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Renovatio 21 intervista Gian Carlo Minardi

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Gian Carlo Minardi ha impresso un segno indelebile nella storia del motorsport, in particolare in quella Formula 1 dove la sua scuderia è stata protagonista per oltre due decenni. Partendo dalla provincia romagnola, Gian Carlo ha portato negli autodromi di tutto il mondo un mix raro di sapienza artigianale, schiettezza ed eleganza nei modi. In un’epoca di crescente complessità tecnologica, Minardi ha saputo imporre la propria visione in un mondo dominato dai colossi industriali, trasformando la sua factory di Faenza in una fucina di eccellenze e guadagnandosi il rispetto incondizionato di tutto il paddock. La sua sagacia e quell’innato talento nel leggere negli occhi dei giovani i campioni di domani — nomi che avrebbero poi scritto la storia delle corse — rimangono, ancora oggi, un patrimonio inestimabile riconosciuto e stimato dall’intero Circus. Lo abbiamo incontrato nella sua sede faentina dove ci ha concesso una lunga e intensa chiacchierata.

 

Ho appena sentito che sta girando un docufilm sulla sua vita.

Non lo volevo fare. Ho visto quello su Senna e su Ferrari. Son momenti che io ho vissuto e che non sono realistici come dovrebbe essere la storia di uno che ha fatto quello sport. Allora ho detto: piuttosto che poi lo facciano dopo che son morto, preferisco farlo io da vivo!

 

So che attualmente lei è impegnato su più fronti nel mondo dei motori. Chi è Gian Carlo Minardi oggi?

Gian Carlo Minardi è ancora un appassionato di automobilismo. Sono il presidente dell’Automobile Club di Ravenna, presidente della Commissione Velocità in Circuito e supervisore della Scuola Federale che è quella che ci sta dando più soddisfazioni in quest’ultimo periodo. Il presidente ACI, Geronimo La Russa, mi ha chiesto – essendo finito a dicembre il lavoro dell’ex direttore generale – se potessi ricoprire questo ruolo in attesa del nuovo bando ufficiale. È un impegno gravoso perché devo andare a Roma molto spesso ed essere sempre presente, perché ci sono problemi e riunioni tutti i giorni. È un periodo movimentato. Beh, lo era anche prima eh! [ride]

 

Rimane sempre nel suo habitat naturale.

È il mio mondo da una vita, ma io compio settantanove anni tra qualche mese. Incomincio ad avere dei recuperi lenti.

 

Come nasce in lei la passione e l’amore per il motorsport e come approda in Formula 1 con la scuderia che porta il suo nome?

Sono nato in mezzo alle macchine: la mia famiglia ha gestito una concessionaria FIAT dal 1926 fino al 2000. Nel 1947, l’anno della mia nascita, mio padre costruì una «Junior» — per intenderci, l’equivalente dell’odierna Formula 3. In quell’epoca i piccoli costruttori pullulavano, e lui realizzò persino un motore 750 a sei cilindri in linea.

 

Non appena ebbi l’età della ragione, in officina mi costruirono una macchinina a scoppio per sfrecciare nel parco di fronte alla concessionaria, dove un tempo correvano i cavalli. Il mio sogno era di fare il pilota. Ho preso la licenza e fatto delle gare in salita, ma ho visto subito che non era lo sport adatto a me o perlomeno che non avrei fatto chissà quale carriera. Mi sono buttato sulle auto storiche, altra passione di famiglia.

 

Nel 1972 sono stato chiamato da Alteo Dolcini – segretario generale del comune di Faenza e contemporaneamente presidente dell’ente tutela vini, oggi Consorzio vini di Romagna – che avevano come Passatore, marchio del suddetto Consorzio, sponsorizzato un team nascente di vicino Lugo e mi disse: «Gian Carlo ho bisogno di te, perché abbiamo fatto un importante investimento e vorremmo raggiungere dei buoni risultati».

 

Da lì in poi è stato un continuo. Abbiamo subito vinto in Formula Italia e con i soldi ottenuti da questa vittoria abbiamo fatto un anno in Formula 3. Contemporaneamente siamo saltati in Formula 2 e dal 1974 al 1979 sono stato un ottimo cliente per i vari team inglesi che a seconda dell’anno, cambiavamo telaio. Nel 1978 vennero a lavorare con me due ingegneri che erano appena usciti da Ferrari e decidemmo così di non modificare più macchine di altri, ma di farne una nostra.

 

Nel 1980 è nato il Minardi Team debuttando in Formula 2 e rimanendoci fino al 1984. In quella stagione constatammo che eravamo diventati grandi per fare la Formula 2, ma al contempo eravamo piccoli per entrare in Formula 1. Decidemmo comunque di fare questo grande salto – forse fu l’ultimo momento per poter montare su quel carro – anche perché l’ingegner Massaccesi, presidente dell’Alfa Romeo, ci promise un motore che non ci ha mai dato. Ce lo diede nel 1984 quando facemmo le prove con la prima vettura. Quando ci fu da concretizzare il contratto purtroppo l’accordo non andò in porto. Di conseguenza si era liberato l’ingegner Chiti e insieme a uno dei miei soci di allora, Piero Mancini, costruirono il motore.

 

Fu una bella esperienza, ma eravamo un team privato con pochi soldi contro i grandi marchi come Ferrari, Toyota e via dicendo. È stata una grande pazzia che ci ha permesso di fare esperienze incredibili. Nel 1988, quando finì l’era dei motori turbo, siamo tornati all’aspirato. Mi rincresce ammetterlo, ma purtroppo non abbiamo mai avuto un motore ufficiale. 

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Quando parla della sua lunga permanenza in Formula 1 sottolinea che i suoi motori avevano molti cavalli in meno rispetto a quelli che montavano i grandi marchi e questo rendeva tutto più difficile. Un gap tecnico importante.

Questo è il rammarico più grande che ho avuto nella mia storia, dove mi sono divertito, mi hanno dato e mi son tolto delle soddisfazioni. Non sono riuscito mai a dare ai miei ingegneri quello che oggi dà la Formula 1: chi ti noleggia un motore è obbligato a depositare i motori in FIA e deve essere uguale al motore della vettura ufficiale e di conseguenza le differenze sono minime.

 

Credo che in alcune occasioni avevamo un telaio veramente al top. In realtà, molti di quei ragazzi che han progettato quelle macchine hanno fatto poi una grande carriera e il rammarico è ancora più grande. Negli ultimi anni c’era un gap di oltre 100 cavalli tra noi e gli altri, quindi era impossibile.

 

Quel divario di potenza era difficilmente colmabile lavorando solo sugli altri aspetti della vettura. I regolamenti in Formula 1 cambiano tant’è che siete passati dai motori turbo ai motori aspirati. Qual è stata la motorizzazione più affascinate?

Il motore più affascinante e competitivo per noi, è stato il motore Ferrari nel 1991 che purtroppo mi son potuto permettere solo per un anno per i costi troppo elevati. In quell’anno arrivammo settimi nel Mondiale Costruttori, dove c’erano diciassette o diciotto team, non come adesso che ce ne sono undici.

 

In due o tre occasioni siamo stati veramente competitivi, però comunque avevamo un motore che era dell’anno precedente e la differenza di cavalli si avvertiva. Non era solo un discorso di hp, ma c’erano le benzine particolari e noi utilizzavamo una benzina dell’anno precedente. Quelli erano cavalli veri. Come assistenza, come qualità, il miglior motore che abbiamo avuto è stato il 12 cilindri Ferrari.

 

Si ricorda l’amozione al vostro primo Gran Premio in Brasile nel 1985?

Il 5 aprile in Brasile per me è una data storica. Il 5 aprile è il giorno che è morto mio padre, il 5 aprile ho firmato il contratto per i motori Ferrari e il 5 aprile ho debuttato il Formula 1. Al tempo si facevano le prove libere e poi quelle ufficiali. Devo dire che l’emozione più grande è stato quando alle 9:30 si è acceso il semaforo verde e il nostro pilota Pierluigi Martini è partito dai box. In quel momento mi son reso conto che eravamo veramente in Formula 1. C’era un parterre di campioni incredibile che fino ad allora avevo visto solo in televisione. In quegli attimi ho avuto una percezione della realtà molto forte e intensa.

 

Una bella sensazione.

Bellissima e che ricordo con tanto affetto.

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Che rapporto ha avuto con Enzo Ferrari? Avete avuto mai l’idea concreta di diventare un team B di Ferrari?

Probabilmente se l’ingegner Ferrari avesse avuto dieci anni di meno o vissuto dieci anni di più, si sarebbe potuto fare. Io l’ho conosciuto nel 1974. Mi mandò a chiamare da Luca Cordero di Montezemolo. Mi diede la 312T per allevare i giovani piloti italiani e nel 1976 mi fece fare due Gran Premi con i miei meccanici. Sull’altra vettura correva Lauda. Erano due GP che non erano inseriti nel Mondiale. Feci poi l’esperienza in Formula 2 con il loro motore 6 cilindri.

 

Enzo Ferrari mi ha sempre voluto bene e abbiamo avuto un rapporto fantastico. Credo di essere stato l’ultimo a vederlo in fabbrica nel maggio del 1988. Facemmo una Formula 1 Commission a Maranello e dopo la riunione andammo tutti a salutare l’ingegnere. Lui riconobbe solo me e dal giorno dopo non andò più in fabbrica. Morì nell’agosto di quell’anno. Devo dire che inconsapevolmente e inconsciamente molte cose le ho fatte un po’ perché me le ha suggerite, un po’ perché mi ha convinto a farle.

 

È stata un’esperienza bellissima conoscerlo per me che sono malato di motorsport e sono un tifoso Ferrari. Quando avevo bisogno mi ha sempre ricevuto e non ho mai fatto anticamera. Mi ha dato sempre dei consigli che si sono rivelati efficaci.

 

Enzo Ferrari aveva una personalità molto forte.

Eh sì. 

 

Oggi in Formula 1 c’è stato l’ennesimo cambio di regolamento che prevede motorizzazioni ibride che hanno sollevato qualche dubbio tra gli esperti del settore. Gli interrogativi sono molti perché abbiamo visto queste nuove motorizzazioni in pochi gran premi. Qual è il suo punto di vista in merito?

Ogni volta che cambia un regolamento è un problema. Lo abbiamo visto cinque anni fa con l’aerodinamica, ancor prima dal turbo al motore aspirato, da 3000 di cilindrata a 1500… Davanti a ogni cambiamento è difficile dare giudizi immediati. Questo nuovo regolamento è molto complicato e ci stanno studiando sopra sia chi l’ha inventato, sia chi l’ha attuato.

 

Probabilmente l’hanno sottovalutato quando hanno preso questa direzione, ma penso che a breve troveranno il bandolo della matassa e poi, come in tutte le cose, ci abitueremo. Criticare per il gusto di criticare non è nel mio dna e faccio parte dei tanti che ancora non hanno ben compreso il suo funzionamento fino in fondo. 

 

 

L’aerodinamica è un aspetto essenziale per le vetture di Formula 1. Voi trovaste una soluzione – non avendo disponibilità per usare la galleria del vento – in acqua per capire e sviluppare questo aspetto. Ci può raccontare questa esperienza? 

Era il 1984 e la galleria del vento non tutti i team l’avevano. In collaborazione con un’università svedese che faceva delle prove in acqua con dei sottomarini in una piscina enorme, ci diedero la possibilità di andare con una nostra vettura a fare delle prove in questa vasca. Siamo stati gli unici a fare una pazzia del genere e devo dire che tutto sommato la macchina non era male, anche se, come detto, avevamo un motore non all’altezza dei grandi team. A pensarci oggi era follia pura, una pazzia!

 

Questo intuito, questa artigianalità di cercare e trovare comunque una soluzione a prescindere dal budget, credo sia stato un vostro punto di forza.

È una cosa che oggi è quasi impossibile fare. 

 

Avevate dei bravi ingegneri.

C’era Aldo Costa e Gabriele Tredozi che debuttò con me nel 1988. Simone Resta nel 1999 debuttò con me per poi passare ai top team. Laurent Mekies, oggi team principal di Red Bull, ha iniziato con me. Massimo Rivola, oggi in Aprilia, stesso discorso. E tanti altri. Ho sempre prediletto i giovani anche nelle formule minori. Non avendo i mezzi per prendere campioni già affermati, ho investito sui giovani. A volte mi è andata bena, altre volte meno bene.

 

Molti hanno fatto strada e hanno contribuito a non far fare brutte figure alla Minardi pur avendo pochi mezzi. A fine stagione venivo saccheggiato dagli altri team, ma ho avuto sempre al mio fianco Gabriele Tredozi che formava sempre ingegneri nuovi. L’unico ingegnare già formato e preparato che ho ingaggiato è stato Gustav Brunner. Fu un’esperienza positiva soprattutto per la squadra giovane di cui disponevo. Quando ho ceduto il mio team eravamo in centotrenta a lavorarci.

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All’inizio della vostra avventura la sua squadra contava undici collaboratori, dico bene?

