».   Ma la Roma odierna preferisce un «arcivescovo» anglicano a un prete cattolico. L’ecumenismo è una conquista conciliare «irreversibile», dicono. Non ci sarà alcun ritorno alle scomuniche e agli anatemi tridentini, eccetto per coloro che difendono la Messa tridentina. Per loro, saranno schierati i cannoni automatici.   C’è un altro adagio su cui vale la pena riflettere oggigiorno: «summum jus, summa injuria; la giustizia portata all’estremo diventa estrema ingiustizia. La legge senza fede non è altro che la rovina della giustizia.   Padre Alain Lorans   Articolo previamente apparso su FSSPX.News.  

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