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Il vescovo Strickland critica duramente Trump per la minaccia di Pasqua contro l’Iran

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’ex vescovo di Tyler, Texas, Joseph Strickland apparso su X.

 

Un appello al rispetto e alla Verità

Negli ultimi giorni, un messaggio di Pasqua del presidente Donald Trump ha attirato l’attenzione, non per la chiarezza con cui ha proclamato la Resurrezione di Gesù Cristo, ma per il linguaggio sconsiderato, irriverente e teologicamente confuso.

 

Questo problema va affrontato, non per ragioni politiche, ma per ragioni di verità.

 

La domenica di Pasqua è il giorno più sacro del calendario cristiano. È il giorno in cui la Chiesa proclama con incrollabile certezza che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è risorto dai morti. La morte è stata vinta. Il peccato è stato sconfitto. Le porte del Cielo si sono aperte.

 

Questo non è un giorno per discorsi superficiali. Non è un giorno per volgarità. E non è un giorno per confusione su chi sia Dio.

 

Quando si usa un linguaggio volgare o profano in riferimento a un mistero così sacro, ciò rivela qualcosa di più profondo di una momentanea mancanza di sensibilità: riflette una perdita del senso del sacro. E quando il linguaggio religioso viene mescolato con noncuranza, come se tutte le espressioni di fede fossero intercambiabili, oscura la verità che ci è stata affidata.

 


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La Chiesa cattolica insegna che esiste un solo Dio. Ma proclama anche che questo unico Dio si è rivelato pienamente e definitivamente in Gesù Cristo. La Pasqua non è una generica celebrazione di «Dio», bensì la proclamazione della risurrezione di Gesù Cristo.

 

Sostituire la chiarezza con l’ambiguità, anche involontariamente, significa sminuire la forza di tale affermazione.

 

In quanto cattolici, la nostra fedeltà non è rivolta ad alcuna figura politica, partito o movimento. La nostra fedeltà è rivolta a Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Pertanto, dobbiamo essere disposti a parlare con onestà e carità quando qualcosa non è conforme a questa verità, a prescindere da chi lo dica.

 

Non si tratta di condannare. Si tratta di invitare tutte le persone – specialmente quelle in posizioni di influenza – a uno standard più elevato, degno del nome di Cristo.

 

Se ci lamentiamo della perdita della fede nel mondo, dobbiamo anche riconoscere la perdita della riverenza. Se soffriamo per la confusione, dobbiamo rinnovare il nostro impegno verso la chiarezza. E se desideriamo un rinnovamento, questo deve cominciare con un ritorno al sacro.

 

La Pasqua esige di più. Esige che parliamo di Dio con riverenza. Esige che proclamiamo Cristo con chiarezza. E esige che viviamo come testimoni della verità che la tomba è vuota e che Gesù Cristo è il Signore.

 

Non abbassiamo questo standard. Innalziamoci al suo livello.

 

Dio Onnipotente vi benedica, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

 

+ Joseph E. Strickland,

Vescovo emerito

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Notre-Dame: sette anni dopo, il mistero delle fiamme aleggia sulla cattedrale

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Sono trascorsi sette anni da quando le immagini della guglia di Notre-Dame che crollava tra le fiamme hanno fatto il giro del mondo. Sebbene la cattedrale sia stata riportata al suo antico splendore, una domanda rimane senza risposta: l’origine dell’incendio del 15 aprile 2019. Mentre le indagini procedono a rilento, le persone cominciano a parlare, rivelando le carenze di un cantiere sottoposto a una pressione enorme.  

L’ipotesi della «pirolisi furtiva»

Il silenzio ufficiale che avvolge la tragedia contrasta nettamente con la moltitudine di teorie che circolano sul posto. Tra gli esperti, sta guadagnando terreno l’ipotesi di un incendio covato. Il generale Jean-Claude Gallet, che guidava i vigili del fuoco di Parigi la notte del disastro, ipotizza che l’incendio sia divampato nell’angolo sud-est dell’edificio. Secondo lui, le fiamme potrebbero aver covato per ore, persino giorni, sotto il tetto di piombo.   Questa analisi è condivisa dall’architetto specializzato in beni culturali Rémi Desalbres, intervistato da Le Figaro. Egli fa riferimento al fenomeno della pirolisi: una decomposizione termica del legno senza fiamma apparente.   Una trave di quercia esposta a una fonte di calore potrebbe quindi covare lentamente prima di divampare improvvisamente in fiamme al contatto con l’ossigeno. «Sono necessarie circa cento ore di pirolisi per distruggere completamente una trave di cinque metri», spiega, suggerendo che l’origine della tragedia potrebbe risalire a ben prima del fatidico lunedì.