Esattamente! Oggi il team più piccolo conta circa ottocento dipendenti. Prendiamo la Racing Bull, ex Minardi: nella sede di Faenza contiamo settecentocinquanta dipendenti, dove oltre duecentocinquanta sono ingegneri. Tornando un attimo alla domanda di prima, credo che questa nuova formula che hanno istituito da quest’anno sia il futuro. La Formula 1 generalmente anticipa quello che poi saranno le macchine di serie nella sicurezza, nelle innovazioni tecnologiche e quant’altro.

 

Il budget per un team credo sia determinante.

Una volta non c’era il budget cap, tanto per essere chiari. Un piccolo team come il nostro è stato sempre nei dieci team più importanti e grazie a Dio abbiamo sempre avuto i diritti televisivi e una parte dei trasporti gratuiti. Rimanere nei dieci è stata la nostra sopravvivenza. Il budget più grosso che ho avuto era pari a sessantacinque miliardi di lire circa. Considera che i top team viaggiavano abbondantemente oltre il nostro budget.

 

Ha parlato di giovani talenti, sia ingegneri che piloti. Come si fa a scoprire un talento? Ci sono delle regole non scritte per poterlo fare?

Non esistono delle regole. Credo che siano delle doti naturali che ho avuto io e che ha avuto anche mio figlio. Non lo so spiegare. Ci sono tante considerazioni che faccio quando osservo un pilota correre. Ti faccio l’esempio di Giancarlo Fisichella. Quando correva in Formula 3 vado a Imola in uno dei pochi fine settimana che non ero in giro per il mondo e vedo questa macchina bianca con sopra solo il numero. Non so chi la guida, quindi non ho idea di chi ci fosse dentro, se fosse bravo o meno, se fosse un top driver o meno. Vado a vederlo in due curve per poi entrare nel box. Vedo che è Fisichella e osservo come si comporta con i meccanici e con gli ingegneri, perché è un aspetto fondamentale secondo me. Lo invito a Faenza il lunedì successivo lo metto sotto contratto.

 

È chiaro che il cronometro è determinante, però non conta esclusivamente quello. Ci sono tanti aspetti che ti fanno capire se un pilota può avere quel qualcosa in più rispetto a un buon pilota. E questo è successo parecchie volte nella storia della Minardi. A volte uno è rimasto un buon pilota e basta. 

 

Vent’anni fa mio padre è stato per oltre un decennio capo meccanico di una scuderia del Ferrari Challenge e mi diceva sempre che un bravo pilota, quando rientra ai box, dovrebbe saper spiegare bene ai tecnici gli aspetti della vettura che secondo lui non vanno.

Eh sì, ma anche qui son cambiate moltissime cose. Oggi il pilota deve saper guidare, avere un buon rapporto con la squadra, con il suo ingegnere capo e con gli ingegneri che lavorano per lui. Bisogna tener presente che adesso ogni macchina ha dieci ingegneri di contorno, ci sono cinque o sei centraline… sanno tutto in tempo reale. È chiaro che il pilota ti riferisce le migliorie o i peggioramenti della macchina, ma oramai è monitorato ogni singolo dettaglio. Il pilota deve essere un abile interpretatore della telemetria, avere un dialogo schietto con il proprio team e poi ci deve mettere del suo.

 

Pierluigi Martini è stato il pilota che ha collezionato più gare con voi della Minardi.

Centonove gran premi, di cui centosei è partito. È senza dubbio il pilota che ancora oggi è più vicino a me sia per logistica, perché abita a quattordici chilometri da casa mia, sia perché ci vediamo spesso, sia perché adesso è diventato un collezionista di macchine e un animatore del Minardi Day. Lo conosco sin da quando era bambino, perché suo zio ha corso con me. È uno di famiglia. Con tutti gli altri piloti ho avuto un rapporto di lavoro, con lui è stato anche altro, perché quando veniva fuori una bandiera rossa, un po’ di tensione ce l’avevo, che non ho avuto con altri piloti. 

 

Michele Alboreto, altro bravo e importante pilota italiano, ha corso con lei.

Proprio sabato scorso abbiamo ricordato i venticinque anni dalla sua morte. Alboreto ha fatto il suo primo anno da professionista in Formula 2 con Minardi nel 1981, e l’ultimo anno, nel 1994, in Formula 1 con Minardi. Con lui ho mantenuto un buon rapporto anche dopo, tanto che stavamo progettando di fare la famosa Scuola Federale. È nata nel 2000, dopo la sua morte, e porta il suo nome. Dopo la Formula 1 è andato a Le Mans e quando decise di correre la sua ultima gara ebbe quel tragico incidente che gli costò la vita.

 

Un altro pilota che lei ha avuto è Alessandro Nannini. Un campione sanguigno e diretto.

Anche troppo [ride]! Il Nanno ha vinto subito in Formula Italia di allora, iniziando a correre tardi rispetto agli standard di oggi. Dopo quell’exploit l’ho portato in Formula 2. Ha fatto ottimi piazzamenti senza mai vincere, ma era un pilota fantastico. Mi dispiace che abbia avuto quell’incidente con l’elicottero [12 ottobre 1990, ndr], perché era al suo secondo anno in Benetton [Formula 1, ndr] e stava crescendo enormemente. Probabilmente non aveva ancora dato tutto quello che poteva dare. Era genio e sregolatezza. Il mio rammarico è che non abbiamo visto il massimo di Alessandro Nannini. 

 

Era un pilota che sapeva scaldare il cuore dei tifosi con delle performance al limite del regolamento e rimaste nell’immaginario collettivo.

Lui aveva una sensibilità enorme ed è una dote che la natura ti dà, ma poi devi essere bravo tu a gestirle. Senna, ad esempio, era baciato da tutto, ma lui ci metteva del suo nella preparazione fisica, con mentalità e la concentrazione. Quelli che vincono oggi sono piloti che oltre essere baciati dalla bravura, sanno fare una vita particolare e finalizzata a quello che è, di fatto, il loro mestiere. 

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La preparazione fisica di un pilota di Formula 1 negli anni Ottanta e Novanta era curata come oggi?

Noi siamo stati tra i primi ad avere un preparatore atletico e ad avere un’equipe medica. Io venivo dall’esperienza contemporanea del calcio, dove una squadra ha queste figure medico/professionali e questa cosa l’ho traslata in Formula 1. Il dott. Ceccarelli ha iniziato la sua avventura con me e oggi è diventato un punto di riferimento per molti team. Poi è arrivato Michael Schumacher che era un malato della preparazione fisica.

 

I miei piloti, salvo Nannini [ride], han sempre fatto una buona preparazione. Oggi c’è un fattore in più che è lo psicologo, che noi lo abbiamo introdotto come Scuola Federale molto tempo fa. Ci sono da fare delle considerazioni; oggi a dodici anni cominciano a correre con i kart, a quindici anni e un giorno possono correre in Formula 4. Sei un bambino e hai bisogno di supporto sia perché lo faccia per passione, sia perché è stato indotto dal nonno, dal babbo, dallo zio che aveva corso in macchina, sia per dargli la responsabilità.

 

Prendiamo Andrea Kimi Antonelli; ha diciannove anni ma ha la testa di uno di trenta. È chiaro che dovrà ancora maturare quell’esperienza in pista che non si compra al supermercato. Lui è uno di quelli che è cresciuto in mezzo alle macchine, si è concentrato sulla sua personalità che non è stata scalfita neanche nei momenti peggiori, perché era preparato. 

 

I piloti sono degli atleti e in tanti sport abbiamo visto negli ultimi anni una crescita, di pari passo con la tecnologia, della preparazione fisica e mentale con una cura sempre maggiore al corpo e alla mente. 

In una gara di oltre trecento chilometri oggi la concentrazione è una cosa importantissima tanto più con i computer che hanno al posto del volante. Per tenere la concentrazione sotto sforzo per trecento chilometri, si deve essere mentalmente e fisicamente a posto. Fino all’inizio degli anni Novanta le macchine non avevano servosterzo e avevano il cambio manuale. È cambiato il mondo in questi anni.

 

Altri due italiani che ha avuto in scuderia sono stati Luca Badoer e Jarno Trulli.

Luca Badoer lo avevo in prestito d’uso, nel senso che era il terzo pilota della Ferrari e per tenerlo allenato me lo avevano dato. Non l’ho scoperto io. Trulli veniva dalla Formula 3. Fece sette o otto gran premi con me.

 

Secondo lei un pilota come Jarno Trulli ha vinto meno di quello che effettivamente avrebbe potuto?

Non saprei dirti, ma ha fatto delle scelte opinabili secondo il mio modesto punto di vista. Se fosse rimasto in Benetton avrebbe potuto vincere qualcosa di più, ma ha scelto Toyota. Era un buon pilota.

 

Fernando Alonso è un campione che ancora oggi, nonostante l’età non più giovanissima, è ancora nel circus della Formula 1.

Ad agosto compie quarantacinque anni. È diventato babbo. Vedendolo oggi in tv, nel suo volto ci leggo ancora la grinta e la qualità di una volta. È un altro di quelli che si è mantenuto al top fisicamente. Aveva un preparatore che ha trovato in Minardi, che purtroppo ci ha lasciato l’anno scorso, e se lo è portato dietro per tutta la carriera. Fernando, secondo me, è un altro che ha fatto delle scelte sbagliate, sennò avrebbe potuto vincere sette o otto campionati del mondo. È stato anche sfortunato perché ne ha persi due per uno o due punti. 

 

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È stato scoperto da lei che poi lo suggerì a Flavio Briatore, giusto?

Ero attaccato dalla Ferrari tanto che disse ad Alonso: «Vatti a liberare da Minardi, perché ti prendiamo noi». Io gli dissi: «Stai sereno, ti trovo il posto io. Tu a piedi non ci rimani». Ciò stava accadendo quando tutti pensavano che il mio team stesse per chiudere i battenti da un momento all’altro. Lo individuai nel 1999 e l’anno dopo fece il terzo pilota con me. Già si vedeva che andava forte. Flavio Briatore sostiene che Alonso lo ha scoperto lui ma non è vero e non me ne frega un cazzo. A fine 2000 si ammalò il mio socio, Gabriele Rumi, ed ero in grosse difficoltà.

 

Chiamai il buon Flavio Briatore per offrirgli Alonso e devo dire che quella è stata la prima e unica volta che ho preso i soldi per la cessione di un pilota. Avevo un contratto fino al 2006 con Fernando e l’ho ceduto a Flavio per un milione. Per farti un esempio, la McLaren pagò ventidue milioni per Kimi Räikkönen nello stesso periodo. Diversamente dagli altri, perché l’esperienza insegna, misi nel contratto che finché non avesse corso in Benetton, lui poteva correre per me. Nel 2001 ha corso per me. Nel 2002 Flavio fece vedere che non lo faceva correre, ma che gli faceva un programma di cinquantamila chilometri di prove e allora io lo lasciai andare. Nel 2005 e 2006 è diventato campione del mondo. 

 

Abbiamo citato Ayrton Senna. Un personaggio che ha segnato in maniera indelebile la Formula 1. 

A trentun anni dalla sua morte ancora la gente va alle celebrazioni per il suo compleanno e per il primo maggio – giorno della sua morte [1994, ndr] – lo si commemora alla curva del Tamburello del circuito di Imola dove viene fatta la benedizione. Ci sono tantissimi giovani che portano colori e casco di Ayrton Senna. È una di quelle cose, come dico sempre, che andrebbe studiata all’università, perché è un fenomeno irripetibile. Altri piloti famosi e importanti non hanno avuto il ritorno che Senna ha ancora oggi dopo trent’anni dalla sua scomparsa. 

 

Lei aveva un bel rapporto sia con Ayrton che con suo babbo Milton.

Ho conosciuto Ayrton agli albori degli anni Ottanta, quando correva a Thruxton con la Formula 2. Con me correva Paolo Barilla – attuale vicepresidente del gruppo Barilla – che mi disse: «Gian Carlo vai a vedere che c’è un fenomeno che viene dai kart che corre in Formula Ford. Vedrai che ti impressionerà». Andai a vederlo e sul bagnato fece delle robe incredibili. Siccome una rondine non fa primavera, qualche giorno dopo tornai a vederlo a Hockenheim. Andai a trovarlo nel paddock e lo invitai a cena.

 

Parlammo del più e del meno e io gli proposi un contratto affiancandolo a Nannini. Lui mi rispose: «Io ti ringrazio, sei il primo che mi offre un sedile da professionista» – gli offrii anche dei soldi che se solo mi avesse detto di sì non avrei saputo dove prenderli – «però io ho già il mio programma: Formula 3, Inghilterra, Formula 1 in un piccolo team e nel 1988 voglio diventare campione del mondo di Formula 1». Era molto consapevole delle sue potenzialità.

 

 

Da lì è nato un rapporto di reciproca stima e fiducia tra noi. Al tempo non era nessuno e io gli avevo offerto un contratto quando gli inglesi gli chiedevano dei soldi per correre. Alla fine lui mi disse: «Questo me lo ricorderò per tutta la vita». Gli piaceva la pasta e veniva sempre a mangiare da noi in Minardi. Suo padre stava spesso nel nostro motorhome, più che in McLaren. Un giorno eravamo a tavola in quattro: papà Milton, Ayrton, Angelo Orsi, che era la sua ombra, e il sottoscritto. Senna dichiarò: «Divento cinque volte campione del mondo» – che significava eguagliare Fangio – «e poi vengo a far grande la Minardi».

 

Nel 1993, che fu il suo anno peggiore, quando Prost gli aveva portato via il posto in Williams, prima di iniziare la stagione voleva smettere o fare un anno sabbatico con me. Io, nelle tante telefonate soprattutto serali, lo convinsi a fare un certo tipo di contratto con Ron Dennis e di correre con lui. Lui vinse cinque gran premi lo stesso, fece una stagione della Madonna e guadagnò più soldi di quelli che gli offrì al principio Ron Dennis [ride]. 

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Primo maggio 1994. Un giorno buio per la Formula 1 all’interno di un tragico week end.

La peggiore data per il motorsport e mia personale, perché noi perdemmo una ruota nei box con Alboreto. Lo ricordavo sabato scorso quando abbiamo commemorato Michele, perché tutti pensavano al passato mentre io gli ho detto: «No, Alboreto è ancora vivo sia come Scuola Federale che mi onoro di essere il supervisore, e perché se ci sono i limiti di velocità nella corsia box è merito suo». Al tempo se ne parlava già e Alboreto nel contratto che siglammo nel 1994 mi mise una postilla che lui all’entrata dei box gestiva a sua discrezione la velocità. Considera che noi eravamo il primo box in corsia e il pilota quando riparte dopo il cambio gomme a fine corsia è già sopra i duecento all’ora. E se perde una ruota?

 

In quell’occasione stendemmo sei meccanici della Tyrrell e quattro della Ferrari. Potevamo fare una strage. Il venerdì abbiamo avuto il tremendo incidente di Barrichello, il sabato muore Roland Ratzenberger, sabato sera riunione per la sicurezza facendo molta pressione verso noi costruttori.

 

Devo dire che con quel nefasto primo maggio è cambiata decisamente la Formula 1 e la FIA ci ha imposto un cambio di regolamento ogni cinque anni e interventi immediati quando c’è bisogno di aumentare la sicurezza. Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto un morto in Formula 1, Jules Bianchi [Suzuka 2015, ndr], ma in quel caso non c’entrava la sicurezza.

 

Cito uno dei più validi giornalisti del motorsport, Giorgio Terruzzi, che abbiamo intervistato su Renovatio 21: quando succede una disgrazia in pista, per un mero calcolo statistico, in quel fine settimana non ne succedono più. Invece quel maledetto weekend imolese pareva avesse una sceneggiatura da film tragico. Una concomitanza di eventi con l’epilogo finale dove muore il più bravo di tutti: Ayrton Senna.

Bisogna fare una grossa considerazione. Le macchine al tempo pesavano quattrocento ottanta chili, oggi settecento novantacinque, e cercavamo di estremizzare tutto. Al tempo andavano di moda i piloti piccoli come Prost, Martini, Fisichella. Piloti magri, perché dovevi restringere al massimo tutto il possibile nella vettura. Quel fine settimana è stato devastante perché il sabato è morto Ratzenberger e tutti sottolinearono il fatto che la macchina era di seconda fascia, si è sbriciolata dopo l’impatto e la guidava un pilota che era al suo quarto gran premio. La domenica si è ammazzato il numero uno.

 

Devo anche dire che se non fosse stato Senna non sarebbe successo secondo me. Chiese una modifica al volante che, se solo mi avesse accennato il sabato sera, gli avrei proibito categoricamente; gli avrei quasi dato delle botte pur di non fargliela fare. Non è stato tanto l’impatto contro il muro, perché lui fisicamente non aveva niente, ma una leva gli si è infilata tra casco e visiera. Detto questo, è morto. Lì tutti facemmo un attimo di riflessione. In primis la FIA, che c’ha obbligato subito a fare due modifiche che per un team piccolo come il nostro voleva dire uno sforzo economico non indifferente. Mi pare che spendemmo due miliardi di lire. Però da lì in poi la sicurezza fu messa ancor più in primo piano con dei crash test sempre più impegnativi. Molte cose sperimentati in Formula 1 sono poi state traslate nel mondo automobilistico. Quel primo maggio ci ha fatto rendere conto che, forse, ci eravamo spinti troppo in là.

 

Abbiamo discusso di sicurezza nelle vetture da corsa con Miki Biasion, campione del mondo di rally. Il famigerato gruppo B di rally era votato solo ed esclusivamente alla prestazione senza badare troppo alla sicurezza, tant’è che dopo che persero la vita diversi piloti, fu soppressa quella categoria. Erano anni in cui si guardava di più alla performance che alla sicurezza.

Sia nel turismo, sia nella pista, il peso è determinante ancora oggi. Al tempo si giocava molto sul peso. Se tu zavorravi una macchina avevi delle prestazioni migliori rispetto a una macchina che era sovrappeso, perché la zavorra la posizionavi dove meglio credevi. Non parliamo delle macchine di serie che ce l’avevano in mezzo ai piedi, pericolosissimo in caso di cappottamento. Macchine estreme nei pesi, ma fortunatamente oggi hanno delle robustezze che allora non avevano.

 

Ayrton era molto credente e non nascondeva la sua fede.

Lui non ha mai nascosto nulla, né pregi, né difetti.

 

Come veniva percepito il rapporto con la morte da parte dei piloti?

Il pilota non ci pensa, ma dopo quel primo di maggio forse hanno iniziato a pensarci. Ognuno di loro si sente inattaccabile, invulnerabile. L’errore è sempre dietro l’angolo. È anche vero che il pilota che si avvicinava al motorsport in quegli anni sapeva che nell’arco di una stagione qualcuno poteva morire. Oggi la percezione del rischio ce l’hanno molto meno, che non è un aspetto così positivo eh. Hanno questa percezione grazie agli standard di sicurezza delle vetture. 

 

Quest’anno il Gran Premio di Imola non è nel calendario del Campionato del Mondo di Formula 1. 

In questi giorni ha fatto il record con l’Hypercar. 92.175 spettatori in nei tre giorni. Imola piena. È stato uno spettacolo incredibile. Peccato solo che la Ferrari sia arrivata seconda.

 

Mi ricordo, tre anni or sono, una conversazione con un mio ex collega, Danilo Zuffi, recentemente scomparso, il quale mi illustrava i lavori intorno e all’interno dell’autodromo per aumentare gli standard di sicurezza imposti dalla FIA, in ispecie dopo le alluvioni che scossero la Romagna pochi anni fa. Lavori per altro molto costosi.

Me lo ricordo Danilo, era una persona squisita. Oggi la Formula 1 ha dei costi che un circuito come Imola fa fatica a coprire. Ci vogliono degli aiuti, come abbiamo avuto nei due anni senza il pubblico, salvando la Formula 1. Il Governo e le istituzioni ci aiutarono. Senza quello non vai da nessuna parte. I costi aumentano e noi non possiamo aumentare la capienza più di tanto.

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Oggi in calendario ci sono ventiquattro GP. 

Sono tanti. Ricordo le battaglie quando passammo a quindici gran premi, perché ci sembravano già tanti. Da appassionato comincio a pensare che siano troppi. Anche per i fan più accaniti che per ventiquattro weekend devono stare incollati alla tv non è facile. I giovani non so quanto sono attratti da un impegno così lungo. È vero anche che sta cambiando il mondo, per cui i giovani si documentano con i loro device mobili e il giro di soldi per chi gestisce il circus è enorme.

 

Il danaro gestisce sempre tutto.

Oggi il team più sfigato si porta a casa dai diritti televisivi circa sessanta milioni di dollari. Considera che il budget cap fino all’anno scorso era di centotrentacinque milioni. Il cinquanta per cento del budget te lo porti a casa con i premi, cosa che ai miei tempi era un quinto o un sento.

Al di là del numero elevato di gran premi, qualcuno lamenta che alcuni circuiti costruiti recentemente siano meno affascinanti di quelli storici. Lei cosa ne pensa?

Anche in questo aspetto la sicurezza ha inciso pesantemente. Circuiti come Imola, Suzuka, Monza hanno fatto delle modifiche migliorative per la sicurezza, ma sono rimasti più o meno antichi. I circuiti nuovi sono stati già concepiti e costruiti con delle vie di fuga impressionanti con asfalto e ghiaia di ultima generazione – peraltro ogni anno cambiano e ricambiano e fanno tutto il contrario di tutto. È chiaro che quel fascino che avevano una volta può venir meno. Prendi ad esempio Monte Carlo. Il Gran Premio di Monaco è noioso, ma ha delle variabili tali che ti tiene incollato al teleschermo fino alla fine. Il circuito di Spa-Francorchamps è stato migliorato come sicurezza, però è rimasto nella sua storicità. È ovvio che poi è il pilota che fa la differenza.

 

Il nostro giovane Andrea Kimi Antonelli sembra un predestinato. Sono più di settant’anni che un italiano – l’ultimo è stato Alberto Ascari – non vince un mondiale di Formula 1. Perché secondo lei gli italiani in tanti anni non hanno più lottato – eccezion fatta per Michele Alboreto e Riccardo Patrese che arrivarono secondi – per il titolo?

L’ottanta per cento dei team hanno sede in Inghilterra. In Italia c’è la Ferrari. Quando c’era la Minardi son cresciuti dei piloti, ma poi è mancato il top team che gli ha dato fiducia. Hanno vinto qualche gran premio, ma non hanno lottato per il mondiale. Antonelli ha fatto un contratto a dodici anni con Mercedes di dieci anni, che ha rinnovato con la maggiore età e dopo si è guadagnato il rinnovo in pista. Non te li regalano i contratti, te li devi guadagnare. Ha avuto la fortuna e l’abilità di debuttare in un top team, cosa che i Fisichella, i Trulli, i Nannini, Alonso stesso, hanno iniziato con Minardi. Capisci da solo la differenza. Poi hanno fatto strada, ma hanno dovuto fare una serie di step, mentre Antonelli è arrivato con l’ascensore direttamente al primo piano. 

 

Andrea Antonelli sta meritandosi la fiducia di un top team quale Mercedes.

Direi proprio di sì e non avevo nessun dubbio in merito. L’anno scorso la stampa italiana lo ha ingiustamente criticato, perché probabilmente sta portando via visibilità al team italiano per eccellenza che è Ferrari. Quando passa sotto le tribune anche i tifosi con il cappellino e la maglia rossa lo applaudono. È un segnale che a loro darà fastidio. Io godo nel sentire l’inno di Mameli sul podio. Se me lo suonano per la Ferrai godo, se me lo suonano per Antonelli godo ancor più perché è un ragazzo giovane. Lo ritengo maturo e preparato e spero che si contorni di persone che non lo condizionino. Quella che fino a oggi è stata uno dei suoi punti di forza, la famiglia, deve ora fare un passo indietro. Adesso lui è a tutti gli effetti un pilota di Formula 1, un pilota vincente: non è più quel ragazzino di diciotto anni e deve iniziare a decidere da solo.

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Quando è importante la famiglia per un pilota?

Dico sempre che il miglior pilota è quello orfano con una buona eredità. La famiglia è pericolosa, perché sono pochi i genitori che non condizionano la carriera di un pilota. Molti perché hanno una tradizione familiare, molti perché c’han messo dei soldi, molti perché credono di avere il miglior pilota in assoluto.

 

Quanti piloti ha sedotto con le prelibatezze della cucina romagnola?

Ho avuto piloti giapponesi che si sono subito adattati alla nostra cucina. Abbiamo avuto sempre degli ottimi cuochi, anche dall’alberghiero vicino Faenza. All’inizio della nostra avventura nel motorsport cucinava il nostro autista. Poi ci siamo evoluti e siamo stati i primi a fare da mangiare anche per altri. 

 

L’amicizia esiste nel vostro ambiente?

Adesso siamo al decimo Minardi Day e mi accorgo che c’è un rapporto coi vecchi che al tempo non c’era o non ce ne accorgevamo. È chiaro che quando un pilota scende in pista e tira giù la visiera, il primo avversario è il suo compagno di squadra e poi tutti gli altri. È vero anche che c’è stato un periodo della storia dove c’era più convivialità. Oggi tutto è cambiato. Se si incontrano per la strada senza casco c’è anche il rischio che nemmeno si riconoscano [ride].

 

I suoi rapporti con gli altri team manager come Ron Dennis o Frank Williams, com’erano?

Con Ron Dennis non avevo un buon rapporto. Litigai con lui quando eravamo ancora in Formula 2. Successivamente lui c’ha messo del suo. Devo dire che ha cambiato atteggiamento con me quando nel 2007 ho fatto un anno con Sky e in quel periodo, stranamente, si è comportato da inglese, prima no. Ai tempi gli son corso dietro con un martello, mi han fermato i meccanici [ride]!

 

Mi viene da sorridere pensando alla scena! Come mai? 