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La rimozione «espressa» delle statue

Gli osservatori si stanno concentrando su una delicata operazione avvenuta appena quattro giorni prima dell’incendio. L’11 aprile 2019, le sedici statue di rame della guglia sono state rimosse per essere restaurate. Un testimone ha ora rivelato che la rimozione ha dovuto essere accelerata per motivi logistici legati al consiglio comunale, trasformando l’operazione in una «rimozione express».   Sebbene Richard Boyer, direttore di Socra (la società responsabile delle statue), neghi categoricamente l’utilizzo di strumenti in grado di generare scintille quel giorno, l’impiego di cannelli ossiacetilenici per smontare le teste delle statue solleva interrogativi. Alcuni ritengono che questi «punti caldi» in prossimità della struttura secolare possano essere stati la scintilla iniziale del processo di pirolisi.  

Una serie di sviste?

Al di là delle cause tecniche, è la gestione del cantiere a essere oggetto di critica. Tra cavi elettrici «ingarbugliati» nelle soffitte, le frequenti intrusioni notturne di persone che si arrampicano e un allarme antincendio con indicazioni criptiche («soffitta navata sacrestia»), Notre-Dame sembra essere stata teatro di un’incredibile successione di malfunzionamenti.   «È quasi peggio di un attentato terroristico; sembra una serie di fallimenti e sventure», lamenta Alexandre Gady, professore alla Sorbona. A differenza di altre istituzioni, nessun alto funzionario si è dimesso e finora non è stata avviata alcuna inchiesta amministrativa.   Sette anni dopo, mentre il pubblico ministero continua a propendere per la teoria dell’incendio accidentale, esperti forensi come Jean-Luc Cartault invitano alla cautela e sconsigliano di trarre conclusioni affrettate: «per comprendere una fiamma che ha avvolto la cattedrale, dobbiamo risalire la catena di responsabilità, dall’architetto responsabile della sicurezza dell’edificio fino al Ministero della Cultura, passando per il prefetto di polizia».   Poi, osservando la prima foto dell’incendio scattata dal direttore di scena, Cartault confessa: «ci sono effetti di luce in questa foto che non capisco». Tra la «santa omertà» e la sete di verità, la lotta per capire come il cuore pulsante di Parigi avesse potuto bruciare era appena agli inizi.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di GodefroyParis via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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La tradizione, un’esperienza formidabile e temuta

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Tra i benefici spirituali delle consacrazioni episcopali che avranno luogo a Écône il 1° luglio 2026, vi sarà quello di permettere a tutti coloro che lo desiderano di vivere la Tradizione, come auspicava il vescovo Marcel Lefebvre.

 

È proprio questa esperienza che i progressisti temono, come ha affermato inequivocabilmente il gesuita Thomas Reese su Religion News Service il 13 aprile 2021: «La Chiesa deve essere chiara sul fatto che vuole che la liturgia non riformata scompaia e che la permetterà solo per amore pastorale verso gli anziani che non comprendono la necessità di un cambiamento. Ai bambini e ai giovani non dovrebbe essere permesso di partecipare a queste Messe [sic]». – In altre parole, la Messa tridentina è vietata ai minori di 18 anni e riservata agli ultra novantottenni.

 

Questo è l’obiettivo del motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021, che riduce drasticamente la possibilità di celebrare la Messa tradizionale in latino. Lo scopo è confinare la Tradizione, relegarla in una riserva per l’uso di sacerdoti e fedeli che, si spera, si estingueranno. E queste misure profilattiche sono intese a proteggere la «Chiesa conciliare» – come la definì il vescovo Giovanni Benelli nel 1976 – dal «contagio» della Tradizione.

 

In definitiva, non è la Tradizione ad avere paura, ma l’utopia conciliare che teme che i suoi giorni siano contati, come dimostrano impietosamente le parrocchie sempre più deserte e i seminari sempre più vuoti. In Francia, l’età media dei sacerdoti diocesani è di 75 anni, mentre quella dei sacerdoti legati alla Tradizione è di 40.

 

Le cifre non sono «tradizionaliste», tanto meno «lefebvriste». Sono ciò che sono. Ostinate.

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L’esperienza della Tradizione spaventa i conciliaristi, ben disposti a dibattere all’infinito, purché si esprimano solo opinioni. Tuttavia, l’esperienza dei fatti – che sono effettivamente effetti del Concilio – li costringe a considerare la causa di questa «apostasia silenziosa» [espressione tratta dall’esortazione Ecclesia in Europa, 28 giugno 2003], una causa che vogliono evitare a tutti i costi. L’approccio pastorale conciliare, che propugnava l’«integrazione» del clero nella società secolare, si è trasformato in un atteggiamento da struzzo, ma è molto probabile che sarà costretto a nascondere la testa sotto la sabbia.