Avevo il pilota argentino Miguel Ángel Guerra che durante una gara di Formula 2, nonostante il box e la bandiera, fece un giro in più. Ron Dennis corse da me dicendomi: «I soliti italiani spaghetti!». Io che già l’avevo già sui coglioni gli corsi dietro. Ma la goccia che fece traboccare il vaso è stata che all’inizio i box venivano sorteggiati e lui per tre volte capitò vicino al mio. Il nostro non era un box faraonico come il suo e così, per non avere vicino il mio team impose a Bernie Ecclestone di assegnare i box in ordine di classifica. 

 

Non la voleva vicino insomma.

Assolutamente. Da lì ho chiuso proprio con lui. 

 

Frank Williams invece?

Frank Williams è stato uno dei quei personaggi che ho modestamente copiato, perché era colui che dal niente, da una piccola scuderia, da una macchina comprata è passato a essere costruttore. Gli ho ceduto Marc Gené a gratis – come al solito – e gli ho raccomandato la mia addetta stampa, Silvia Hoffer Frangipane, che adesso è in Ferrari. Avevo un buon rapporto con lui nelle riunioni che facevamo con gli altri team.

 

Mi sedevo spesso vicino a lui perché parlava molto bene l’italiano in quanto io l’inglese non lo parlo quasi per niente, per cui o lui o Flavio [Briatore, ndr] mi davano una mano. In molte occasioni la vedevamo allo stesso modo e anche se lui era diventato più volte campione del mondo, è rimasto sempre quello che era all’inizio e capiva le mie esigenze.

 

Una persona rimasta vera e autentica. La fama e il successo non hanno scalfito il suo essere.

Il problema è che oggi in Formula 1 non c’è nessun proprietario di team, son tutti manager. Quando c’ero io ce ne erano diversi. 

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Che rapporto aveva con Flavio Briatore? 

Lui è un personaggio che va al di là dello sport. A lui non gli frega niente di vincere o di perdere, a lui interessa fare soldi. Nel 1996/1997 è stato mio socio e avevamo un buon rapporto, sanando anche il bilancio. Abbiamo litigato nel 1993 perché lui era l’esclusivista dei motori Ford e mi fece un bello scherzetto – diciamo così – ma alla fine ho vinto io. Ci fu una transazione amichevole che accontentò ambedue e poi facemmo la pace. Oggi quando lo vedo mi dice: «Oh, ma ce l’hai un pilotino da portarmi?!» [ride].

 

Lui arrivò in Formula 1 non perché era un appassionato di motori, ma perché era un bravo manager.

Di motori non ci capiva un cazzo. Nel 1988 si sedeva vicino a me per aiutarmi con l’inglese e perché voleva capire quel mondo. Approdò nel motorsposrt per volere di Benetton. Briatore veniva dal mondo della moda. Ha gestito negozi per il Benetton in mezzo mondo e poi fu mandato alle corse per sostituire Davide Paolini – anche lui non un esperto dei motori. Flavio è stato molto bravo nell’imbonirsi Ecclestone. È stato scaltro a imparare. Ribadisco che il suo problema principale sono i soldi e li ha messi sempre davanti a tutto. Gliene hanno dati tanti e lui è stato bravo metterli insieme. 

 

Un altro campionissimo è Michael Schumacher che per uno strano incidente con gli sci oggi è gravemente malato.

I piloti, a volte, si sentono immortali. Lui ha fatto una leggerezza clamorosa: ha fissato con dei rivetti la telecamera sul casco da sci e quando è caduto si è ferito alla testa. 

 

Lei quando lo vide correre le prime volte intuì che aveva un grande talento?

Non vorrei essere frainteso, ma lui è stato fortunato. Un buon pilota. Il primo che ha creduto nella preparazione fisica fatta a dovere. Ha avuto la fortuna di andare in Ferrari contribuendo alla crescita e allo sviluppo, perché si portò con sé diversi ingegneri che erano con lui in Benetton. Onestamente in squadra non ha mai avuto un rivale, con tutto il rispetto per Felipe Massa e Rubens Barrichello, ma la realtà è quella. Anche se Massa è stato sfigato perché ha perso all’ultima curva un mondiale [2008, ndr].

 

Schumacher ha vissuto un periodo fortunato perché non aveva grandi rivali. In seconda fila avevano circa un secondo di differenza. Oggi in un secondo ci stanno quasi venti piloti! Non ha avuto un parterre di piloti come c’è adesso. Lui ha cominciato a vincere in Ferrai quando ha smesso Mika Häkkinen e ha cominciato a perdere quando è arrivato Fernando Alonso. Oggi ci sono quattro o cinque piloti che a parità di macchine stanno in un decimo. Con questo mio giudizio non vorrei essere interpretato male, anche perché ha vinto sette titoli mondiali di cui cinque con la Ferrari e due con la Benetton. Nulla da aggiungere direi. 

 

Nel 1999 Eddie Irvine, compagno di squadra di Schumacher in Ferrari, sta lottando per il mondiale e in un gran premio, durante una sosta ai box, c’è una ruota che si perde compromettendo la sua corsa al titolo. 

Io credo molto a un errore umano nel box. È inutile fare delle fantasie. 

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Come descriverebbe Bernie Ecclestone?

Unico!

 

In che rapporti eravate?

Direi buoni, ma non parlando bene l’inglese ho avuto sempre dei rapporti con un tramite e quasi mai diretti con lui. In più occasioni mi ha dimostrato credibilità e affetto e mi è stato vicino. È un personaggio che ha fatto la storia della Formula 1 e sapeva bene come barcamenarsi nell’aiutare chi aveva bisogno.

 

Credo che lui abbia un’ottima impressione nei miei confronti. Fui invitato, pochi anni fa, a una sua festa in Inghilterra. C’era un tavolo lungo cinquanta o sessanta metri dove c’era lui e la compagna a capotavola e io ero il primo al suo fianco. E tra me e il primo uomo della Formula 1 c’erano cinque o sei persone amici suoi estranei a quel mondo. Fu una grande soddisfazione e anche perché avrà detto: «Questo almeno non mi rompe i coglioni!» [ride]. Quando ci incontriamo lui viene sempre incontro a darmi la mano.

 

Quanto ha dato Gian Carlo Minardi alla Formula 1? 

Mi vogliono un gran bene. Giorni fa a Imola sono stato fermato da un sacco di persone per un selfie o un autografo e molti di loro non erano nemmeno nati quando correva la Minardi. Evidentemente il mio carattere, il mio modo di pensare, la mia energia, hanno lasciato un segno. Ancora oggi cerco di essere il più semplice, chiaro e imparziale possibile. A qualcuno può dar fastidio, ma alla massa fa piacere. Evidentemente riesco a trasmettere la mia passione anche agli altri. Gli ho dato ventuno anni e trecentoquaranta gran premi. Due decenni molto intensi, ventiquattro ore al giorno, perché anche quando andavo a dormire dovevo pensare cosa inventarmi per il giorno dopo.

 

Ho avuto momenti belli e momenti meno belli, come tutti, però sono contento. Ho tanti amici e sono sereno perché quando sono uscito non ho lasciato un euro di debito, ed è raro in Formula 1. Oggi guardo le gare in televisione e mi diverto nel portare la mia esperienza in Federazione. 

 

Che rapporto aveva con i suoi dipendenti?

Se ho fatto trecentoquaranta gran premi lo devo ai miei dipendenti, con i quali sono ancora in ottimi rapporti. 

 

Ha qualche situazione divertente che le è successa nel paddock che vuole raccontarci?

Eravamo al GP di Phoenix. Si presentò un signore con i capelli bianchi con due occhi azzurri che mettevano soggezione e mi chiese: «Mi ospita nel suo box che io corro con una Porsche?». «Certo!». Era Paul Newman! Ho avuto la fortuna di conoscere tanta altra gente, ma quell’incontro mi è rimasto bene in mente.

 

Il Minardi Day è oramai un appuntamento imprescindibile.

È un bell’impegno per tutta la famiglia Minardi! 

 

Grazie, Gian Carlo!

Grazie a voi!

 

Francesco Rondolini

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Sport e Marzialistica

Il ciclismo e i suoi sacrifici. Renovatio 21 intervista il campione mondiale Alessandro Ballan

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Ci sono vittorie che cambiano una carriera e trionfi che entrano di diritto nella storia dello sport. Quella di Alessandro Ballan è la storia di un corridore tenace, capace di toccare la vetta più alta del mondo delle due ruote in quel memorabile 2008 a Varese quando, con uno scatto degno del ciclismo d’altri tempi, tagliò il traguardo a braccia alzate conquistando la maglia iridata.   Professionista dal 2004 al 2016, vincitore anche di una storica classica monumento come il Giro delle Fiandre nel 2007, Ballan ha attraversato le tappe più entusiasmanti e i momenti più complessi del ciclismo moderno.   In questa intervista esclusiva a Renovatio 21, l’ex campione veneto si racconta senza filtri: dal brivido dei successi alle prove più dure come la squalifica e il terribile incidente in terra iberica, fino a una lucida analisi sullo stato del movimento di oggi.   Iniziamo con un particolare. Tu sei amico di un campione perugino di calcio, nonché mio concittadino, Fabrizio Ravanelli, che a breve incontreremo per un’intervista su Renovatio 21. Certo! Lui è appassionato e praticante di ciclismo. Da poco abbiamo fatto una corsa assieme.    Come ti sei appassionato alla bicicletta? La passione per le due ruote nasce per caso, dopo aver provato diversi sport che non mi avevano mai entusiasmato. Avevano regalato a mio fratello una bicicletta da passeggio per la Cresima e, a quel punto, ne volevo assolutamente una anche io. Sono andato da mio papà e ho cominciato a chiedergli un mezzo che fosse solo mio: l’ho preso letteralmente per sfinimento. Eravamo una famiglia umile e non avevamo grandi possibilità finanziarie; mio padre coltivava la terra e faceva il fiorista.   In cantina avevamo una vecchia bici da corsa arrugginita, appesa lì dopo che l’aveva portata un fidanzato di mia sorella; io non la consideravo nemmeno. Mio papà allora mi disse: «Quella nuova non te la comprerò mai, ma se vuoi ti sistemo questa». La portò dall’artigiano del paese, uno dei più bravi della zona, che però era sommerso di lavoro. Fu un calvario riavere il mezzo rimesso a nuovo! Ogni sabato andavo da lui accompagnato da mio babbo, sperando che fosse pronto. Non lo era mai, e ogni volta tornavo a casa in lacrime, finché mio padre parlò con l’artigiano cercando di sollecitarlo. Nel giro di due settimane la bicicletta fu pronta.   Decisi di farla dipingere di rosso. Quando la ritirai era bella fiammante e ho iniziato a usarla continuamente: per andare a scuola e per uscire il pomeriggio. Aveva i cambi, era veloce e montava il classico manubrio da corsa; la sentivo aerodinamica. Vedendomi sempre in sella, mio babbo mi chiese se avessi voglia di fare qualche gara e mi tesserò con l’Unione Ciclistica Giorgione. Eravamo solo in due della categoria giovanissimi, perché la società a quel tempo si occupava solo di ragazzi più grandi. Da lì, comunque, siamo partiti ed è stato subito amore puro, anche perché fin dalle prime competizioni ho iniziato a portare a casa coppe e premi.

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Passi al professionismo nel 2004. Eri già grande rispetto agli standard. Sono passato professionista molto tardi perché ho avuto parecchi problemi. In primo luogo la scomparsa di mio papà quando avevo quindici anni: quel periodo è stato davvero duro perché dovevo finire la scuola, correre in bici e contemporaneamente lavorare a casa, dato che con mio fratello e mia mamma portavamo avanti l’azienda di famiglia. Sono stati anni difficili.   Poi ho incontrato il patron dell’Unione Ciclisti Trevigiani, Remo Mosole, che ci ha permesso di chiudere l’attività e ha dato sia a me sia a mio fratello l’opportunità di fare i ciclisti a tempo pieno. Da lì abbiamo cominciato a fare le cose sul serio. In seguito sono arrivati anche dei problemi al ginocchio, che hanno ritardato di altri due anni la mia maturazione sportiva. Ho iniziato a vincere a ventidue anni, un’età abbastanza avanzata per l’ambiente. Nel ciclismo moderno non sarei mai riuscito a emergere, perché attualmente o vieni fuori a diciott’anni oppure sei tagliato fuori.   Tu sei nato nel 1979. Quando passi professionista avevi ventiquattro anni circa. Come ti dicevo ho iniziato ad andar forte a ventidue anni. Ho fatto due anni ottimi e a ventiquattro son passato professionista.    Oggi sono cambiate tante cose. I ragazzi passano tra i professionisti molto prima. È cambiato tutto e non so quanto faccia bene al movimento giovanile italiano. Nel senso: è vero che si trovano tanti campioni precoci, però si rischia di perdere tanti Alessandro Ballan, che magari riescono a emergere un po’ più tardi rispetto a ragazzi che a diciassette o diciott’anni sono già completamente maturi.   È un’osservazione interessante e condivisibile. Parlando della tua carriera parliamo sì di un ciclismo diverso, ma sono passati relativamente pochi anni. Sono vent’anni circa, non tantissimo. Eppure oggi funziona così: o emergi già tra gli juniores o sei in parte tagliato fuori. O hai i numeri fin da subito, oppure è un casino.

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Quanti sacrifici deve fare un ragazzo che vuole diventare professionista? Un atleta che ha una visione indirizzata al professionismo credo debba essere costante nell’allenamento, nell’alimentazione e in tutto il resto.  Hai detto benissimo. Molti parlano di crisi del ciclismo italiano, sia per i corridori da corse a tappe sia per le classiche. È un insieme di tante cose: manca una squadra World Tour, a livello giovanile stanno scomparendo molte società e mancano anche gli organizzatori. Il bacino da cui andare a pescare è decisamente inferiore rispetto ai miei tempi.   Però, secondo me, da parte dei ragazzi di oggi manca anche la fame, la voglia di arrivare. I giovani d’oggi bene o male hanno già tutto, e difficilmente riescono a tirar fuori quel qualcosa in più che ho dovuto metterci io all’epoca. Per farti un esempio: mi ricordo che avevamo problemi economici a casa e, una volta chiusa la nostra azienda, da dilettante venivo pagato con dei rimborsi spese solo per dieci mesi l’anno.   C’erano due mesi in cui non percepivo alcuno stipendio. In quel periodo invernale andavo a fare il muratore, l’idraulico o l’imbianchino. Capire cosa significasse lavorare duramente tutti i giorni, svegliarsi presto, faticare e tornare a casa esausto, mi ha permesso di affrontare gli allenamenti in bici con un altro spirito.   Un’altra cosa importante è che il ciclismo è uno sport molto più esigente rispetto agli altri; è estremo, si cura ogni dettaglio a partire dall’alimentazione, con enormi sacrifici a tavola e continue rinunce. Ricordo che i miei compagni di classe il sabato sera andavano in discoteca, mentre io restavo a casa, tranne qualche volta durante la pausa invernale prima di riprendere la preparazione. Questa disciplina mi ha imposto tantissime privazioni, ma ne è valsa la pena.   Una delle rinunce più grandi, però, l’ho vissuta quando ero già professionista e avevo le bimbe piccole: mi chiedevano di giocare in giardino e non potevo farlo, perché avrei compromesso la muscolatura. Non potevo andare in piscina con loro o correre in un prato, altrimenti per i tre giorni successivi sarei stato morto. Tutto lo sport ad alto livello comporta dei sacrifici, è logico, ma nel ciclismo ogni cosa è portata all’estremo perché è un’attività di endurance, ad altissima intensità, che ti logora e ti richiede ancora di più.   È uno sport di grande fatica.  Eh sì!   Come avviene il tuo passaggio nel mondo dei professionisti?  Sono passato quasi per caso, grazie a un meccanico di Castelfranco Veneto che si chiama Sergio Argentin (ma non c’entra nulla con l’ex campione Moreno Argentin). Io andavo a riparare la mia bici nel suo negozio, «Cicli Argentin»; lui sapeva che stavo ottenendo dei bei risultati perché i giornali locali parlavano di me, ma facevo fatica a fare il grande salto perché all’epoca non avevo un procuratore. Non era come adesso, che un ragazzo a sedici anni ne ha già uno.   Sergio, essendo stato rivenditore Wilier – azienda che tra l’altro ha sede qua vicino, a Rossano Veneto – mi disse, per due anni consecutivi, di portargli un curriculum con tutti i miei piazzamenti per vedere se in qualche modo si riusciva a sbloccare la situazione. Mi ricordo ancora quel curriculum scritto a mano: il primo anno andò male; il secondo anno glielo portai aggiornato con le nuove vittorie ottenute nel 2003.   Nel mese di novembre, finita la stagione delle corse, mi ero messo a lavorare. Un giorno, mentre ero su una scala a nastrare una finestra facendo l’imbianchino, ricevetti una telefonata da Guido Bontempi: mi diceva che il giorno successivo sarei dovuto andare a Usmate Velate, nella sede della Lampre, a firmare il contratto con Giuseppe Saronni. Quello fu un momento incredibile. Ero senza parole. Era il traguardo che avevo sempre desiderato. Se non si fosse palesata quell’occasione, avrei fatto un altro anno da dilettante e poi avrei smesso. E invece, sono diventato un professionista.   Un primo vero sogno che si realizza.  Ho sempre impostato la mia carriera in base ai risultati e ai segnali, cercando costantemente di alzare l’asticella. Fin da bambino, il primo desiderio è proprio quello di passare professionista, di riuscire a stare in gruppo con i grandi campioni e correre le gare mitiche, che sia un Giro d’Italia o una Milano-Sanremo… sono le prime grandi aspirazioni che ha un ragazzino.

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Passando al professionismo anche i contratti cambiano e c’è uno stipendio adeguato, così da vivere la propria attività sportiva senza l’assillo economico.  È logico che quando sei stipendiato tutto l’anno, e in più ci sono i premi e tutta una serie di incentivi, affronti tutto con un’altra serenità. Questo mi ha garantito una certa tranquillità da quel punto di vista.   Passi in Lampre nel 2004 e fin da subito ti metti in evidenza, diventando un punto di riferimento.  Sono diventato professionista con l’obiettivo di essere un ottimo gregario. In pianura non avevo problemi, ero uno che menava. Facevo fatica sulle salite lunghe, data anche la mia statura. Il primo anno mi sono messo in luce per come lavoravo per la squadra: andavo in fuga, tiravo, andavo a prendere l’acqua…   Mi hanno subito valorizzato e la cosa bella è stata che non mi hanno considerato il classico ragazzino alle prime armi, proprio perché sono arrivato nel ciclismo che conta a ventiquattro anni, già maturo. Ero un debuttante nella categoria, però anagraficamente avevo la mia età. Infatti in squadra c’era gente che correva tra i professionisti già da quattro anni, pur essendo mia coetanea o addirittura più giovane.   Sono riuscito subito a ricavarmi uno spazio e l’anno successivo – dato che avevano notato in me alcune caratteristiche adatte soprattutto alle corse del nord – sono andato in Belgio con i gradi di capitano e con il compito di fare risultato. La prima gara sul pavé del 2005 era proprio lì, la frazione d’apertura de La Tre Giorni di La Panne, e l’ho vinta. Da lì capii che potevo essere non solamente un gregario, ma fare qualcosa di più.   Che rapporto avevi con Giuseppe Saronni?  Eh [ride]! Questa è una cosa che quando la racconto Moser diventa matto! Perché sai quanta rivalità c’è tra i due… Io la dico in modo simpatico e lui lo sa. Io sono sempre stato «saronniano», mio papà invece teneva per Moser.   Anche mio padre teneva per Francesco Moser!  Moser era un po’ più brontolone, un po’ più all’antica. Saronni invece era più moderno, più al passo con i tempi in quegli anni. Però, dopo averlo conosciuto nel ruolo di manager, devo dire che sono passato dalla parte di Moser [ride]. Lo dico con simpatia, ma è così; d’altronde capisco perfettamente che non sia facile gestire una squadra in cui devi far quadrare tutto. Sia ben chiaro, stiamo parlando di due grandissimi campioni.   Nel 2007 vinci il Giro delle Fiandre, che il giornalista Auro Bulbarelli definì «la corsa universitaria del ciclismo». Tu scatti sul Muro di Grammont. Ci racconti quella corsa e come l’avete preparata come squadra?  In Belgio cominciavo a essere uno degli atleti di riferimento, dato che avevo fatto sesto due anni prima e poi quinto. Ero sempre lì davanti; era una gara che mi piaceva tantissimo e, tra l’altro, avevo appena vinto La Tre Giorni di La Panne, proprio una settimana prima del Fiandre. Risultavo quindi uno dei corridori più in forma, insieme a Tom Boonen e Fabian Cancellara.   È logico che la notte della vigilia andai a letto con molta pressione addosso, tanto che praticamente non riuscii a dormire. Ero in camera con Fabio Baldato e alle 4 mi alzai perché non riuscivo a chiudere occhio; chiamai il medico per chiedergli se potesse darmi una mano, ma Fabio mi fermò: «Sta’ tranquillo, perché anch’io prima di una Milano-Sanremo non ho dormito tutta la notte e il giorno dopo sono arrivato secondo».   Le sue parole mi consolarono parecchio e alla fine un paio d’ore di sonno sono riuscito a farle, fino alle sette, quando è suonata la sveglia.  

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All’inizio della gara, però, non avevo buone sensazioni. Mi pesavano il fatto di non aver riposato e l’aver mangiato più del solito per evitare di incorrere in crisi di fame. Per i primi cento chilometri non andavo proprio. Nel finale mi sono sbloccato, grazie anche alla squadra e a Baldato che mi è sempre rimasto vicino dandomi morale, dato che attraversavo momenti in cui pensavo di non avere la gamba giusta.   La svolta è arrivata quando è partito Cancellara prima del Grammont. Si erano sganciati in sei e Fabio ha preso in mano la situazione, mettendo i miei compagni davanti a tirare. Questo mi ha trasmesso un senso di grande responsabilità. Appena abbiamo ripreso Cancellara, proprio ai piedi del Muro, ho pensato: «Non posso deludere i miei compagni, devo quantomeno far vedere che ci sono e che ci provo». E ci ho provato. Ho affiancato Tom Boonen e ho scattato. Non l’ho fatto tanto con l’idea di andare a vincere la corsa, ma come scatto d’orgoglio per mostrare alla mia squadra, che si era sacrificata a tirare, che nel momento clou io c’ero.   Quando sono arrivato in cima e ho scollinato, mi sono voltato e ho visto che ero da solo: «Allora non sto così male… gli altri stanno peggio!». Da lì sono andato dritto fino al traguardo.   In quello scatto ti ha seguito il belga Leif Hoste.  Lui mi ha raggiunto prima del Bosberg; l’ho aspettato, perché da solo sarebbe stata più dura giungere al traguardo. In due abbiamo collaborato. Sapevo di essere più veloce di lui, anche se nella volata finale ho rischiato molto, dato che non ho vinto con tantissimo margine.   Come spieghi questa tua attitudine per le corse del Nord?  Me ne parlava già il mio direttore sportivo da dilettante, Gianluca Pianegonda, che era un grande amante delle gare in Belgio. Quando correvo con lui nel 2003, mi diceva sempre: «Tu sei un corridore da Nord». Questa cosa mi è rimasta in testa, tanto che quando passai professionista chiesi esplicitamente di farmi inserire quelle prove in programma. Tutti i direttori sportivi rimasero a bocca aperta: un debuttante non chiede mai di fare quelle trasferte, perché sono considerate le peggiori.   A me invece piaceva tutto: il clima che si respira lassù e i percorsi perfetti per le mie caratteristiche. Certo, l’impatto con il pavé all’inizio è stato traumatico. Poi però ho iniziato a capire come muovermi, come impostare la pedalata sulle pietre e come tenere la bici. Se guardi il mio palmarès, le vittorie non sono tantissime, ma la maggior parte è arrivata in gare di fondo. Agli altri, sempre parafrasando Bulbarelli, «dopo i duecento chilometri si spegne la lampadina, ma Ballan irradia». Dopo quelle distanze io riuscivo a mantenere un rendimento costante, al contrario di molti rivali. Credo sia stata una delle doti che mi hanno contraddistinto.   Le corse dure con i tratti in pietra mi venivano facili perché la dinamica era semplice: il pavé è duro per tutti, ma se riesci a prenderlo davanti e a mantenere la posizione, scremi il gruppo pesantemente. È un terreno che fa selezione da solo. Io cercavo di stare davanti, risparmiare quante più energie possibili e dare il massimo nel finale. Credo che se uno sa pedalare sul pavé siano gare quasi lineari, persino il Fiandre o la stessa Parigi-Roubaix: basta stare davanti e la selezione avviene naturalmente.   La Parigi-Roubaix è più dura del Fiandre? Sì, perché quel fondo ti stressa molto a livello di braccia, di mani e anche di testa. In ogni singolo settore bisogna fare una volata solo per entrare nelle prime posizioni. Richiede una concentrazione totale.