 

Oggi più che mai, la battaglia della fede non va combattuta teoricamente o retoricamente, ma praticamente: vivendo la Tradizione quotidianamente, attraverso la Messa di tutti i tempi, i doveri del proprio stato nella vita, la preghiera e la penitenza. Verba volant, exempla trahunt – le parole volano via, ma gli esempi esercitano un’attrazione irresistibile sulle anime in cerca della verità, specialmente sui giovani, come ha osservato Papa Leone XIV in una recente intervista con il Vescovo Atanasio Schneider.

 

I conciliaristi dottrinari lo sanno e lo temono, ed è per questo che vogliono circondare la Tradizione con filo spinato disciplinare, invocando un’obbedienza che non esigono da coloro che trasgrediscono le leggi divine sul sacerdozio o sul matrimonio. Ma le misure coercitive non fermano un entusiasmo contagioso.

 

L’esperienza della Tradizione è contagiosa. Missionaria.

 

Padre Alain Lorans

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Il papa contro Trump sulla «cancellazione di una civiltà»: «minaccia inaccettabile»

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Papa Leone XIV ha condannato le parole dell’ultimatum del presidente americano Donald Trump contro l’Iran: «stasera un’intera civiltà morirà» aveva scritto Trump su Truth, il suo personale social network. Le parti poi avrebbero trovato con la mediazione del governo pakistano un accordo per un coprifuoco di due settimane.   «Oggi, come tutti sappiamo, c’è stata questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran. Questo veramente non è accettabile. Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale ma molto di più. È una questione morale per il bene del popolo intero» aveva detto papa Prevost uscendo da Villa Barberini, residenza papale di Castel Gandolfo, dove si era ritarato per riposarsi dagli impegni pasquali.   «Vorrei invitare tutti a pensare, nel cuore veramente, a tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani totalmente innocenti che sarebbero anche loro vittime di questa escalation… Torniamo al dialogo, ai negoziati, cerchiamo come risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui» ha dichiarato il romano pontefice.  

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«Bisogna pregare tanto. Vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare, forse con i congressisti, con le autorità, dire: non vogliamo la guerra, vogliamo la pace, siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo» ha insistito il papa. «Invito i cittadini di tutti i Paesi coinvolti a contattare le autorità, i leader politici e i deputati per chiedere loro di lavorare per la pace, di rifiutare la guerra».   Secondo Prevost bisogna «rigettare la guerra, specialmente questa guerra definita da molta gente ingiusta: continua l’escalation, non risolvi niente e provoca una crisi economica mondiale, una crisi energetica e grande instabilità».   «Gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale e il segno di una distruzione che l’essere umano è capace di mettere in atto» ha proseguito Leone. «Tutti dobbiamo lavorare per la pace».   Prevost aveva ricordato anche nell’Urbi et Orbi di Pasqua che «la vittoria di Cristo è totalmente non violenta, chi ha in mano le armi le deponga». In precedenza, in quella che sembrava una stoccata ai discorsi del segretario della Guerra USA, il cristiano-sionista Peter Hegseth, Leone XIV aveva dichiarato che «Dio non può essere arruolato dalle tenebre», ribadendo, all’inizio della Settimana Santa, che Dio «rifiuta la guerra» e «rigetta» le invocazioni di chi la fa. «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue».   Nella Via Crucis del Venerdì Santo, dove Prevost ha portato la croce, ha denunciato «chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti», rammentando che costui «dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere, di avviare una guerra o di terminarla».   Attraverso il cardinale Pietro Parolin, suo Segretario di Stato, Leone XIV ha inviato anche un messaggio alla popolazione di Debel, un villaggio nella zona meridionale a Sud del Libano, proprio dov’era diretto il convoglio di aiuti umanitari, con il nunzio Paolo Borgia, che si è trovato nel fuoco incrociato tra l’esercito israeliano ed Hezbollah: «nella vostra sventura, nell’ingiustizia che subite, nel senso di abbandono che provate, siete vicinissimi a Gesù. Siete vicini a Lui anche in questo giorno di Pasqua in cui ha vinto le forze del male, e che risuona per voi come una promessa di futuro. Non perdete quindi coraggio!»

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Si sono avute reazioni della gerarchia cattolica anche in America: l’arcivescovo Paul Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, aveva rilasciato una dichiarazione in cui affermava: «invito il presidente Trump a fare un passo indietro dall’orlo della guerra e a negoziare una soluzione equa per il bene della pace e prima che vengano perse altre vite».   Molte voci conservatrici cattoliche hanno condannato le scelte di politica estera a favore di Israele di Trump al punto che si parla di un vero esodo di cattolici e affini dal mondo MAGA.   Come riportato da Renovatio 21, Tucker Carlson, che cattolico non lo è ancora, ancora prima del devastante e scurrile messaggio di Pasqua di Trump, aveva condannato la postura del presidente – che, ricorda, durante il giuramento al gennaio 2025 non mise la mano sulla Bibbia come da tradizione presidenziale USA – arrivando persino a paventare che si stava preparando al lancio di armi atomiche sull’Iran.

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