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Facciamo un salto temporale. Nel 2012 arrivi a un passo dal bissare la vittoria del 2007 al Giro delle Fiandre. Arrivi in volata con Tom Boonen e Filippo Pozzato e ti classifichi al terzo posto. Se ci fosse stata più collaborazione tra te e Pozzato, forse Boonen non l’avrebbe spuntata e uno di voi due italiani avrebbe potuto vincerla, giusto?  Senza forse [ride]! La vicenda è molto semplice. È brutto vedere due italiani in fuga farsi portar via il successo da un belga in una classica del genere; soprattutto se consideri che eravamo due connazionali, tra l’altro vicini di casa, che si allenavano tutti i giorni insieme.   La cosa peggiore è che ci eravamo pure parlati: l’accordo era scattare a ripetizione, prima uno e poi l’altro. Sapevamo che in questo modo uno di noi due se ne sarebbe andato, perché Boonen non avrebbe mai potuto chiudere su tutti i tentativi.   Il problema è stato che, quando siamo arrivati a quattro chilometri e mezzo dal traguardo e io ho cominciato ad attaccare, Pippo restava ruota. Di conseguenza mi trovavo sempre in testa a tirare, senza la possibilità di accodami e poi ripartire da dietro in velocità sfruttando le chiusure di Boonen su di lui. Così facendo, l’abbiamo letteralmente buttata via.   All’arrivo gli ho chiesto spiegazioni e lui mi ha risposto: «Ero convinto di batterlo in volata». Beh, stiamo parlando di Boonen, in una corsa a casa sua; in più, aveva vinto una gara la settimana prima proprio allo sprint, dove Pozzato era arrivato decimo. Dico sempre che, secondo me, la vera occasione l’ha persa Pippo, perché io il Fiandre l’avevo già conquistato.   È logico che vincerlo una seconda volta mi avrebbe fatto gola, ma il treno della vita l’ha perso lui, che non lo ha mai inserito in bacheca. Ho quasi l’impressione che quel giorno abbia corso più per far perdere il sottoscritto che per vincere lui stesso.   Le rivalità nello sport ci sono e il ciclismo non fa certo eccezione.  Eh sì!   Nel vostro ambiente c’è rispetto tra voi? Esiste l’amicizia vera?  Sì, ma è logico che quando c’è di mezzo la gara l’amicizia può andare tranquillamente a farsi benedire [ride]. Sono attimi. Certe volte le decisioni vanno prese quando hai poco sangue al cervello perché sei stanco, a fine corsa, in momenti in cui devi compiere scelte cruciali. Il rispetto c’è – a volte sì e a volte no – ma per quello che ho potuto vedere c’è anche tanta gelosia.   Pure con Pippo Pozzato, ad esempio, il rapporto è stato ottimo finché non ho vinto il Mondiale. Dopo quel successo sono diventato a tutti gli effetti un suo rivale a livello di risultati e quindi ci siamo un po’ allontanati. Oggi abbiamo un rapporto normale: ci incrociamo, ci salutiamo, ma non usciamo più insieme come un tempo, quando frequentavamo le stesse compagnie con le rispettive partner.   Visto che l’hai citato, arriviamo a Varese 2008. Con uno scatto d’altri tempi ti aggiudichi il Mondiale. Un’emozione sportiva autentica, vera, forte nel vederti volare verso il traguardo. Tu arrivi a quell’appuntamento in una condizione fisica invidiabile.  Stavo da Dio. È stato in assoluto il momento migliore della mia carriera.   Eravate una Nazionale fortissima, reduce dalle due vittorie precedenti di Paolo Bettini e che puntava al terzo titolo consecutivo. C’era Damiano Cunego in gran forma, che tra l’altro vince l’argento. Come l’avete preparata quella corsa? Vedendo i tre chilometri finali, c’era Cunego che sembrava destinato alla volata ed era un serio pretendente alla vittoria. Quando preparate una corsa così importante, ogni minimo dettaglio è studiato a tavolino?  Quello è stato un capolavoro e un tatticismo di squadra perfetto. In primis il merito va a Franco Ballerini [ex commissario tecnico della Nazionale, ndr]. La sua dote principale era quella di riuscire a mettere insieme corridori fortissimi e farli andare d’accordo, specialmente atleti che durante l’anno erano acerrimi rivali. La seconda grande qualità di Franco era la sua visione di corsa, che andava sempre vicinissima alla realtà, e con me lo dimostrò chiaramente.   Nelle riunioni tattiche pre-mondiale, quando eravamo tutti riuniti, la strategia ufficiale era quella di correre per il terzo titolo di Paolo Bettini, perché era l’uomo più forte, più in forma e quello che dava maggiori garanzie. Se fossimo arrivati in volata dovevamo tirare per lui, se andava via una fuga doveva esserci lui dentro, bisognava fare selezione sempre per Paolo. Questa era la linea.   Però Ballerini, in un secondo momento e in tre occasioni diverse – due volte da solo e una con Alfredo Martini – mi prese da parte e mi disse: «Ale, per come vai, se tu scatti ai meno tre dall’arrivo, dove la strada tira leggermente in su, puoi vincere il campionato del mondo». Fu lui a mettermi in testa l’attacco che poi ho piazzato. Sapeva che la gara avrebbe potuto prendere una piega diversa da quella pianificata per Bettini.   In più, quel giorno avemmo un problema con le radioline, tanto che si parlò persino di un possibile sabotaggio, dato che eravamo la Nazionale più forte e per di più giocavamo in casa. Dal primo chilometro i nostri apparecchi non hanno mai funzionato. L’unica comunicazione possibile avveniva quando qualcuno dal gruppo, in particolare Luca Paolini, riusciva a parlare direttamente con l’ammiraglia di Franco e ci riportava gli ordini.   Tutto quello che è successo negli ultimi cento chilometri l’abbiamo fatto interamente di testa nostra, perché un corridore non poteva permettersi di scendere indietro a parlare con il CT, rischiando poi di rimanere tagliato fuori.   Io dovevo entrare in gioco negli ultimi tre giri insieme a Davide Rebellin, e infatti ho cominciato a muovermi intorno agli ottanta chilometri dall’arrivo. Nel finale, Paolo ha visto che aveva tutti i big incollati alla sua ruota e che il percorso non gli permetteva di fare la differenza; il rischio concreto era quello di portarsi in volata gente del calibro di Boonen, Zabel o Valverde. Questo cambio di programma è nato proprio da un’intuizione di Bettini, che ha fatto da tappo dietro lasciando scappare via Cunego, Rebellin e il sottoscritto.   All’ultimo giro, al suono della campana sulla salita del Montello, sono rimasto a ruota guardando indietro e aspettando Paolo per mettermi a sua disposizione. A un certo punto vedo rientrare due maglie azzurre e penso: «Ecco, uno dei due è sicuramente lui». Quando invece mi sono visto spuntare Rebellin e Cunego ci sono rimasto quasi male, mi sono chiesto: «E adesso che facciamo?»   La cosa splendida era che ci trovavamo in dodici davanti, di cui ben tre italiani. Sono andato subito a parlare con Davide, che per esperienza era il nostro regista in corsa, e lui mi ha detto: «Bisogna essere sicuri di vincere il Campionato del Mondo, non possiamo rischiare di arrivare in volata. Dobbiamo scattare a turno, uno alla volta, e dobbiamo arrivare da soli». Se mi fossi portato dietro Matti Breschel, per dire, avrei rischiato di perdere. Dovevamo blindare la vittoria. Lo stesso ordine fu dato anche a Damiano.   Abbiamo imboccato i Ronchi di Casbeno e noi tre abbiamo iniziato ad attaccare a ripetizione. Prima ci ho provato io e mi sono sfilato, poi ci ha riprovato Rebellin, poi Cunego; alla fine, da dietro sono piombato io in velocità, ho tirato dritto e mi è andata bene.   Uno scatto bellissimo che rivedo sempre con grande trasporto.  È sempre una grande emozione da rivedere.  

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Vorrei spendere qualche parola su Franco Ballerini. Sono diversi anni oramai che è scomparso per un tragico incidente in un rally, di cui era un grande appassionato. Che persona era e che ricordo hai di lui?  Era una persona squisita, sempre educata, pacata e tranquilla. Non l’ho mai visto arrabbiato. Era veramente piacevole chiacchierare con lui ed era capace in quasi tutto ciò che faceva. Ricordo che lo chiamavo spesso prima della Parigi-Roubaix – perché d’altronde lui era «Monsieur Roubaix» – per chiedergli qualche dritta. È una corsa che mi piaceva tantissimo, ma l’impatto iniziale, come ho detto, fu traumatico; grazie ai suoi consigli sono riuscito a farmela piacere, cercavo sempre di seguirli alla lettera.   Era bello stare in sua compagnia. Sapeva instaurare un clima splendido nella settimana del Campionato del Mondo: nonostante andassimo incontro all’evento più importante dell’anno, carico di una pressione enorme, in squadra si riusciva a scherzare e a divertirsi. Era veramente fantastico.   Come corridore era forte ed è stato un ottimo commissario tecnico, peraltro molto vincente.  In quegli anni aveva a disposizione corridori incredibili. Se andiamo a rivedere Varese 2008, con gli atleti che rimasero a casa si sarebbe potuta allestire un’altra Nazionale altrettanto competitiva e vincente. Detto questo, Franco aveva un gran talento nel selezionare il gruppo e sapeva trovare le giuste motivazioni anche per le persone che non convocava. Ha sempre fatto le scelte corrette e i risultati gli hanno dato ragione.   Quando c’è abbondanza di campioni è un bene, ma la gestione a volte non è facile. Franco Ballerini credo sia stato abile anche in questo.  Era abile in tutto, Franco. Ritornando a quel Mondiale di Varese, lasciò a casa Stefano Garzelli, che avrebbe corso praticamente sulle strade di casa, e Filippo Pozzato, che rimase sulle tribune a vedere l’arrivo. Escluse anche Ivan Basso, un altro corridore che in gare di quel livello poteva tranquillamente dire la sua. Aveva lasciato fuori dei nomi non indifferenti. Inoltre, all’epoca, c’erano già Vincenzo Nibali e Giovanni Visconti che stavano emergendo.   In quei chilometri finali, tra il tuo scatto e il traguardo, cosa hai pensato, che sensazioni avevi e quali pensieri ti stavano passando per la testa? Prima dicevi che nei momenti di fatica non è semplice essere lucidi. Lì hai fatto qualcosa di strepitoso: dopo circa duecentocinquanta chilometri, con la fatica sulle gambe e la responsabilità di afferrare la vittoria.  Avevo il timore che mi riprendessero, perché un crollo ci può sempre stare. Lì fu qualcosa di unico. Nel momento in cui ho scattato si sono formate due ali di folla che mi hanno accompagnato fino all’interno dell’ippodromo, con un boato pazzesco.   Cercavo di rimanere concentrato, di non voltarmi per non compromettere la posizione aerodinamica, ma soprattutto perché girarmi e vedermeli lì a pochi metri mi avrebbe penalizzato a livello mentale.   Sono andato dritto, concentrato solo a menare a tutta e a spingere il rapporto giusto. Se guardi il video, si nota che cerco sempre di stare composto in sella e di dare il massimo. Pensavo a mio padre, che si sarebbe potuto godere quel trionfo e purtroppo non era più con me.   Mi sono voltato una sola volta – più o meno a settecento metri dall’arrivo – poco prima dell’ingresso all’ippodromo, sfruttando una piccola rampa: mi sono rialzato, ho guardato dietro e lì ho capito che ce la potevo fare. Fino a quel momento avevo tanta paura; sapevo c’erano ancora Cunego e Rebellin e che, in caso di mio ricongiungimento, avremmo comunque avuto altre frecce da sparare con loro per portare a casa l’oro.   Certo, se mi avessero riagganciato, io personalmente non avrei più avuto alcuna chance di giocarmi la vittoria. All’ingresso dell’ippodromo mi sono rialzato definitivamente ai centocinquanta metri dal traguardo, ho guardato indietro e quasi ho smesso di pedalare, ma quando li ho visti spuntare là in fondo ho dato altre due pedalate forti per essere sicuro di vincere [ride]!   Qual è il momento di quella giornata che porti più nel cuore? Il traguardo, lo scatto o il podio?  Del podio ricordo pochissimo. Una volta tagliato il traguardo ho solo vaghi ricordi: ero in trance e ci sono rimasto per una quindicina di giorni, non capivo più nulla. Lo scatto e l’ingresso all’ippodromo, invece, sono due momenti ben scolpiti nella mia testa. Mi ricordo perfettamente tutto il vialone. Spesso la gente mi chiede a che velocità andassi: ero intorno ai quarantasei/quarantasette orari, ma bisogna considerare che la strada tirava all’insù e avevamo duecentosessanta chilometri nelle gambe.   Damiano Cunego vinse lo sprint per la medaglia d’argento arrivando a tre secondi. Cosa ti disse dopo il traguardo?  L’ho visto direttamente alla premiazione, non prima. Lui era contento e anche io ero felicissimo, anche perché inizialmente non sapevo del suo secondo posto. Solo in un secondo momento mi hanno parlato di quel gesto che ha fatto sulla linea d’arrivo, quando ha battuto il pugno sul manubrio in segno di delusione.   Nel vedere quelle immagini sono rimasto amareggiato: oltre che compagni di Nazionale eravamo anche compagni di squadra alla Lampre. Io l’ho aiutato a vincere tre Giri di Lombardia e sono stato fondamentale per i suoi successi; quando c’era da tirare per lui, compresa la corsa alla maglia Bianca al Tour de France, non mi sono mai tirato indietro.   Mi ha fatto un po’ male quella situazione, così come il fatto che abbia allontanato Alessandra De Stefano, che era andata lì a intervistarlo per conto della RAI, dicendole che non gli sembrava il momento opportuno. Non è stato il migliore dei gesti. Ma lui è fatto così, ha la mentalità del leader assoluto e va bene.   C’è una foto di quando siete sul podio che vi vede ambedue sorridenti però.  Sul podio l’ho visto felice del fatto che avessimo vinto. È chiaro che a caldo, sul momento, si possa avere una reazione diversa. Io, per esempio, a ruoli invertiti avrei reagito in un altro modo: avrei esultato subito per il successo di un compagno di squadra, e solo in un secondo momento mi sarei rammaricato per non aver tagliato io il traguardo, perché l’occasione di conquistare un campionato del mondo non capita tutti i giorni. Lui ha avuto la reazione opposta: all’inizio ha risposto d’impulso, poi se n’è fatto una ragione.   C’è un’immagine di Paolo Bettini, ancora in corsa, che apprende della vittoria e festeggia insieme agli altri vostri compagni di squadra.  Paolo insieme a Matteo Tosatto! Con Bettini ho un legame speciale legato a quel giorno: era la sua ultima corsa, dato che aveva già deciso di appendere la bici al chiodo, e coincideva proprio con il mio trionfo.   Anche Davide Rebellin è recentemente scomparso a causa di un tragico incidente in bicicletta. Un grande professionista che ha collezionato successi importanti.  Due parole vanno dette assolutamente anche per Davide. Lui era il mio compagno di allenamenti; ci siamo preparati per parecchi anni insieme, perché quando non si trovava a Monte Carlo stava qui a Galliera Veneta. È stato fondamentale per quel mio Mondiale. Ricordo che la domenica precedente alla corsa, durante un’uscita, riuscii a staccarlo in salita: una cosa mai successa prima!   Poi ci siamo rivisti il mercoledì in ritiro con la Nazionale. Appena mi ha visto, dopo i saluti, mi fa: «Ale, ma lo sai perché sei qua?». E io: «No, dimmelo tu il perché». «Sei qua per vincere il campionato del mondo». «E perché dici questo?». «Ho visto come vai in salita…».   Con quella frase mi diede la motivazione decisiva per provarci. Ho la pelle d’oca ancora oggi a raccontarti questo aneddoto. Davide era uno di poche parole, ma sapeva sempre quel che diceva. All’arrivo lo vidi felicissimo per me e per quel risultato. Mi fece una festa incredibile.  

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I rapporti umani nello sport – come in altri ambiti della vita – sono sentimenti e sensazioni preziose. Ci motivano e ci fanno crescere.  Sì!   Sempre nel 2008 vinci una tappa alla Vuelta di Spagna e indossi anche la maglia Oro. Esatto!   Le corse a tappe per Ballan che gare sono?  Io le odiavo, perché non riuscivo a recuperare giorno dopo giorno. I primi sette o otto giorni andavo bene, poi però cominciavo ad accumulare troppo acido lattico nelle gambe. Ho portato a termine cinque Tour de France e un Giro d’Italia… ma nel finale ero sempre abbastanza morto.   Nelle fasi finali di una corsa, quando un corridore si gioca la vittoria, ha gli avversari vicini e deve prendere decisioni che possono stabilire o meno un esito positivo, quanto conta la testa? Sono momenti di grande sforzo dopo tanti chilometri e tanta fatica. La componente mentale nello sport ad alti livelli credo sia un fattore determinante.  La testa fa tantissimo. Se uno non ce l’ha, il più delle volte non riesce a vincere. Per farti un esempio pratico, torniamo a Varese nel 2008. Se guardi il video, poco prima del mio scatto decisivo si avvantaggiano Rebellin e Cunego con altri due corridori. Io rimango attardato di una ventina di metri e faccio circa un chilometro senza riuscire a riportarmi su quelli davanti. Ero stanco morto anche io e avevo già attaccato più volte.   In quel momento ho avuto un guizzo di lucidità: ne avevo due davanti, mi sono voltato e ho visto che dietro c’erano altri due atleti che stavano rinvenendo. Ho rischiato: ho deciso di aspettarli e di mettermi subito a ruota senza dare un cambio, con la speranza che mi riportassero sotto. Pensavo che, se fossimo rientrati, avrei avuto la chance per vincere il Campionato del Mondo. È stato un ragionamento lucido, consapevole del pericolo ma anche dell’opportunità che mi stavo creando.   Siamo riusciti a agganciarli proprio nel momento in cui davanti Rebellin e Cunego si rialzano, avendo appena finito la loro azione. I due che erano con me si sono riportati sulla testa della corsa ma erano ormai senza forze, perché avevano tirato alla morte per chiudere il buco; io invece ho sfruttato la scia, ho tirato dritto e li ho passati a doppia velocità.   Ecco, questo per farti capire che se avessi provato a rientrare da solo, poi non avrei mai avuto le energie per piazzare lo scatto vincente. Ci vuole colpo d’occhio e tanta astuzia. Per dirti, Paolo Bettini era uno stratega nato in queste situazioni. Lui era fortissimo e correva molto di astuzia. Nella mia carriera, invece, io andavo più di forza.  

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Andavi più d’istinto.  Esatto! Al Mondiale però ho ragionato, e ho ragionato bene dai!   Nel 2009 corri sempre con la maglia iridata indosso, ma per te è un anno particolare e non troppo fortunato.  Contrassi il citomegalovirus e mi trovarono questa patologia durante la Tirreno-Adriatico; di conseguenza non partecipai alla Sanremo e a tutte le classiche del Nord. Dovetti stare in riposo assoluto per oltre due mesi e aspettare che il virus si debellasse completamente per poi ritornare a correre. Io avevo al contempo l’esigenza di far vedere la maglia, avevo voglia di correre il Giro d’Italia, quindi mi sono fatto incastrare in questa situazione e sono andato a complicarmi la vita per fare l’ozonoterapia. Non era tanto per migliorare la performance atletica, perché in quel periodo ero a casa dalle corse con tanto di documentazione medica: il tutto era finalizzato a cercare di guarire prima. Tutto qua.   Purtroppo in quel periodo tutta la squadra era indagata e anch’io ci sono caduto dentro proprio in quei giorni, nonostante la mia buona volontà di dire subito agli organi di competenza che era stata fatta non per alterare la prestazione, ma per rimettermi in sesto il prima possibile.   C’è stata una lotta dove siamo andati avanti per quattro anni tra indagini e tribunali e alla fine ho dovuto scontare anche la squalifica.   È stato un insieme di cose che ti hanno creato non poche difficoltà.  Mi ha compromesso l’intero finale di carriera, perché alla fine era già difficile andare alle gare quando stai bene, prova a immaginare quando hai un fardello del genere sulle spalle, quando ti svegli di notte e non riesci più a prendere sonno perché pensi al tribunale, pensi al giudizio delle persone. Venivano riportati articoli su La Gazzetta dello Sport che non corrispondevano alla realtà.   Quanto è importante la famiglia in un momento difficile come quello che ci hai appena descritto?  La famiglia è fondamentale e non ti nascondo che ho passato un periodo bruttissimo dove la mattina mi allenavo e il pomeriggio – per non pensare ai miei problemi – uscivo. Mia moglie era al lavoro e le figlie erano dai nonni, così bevevo. Il problema era che i prosecchini diventavano parecchi. L’unico obbligo che avevo – che è stata anche la mia fortuna – era farmi trovare a casa alle otto, quando rientrava mia moglie con le bambine.   In quella situazione capisco anche tutta la vicenda che ha vissuto Marco Pantani. Lui si è trovato in un momento difficilissimo della sua vita tutto solo. Passare da cinque prosecchi ad andare in discoteca, e dall’alcol ad altre situazioni, è un attimo. La mia fortuna è stata la famiglia, le figlie e soprattutto mia moglie che, una volta accortasi di cosa stava succedendo, mi ha preso per un orecchio e mi ha detto di smettere subito.   Sono momenti molto brutti.  Nel momento in cui tocchi il cielo con un dito vincendo un Campionato del Mondo, poi ti ritrovi in un baratro dove tutti ti puntano l’indice addosso e tu non hai colpe. Se hai visto il documentario sulla mia carriera, in quell’anno lì avevo una roba come quarantatré controlli del sangue e delle urine. Gli esami sono risultati sempre tutti a posto e, nonostante questo, dovevo difendermi da non so che cosa.   Non può non tornare alla mente la vicenda vissuta da Marco Pantani.  Aveva nove procure che indagavano su di lui. A livello nazionale e di popolarità era come Sinner adesso. Dopo di lui, nel ciclismo, non c’è stato più nessuno con quella capacità di attirare a sé così tanti tifosi e ammiratori. Se prendi Vincenzo Nibali, ad esempio, è stato un corridore fortissimo che ha vinto più di lui, ma non aveva il carisma di Pantani.   Vincenzo Nibali ha vinto anche lui un Tour de France, un corridore strepitoso, ma Marco Pantani è stato qualcosa di incredibile a livello di popolarità: ha saputo tracimare oltre gli appassionati di ciclismo, come pochi altri sportivi hanno fatto.  Io ero dilettante a quel tempo. Mi ha fatto appassionare. Uno dei miei sogni, nel 2004, quando passai professionista, era proprio quello di affiancarlo e di conoscerlo. Purtroppo lui è morto il giorno di San Valentino di quell’anno e non ho potuto stringergli la mano.

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A volte capita nel mondo dello sport che un campione possa passare da una celebrità e un momento di gloria al quasi anonimato, con problemi collaterali da gestire. Il castello mediatico che viene costruito intorno troppo spesso è atto a screditare l’atleta, e diventa difficoltoso semplicemente difendersi e far sentire la propria voce e le proprie ragioni. Gli attacchi della stampa sono sempre pesanti.  Uscivano articoli nei giornali sportivi – tu sei giornalista e lo sai bene – fatti bene, ma ti fregavano sul titolo, ed era un problema: «Ballan autoemotrasfusione». Quante persone leggono poi tutto l’articolo per comprendere a fondo la vicenda? Poche, e tutti si soffermano sul titolo. Il giornalista si giustificava sempre dicendo che la responsabilità era del titolista, e ogni volta era un casino. È stata una vicenda brutta; nel documentario lo spiego bene ed è stato realizzato prima della sentenza di assoluzione. Facendolo prendemmo anche dei rischi, perché non sapevamo come potesse andare a finire.   Nel 2012 fai una bruttissima caduta in Spagna. Psicologicamente come ci si rialza dopo un infortunio così grave?  Ciclisticamente non mi sono più rialzato. La squalifica e l’incidente sono stati una combo micidiale per me. Se fossero avvenuti in due momenti distanti avrei potuto gestire il tutto diversamente; arrivando insieme, sono stati un fardello troppo grosso. La caduta è stata drammatica in primis perché, quando ero a terra sull’asfalto, stavo morendo soffocato.   Ho passato quarantacinque secondi in apnea perché, con la botta presa sul costato, ho rotto tre costole con conseguente collasso del polmone, quindi non riuscivo a incamerare aria. Sono sempre stato lucido e mi ricordo i compagni di squadra che venivano a soccorrermi: vedevano che non riuscivo a respirare e stavano lì intorno a me, senza sapere cosa fare. In quegli attimi ho pensato alla mia famiglia, alle bimbe e a mia moglie, e ho tirato un urlo di disperazione che mi ha permesso di buttare dentro un filo d’aria.   I primi cinque minuti sono stati veramente critici perché temevo seriamente di morire soffocato. Una sensazione tremenda. I soccorsi sono arrivati a rilento e sono giunto in ospedale in piena emorragia; sono svenuto tre volte, mi hanno fatto la TAC e mi hanno detto che mi avrebbero tolto il rene sinistro operandomi d’urgenza.   Quando ho riaperto gli occhi ho visto mia moglie vicino a me. Ma com’era possibile? Pensavo di aver fatto un sonnellino di un quarto d’ora. Invece erano sei giorni che ero in coma indotto. Mi hanno fatto la conta dei danni e fortunatamente il rene l’avevano suturato, e in seguito l’ho recuperato totalmente. Mi hanno tolto la milza che era esplosa, poi tre costole rotte, la bolla d’aria sul polmone, il femore…   Altri tre interventi a stomaco aperto e ottanta notti d’ospedale. E non ho ancora finito, perché a novembre devo fare un altro intervento. Sai benissimo che quando ti mettono le mani sull’intestino non è più come prima. Ho parecchi problemi di alimentazione e sono così magro perché non riesco a mangiare più di tanto. Da una parte è un danno, ma dall’altra è meglio, perché sto invecchiando e mi mantengo in peso.   Sei in gran forma comunque.  Fortunatamente sono qua e la posso raccontare. L’altra mia fortuna è che posso fare tutto. Vado in bici, gioco a beach volley e non ho nessun limite. L’unica cosa è che devo stare attento all’alimentazione.   Il ciclismo è uno sport estremamente faticoso e, quando capitano imprevisti e infortuni, sono sempre momenti difficili da cui bisogna poi risalire. In casi estremi, gli incidenti possono risultare mortali. Penso a Fabio Casartelli al Tour de France del 1995 o allo stesso Davide Rebellin.  È uno sport bellissimo, ma purtroppo le strade sono pericolose.   Negli ultimi anni si sono alzati gli standard di sicurezza?  Un po’ sì, ma si potrebbe fare molto di più. In Italia è proprio sbagliata la cultura. C’è troppo stress e la gente usa troppo il telefonino in macchina. All’estero è diverso: ti superano a un metro abbondante, mentre qui, quando sei per strada, sembra sempre che tu stia rompendo le scatole perché non stai lavorando, e così se la prendono e si accaniscono. Fare qualcosa a breve termine è impossibile. Bisognerebbe cominciare dalle scuole, con i ragazzi dai sei ai dieci anni che saranno i futuri automobilisti, e magari nel frattempo sensibilizzare i loro genitori. Così facendo, nel giro di venti o trent’anni, potremmo avere qualche risultato in quel senso.   Sui social ne vediamo di ogni. Si polarizzano le categorie e si diventa intolleranti gli uni con gli altri. A te, da guidatore, è mai capitato di incrociare gruppi di ciclisti indisciplinati sulla strada?  C’è da dire anche quello. Purtroppo, soprattutto la domenica, ci sono gruppi di amatori che per strada si comportano come lupi in branco e si credono i padroni della carreggiata. Personalmente ho litigato con degli amatori perché ho visto scene apocalittiche: mi sono messo dalla parte dell’automobilista e mi sono preso una marea di insulti dai ciclisti. Ci sono tante cose da fare. Anche lì, la Federazione rilascia una tessera e potrebbe inserire un breve quiz come per la scuola guida, tipo le «dieci regole comportamentali quando vai in bici».

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Vorrei tornare un attimo sulla questione doping. Argomento spinoso e molto dibattuto. Nel ciclismo degli anni Novanta abbiamo visto corridori che hanno fatto uso di sostanze dopanti. Penso al caso eclatante del danese Bjarne Riis, ma come lui molti altri. Oggi c’è più attenzione da parte dell’antidoping?  Quelli sono gli anni che hanno un po’ rovinato la nomea del ciclismo. Adesso ci sono molti più controlli e difficilmente si sgarra. Ogni provetta viene conservata per dieci anni e questa cosa ti fa riflettere su quello che è il doping di nuova generazione. Con la ricerca di oggi non trovi qualcosa che stanno sperimentando ora, però tra dieci anni ci puoi arrivare, compromettendo tutta quella che è stata la tua carriera. Mi viene da pensare che, alla fine, tutto quello che è successo abbia contribuito a far diventare il nostro movimento più sano.   Ricordo Lance Armstrong che si affidava al dottor Michele Ferrari, che se lo osserviamo da una certa prospettiva è stato un luminare.  Eh sì. In quegli anni si era arrivati a un punto in cui o ti adattavi o non andavi da nessuna parte, perché tutto il gruppo viaggiava praticamente a quel modo.   Anche nel mondo degli amatori succede che qualcuno faccia uso di sostanze non propriamente lecite per migliorare la performance.  Ebbene sì! Quella è la parte brutta del ciclismo. Ad oggi, nel mondo del professionismo si trovano raramente casi di doping, ed è una bellissima cosa. Invece, a livello amatoriale, ce n’è ancora parecchio.   L’amatore diventa un agonista sfegatato e cerca con tutti i mezzi, leciti o meno, di arrivare davanti al proprio amico o collega di granfondo. C’è un aneddoto che fa sorridere e che risale alla metà degli anni Novanta: quando venne messo in vendita il famigerato Viagra – che sappiamo servire a migliorare ben altre performance – qualche atleta ne fece largo uso. Inoltre c’è un altro tema che preoccupa alcuni ciclisti: diversi medici dicono che stare per troppe ore in sella, a causa dello sfregamento, potrebbe causare problemi alla prostata.  Lo dicono sempre, ma con i modelli che abbiamo adesso è molto difficile che possa capitare. È cambiato tutto, la tecnologia ha fatto passi avanti importanti. Oggi, rispetto ai miei primi anni di attività, c’è un comfort molto maggiore. Può essere che se uno si fa quindici ore di sella per parecchi giorni di fila sia normale avere qualche fastidio. Però se stai in bici quattro o cinque ore al giorno, in un giro a tappe di tre settimane, non credo succeda nulla.   Le piste ciclabili ultimamente proliferano in ogni città, creando problemi alla viabilità e dibattiti accesi tra istituzioni e cittadini. Il confronto con le città del Nord Europa è impietoso: loro hanno un’urbanistica differente che si presta meglio a tale scopo.  Noi non possiamo fare come loro, da noi è tutto diverso.   In alcune nostre città pare che si anteponga l’ideologia green alle difficoltà oggettive di creare spazi per le ciclabili.  È vero. Nei centri abitati è quasi impossibile realizzarle. Quelle che sono state fatte, molte volte sfociano in vicoli ciechi [ride]. Il problema più grande è che in Italia gli automobilisti non hanno rispetto per le piste ciclabili. Inoltre, da noi la ciclabile è concepita per andare a venti chilometri all’ora. Un ciclista medio che vuole allenarsi viaggia tranquillamente ai trenta all’ora: prima o poi trova una macchina che mette fuori il muso e non riesce a evitarla.   Quando vedremo un altro italiano trionfare al Mondiale? Tra due anni abbiamo un Mondiale abbastanza semplice e il nostro Jonathan Milan potrebbe farcela. L’Italia, rispetto alle gare in salita, ha corridori che sanno fare le volate e abbiamo buone chance di successo. Se andasse male, supereremmo i vent’anni dalla mia vittoria iridata e la situazione diverrebbe critica, perché al momento non vedo italiani che possano contrastare i big stranieri.   Francesco Rondolini  

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Sport e Marzialistica

Giocatore della nazionale del Marocco verso il processo per stupro

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La stella del calcio marocchino Achraf Hakimi sarà processato in Francia con l’accusa di stupro, che lui nega, dopo che una corte d’appello ha confermato la decisione di deferire il caso a un tribunale penale, secondo quanto riportato venerdì dai media.

 

Hakimi, 27 anni, difensore del Paris Saint-Germain ed ex giocatore del Real Madrid, è attualmente impegnato con la nazionale marocchina ai Mondiali, dove la squadra affronterà la Scozia in una partita del Gruppo C nel corso della giornata di venerdì.

 

Il caso trae origine dalla denuncia presentata da una donna di 24 anni che, nel febbraio 2023, ha riferito alla polizia di essere stata violentata da Hakimi nella sua abitazione nei pressi di Parigi. La procura francese ha aperto un’indagine il mese successivo e un giudice istruttore ha disposto l’avvio di un processo nel febbraio di quest’anno.

 

Hakimi ha impugnato il provvedimento di rinvio a giudizio, ma la Corte d’Appello di Versailles ha respinto il suo ricorso, aprendo la strada al procedimento penale. Il giocatore della nazionale marocchina ha sempre sostenuto la propria innocenza durante tutto il processo.

 

In vista della partita di venerdì, Hakimi ha dichiarato a X di accogliere con favore la prospettiva di un provino. «Aspetto questo processo dal primo giorno. E ora lo attendo con ansia. Finalmente potrò parlare», ha scritto.

 

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Lo Hakimi ha dichiarato di avere fiducia nel sistema giudiziario e ha sostenuto che il caso non sarebbe mai arrivato in tribunale se non fosse stato «famoso», aggiungendo che le accuse erano arrivate a scapito «della mia famiglia, della mia vita e, soprattutto, della verità».

 

L’avvocato che rappresenta il querelante ha accolto con favore la sentenza della corte d’appello. «Dopo oltre tre anni di procedimenti legali, questa decisione le porta sollievo e speranza», ha dichiarato Rachel-Flore Pardo in un comunicato.

 

Il Marocco giocherà tutte e tre le partite della fase a gironi negli Stati Uniti. Tuttavia, se dovesse qualificarsi per la fase a eliminazione diretta, Hakimi potrebbe incontrare difficoltà di viaggio qualora le partite si disputassero in Canada o in Messico.

 

Non si tratta dell’unico giocatore africano che in questi Mondiali sta avendo problemi per accuse di violenza sessuale.

 

La scorsa settimana, il centrocampista ghanese Thomas Partey ha saltato la partita d’esordio della sua nazionale ai Mondiali contro Panama dopo che gli è stato negato l’ingresso in Canada. Partey, che nega le accuse di stupro e violenza sessuale mossegli in Gran Bretagna, dovrà affrontare un processo il prossimo anno.

 

Fuori da questi mondiali, si era registrato il caso Yves Bissouma, atleta del Mali: nell’ottobre del 2021, l’allora centrocampista del Brighton (poi trasferitosi al Tottenham) era stato arrestato dalla polizia del Sussex all’uscita di un locale con l’accusa di aggressione sessuale. Dopo i dovuti accertamenti, nel corso del 2022, il giocatore è stato completamente scagionato ed esonerato da ogni tipo di accusa da parte delle autorità britanniche.

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Oltre ai singoli atleti di alto profilo, il calcio africano ha registrato scandali legati ad abusi sessuali sistemici perpetrati da figure dirigenziali o tecnici. L’allenatore della nazionale femminile dello Zambia, Bruce Mwape, è stato travolto da pesanti indagini e deferimenti con l’accusa di aver costretto diverse calciatrici ad avere rapporti sessuali con lui in cambio della convocazione.

 

Nel 2021 un’ inchiesta giornalistica internazionale ha portato a galla uno scandalo di pedofilia e abusi sessuali di lungo corso che coinvolgeva allenatori e membri di spicco della federazione calcistica del Gabon ai danni di giovani atleti delle selezioni minori. La testata investigativa BBC Africa Eye nel 2023 ha pubblicato un celebre e dettagliato documentario intitolato Predators on the Pitch. L’inchiesta televisiva ha raccolto oltre 30 testimonianze dirette, dimostrando come il giro di abusi andasse avanti sistematicamente fin dai primi anni ’90 coinvolgendo i vertici della federazione locale.

 

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Immagine di Anton Zaitsev via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine tagliata

 

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Sport e Marzialistica

Rimonta del secolo in NBA

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Il 10 giugno 2026 è stata una serata che entrerà nella storia della NBA e della pallacanestro tutta.   I New York Knicks, sotto 29 punti nel primo tempo contro i San Antonio Spurs, completano la più grande rimonta mai vista nelle NBA Finals, vincendo 107-106 in Gara 4 e portandosi sul 3-1 nella serie. Un’impresa epica che avvicina i Knicks al loro primo titolo dal 1973.   I primi due quarti sono un incubo per Nuova York. Gli Spurs, guidati da un Victor Wembanyama dominante e da un attacco fluido, volavano sul +29 (probabilmente 76-47 all’intervallo). Il Madison Square Garden, solitamente una bolgia, sembrava ammutolito. I tifosi iniziavano a temere il peggio: dopo aver sudato per arrivare alle Finals spazzando via i Cleveland Cavaliers, i Knicks rischiavano di crollare in casa.  

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Tuttavia nel terzo quarto qualcosa cambia. Jalen Brunson, il cuore pulsante della squadra neoeboracena, prende per mano i compagni. Con 36 punti (12/25 dal campo, 3/7 da tre), 7 assist e 5 rimbalzi, il capitano newyorkese accende la scintilla. OG Anunoby, spesso criticato per l’inconsistenza offensiva, esplode con 33 punti, 7 triple e una presenza difensiva mostruosa.   Il Quarto quarto è stato da brividi veri. I Knicks surclassano gli Spurs 32-16 nel periodo finale. La difesa newyorkese sale di livello, costringendo San Antonio a soli 30 punti nella seconda metà. Le triple entrano una dopo l’altra, i contropiedi volano e il Garden torna a tremare.     A 1.2 secondi dalla fine, con il punteggio sul 106-105 per i Knicks, arriva il momento iconico: Anunoby cattura un rimbalzo offensivo e lo mette dentro con un tap-in che fa esplodere l’arena. 107-10. La più grande rimonta nella storia delle Finals è servita. È un finale incredibile, e non sovvengono precedenti.  

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Per i Spurs è una doccia fredda. Wembanyama chiude con 24 punti ma 9/25 dal campo, tradito da una seconda metà disastrosa della squadra. La giovane squadra higia texana, arrivata in finale dopo una cavalcata impressionante nella divisione Ovest, vede svanire il vantaggio di una serie che sembrava poter controllare. I Knicks ora sono a una sola vittoria dal paradiso. Gara 5 si gioca sabato a San Antonio, ma la fiducia dei neoeboraceni è alle stelle. Brunson, Anunoby, Towns e compagni hanno dimostrato di avere carattere da campioni.   Una notte indimenticabile. Le TV riprendono i volti sbigottiti e festanti del pubblico, tra cui tante celebrità: ecco Taylor Swift in versione ultras cestistica, l’attore Adam Sandler che sorride incredulo, lo stupore del duo a bordo campo formato dall’attore brontolone Larry David (comico conosciutissimo in USA, meno in Italia) e da quello che sembrerebbe l’ex bisbetico campione del tennis John McEnroe.   Fuori, a Nuova York, è il delirio in istrada. Il momento è stato celebrato anche dall’ormai conosciutissimo canale PsyOpAnime, che trasforma gli eventi di cronaca internazionale in cartoni animati giapponesi.       Una rimonta del genere di fatto non scalda solo il cuore degli aficionados della pallacanestro, ma riconcilia ogni essere umano con una storia più grande: quella di un gruppo umano che, forte di coescione e determinazione, riesce a capovolgere il suo destino nell’avversità.   Siamo, giocoforza, nell’ambito del metafisico, dell’archetipo, del mito. E della loro evidenza visibile nella realtà umana.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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